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giovedì 23 aprile 2026

BOMBE SULLA CITTA'

Quando erano partite, il cielo sopra le cime dei monti era di un azzurro limpido, un contrasto quasi crudele con l'inquietudine che regnava a valle. Gisella, tredici anni, ai piedi un paio di scarponcini consumati, stringeva il braccio di Teresa mentre il bus sobbalzava sulla strada sterrata.

"Stai tranquilla," sussurrò Teresa, lisciandosi la gonna. Lei aveva quasi sedici anni e la sicurezza di chi già lavorava per una sarta, ma i suoi occhi cercavano nervosamente l'orizzonte. "Consegniamo il vestito alla signora e torniamo indietro subito dopo".

La nonna di Gisella aveva ceduto solo dopo ore di suppliche. "Se ci fosse stato tuo padre, o la tua povera mamma, avrebbero detto di no," aveva sentenziato, con la voce incrinata dal peso di troppe assenze. Il padre di Gisella era lontano, oltre il confine francese, inseguito dalla sua stessa voglia di libertà; sua madre, invece, se n’era andata in silenzio, portata via da una malattia che non era stato possibile curare.

Il viaggio fu una lenta processione di volti stanchi. Sul bus, e poi sul trenino che sferragliava verso la pianura, c'erano quasi solo donne con fazzoletti scuri in testa e bambini dagli occhi troppo grandi. Gli uomini erano ombre: o troppo vecchi per imbracciare un fucile, o nascosti tra i boschi che le ragazze si stavano lasciando alle spalle.

Quando arrivarono nella grande città, Gisella rimase a bocca aperta. Prima di allora non c'era mai stata. Nonostante alcuni cumuli di macerie che facevano capolino da alcuni vicoli, la maestosità dei palazzi la incantò. "Guarda, Teresa! Che piazze grandi... e i giardini!".

"Cammina, che siamo in ritardo" rispose l’amica, accelerando il passo.

La città sembrava immersa in un sonno agitato. Era sotto occupazione nazista e le condizioni di vita erano dure: il cibo era razionato, il carburante scarso. La vita quotidiana era segnata dalla paura e dalla lotta per la sopravvivenza. La gente camminava in fretta, lo sguardo basso, come se parlare potesse consumare le scarse calorie concesse dalle tessere annonarie.

Trovarono il negozio della vecchia cliente, situato in pieno centro, non distante dalla stazione. Lei era una donna elegante nonostante i tempi grami, che le accolse con un calore inaspettato. "Siete state davvero coraggiose a venire fin qui," disse, invitandole nel retrobottega. Offrì loro del tè caldo e dei biscotti scuri. "Hanno un sapore... diverso," bisbigliò Gisella dopo il primo morso. "È una farina speciale, cara," rispose la donna con un sorriso triste. Le ragazze non chiesero altro; sapevano che in quel 1944 la parola "speciale" era spesso un sinonimo di "fatto con quel che c'è".

Dopo la consegna, avevano un po' di tempo prima del treno di ritorno. Decisero di addentrarsi nel mercato cittadino. I banchi erano pochi e spogli: qualche rapa avvizzita, pochi fili di lana. In un angolo, uomini dal fare furtivo scambiavano pacchetti avvolti nel giornale: il mercato nero, l'unico modo per non morire di fame, ma un gioco pericoloso.

All'improvviso, il silenzio della piazza fu squarciato. Uuuuuu-uh! Uuuuuu-uh!

La sirena antiaerea lanciò il suo grido lancinante. Il cuore di Gisella smise di battere per un istante. "Teresa! Che succede?" domandò all'amica.

"Il bombardamento! Corri!"

La scarsa folla, prima apatica, divenne un fiume in piena. In lontananza, un ronzio cupo e ritmico, il canto dei motori dei bombardieri alleati, iniziava a far tremare i vetri. Le ragazze, invece di muoversi, rimasero paralizzate, come statue di ghiaccio in mezzo al caos. "Ehi, voi due! Di qua, presto!"

Un uomo anziano, con un berretto logoro, fece loro cenno con la mano. Le trascinò verso un angolo della piazza dove una botola di ferro si apriva sul selciato. Gisella e Teresa si tuffarono dentro, scendendo una scala ripida di cemento umido.

Il rifugio era un ventre di cemento soffocante. L'ambiente era angusto, l'aria diventò subito pesante. Mancava il respiro. L'unica luce proveniva da poche lampadine fioche che oscillavano a ogni vibrazione del suolo. L'odore era un miscuglio insopportabile di umidità, polvere e sudore freddo. "Restami vicina," ansimò Gisella, stringendo la mano di Teresa fino a farle male.

C'erano moltissime persone, troppe, quasi tutte in piedi; solo pochi anziani occupano le rare sedie disponibili. Alcune vecchie recitavano il S. Rosario. Gisella le odiò.

BUM! La terra sussultò. Un velo di polvere cadde dal soffitto. "Moriremo qui sotto, vero?" piagnucolò Gisella, sentendo le pareti stringersi attorno a lei. Lo spazio sembrava rimpicciolirsi a ogni scoppio, l'aria farsi solida, irrespirabile. "No, stai tranquilla. Presto finirà," rispose Teresa, ma la sua voce tremava quanto quella dell'amica.

Dopo quasi un'ora, la sirena suonò di nuovo: un tono lungo, continuo. Il segnale del cessato allarme. Quando riemersero, la luce del sole sembrava troppo forte, quasi violenta. Il fumo nero all'orizzonte segnava il punto in cui le bombe avevano baciato la terra.

Gisella e Teresa attesero due ore alla stazione, sedute su una panchina di legno, svuotate di ogni emozione. I treni tardavano a ripartire. Erano incolumi, ma qualcosa era cambiato. Gisella guardava il cielo, poi guardava la terra, e infine cercava l'orizzonte aperto dei suoi monti.

Quel giorno, la "grande città" le aveva regalato una paura silenziosa che l'avrebbe accompagnata per sempre. Era tornata a casa sana e salva, ma per tutta la vita, Gisella non sarebbe mai più riuscita a entrare in un ascensore o in una stanza piccola senza sentire quel peso sul petto, quel buio del 1944. Una forma di claustrofobia soffocante, impossibile da superare. Il motivo non lo avrebbe mai detto a nessuno, convinta che non sarebbe stata compresa. Come si fa a spiegare che il mondo, a volte, può diventare un antro scuro chiuso da una botola?

 

 

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