Quando erano partite, il cielo sopra
le cime dei monti era di un azzurro limpido, un contrasto quasi crudele con
l'inquietudine che regnava a valle. Gisella, tredici anni, ai piedi un paio di
scarponcini consumati, stringeva il braccio di Teresa mentre il bus sobbalzava
sulla strada sterrata.
"Stai tranquilla," sussurrò Teresa, lisciandosi la gonna. Lei aveva
quasi sedici anni e la sicurezza di chi già lavorava per una sarta, ma i suoi
occhi cercavano nervosamente l'orizzonte. "Consegniamo il vestito alla
signora e torniamo indietro subito dopo".
La nonna di Gisella aveva ceduto solo dopo ore di suppliche. "Se ci
fosse stato tuo padre, o la tua povera mamma, avrebbero detto di no," aveva
sentenziato, con la voce incrinata dal peso di troppe assenze. Il padre di
Gisella era lontano, oltre il confine francese, inseguito dalla sua stessa
voglia di libertà; sua madre, invece, se n’era andata in silenzio, portata via
da una malattia che non era stato possibile curare.
Il viaggio fu una lenta processione di volti stanchi. Sul bus, e poi sul
trenino che sferragliava verso la pianura, c'erano quasi solo donne con
fazzoletti scuri in testa e bambini dagli occhi troppo grandi. Gli uomini erano
ombre: o troppo vecchi per imbracciare un fucile, o nascosti tra i boschi che
le ragazze si stavano lasciando alle spalle.
Quando arrivarono nella grande città, Gisella rimase a bocca aperta. Prima
di allora non c'era mai stata. Nonostante alcuni cumuli di macerie che facevano
capolino da alcuni vicoli, la maestosità dei palazzi la incantò. "Guarda,
Teresa! Che piazze grandi... e i giardini!".
"Cammina, che siamo in ritardo" rispose l’amica, accelerando il
passo.
La città sembrava immersa in un sonno agitato. Era sotto occupazione
nazista e le condizioni di vita erano dure: il cibo era razionato, il
carburante scarso. La vita quotidiana era segnata dalla paura e dalla lotta per
la sopravvivenza. La gente camminava in fretta, lo sguardo basso, come se parlare
potesse consumare le scarse calorie concesse dalle tessere annonarie.
Trovarono il negozio della vecchia cliente, situato in pieno centro, non
distante dalla stazione. Lei era una donna elegante nonostante i tempi grami,
che le accolse con un calore inaspettato. "Siete state davvero coraggiose
a venire fin qui," disse, invitandole nel retrobottega. Offrì loro del tè
caldo e dei biscotti scuri. "Hanno un sapore... diverso," bisbigliò
Gisella dopo il primo morso. "È una farina speciale, cara," rispose
la donna con un sorriso triste. Le ragazze non chiesero altro; sapevano che in
quel 1944 la parola "speciale" era spesso un sinonimo di "fatto
con quel che c'è".
Dopo la consegna, avevano un po' di tempo prima del treno di ritorno.
Decisero di addentrarsi nel mercato cittadino. I banchi erano pochi e spogli:
qualche rapa avvizzita, pochi fili di lana. In un angolo, uomini dal fare
furtivo scambiavano pacchetti avvolti nel giornale: il mercato nero, l'unico
modo per non morire di fame, ma un gioco pericoloso.
All'improvviso, il silenzio della piazza fu squarciato. Uuuuuu-uh! Uuuuuu-uh!
La sirena antiaerea lanciò il suo grido lancinante. Il cuore di Gisella smise
di battere per un istante. "Teresa! Che succede?" domandò all'amica.
"Il bombardamento! Corri!"
La scarsa folla, prima apatica, divenne un fiume in piena. In lontananza,
un ronzio cupo e ritmico, il canto dei motori dei bombardieri alleati, iniziava
a far tremare i vetri. Le ragazze, invece di muoversi, rimasero paralizzate,
come statue di ghiaccio in mezzo al caos. "Ehi, voi due! Di qua,
presto!"
Un uomo anziano, con un berretto logoro, fece loro cenno con la mano. Le
trascinò verso un angolo della piazza dove una botola di ferro si apriva sul
selciato. Gisella e Teresa si tuffarono dentro, scendendo una scala ripida di
cemento umido.
Il rifugio era un ventre di cemento soffocante. L'ambiente era angusto, l'aria diventò subito pesante.
Mancava il respiro. L'unica luce proveniva da poche lampadine fioche che
oscillavano a ogni vibrazione del suolo. L'odore era un miscuglio
insopportabile di umidità, polvere e sudore freddo. "Restami vicina,"
ansimò Gisella, stringendo la mano di Teresa fino a farle male.
C'erano moltissime persone, troppe, quasi tutte in piedi;
solo pochi anziani occupano le rare sedie disponibili. Alcune vecchie recitavano
il S. Rosario. Gisella le odiò.
BUM! La terra sussultò. Un velo di polvere cadde dal soffitto. "Moriremo
qui sotto, vero?" piagnucolò Gisella, sentendo le pareti stringersi
attorno a lei. Lo spazio sembrava rimpicciolirsi a ogni scoppio, l'aria farsi
solida, irrespirabile. "No, stai tranquilla. Presto finirà," rispose
Teresa, ma la sua voce tremava quanto quella dell'amica.
Dopo quasi un'ora, la sirena suonò di nuovo: un tono lungo, continuo. Il
segnale del cessato allarme. Quando riemersero, la luce del sole sembrava
troppo forte, quasi violenta. Il fumo nero all'orizzonte segnava il punto in
cui le bombe avevano baciato la terra.
Gisella e Teresa attesero due ore alla stazione, sedute su una panchina di
legno, svuotate di ogni emozione. I treni tardavano a ripartire. Erano incolumi,
ma qualcosa era cambiato. Gisella guardava il cielo, poi guardava la terra, e
infine cercava l'orizzonte aperto dei suoi monti.
Quel giorno, la "grande città" le aveva regalato una paura
silenziosa che l'avrebbe accompagnata per sempre. Era tornata a casa sana e salva,
ma per tutta la vita, Gisella non sarebbe mai più riuscita a entrare in un
ascensore o in una stanza piccola senza sentire quel peso sul petto, quel buio
del 1944. Una forma di claustrofobia soffocante, impossibile da superare. Il
motivo non lo avrebbe mai detto a nessuno, convinta che non sarebbe stata
compresa. Come si fa a spiegare che il mondo, a volte, può diventare un antro
scuro chiuso da una botola?


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