Powered By Blogger

domenica 29 gennaio 2017

INCUBUS



Sogno o son desto? Sto sognando. Percorro in bicicletta un sentiero di montagna. La traccia è larga non più di venti centimetri. Sono in equilibrio precario sulle due ruote; la minima esitazione o il più piccolo sbandamento mi farebbero precipitare nell'abisso sottostante. Decido di intervenire con la mia parte cosciente, quel minimo residuo di consapevolezza che non mi abbandona neanche durante i sogni. Smetto di pedalare, metto un piede a terra e mi aggrappo alla roccia. Tutto svanisce.
Sono alla guida di un autobus, un vecchio torpedone senza passeggeri. La strada è ampia e diritta. Non c'è il parabrezza e l'aria mi colpisce gli occhi, mi scompiglia i capelli. La velocità del mezzo aumenta sempre di più, senza che io acceleri, senza che io faccia nulla. D'altra parte, non potrei. Quando cerco il pedale del freno, non lo trovo. Provo un senso di vuoto allo stomaco, la paura mi assale. So che in fondo al rettilineo ci sarà una curva a gomito. So che mi schianterò. Basta così, meglio interrompere.
La casa in cui mi trovo ha un aspetto antico. Il pavimento di legno sembra il ponte di un vascello. Il soffitto è basso, i muri sono sporchi di caligine. In un angolo della stanza c'è una piccola stufa di ghisa, accesa e arroventata. In mezzo c'è un misero tavolo, ci sono alcune seggiole scompagnate. Tutto è misero, tutto è povero. All'improvviso nell'ambiente fa irruzione una donna. Non la riconosco ma so che è mia madre. È vestita di nero, i capelli grigi sono raccolti in una crocchia.
"Scappiamo! Scappiamo!" urla terrorizzata. Nello stesso istante sento il rumore delle bombe. Sento le grida. Spaventato mi dirigo alla finestra. Scosto la tendina e guardo in strada. Interi battaglioni di soldati sfilano battendo i tacchi. Dietro di loro, enormi carri armati. Il cielo di colpo diventa grigio, poi nero pece. Una angoscia totale mi assale, mi stringe il petto.
"È la guerra! È la guerra!" strepita la donna. "Scappiamo in cantina!"
Con le mani tremanti sollevo la botola sul pavimento, una botola che prima non c'era. Mi insinuo in uno stretto pertugio. Mi rendo conto che non si tratta di una cantina, ma di una angusta intercapedine. Avanzo a fatica strisciando sulla pancia, inalando polvere. Non riesco quasi a sollevare la testa, tanto è basso il cunicolo. La larghezza del budello di terra si riduce sempre più, vi rimango incastrato con le spalle. Non riesco più ad avanzare e neppure a retrocedere. Sono bloccato, e sento che manca l'aria. Questo è troppo. Decido di staccare.
Mi sveglio di soprassalto in piena notte. Ho sentito dei rumori. Non ho il coraggio di aprire gli occhi. Spero di riuscire a riaddormentarmi, ma ciò non avviene. Ancora quei rumori, qualcuno, o qualcosa, che gratta sulla porta della stanza. Mi faccio coraggio e mi alzo. Mi avvicino alla porta e la spalanco di colpo. L'uomo è alto quasi due metri. Indossa un lungo impermeabile nero, un cappello che gli nasconde il viso. Impugna una pistola luccicante. È inutile, so già come andrà a finire. Decido di darci un taglio ma esito troppo. L'uomo spara. Il proiettile incandescente penetra nel mio addome. Lo percepisco farsi strada tra le mie viscere, sento prima una stilettata fredda seguita da un gran bruciore.
Annaspo, mi lamento, mi agito. Scalcio le lenzuola.
Una mano mi tocca la spalla.
"Ehi! Svegliati! Stai soltanto sognando. Hai avuto un incubo?"
Una voce strana, che non riconosco, ma alla quale sono grato.
Spalanco gli occhi. L'essere è nudo e completamente ricoperto di lunghi peli scuri. Il suo muso è simile a quello di un cinghiale, le sue grosse dita sono provviste di lunghi e acuminati artigli.
"Sto ancora sognando?" La mia voce è un sussurro disperato, poco più di un gemito.
"No" risponde, quasi sorpresa, quella voce cavernosa.


domenica 15 gennaio 2017

LEGGE ELETTORALE


Entro fine mese la Corte Costituzionale si pronuncerà sull'eccezione sollevata riguardo la nuova legge elettorale. L'Italicum rischia di diventare la prima legge elettorale a morire prima ancora di essere stata utilizzata. In tale eventualità, e nel caso in cui i rilievi della Consulta determinassero una non immediata applicabilità della sentenza, il Parlamento dovrà intervenire, se non altro per rendere omogenea la legge elettorale tra Camera e Senato, così come desiderato con forza dal Presidente della Repubblica.
É auspicabile che tale intervento legislativo sia fatto con celerità, in modo da rendere possibile il voto nel momento che sarà ritenuto opportuno dal Capo dello Stato, sia esso subito oppure a normale scadenza di legislatura.
Occorre, a questo punto, procedere ad alcune considerazioni sul tema.
In primo luogo è necessario sottolineare che, in linea di massima, non è mai opportuno che una nuova legge elettorale (o modifiche di rilievo alla stessa) siano fatte a fine legislatura, nell'imminenza del voto, bensì all'inizio. In ogni caso , ormai, non è più possibile sfuggire a tale situazione.
In secondo luogo è giusto ricordare che una legge elettorale perfetta non esiste.
Nel formulare una legge elettorale occorre scegliere se debba prevalere l'aspetto della governabilità oppure quello della rappresentatività. Nel primo caso il sistema più efficace è quello maggioritario, nel secondo quello che meglio risponde allo scopo è quello proporzionale.
Nei sistemi maggioritari (a turno unico o a doppio turno con ballottaggio) la lista che vince "prende tutto" e si assicura la maggioranza. In quelli proporzionali ogni lista ottiene un numero di seggi corrispondenti ai voti avuti. Esistono poi i sistemi elettorali chiamati "misti", come può esserlo per esempio un sistema proporzionale corretto in senso maggioritario con soglie di sbarramento, dove occorre  ottenere una percentuale minima di voti per partecipare alla distribuzione dei seggi. I sistemi misti non sempre si rivelano felici, spesso si scoprono un po' pasticciati.
Tentiamo adesso di applicare questi semplificati ragionamenti all'attuale sistema dei partiti italiani, che è a grandi linee essenzialmente tripolare (centro-destra, centro-sinistra e anomalia Movimento 5S).
Nel caso dell'adozione di una legge elettorale proporzionale (seppure corretta con sbarramento) la governabilità potrebbe essere assicurata soltanto nel caso in cui due dei blocchi siano alleati. Tale accordo, naturalmente, può essere fatto anche dopo il voto. Il movimento 5S ha da sempre affermato che non farà alleanze, quindi i suoi elettori devono essere consapevoli del fatto che il loro voto non sarà mai per il governo, ma solo per l'opposizione. Gli elettori del centro-sinistra, invece, devono essere coscienti del fatto che il loro voto porterà al governo in automatico anche il centro-destra. La stessa cosa, di conseguenza, per questi ultimi. L'eventuale governo sarebbe così sostenuto da una coalizione spuria, con tutte le conseguenze del caso.
Se invece si sceglie una legge elettorale maggioritaria (pura come lo è l'Italicum ovvero corretta con una parte proporzionale come il Mattarellum) la governabilità sarebbe assicurata. Vincerebbe e governerebbe una sola lista, e in questo caso centro-destra (unito), centro- sinistra e Movimento 5S avrebbero quasi le stesse possibilità di affermazione. In tale eventualità, tuttavia, i due terzi del corpo elettorale si troverebbe a non essere rappresentato.
Occorre scegliere, dunque, nella piena consapevolezza degli effetti dell'opzione. E della sua gravità.


sabato 24 dicembre 2016

DIMISSIONI


L'Italia è tristemente nota per essere il paese in cui nessuno si dimette. Non dimettersi significa non assumersi la responsabilità del proprio operato. Non dimettersi evidenzia non ammettere mai i propri errori o torti. Non dimettersi, di fronte a fatti manifesti, vuol dire palesare la propria sfrontatezza, l'incredibile impudenza.
Non si dimette il ministro Poletti, che ha rivolto ai giovani costretti a lasciare, per motivi economici, il loro paese, frasi sprezzanti e offensive. Ciò ha causato grave imbarazzo alla sua parte politica di riferimento, ha scatenato la reazione indignata e forte dei giovani che si riconoscono in quello stesso partito. Sono arrivate le scuse, certo, come sempre capita in questi casi. Scuse chissà se davvero sincere, la cui eventuale schiettezza potrebbe essere accolta soltanto nel caso di contemporaneo disimpegno dall'incarico ricoperto.
Non si dimette la neo-ministra dell'Istruzione Fedeli, colpevole non di non avere conseguito la laurea, che non sempre è attestazione di preparazione, capacità e merito, bensì di avere mentito, indicando sul proprio curriculum tale titolo di studio. Non ci si può fidare di una donna delle istituzioni che altera la verità, che soffre di complessi di frustrazione.
Non si dimette l'ex governatore della Regione Lombardia Formigoni, condannato in primo grado per fatti corruttivi. L'attuale senatore, che ricopre tra l'altro un importante incarico parlamentare, e che si è sempre proclamato fervente cattolico, non teme affatto di affondare in una melma di menzogne e ipocrisia. La sua spavalda sfrontatezza non ne è stata per nulla intaccata.
Non si dimette la sindaca di Roma Raggi, esserino impreparato, inadeguato e incapace mandato allo sbaraglio da un movimento politico a sua volta manchevole, confuso e oscuro. La povera donna, che sembra non rendersi conto della propria penosa situazione, continua comunque a fare sfoggio della sua antipatica tracotanza, e ciò le impedisce di compiere il solo gesto che potrebbe ancora salvaguardare quel poco che rimane della sua dignità di persona: andarsene.
In verità, negli ultimi tempi, c'è stato un personaggio politico che è andato controcorrente. E naturalmente è stato massacrato, come sempre capita a chi ha il coraggio di distinguersi. Si tratta dell'ex Presidente del Consiglio Renzi. Al di là di simpatie o meno, e di probabili e facili accuse di partigianeria, rimane un fatto nudo e crudo: la sua poltrona è vuota. Anzi, è già occupata da altra persona. Renzi non ha rubato, non ha corrotto, non ha mentito, e proprio per questo avrebbe potuto rimanere incollato a quella sedia che con grande fatica, impegno e buona dose di discutibile spregiudicatezza, era riuscito a conquistare. Invece non lo ha fatto, se n'è andato semplicemente perché ha perso. Forse ci ritornerà, su quella poltrona, tuttavia dovrà rinnovare i suoi sforzi, sgobbare di nuovo. Renzi, in ogni caso, rappresenta un cattivo esempio per tutti quelli che invece non si dimettono mai.

domenica 18 dicembre 2016

PREFERENZA


Non illudetevi: non avrete mai la possibilità di esprimere il vostro voto di preferenza a favore di quel vostro vicino di casa onesto e rispettabile che fa il falegname, non potrete mai votare per quel bonaccione di vostro zio Nicola, oppure per il vostro simpatico cane Tommy. No, questo non si verificherà mai. Mai vi si presenterà l'occasione di votare in tale maniera, illusoria e soltanto in apparenza libera. Si discute molto sull'opportunità di reintrodurre il voto di preferenza sulla scheda elettorale. Si tratta di un dibattito molto acceso che, in realtà, non conduce a nulla se non a rafforzare e alimentare uno dei tanti falsi miti della democrazia: la preferenza. La scelta dei candidati è fatta dai partiti, organizzazioni indispensabili di intermediazione tra rappresentati e loro rappresentanti. Dei partiti, in un sistema politico davvero democratico, non se ne può fare a meno. Condizione essenziale, naturalmente, è che i partiti siano plurali. È indispensabile quindi che gli elettori si affidino ai partiti riguardo alla selezione della classe politica che li dovrà rappresentare. Quando l'elettore esprimerà il proprio voto alla lista prescelta, in quel voto dovrà essere implicito il giudizio sulla bontà o meno del processo di selezione attuato. Tra avere la possibilità di non esprimere alcuna preferenza (è il caso delle liste bloccate) oppure quella di poterne esprimere una (le preferenze multiple sono state bocciate anni fa da un referendum abrogativo, per ovvi motivi legati al loro favorire corruzione, clientele e voto di scambio) la differenza è minima, in ogni caso di scarso rilievo. Ciò che conta veramente è la qualità del processo di selezione della classe politica che, come detto, non può che essere operato dai partiti e sottoposto alla verifica degli elettori attraverso il voto. E, di conseguenza, occorre evitare derive minoritarie, fantasiose e anche pericolose comunque incompatibili con un sistema politico democratico, quali la scelta di candidati per mezzo della rete, opzione tanto cara a un certo movimento politico.
Non illudetevi: con il voto non potrete mai scegliere il vostro vicino di casa, quell'amabile persona che continuerà a fare il falegname, mestiere in cui è tanto bravo. E neppure preferire il buon zio Nicola, che seguiterà a godersi la meritata pensione. Tanto meno toccherà al vostro amato cagnolino Tommy, perché cani in politica non ce ne sono, mentre purtroppo continueranno a esistere tanti politici cani, scelti o meno con il voto di preferenza.

domenica 11 dicembre 2016

IL MONUMENTO


I colpi alla porta, secchi e insistiti, interruppero il suo sonno. Il campanello, cazzo! Perché non usate il campanello? C'è proprio bisogno di fare un tale baccano? Si alzò a sedere sul letto mentre le mazzate sull'uscio continuavano. Si accorse di avere come un cerchio alla testa, reso ancora più tormentoso dal fracasso. Scese dal letto a fatica e indossò una pesante giacca da camera. Faceva freddo e fuori era ancora buio. Accese la luce e guardò l'ora: erano le cinque del mattino. Si passò le mani sugli occhi cisposi, poi si lisciò all'indietro i capelli grigi e ribelli. Scalzo, un po' claudicante, andò nell'ingresso. Risuonò una voce imperiosa.
"Aprite! Polizia federale! Aprite subito altrimenti..."
Aprì di scatto la porta.
"Altrimenti sfondiamo la porta" disse. Si trovò davanti due uomini in completo scuro, uno alto e magro, l'altro basso e tarchiato. I due fecero irruzione in casa, quasi lo travolsero. Poi lo afferrarono e lo guidarono verso una poltrona. Non oppose alcuna resistenza. D'altra parte, che cosa poteva fare un anziano scultore di fronte a quei due indemoniati energumeni?
"Non cambiate mai" disse, mentre i poliziotti lo costringevano a sedere.
"Stia zitto" gli intimò lo spilungone. Poi estrasse dalla giacca un foglio spiegazzato.
"Signor McGregor, abbiamo un mandato di perquisizione" aggiunse, quindi fece un cenno al compare, che si rimboccò le maniche svelando avambracci pelosi e grossi quanto cosce.
Lo scultore alzò un braccio.
"Aspettate" intimò, con voce ferma. I due si bloccarono.
"Le abbiamo detto di stare zitto" disse il perticone. McGregor lo ignorò.
"Voglio soltanto aiutarvi, evitare di farvi perdere tempo".
L'altro sospirò.
"Dica".
"Andate nel mio studio. Sulla scrivania troverete ciò che state cercando".
Il bassotto trottò verso lo studio. Fu subito di ritorno. In mano aveva alcuni fogli, una piccola pila di volantini. Ne porse uno allo stangone.
"È arabo" esclamò dopo averlo scorso.
McGregor sorrise.
"Vuol dire che non ne capisce il senso oppure che è scritto in lingua araba?" domandò.
Per tutta risposta il poliziotto gli afferrò i lembi della vestaglia e lo strattonò.
"Non faccia il furbo, McGregor! Che cosa c'è scritto su questi pezzi di carta?"
Lo scultore di divincolò dalla stretta. Riappoggiò la schiena alla poltrona.
"C'è scritto proprio ciò che pensate voi" disse.
"Ce lo dica lei".
"Si tratta di materiale di propaganda a favore della jihad"disse lo scultore.
"La nostra segnalazione parlava proprio di questo. Lei è un terrorista, McGregor?"
Il vecchio scoppiò a ridere.
"Guardatemi, vi sembro forse un terrorista? Se non mi aiuterete voi credo che non riuscirò mai a sollevarmi da questa poltrona".
"Dovremo comunque perquisire il suo appartamento" disse il lungo.
"Certo, ma con calma. In ogni caso non troverete altro".
"Con quali modalità lo stabiliremo noi. Il fatto è che lei è nei guai, signor McGregor. Come ha avuto questi volantini?"
"Non ricordo. Me li ha dati qualcuno tempo fa. Un amico, credo" rispose lo scultore.
"Un anno fa lei è stato in Medio Oriente. Siria, Irak e altri paesi dell'area. Che cosa ci è andato a fare?"
"Oh, io viaggio molto. Anzi, lo facevo. Attualmente le mie condizioni fisiche non me lo permettono più".
"Lei è in arresto, McGregor" aggiunse il magro.
Lo scultore alzò le spalle. Sembrava indifferente alla sua sorte.
Il tarchiato si avvicinò al vecchio. Gli puntò contro l'enorme indice.
"Lei è un pervertito! Un depravato! Un pedofilo!" Urlò sputando saliva ovunque. Fino a quel momento non aveva ancora parlato.
"Calmati, Tom" lo rimproverò il compagno.
L'altro non desistette.
"È un degenerato!"
Lo scultore scosse il capo.
"Posso conoscere le ragioni di tale livore, signor poliziotto?"
L'altro proseguì a parlare e a sputare, sempre gridando.
"Lei sa bene a ciò che mi riferisco. A quella sua dannata scultura! Il monumento!"
McGregor strizzò gli occhi miopi.
"Il monumento alla gioventù? Ma il monumento non è ancora stato inaugurato! Lo sarà tra tre giorni, e finora nessuno lo ha ancora visto, tranne il sottoscritto e, in via del tutto riservata, il presidente".
"Noi abbiamo visto i bozzetti".
"Che cosa?"
"Noi sappiamo tutto e vediamo tutto" disse il giraffone. "Il nostro compito è quello di proteggere i cittadini, e lo possiamo eseguire soltanto conoscendo tutto".
McGregor si finse offeso.
"Ditemi, allora" disse, rivolgendosi in particolar modo al tracagnotto. "Anche il mio e vostro presidente è un depravato? Lui ha approvato il mio lavoro. Fra tre giorni, all'inaugurazione, lui sarà seduto in prima fila, accanto a me!"
Il lungo si chinò e avvicinò il volto a quello dello scultore. Parlò a bassa voce, scandendo bene le parole.
"Noi siamo al servizio del presidente, non lo giudichiamo. Inoltre le rammento che lei non parteciperà all'inaugurazione. Lei sarà in galera e, me lo lasci dire, mi auguro che ci rimarrà a lungo".
McGregor fu profondamente colpito da quell'affermazione quasi sussurrata. Il suo viso, di colpo, sembrò subire una trasformazione. Divenne di colore grigio, le rughe si accentuarono, i suoi occhi diventarono acquosi.
Quell'uomo aveva ragione. Non avrebbe partecipato all'inaugurazione del monumento. Non sarebbe stato presente quando la grande scultura sarebbe esplosa, quando il potente ordigno collocato al suo interno e collegato a un dispositivo a tempo sarebbe deflagrato investendo tutte le personalità presenti, compreso il presidente, e avrebbe fatto scempio dei loro corpi. No, lui non ci sarebbe stato, sarebbe stato in prigione, da dove i suoi avvocati lo avrebbero prima o poi tirato fuori, ma non abbastanza in fretta. Il suo martirio non sarebbe avvenuto. Era rimandato, o forse non ci sarebbe stato mai più.

domenica 20 novembre 2016

TIRI IN PORTA

E arriva il momento in cui tutti, uno dopo l'altro, se ne vanno. Perché la serata di svago è giunta al termine, perché fa freddo, perché ci sono degli impegni familiari inderogabili, perché la vita è complicata. E tu rischi di rimanere lì da solo, in mezzo a quel campetto di periferia, coperto di sudore, se non fosse per il tuo amico Giorgio, che ha compreso la tua difficoltà e decide di tenerti compagnia ancora un po'.
"Facciamo ancora qualche tiro in porta" propone, e tu acconsenti con gioia. Poi lui si piazza tra i pali.
Tu cominci a tirare, a destra, a sinistra, sotto e oltre la traversa, rasoterra, al volo, e di esterno e di interno e di collo pieno, cercando di sorprendere Giorgio che a volte si butta e altre rimane impassibile a guardare il pallone che gonfia la rete.
E mentre calci con forza e sfoghi così tutta la tua apprensione, tutta la tua rabbia, pensi.
Pensi a quando la prossima estate tornerai in quella fattoria, quella dei genitori di tua moglie, da dove manchi da un paio d'anni, da quando tu e tu e lei vi siete lasciati. Ma adesso ci ritornerai perché, dopo tutti quei dissapori e quelle incomprensioni, quegli sfoghi e quelle parole dure scagliate, sussurrate e gridate, adesso state di nuovo insieme, vi siete riappacificati e vivete di nuovo sotto lo stesso tetto. E allora ti tocca tornare in quel posto che non ti è mai piaciuto molto, dove ti sei sentito sempre un po' un estraneo, una impalpabile presenza, un sopportato. E magari incontrerai il fratello di tua moglie, quello più anziano e molto serio, che ti accoglierà con un ironico sorriso di circostanza, e ti dirà di fare attenzione, ti dirà di non appoggiare la giacca sulla panchina, ti dirà di non farlo perché la panchina è stata appena verniciata, e nei punti in cui la vernice non è stata stesa con la necessaria cura può essere ancora fresca, e ti potrebbe macchiare la giacca. Non vorrai mica macchiare la giacca, caro cognato? E di nuovo quel sorriso da faina, colmo di scherno e di derisione. E poi ti imbatterai in Nicola, l'altro fratello, quello giovane e simpatico che, nonostante tutto, ti accoglierà con un sorriso, circondato dai soliti amici e che ti inviterà a fare una passeggiata con loro. Ma tu rifiuterai, perché non sei pronto, perché non ne hai voglia, perché non vedi l'ora che tutto ciò finisca. E infine tua suocera, la tua anziana suocera, che ti squadrerà con severità dalla soglia di casa, che ti domanderà se stai bene, che non farà alcun cenno a ciò che è accaduto tra te e sua figlia, ma che ti ha già giudicato e condannato. Tu le chiederai di suo marito, perché non l'hai ancora visto e temi quell'incontro, temi l'imbarazzo, paventi il suo sguardo arcigno e intransigente, il suo silenzio.
"Adesso mettiti tu in porta" dice Giorgio, e ti riscuote dalle tue amare riflessioni.
"D'accordo, ma soltanto se tiri piano" rispondi. Ti accomodi tra i pali. E ricominci a pensare.
Pensi a Graziella. Pensi che non l'hai lasciata e che stai ancora con lei. E che tua moglie lo sa, anche se finge di non sapere. Ti ha ripreso con sé nonostante tutto, perché non voleva perdere, perché ti considera sua proprietà, e per questo è disposta a condividerti, l'importante è che tutto ciò avvenga nell'ombra. Ma Graziella soffre, è titubante, è piena di dubbi. Ogni giorno mette in discussione il vostro rapporto, quel rapporto così strano, e ti accusa di essere debole, di non essere in grado di decidere, minaccia di piantarti ma poi non lo fa mai. E tu sai che invece vuoi stare con lei, avevi già scelto di farlo ma poi sei ritornato sulla tua decisione anche se non ne conosci il vero motivo. Forse è perché sei davvero fragile, come afferma tua moglie, oppure perché non vuoi scontentare nessuno e invece scontenti tutti, e alla fine rendi la tua vita, e quella degli altri, un inferno.
E quando ti distrai un attimo e la pallonata scagliata con la consueta violenza da Giorgio, nonostante le raccomandazioni, ti colpisce in piena faccia dai tuoi occhi escono lacrime di dolore, un dolore che non è soltanto fisico, ma che esprime anche tutta la sofferenza dell'anima.

sabato 12 novembre 2016

FREEZER


Si svegliò tutto intirizzito. Guardò l'ora: erano le quattro del mattino. Decise di alzarsi per andare in bagno. Appena appoggiò i piedi a terra si rese conto che il pavimento era gelido. Rabbrividì. Entrare in bagno fu come entrare in un frigorifero. Urinò osservando con stupore il sottile strato di brina che si era formato sulle piastrelle. Azionò lo sciacquone ma non accadde nulla. Sollevò il coperchio del serbatoio: l'acqua era in parte gelata. Scosse il capo, poi andò a controllare la caldaia. Era accesa al minimo, anche se in apparenza non produceva alcun effetto. Alzò la temperatura al massimo.
Il giorno prima, alla radio, avevano detto che ci sarebbe stata una lieve diminuzione della temperatura. Si erano sbagliati, come accadeva spesso. La temperatura era precipitata. Le sue membra erano ormai completamente intorpidite per il freddo, quindi decise di tornare a letto. Prima di farlo aprì l'armadio, prese due pesanti coperte e le stese sul letto, poi si tuffò sotto le coltri, nella speranza di riuscire a riscaldarsi un po' e riprendere sonno. Non ci riuscì. Si assopì soltanto per brevi periodi, il sonno tormentato da sogni nauseanti. Quando finalmente crollò fu ridestato dall'insistente suono della sveglia.
Spalancò gli occhi, si massaggiò a lungo il naso, diventato quasi insensibile, poi si alzò. Indossò due paia di calze, e aggiunse un paio di spessi calzettoni da montagna. Indossò i pantaloni su quelli del pigiama, una camicia felpata, due maglioni e un giaccone. Infine i guanti e un berretto, ma continuava a sentire molto freddo. Andò in cucina, con l'intenzione di preparare una bevanda calda. Aprì la manopola del gas, ma non accadde nulla. Notò che anche la caldaia si era spenta. Allora scaldò un tazzone d'acqua nel forno a microonde e si preparò un caffè solubile. Lo bevve bollente. Il beneficio durò poco. Cercò di aprire la finestra ma non ci riuscì, la serratura era gelata. La riscaldò usando un accendino finché non riuscì a forzarne l'apertura. Scostò a fatica le imposte e guardò fuori. La strada era ricoperta da uno spesso strato di brina. Non c'erano automobili, non c'erano passanti. Richiuse la finestra e la sigillò usando degli strofinacci. Accese la radio: si sentiva soltanto un debole ronzio. Provò con la televisione e sullo schermo apparve la desolante scritta: nessun segnale. Il freddo aumentò ancora e iniziò a tremare. Decise di prepararsi un altro beverone caldo ma dal rubinetto non usciva più acqua. Cercò disperato una bottiglia di acqua minerale ma non la trovò. Si sedette al tavolo della cucina, la testa tra le mani. Poi si riscosse e afferrò il telefono. Digitò il numero dell'ufficio ma la linea era muta. In un accesso di rabbia scagliò a terra il telefono. Poi cercò di calmarsi. Si trattava di aspettare. Tra breve sarebbe sorto il sole, acqua e gas sarebbero state ripristinate. Trascorse quasi mezz'ora ma non accadde nulla. Anzi, il freddo aumentò ancora di più. Batteva i denti, le spalle erano rigide, non sentiva quasi più le gambe. Riacquistò un po' di lucidità. Tornò nella stanza da letto, prese una pesante sciarpa e se la avvolse intorno al viso. Tolse il piumone e lo drappeggiò attorno al corpo. Andò in salotto e si distese sul divano. Proprio in quel momento le luci si spensero. Chiuse gli occhi. Strano, pensò. A causa del freddo non era riuscito a dormire. Adesso che il freddo era notevolmente aumentato, aveva sonno. Quasi senza rendersene conto si assopì. E fu la sua ultima volta.
Le navi arrivarono il giorno dopo. Erano milioni di enormi vascelli, e oscurarono il cielo. Si posarono ovunque sul suolo ghiacciato. Iniziarono rapide le operazioni di stivatura.
Un essere mostruoso - oppure solamente diverso - si fa strada nell'ingresso di un palazzo. Sale le scale, dai gradini rivestiti di uno spesso strato di ghiaccio, e sfonda la porta di un appartamento. Vi si introduce, si guarda attorno. La cucina è vuota, e così la stanza da letto. In salotto una forma allungata, ricoperta di ghiaccio, è adagiata su un divano. L'essere la stacca dal giaciglio, la solleva senza alcuno sforzo e la passa a un compagno che nel frattempo lo ha raggiunto.
Al termine dell'operazione, che dovrà essere molto rapida, ci saranno scorte per non più sei mesi, riflette tra sé l'essere mostruoso o forse semplicemente diverso. Poi si dovrà ricominciare a cercare, pensa. E nel frattempo ci si dovrà nutrire solo di cibo congelato. Quanto sono odiosi, i cibi surgelati!