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giovedì 5 luglio 2012

LA VOLATA



Ricorrere ad analogie tra il mondo della politica e quello dello sport può risultare, il più delle volte, assai stucchevole, soprattutto se lo sport in questione è il calcio.
Per tale motivo mi sottrarrò da questa pratica, sebbene soltanto in parte, utilizzando per la similitudine un altro sport, meno diffuso ma altrettanto affascinante: il ciclismo.
Nel ciclismo, appunto, la volata è lo scatto finale che un corridore compie in vista del traguardo.
Nel nostro caso (e torno a parlare di politica) la linea d’arrivo è rappresentata dalle elezioni politiche che si terranno nella prossima primavera. Le forze politiche, inutile negarlo, hanno già iniziato, in un modo o nell’altro, la loro lunga volata.
Qualsiasi corridore o semplice appassionato di ciclismo è perfettamente consapevole che lo sprint finale è un’azione molto delicata. Per prevalere è indispensabile possedere qualità particolari: resistenza allo sforzo prolungato, ottima capacità di distribuzione delle energie, forza pura, doti acrobatiche non comuni, sagacia tattica, scelta della miglior strategia possibile, coraggio e, infine, un pizzico di sana follia.
Come stanno interpretando i partiti politici, i movimenti che si contenderanno la vittoria elettorale, questo finale di gara estremamente delicato?
In pratica, tutti hanno già sferrato il loro attacco, scegliendo naturalmente piani d’azione differenti.
Qual è la reale situazione al momento attuale?
Il PDL appare lento. L’intera squadra (compresi i numerosi e servili gregari) è in attesa di un colpo di reni, dell’ennesimo guizzo vincente del corridore più rappresentativo, l’unico in grado di trionfare, quel Berlusconi che però appare imbolsito e piuttosto disorientato. La squadra correrà da sola, poiché la compagine alleata in tutte le passate gare sta attraversando un periodo di grande difficoltà, invischiata in turpi vicende legate al finanziamento pubblico dei partiti. Alcuni corridori (dopati dal denaro) sono stati squalificati. Il nuovo capitano appare volenteroso e determinato ma, in un attimo di scoramento, ha fatto intravedere la possibilità di rinunciare alla competizione nazionale per puntare sulle corse locali, in particolare quelle che si disputano nella inesistente regione chiamata Padania.
Il fronte degli avversari tradizionale di PDL e Lega, tuttavia, si mostra un po’ titubante e alquanto diviso.
Il PD, secondo quasi tutti gli osservatori più accreditati, sarebbe potenzialmente in grado di arrivare alla vittoria con le sue sole forze. Sta conducendo la volata, anche se il margine di vantaggio non può essere definito rassicurante. I suoi tifosi non nascondono la loro preoccupazione. Oltretutto, incognita non da poco, le regole della gara non sono certe. Ad esempio, quale sarà la legge elettorale con la quale si andrà alle urne? Buio fitto.
I sostenitori del PD, di conseguenza, sono pressoché tutti concordi nel sostenere la necessità di un’alleanza con qualche altra squadra, per meglio controllare e rintuzzare gli attacchi avversari.
Già, ma con quale altra squadra? Questo è il vero problema, ed è ciò che  provoca sofferenza nel capitano Bersani, ancora alla ricerca della sua prima prestigiosa affermazione.
Forse un accordo con l’UDC di Casini, corridore esperto anche se mai vincente? Il fatto è che Casini mal tollera, nell’ipotetica alleanza, la presenza dell’IDV di Di Pietro, quest’ultimo atleta confusionario e piuttosto indisciplinato tatticamente. E lo stesso Casini si mostra pure dubbioso riguardo la presenza di Vendola e dei suoi, vale a dire la squadra che indossa la maglietta rossa (un po’ sbiadita) di SEL. A sua volta l’ex giovane ciclista prodigio Vendola manifesta fastidio per l’eventuale presenza proprio del troppo moderato (un passista?) Casini, mentre gradirebbe avvalersi dell’apporto di Di Pietro, da impiegare, al bisogno, come guastatore.
Inoltre tutti, ma proprio tutti, si ritrovano a dover fare i conti con un corridore emergente, tale Grillo da Genova che, avvalendosi dei suoi quasi invisibili compagni di squadra, da tempo ha iniziato la volata e si trova ormai in una posizione di immediato rincalzo rispetto ai primi e quindi pronto per l’allungo finale. Il dubbio, legittimo, è se non abbia iniziato troppo presto lo sprint…
Le volate, come ben sanno gli esperti di ciclismo, possono essere molto pericolose. Gli spazi, in particolare negli ultimi metri, sono stretti. Si sgomita e spesso si commettono scorrettezze. Ci si urta, ci si spintona, si usano le spalle per farsi largo. Si può cadere. Cadute che spesso possono essere disastrose, soprattutto quando coinvolgono l’intero gruppo di atleti. In quel caso nessuno vince, e inoltre ci si può fare molto male.
Riprendendo l’analogia tra politica e ciclismo si può affermare che, nella malaugurata ipotesi di una caduta rovinosa, a ferirsi non sarebbero soltanto i corridori, ma tutti i cittadini.  

domenica 1 luglio 2012

MI AIUTI, PER FAVORE?



“Chiudi la porta e siediti!” mi ordina Valentina indicandomi la sedia imbottita posta di fronte alla sua scrivania.
Non mi decido a farlo. Mi guardo intorno, un po’ sospettoso. Sento puzza di bruciato.
“Ti vuoi sedere?” ribadisce la mia collega, spazientita.
“Uh? Sì, certo.” Finalmente obbedisco.
“Ti devo parlare” mi dice, mentre con le mani si aggiusta i capelli. Con movimenti abili e veloci li raccoglie e poi li racchiude con un grosso fermaglio. Distolgo lo sguardo, non amo assistere a gesti che considero troppo intimi.
“Non potevamo sentirci al telefono?” domando stupidamente.
“No!”
Sospiro.
“Allora dimmi.”
Lei mi guarda, e nei suoi occhi scorgo un velo di tristezza.
“Si tratta di Orlando” dice, a bassa voce.
“Ah!”
“Che c’è? Sei sorpreso?” dice lei con tono aggressivo, che mi intimidisce.
“Non capisco…” balbetto.
Valentina si sporge verso di me, e non posso fare a meno di sbirciare nella sua scollatura. Notevole. Lei dissimula, e finge di non essersi accorta della mia occhiata rapace.
“Non ti sei accorto di nulla? Lui non te ne ha parlato? In fondo siete amici da tanto tempo.”
“Anche tu sei sua amica…”
“No.”
“Che dici? D’accordo, vi frequentate da minor tempo, tuttavia…”
“No, lui non è mio amico. Tu lo sei. Lui è qualcosa di più… di diverso cioè…”
Comprendo ciò che sta tentando di dire. In sequenza arrossisco, deglutisco in maniera rumorosa e mi ritrovo con le fauci completamente riarse.  
“Vuoi dirmi che voi due…” riesco a dire, con una voce un po’ troppo acuta. Possibile che sia la mia?
“No! No!”
“Mi spiace, ma proprio non capisco.”
“Orlando mi piace! Hai capito adesso? Mi piace!”
“Ehi! Non c’è bisogno di gridare. Piuttosto, se è così parliamone.”
“Cazzo! C’è poco da dire. Ho una terribile cotta per il tuo amico ma non ho ancora capito se io piaccio a lui. Chiaro? Oppure hai bisogno di ulteriori spiegazioni?”
“Sì, penso proprio che sarebbe necessario…”
“Ma vaffanculo! Non mi importa se tu abbia compreso o no, l’importante è che tu mi aiuti! Guardami! Non vedi in che condizioni sono ridotta?”
Di fronte alla sua esplicita richiesta, mi permetto di esaminarla con attenzione. Ho di fronte la Valentina di sempre, una donna che può essere considerata bella, bella e interessante. Sul suo viso rotondo non noto particolari segni di sofferenza, se non ciò che ho già rilevato appena l’ho vista, gli occhi tristi. Comunque preferisco assecondarla.
“In effetti mi sembri un po’ sciupata” dico, con scarsa convinzione.
Lei si alza in piedi, di scatto.
“Mi vedi brutta?” mi aggredisce.
“Non ho detto questo. Sei bella e affascinante (mentre pronuncio affascinante arrossisco di nuovo) come sempre. Mi sembri soltanto un po’ malinconica…
“Sei un bugiardo schifoso, un vero pezzo di merda. Un verme! Altro che amico!”
“Valentina! Calmati! Non ti ho mai mentito e non lo sto facendo ora. E poi, perché tutte queste parolacce? Non è da te!”
“Sei un bigotto del cazzo! Moralista! Dimenticavo che tu non dici mai parolacce. Anzi, com’è che dici, quando pontifichi? Il turpiloquio impoverisce il linguaggio e lo rende vuoto!”
L’ultima frase Valentina l’ha pronunciata cercando di imitare la mia voce. Mi vergogno.
“Non è vero” cerco di difendermi. “A volte qualche parolaccia scappa anche a me.”
“Allora dinne una!”
“Eh?”
“Forza, spara una parolaccia!”
“Culo” dico, con un filo di voce, senza alcuna convinzione. Mi sento umiliato.
La mia collega gira attorno alla scrivania e mi si avvicina. Mi appoggia una mano sulla spalla. La sua espressione si addolcisce mentre la mia pelle, sotto la maglietta, scotta.
“Scusa” mormora. “Non volevo essere cattiva con te. Tu non c’entri nulla, il fatto è che sto vivendo un brutto momento. Davvero, credimi.”
“Ma io sono qui per aiutarti, ricordi? Che cosa posso fare per te?”
Lei, per fortuna, stacca la mano dal mio corpo. Ma rimane in piedi, accanto a me, persa nei suoi pensieri, nella sua evidente afflizione.
“L’altro giorno gli ho mostrato la coscia” dice all’improvviso.
Trasalgo.
“Che cosa hai fatto?”
“Ho fatto così. Guarda.”
Valentina si avvicina ancora di più, il suo fianco è all’altezza della mia spalla. Poi afferra un lembo della sua gonna, una gonna dal tessuto molto sottile, e lo solleva verso l’alto, sempre di più, fino a scoprire completamente la sua coscia. Osservo per un attimo quella pelle liscia e candida, poi distolgo bruscamente lo sguardo. Sento il fruscio dell’impalpabile tessuto che ricade.
“Lui non ha reagito così” dice, con voce affranta. “Si è alzato e si è allontanato. Poi è uscito dall’ufficio, capisci?”
Ancora sconvolto, cerco di rispondere.
“Bè… forse non se l’aspettava. Sarà rimasto sorpreso…”
“Non gli piaccio…”
“No, non credo. Si tratta di una tipica reazione di Orlando. Lui nasconde sempre le sue emozioni, fa di tutto per non palesarle. È un atteggiamento di difesa, in realtà è una persona fragile.”
“Mi ha respinto” aggiunge lei, sconfortata. Poi torna a sedersi dietro la scrivania.
“Probabilmente Orlando teme che il suo equilibrio possa essere alterato, dimostrando un interesse nei tuoi confronti. Comunque sono sicuro che tu gli piaci.”
“Te l’ha detto?” domanda lei, speranzosa.
“Non proprio, non in maniera manifesta. Però, in fondo, me lo ha fatto capire.”
“In che modo?”
“Parliamo spesso di te, e lui non ha mai nascosto la grande ammirazione che prova nei tuoi confronti.”
“Ammirazione? Che cosa vuoi dire? Spiegati meglio.”
“Be’… non ha usato proprio queste precise parole. Sai, tra uomini…”
“Ha detto che gli piacerebbe scopare con me?”
A quelle parole il mio viso si infuoca. Chino il capo e annuisco.
“Grazie” dice Valentina. Le ho ridato qualcosa in cui sperare. A questo punto, però, c’è anche il rovescio della medaglia e, in qualità di amico, non posso esimermi dal dire una certa cosa. Respiro profondamente e poi procedo. Il voler essere coraggiosi, a volte, impone scelte crudeli.
“Valentina, non devi scordarti che Orlando è sposato. La sua ritrosia potrebbe essere proprio dovuta a…”
“Che cazzo mi importa se è sposato? Anche se uno è sposato è pur sempre una persona dotata di passioni e sentimenti. Non è così? Tu che ne dici?” Di nuovo quel tono aggressivo che alimenta il mio disagio.
“Il mio parere non conta. Io non sono sposato. Sono libero, come te.”
“Tu non sei libero, sei un’autentica palla!” sbotta lei, per calmarsi subito dopo.
“Alzati e vieni qui” mi ordina. Eseguo, come sempre.
“Guarda, se mi metto in questa posizione pensi che potrei attirare l’attenzione del tuo amico Orlando? Oppure è proprio fatto di ghiaccio?”
Valentina ha scostato la poltroncina dalla scrivania. È seduta con le gambe leggermente separate. La gonna è risalita sulle sue cosce. Ed è risalita molto in alto. Le gambe in parte divaricate mi permettono di osservare, senza alcun impedimento, l’interno bianco latte di quelle belle cosce. Mi assale una vampata di calore. Uno sbalzo di pressione? È possibile.
“Valentina, non credo che questo sia il metodo giusto. Tu sei molto bella, fisicamente intendo, ma possiedi anche altre qualità. Mi sembra inutile insistere soltanto su questo aspetto.”
Mentre parlo non riesco a distogliere lo sguardo da quello spettacolo. Penso al contrasto tra il raziocinio della mentre e la stupidità del corpo. E nel frattempo continuo a guardare. Valentina non pare rendersene conto. Dopo un po’, tuttavia, si ricompone.
“Non gli parlerai, quindi?” dice, con voce da bambina. Le sue belle labbra si atteggiano in un broncio infantile.
“Certo che lo farò” dico, fingendo una determinazione che invece non possiedo.
“E poi mi riferirai?”
“Naturalmente” confermo.
“In ogni caso?”
“In ogni caso, e tu devi essere pronta a tutto. Anche a sopportare un definitivo rifiuto.”
“Lo sarò” dice con un sorriso. Ha deciso di illudersi, oppure davvero confida in me, e ciò mi inquieta. Eppure ho fatto di tutto per non creare in lei false aspettative.
“Posso domandarti ancora una cosa?” chiede Valentina.
“Tutto ciò che desideri” dico.
“A te non sono mai piaciuta?”
“Eh?” Il mio corpo, in allarme, inizia subito a rilasciare liquidi in maniera copiosa.
“Prima ho notato che osservavi le mie tette. Era soltanto uno sguardo da amico?”
“Sì” pronuncio con voce rotta.
“Fisicamente non ti attraggo?”
“Come dici? Fisicamente? Mi piaci come persona, nel suo insieme, e poi tra di noi c’è un rapporto di amicizia che va al di là…” Mi blocco, non riesco a proseguire. La mia mente è confusa.
“Quindi non ti piaccio… sessualmente intendo…”
“N-no…” Sono un perfetto cretino. Mi odio.
“Peccato, perché tu sei una persona molto interessante. Ehi! Perché stai piangendo?”

sabato 30 giugno 2012

NAZIONALI



Nel caso in cui occorra costruire una squadra nazionale valida e competitiva occorre, innanzitutto, disporre di un selezionatore all’altezza di tale impegnativo compito. Un direttore tecnico che, in nessun modo, possa subire condizionamenti riguardo alle scelte da operare.
Così ha agito, sul fronte della politica, il presidente Giorgio Napolitano, allenatore saggio, capace e dotato di grande esperienza. Dopo la crisi di governo dello scorso novembre, quando la palla è passata a lui, non ha avuto esitazioni e ha fatto la scelta migliore. L’unico dubbio poteva riguardare quale Mario preferire, tra i due disponibili. Il primo, tuttavia - e mi riferisco a Draghi - aveva appena ricevuto un’offerta di ingaggio prestigiosa e perciò irrinunciabile. Da alcuni mesi ormai gioca in Germania, in una squadra di Francoforte, la famosa BCE, e sta ottenendo ottimi risultati. A quel punto - dovendo inseguire l’eccellenza - la convocazione di Mario Monti è stata inevitabile.
Nel campionato nazionale Mario Monti ha avuto qualche problema, difficoltà in gran parte derivanti dall’assurda maggioranza che lo sostiene. Le sue riforme sono arrivate con insolita puntualità, anche se alcune di esse - forse per l’eccesiva premura -  sono apparse un po’ imprecise e carenti in equità. Pure alcuni suoi compagni di squadra si sono dimostrati un po’ incerti, probabilmente per la mancanza di esperienza in competizioni di così grande importanza. Monti si è invece distinto a livello internazionale, dove ha potuto far valere tutto il suo talento, il suo prestigio e l’indiscussa autorevolezza. Nel torneo continentale ha riportato rilevanti vittorie, quasi tutte contro la Germania, il nostro avversario più agguerrito. L’ultima risale a pochi giorni fa quando, con estrema freddezza e grande perseveranza, doti che tutti gli riconoscono, è riuscito a ottenere per il nostro Paese l’agognato scudi anti-spread, vale a dire proprio l’obiettivo che si era prefissato. Per fare ciò ha dovuto ricorrere a tutte le sue qualità, non ultime la competenza e la capacità di persuasione, unite ai fondamentali tecnici che di sicuro non gli difettano. Finalmente siamo tutti di nuovo orgogliosi della nostra nazionale politica, e non siamo più costretti ad assistere alle penose esibizioni di giocatori come quel tale Berlusconi che, al più, potrebbe gareggiare in qualche campionato di dilettanti.
Anche in campo calcistico disponiamo di un ottimo commissario tecnico. Cesare Prandelli, nel guidare la nazionale di calcio impegnata nei Campionati Europei, ha dimostrato tutto il suo valore. Oltre all’indiscutibile bravura, ha messo in mostra doti di grande equilibrio, buonsenso (che spesso manca agli italiani), simpatia e, soprattutto, spessore umano. Il responsabile azzurro ha saputo affidarsi alle persone giuste, a calciatori di grande bravura ed esperienza come il ruvido Buffon, ottimo motivatore per i compagni, all’indomito De Rossi, all’incredibile Pirlo (il miglior centrocampista al mondo, insieme allo spagnolo Xavi Hernandez, e i due si ritroveranno di fronte proprio nella sfida finale del torneo) amalgamandoli con altri giocatori più giovani e meno talentuosi ma ugualmente determinati. Inoltre ha azzeccato tutte le altre scelte, sia quella di puntare sull’estro ribelle di Mario (un altro!) Balotelli, sia quelle tattiche e strategiche. La vittima di maggior prestigio - quasi inutile ricordarlo - anche in questo caso è stata la Germania.
Questi ultimi giorni ricchi di riscontri positivi - sia pure in ambiti completamente diversi per rilevanza - hanno dimostrato che l’Italia può ripartire, a condizione che lo facciano gli italiani, e in particolare i migliori tra essi. In tutti campi, naturalmente.    

giovedì 28 giugno 2012

LAMA DI LUCE



Salgo sull’ascensore e lui è dietro di me e tace. Tre piani, sempre senza dire nulla. Poi, con le mani tremanti, cerco le chiavi e apro. Odore di chiuso. Perché stamattina, prima di uscire, non ho aperto le finestre? Lo faccio adesso, iniziando dal soggiorno. Subito entra aria, ma è rovente, da alcuni giorni fa molto caldo, un caldo umido e soffocante che mozza il respiro. Mi guardo attorno, smarrita, e quasi non mi sembra di essere a casa mia. È come se la mia vista fosse annebbiata. Non riesco a mettere bene a fuoco i mobili, gli oggetti, tutto.
Siediti, dico, io arrivo subito, e gli indico il divano. Lui si siede, rigido e impacciato.
Vado in bagno, mi lavo le mani, mi rinfresco il viso. Evito lo specchio, di proposito. Non posso rimanere qui dentro a lungo, devo uscire, lui aspetta e aspetta me.
Bevi qualcosa, domando, con scarsa convinzione. E infatti lui mi fa cenno di no, non voglio niente, sto bene così. Perché l’ho chiesto? So bene di non avere niente in casa, non ho mai niente perché non viene mai nessuno e io bevo soltanto acqua, quella del rubinetto che neppure mi piace. Che cosa avrei detto se lui avesse risposto di sì? Devo calmarmi, devo assolutamente cercare di rilassarmi. In fondo non sta accadendo nulla. Per ora.
Ci siamo conosciuti da poco e questa è soltanto la seconda volta che ci vediamo. Vuoi un caffè, mi ha chiesto l’altro giorno, arrossendo e balbettando, però ha avuto coraggio perché non mi conosceva, ha abbordato una sconosciuta che forse aveva già incontrato altre volte alla fermata del tram e quella sconosciuta sono io, e forse mi stava tenendo d’occhio da un po’, forse ogni tanto pensava a me, comunque è stato coraggioso ma anche molto gentile e siccome mi ha fatto tenerezza non so perché ma ho accettato. Di solito non lo faccio mai, non quando vengo abbordata in quel modo però era tanto tempo che nessuno lo faceva più. Ho accettato perché sono fragile.
Siamo andati al bar, proprio lì, a due passi dalla fermata. Abbiamo bevuto il caffè ed eravamo noi due soli, gli unici clienti in quel momento nel locale e il proprietario, un uomo grosso con la barba non rasata e una macchia di non so cosa sul ridicolo grembiule rosso ci guardava, e io ho avuto l’impressione che lui sapesse che ci eravamo appena incontrati e che a causa del nostro impaccio avessimo scelto il suo bar a caso. Cioè, non il frutto di una scelta meditata, ma all’opposto del tutto fortuita, e sembrava quasi che fosse colpa nostra per questa situazione e mi sono sentita molto in imbarazzo e quasi non stavo a sentire ciò che mi diceva lui, il mio occasionale accompagnatore che pure si sforzava di essere gentile e mi raccontava del suo lavoro ma io non riuscivo a seguirlo, le sue parole scivolavano e non riuscivo ad afferrarle, non riuscivo a trattenerle e a coglierne il senso.
Andiamo via, avevo detto a un certo punto, e forse erano trascorsi non più di dieci minuti ma ormai avevamo bevuto i nostri caffè e potevamo uscire senza che quel tipo si offendesse, il proprietario dico, perché avevo pure paura che se la prendesse con noi, gli unici suoi clienti di quel momento, ma clienti particolari, che erano entrati per caso, senza convinzione, senza avere scelto, senza avere manifestato una preferenza e lui se n’era accorto e a me era parso ostile nei nostri confronti.
Allora lui ha pagato e siamo usciti e io mi sono diretta, impettita, alla fermata del tram, con la mia andatura caracollante perché indossavo scarpe dal tacco alto anche se non so camminare con simili scarpe e la mia andatura diventa goffa e proprio non mi piaccio. Ma lui non ci ha fatto caso, almeno così mi è parso, così ho voluto credere che fosse, e quando ha compreso le mie intenzioni, cioè che me ne stavo andando si è di nuovo fatto coraggio, gli è dovuto costare molto immagino, e mi ha chiesto il numero di telefono. Senza pensare l’ho pronunciato, due volte di seguito molto in fretta, e lui ha sorriso e ha detto aspetta e ha sfilato dalla tasca il suo cellulare e ha digitato quelle cifre. Non so perché l’ho fatto, io non do mai il numero di telefono, non mi piace farlo, tantomeno a sconosciuti, a persone che incontro per la prima volta, eppure l’ho fatto. Poi è arrivato il tram e io sono salita, lui ha salutato ma io non ho risposto, almeno non ricordo d’averlo fatto ma quando sono stata sul mezzo ho guardato attraverso il finestrino sporco e l’ho visto e lui mi ha fatto un cenno e a quel punto finalmente ho risposto, ma credo con un attimo di ritardo e chissà se lui ha colto quel tardivo saluto, prodotto dal pentimento. Sì, perché mi sono subito pentita per il mio comportamento, un modo di fare che non mi appartiene ma mi sono consolata pensando che era semplicemente la conseguenza del mio enorme disagio. Tuttavia sono stata colta da un senso di depressione e di scoramento e mi sono resa conto, una volta di più, della mia inadeguatezza, della mia incapacità di affrontare situazioni che per la maggior parte delle persone sono invece del tutto normali.
Quella tremenda sensazione di frustrazione mi ha accompagnata per alcuni giorni, fino ad oggi, quando ho ricevuto la sua chiamata, che ormai non aspettavo più.
Non ho riconosciuto subito la sua voce, e mi è spiaciuto, perché lui è stato costretto a presentarsi e mi è parso in difficoltà.
Quando usciamo dal lavoro verresti con me a prendere un gelato, è riuscito infine a domandarmi, e io per un lungo momento sono rimasta zitta, tanto che lui ha pensato che avessi chiuso il telefono e si è allarmato. L’ho capito dal tremito della sua voce quando, esitante, ha rinnovato la sua richiesta. A quel punto non potevo dire di no e allora ho accettato, anche se quella situazione mi ha colmata d’ansia, tuttavia quell’invito mi ha fatto piacere e mi sono accorta con sorpresa che in fondo era ciò che desideravo, lo aspettavo da giorni ma non sarei mai stata in grado di fare il primo passo, oltretutto non lo potevo fare perché il numero di telefono, a lui, non lo avevo chiesto.
Abbiamo camminato senza parlare lungo la via pedonale gremita di gente, gente che rideva e scherzava, che entrava e usciva dai negozi eleganti, gente solitaria e gente imbronciata, giovani e vecchi, imbonitori e accattoni, gente malinconica e gente indifferente.
Mentre eravamo in fila alla gelateria, lui davanti e io dietro, l’ho osservato a lungo, ho notato i capelli diradati e un poco unti sulla sommità del suo capo, la sua giacca dal tessuto troppo pesante per una giornata estiva, un po’ logora e spiegazzata. Ho provato per lui una inaspettata dolcezza e ho pensato che forse l’aveva indossata per me, quella giacca inappropriata, per apparire più elegante, e probabilmente era pure l’unica che possedeva, non ne aveva un’altra più leggera e, stoico, soffriva il caldo, pativa per me.
Buono, ha detto leccando il gelato e io ho soltanto annuito e non ho detto niente. Ero concentrata su quell’operazione che, in alcune circostanze, diventa molto difficile da eseguire, mangiare il gelato intendo. Prestavo molta attenzione perché non volevo sporcarmi, sarebbe stato piuttosto imbarazzante farlo, e poi provavo vergogna nell’esporre troppo la lingua nel gesto di lambire il cono e mi limitavo a sfiorare il gelato con piccoli ed estenuanti tocchi.
Alla fine ho preso dalla borsetta dei fazzoletti di carta, ne ho dato uno anche a lui che mi ha ringraziato, e ci siamo pulito le mani e poi abbiamo proseguito la camminata, così, senza una meta precisa, commentando le vetrine ma era chiaro che ognuno di noi due era perso nei propri pensieri, che entrambi faticavamo a rimettere ordine nelle nostre menti ingarbugliate.
E poi faceva caldo, sempre più caldo, questa almeno era la mia impressione, ed io sbirciavo con preoccupazione, quasi con angoscia, le chiazze di sudore che si stavano allargando sempre più sulla mia camicetta in corrispondenza delle ascelle. Nella fretta di uscire dall’ufficio mi ero scordata di rimettere il deodorante ed ora temevo, anzi ne ero sicura, che dal mio corpo bagnato di sudore esalasse un cattivo odore e che lui lo percepisse.
Ti posso accompagnare a casa, aveva proposto lui con un filo di voce perché paventava un rifiuto, perché credeva di avere osato troppo o chissà cosa, e inoltre non sapeva dove abitassi, non ne avevamo parlato, avevamo parlato poco in verità, e invece io ho risposto di sì, perché no, in fondo non c’è nulla di male. Gli ho spiegato, forse in maniera troppo dettagliata perché ero sempre più nervosa, dov’era la mia casa e lui ha annuito e poi ha detto che era vicina, ma questo lo sapevo anch’io. E così abbiamo proseguito il nostro cammino, adesso non più senza una precisa destinazione, e in pochi minuti siamo arrivati di fronte al mio palazzo, quell’orrendo palazzo grigio che io odio, e che non so se odio perché sia brutto, e lo è, oppure perché rappresenti il solido simbolo della mia solitudine.
Vuoi salire, ho proposto, anche se non ero del tutto sicura che fossi stata veramente io a dire una cosa simile. Ma l’ho detto e lui ha fatto cenno di sì con il capo, alcune volte, e poi ha deglutito. Siamo entrati e ci siamo diretti verso l’ascensore. Ho appoggiato un dito tremante sul pulsante e l’ho chiamato.
E adesso siamo qui, nel soggiorno del mio appartamento, seduti sul divano, ognuno accomodato a una estremità, entrambi rigidi e impalati, separati da uno spazio vuoto che è una terra di nessuno. E rimaniamo così finché lui non inizia a parlare. Inizia a raccontare di sé, della sua vita che ormai è lunga, come la mia, esistenze segnate da dolore, sofferenza e rimpianti.  Vissuti allietati da rari momenti felici, ormai scordati, ormai rimossi. La gioia non lascia impronte, l’afflizione elargisce invece profonde cicatrici.
Lo ascolto con attenzione, mi piace il suo modo di parlare, la minuziosa scelta dei termini, il vezzo di non ripetere mai, a distanza di poco tempo, lo stesso vocabolo ma di ricorrere a svariati sinonimi. Un vezzo, o forse una mania. Una delle tante, magari, perché di lui so ben poco.
Dovrei dire qualcosa anch’io, parlare di me, ma non saprei da dove iniziare, che cosa riferire, non c’è nulla di veramente importante, e poi mi sento confusa e sconnessa, non in grado di articolare un discorso sensato. Lui si accorge del mio turbamento e smette di parlare. Mi osserva con attenzione, mi scruta a lungo e, proprio quando sta per domandarmi qualcosa, mi decido a intervenire.
Andiamo di là, dico, e nello stesso istante mi alzo e mi dirigo verso la stanza da letto. Sono voltata, perché il mio viso è infuocato, e non posso vedere la sua reazione. Ma nello stesso tempo lui non può vedere me, e non può cogliere il mio stato di agitazione. Lui, docile, mi segue, senza dire nulla, percepisco i suoi passi dietro di me.
Entro in camera e mi siedo sul letto, che per fortuna questa mattina ho rifatto, non sempre lo faccio, mentre lui rimane in piedi e si guarda intorno.
Togliti la giacca, dico, e mi accorgo che la mia voce ha un timbro strano, basso e roco.
Lui la sfila e, sorprendendomi, la lascia cadere a terra. Poi, quasi si vergognasse per quel suo gesto audace, prosegue con lo sguardo la sua ispezione. Posa gli occhi, che sono marroni, sui miei libri, sui miei cd, sui miei tanti oggetti disposti su tutte le superfici disponibili, su alcuni vestiti ammucchiati in modo disordinato su una sedia.
È molto luminosa questa stanza, dice, tornando a guardare me. A quelle parole, scatto e mi precipito verso la finestra, impugno a due mani la cinghia della tapparella e la abbasso. Lui trasale, per il rumore.
Fa molto caldo, dico. È meglio tenerla abbassata, mormoro, prima di tornare sul letto. Poi, senza incrociare i suoi occhi, gli indico di accomodarsi accanto a me, con un semplice ed eloquente gesto. Lui imbroncia le labbra, perplesso, quindi si toglie le scarpe, così, senza slegarle. Quindi fissa per un attimo i calzini, umidi e stropicciati, ma non li sfila. Sorrido tra me, per la prima volta, di fronte al suo evidente e tenero disagio.
Si siede accanto a me, e io chiudo gli occhi, e aspetto che mi baci. Invece, con delicatezza, scosta un lembo della mia camicetta e appoggia la sua mano, calda e sudata, sulla mia pelle nuda e sensibile. Poi le sue dita un po’ maldestre affrontano i minuscoli bottoni. Mi abbandono, ma subito mi rendo conto del mio errore, del mio tragico errore. Guardo sgomenta la finestra, e la tapparella, che nella fretta non ho abbassato completamente. Una lama di luce filtra attraverso una minuscola fessura. Mi investe, pronta a illuminare il mio corpo che tra poco sarà esposto, completamente esposto a quell’impietoso chiarore, e ne rivelerà il malato candore, i difetti e le imperfezioni, tutti i segni della vita. Scuoto il capo con violenza e dico no, no, no. Lui, attonito, si blocca, poi si alza e raccoglie la giacca da terra. E le scarpe.

domenica 24 giugno 2012

L'ALTRO



Lo vidi per la prima volta di persona quando era già tra noi da più di un anno. Fu durante una celebrazione che si tenne nella mia città, in onore del suo fondatore. Lui, per quanto possibile, ambiva a partecipare a qualsiasi tipo di cerimonia, perché era grande il suo desiderio di osservare, di imparare e di capire. Cercai di avvicinarlo e ci riuscii piuttosto facilmente, perché lui amava il contatto con la gente e non aveva alcun timore. Era certo che nessuno avrebbe mai osato fargli del male. Quando gli giunsi accanto, non fui particolarmente stupito dalle sue singolari sembianze. Ormai lo avevo visto tante volte, nei filmati in televisione e sulle fotografie dei giornali, ripreso e immortalato mentre era a colloquio con uomini importanti e potenti, ma anche quando visitava, sempre curioso, sempre partecipe, i luoghi più miseri, quando incontrava i poveri e i derelitti e li rincuorava, recapitando il suo messaggio di pace.
No, quello che mi colpì fu soprattutto il suo sguardo. Mi immersi nei suoi occhi, due pozze enormi e brillanti, attraverso i quali si percepiva quella qualità che da tutti gli era riconosciuta, che lo caratterizzava e lo rendeva peculiare: l’immensa bontà. Un insieme di dolcezza, di mitezza e di mansuetudine, una soavità e una serenità che lui riusciva a trasmettere a chi lo guardava, rendendolo partecipe, immediatamente, della sua immensa serenità.
Un’esperienza unica, in grado di cambiare la vita di un individuo e di renderla migliore.
Dapprima, nei suoi confronti, c’era stata molta diffidenza. Forse anche un certo timore. In parte per le modalità della sua venuta, difficili da comprendere e da accettare. Quell’apprensione iniziale, tuttavia, era subito svanita. Era stato sufficiente sentirlo parlare, rilevare con attenzione il suo atteggiamento umile e remissivo, del tutto insolito in un individuo così dotato, e tutte le residue preoccupazioni scomparvero.  Sì, perché lui è superiore a tutti noi, ormai lo abbiamo capito, e abbiamo imparato a riconoscere e a rispettare questa sua indubitabile preminenza etica.
In principio il sospetto fu alimentato, senza una precisa ragione, dal fatto che ci avesse portato dei doni. Oggetti che non avevamo mai visto prima e che nessuno di noi sarebbe mai stato in grado di concepire, e conoscenze che avrebbero potuto, in un immediato futuro, alleviare le nostre sofferenze. Adesso per quei regali gli siamo immensamente riconoscenti.
Qualcuno, sebbene inconsapevolmente, ha tentato di strumentalizzare la sua visita. Penso, ad esempio, a quella comunità di ebrei ultra-ordodossi che vive nel deserto del Negev, e di cui si è tanto parlato nei mesi scorsi. Naturalmente mi riferisco agli accoliti del rabbino Isaac Rabinowitz, ormai conosciuti da tutti. Quegli uomini che hanno riconosciuto nel nostro amico il Messia, quel Messia atteso da tempo immemorabile e che finalmente si era manifestato ai figli d’Israele. Naturalmente si tratta, da parte loro, di un enorme abbaglio. Nondimeno, come non comprendere quella gente, che crede di aver visto realizzato un sogno, un desiderio, una speranza, un qualcosa in cui hanno da sempre creduto?
Lui, inoltre, nel periodo di tempo trascorso tra noi, è stato protagonista di tanti episodi, allegri e stravaganti, a volte toccanti, ma tutti in gran parte gioiosi. Ci siamo resi conto sempre più, con amarezza, che non potremo mai essere al suo pari, anche se il suo esempio potrà essere utile, e ci servirà di sicuro per essere migliori. Di sicuro, più buoni e generosi.
Adesso è quasi inutile ricordare tutto ciò, perché lui non c’è più, ormai se n’è andato. Prima di fare ritorno da dove era venuto, però, ci fece due importanti rivelazioni, e lo fece proprio quel giorno in cui ebbi la fortuna di vederlo. La prima, in fondo, non ci stupì più di tanto. Disse che tutti i suoi simili erano uguali a lui, esattamente uguali. Non ci meravigliammo perché ormai eravamo convinti che fosse così, per di più sapevamo che diceva sempre e soltanto la verità, e quindi non avevamo nessun motivo per dubitare di lui.
La seconda affermazione invece ci sconvolse. Nessuno lo aveva chiesto, anche se molti avrebbero voluto farlo, ma lui aveva sentito lo stesso il dovere di dirlo. D’altra parte, non ci aveva mai nascosto nulla. Per questo lo apprezzavamo così tanto.
Disse che il suo Creatore, il suo e quello dei suoi simili, non era il nostro, ma un altro. Come non credergli?
Poi, con la voce incrinata dal dispiacere, aggiunse che eravamo stati sfortunati, molto sfortunati.     

venerdì 22 giugno 2012

VERITA' E PERDONO



Per cosa si vive? Per accumulare beni materiali e denaro, pur consapevoli che ciò genera l’ansia di conservare e di trattenere? Per sfoggiare la nostra vanità, a costo di affrontarne la faccia oscura, la frustrazione?  Oppure, per altri innumerevoli futili scopi?
No, l’ambizione deve essere invece un’altra, e il traguardo non può essere che quello di migliorarsi, quello di aspirare a raggiungere un livello etico superiore. Un traguardo ideale che ci permetta di affermare, una volta giunti sul ciglio, di non avere sprecato tutto, di non aver vissuto inutilmente.
Si può fare, si deve almeno tentare. Per farlo, bisogna iniziare. Partendo da un principio qualsiasi, per poi proseguire.
Io ho cominciato dalla verità.
Non è per niente semplice essere sinceri. Esserlo sempre. La menzogna è nell’aria, in attesa di insinuarsi dentro noi, di impadronirsi dei nostri pensieri e dei nostri comportamenti. Trasformando in falsità tutti gli atti dell’esistenza, costringendoci nostro malgrado a una vita di finzione e di inganno.
La verità, in realtà, non migliora la qualità della nostra vita. La menzogna può sostituirla in maniera egregia, a volte addirittura può rendere l’esistenza più piacevole, ne può smussare le asperità. La verità, tuttavia, migliora la vita degli altri, di chi ci circonda, di chi ci ama, di chi ci frequenta, di chiunque abbia con noi una qualsiasi relazione interpersonale. Dobbiamo vivere nella verità, e lo dobbiamo fare non per noi stessi, ma per il nostro prossimo. Che cosa ci può essere di più altruistico? Di più appagante? In cambio avremo più serenità. O forse no, perché a volte la verità può essere molto dolorosa, può scatenare drammi, può essere crudele.  Sta a noi il renderla più morbida, senza però mai rinnegarla, sta a noi modellarla sulla sensibilità delle altre persone, ma sempre senza ometterne la sostanza.
Ho proseguito con il perdono.
È stato sconvolgente scoprire il potere del perdono. È immenso e indescrivibile.
A differenza della verità, il perdono è attuato e messo in pratica soltanto per noi stessi. Non per altri, non per chi ne trae beneficio. No, solo per noi. Naturalmente, il vero perdono implica assoluta sincerità, estrema convinzione. In presenza di questi elementi il giovamento per chi concede l’indulgenza è massimo. Subentra uno stato di vera e propria beatitudine (per niente mistica), diretta conseguenza di una condizione di amorevole superiorità che si prova sia nei confronti del perdonato che del resto dell’intera umanità. Presunzione? Alterigia? No, perché tale atto non produce sofferenza ma, al contrario, unicamente consolazione, e quindi si tratta di un’azione sempre positiva.
Perché perdonare? A questo punto la risposta è scontata: perché è bellissimo. Tutti lo dovrebbero fare e a quel punto non riuscirebbero più a smettere.
E poi, continuando il mio percorso virtuoso, ho scoperto di possedere una qualità di cui vado orgoglioso, ossia il talento di saper sempre rispettare le differenti sensibilità, di non ferire mai, né con azioni né con parole. In ogni caso, mai con l’intenzione di farlo.  
La vita, inoltre, deve essere vissuta anche in maniera un po’ scanzonata, impiegando la giusta dose di ironia. Nulla è sacro in assoluto, tutto può essere dissacrato, nella giusta misura. Tutto tranne una cosa: la sofferenza umana. Sul dolore non è consentito scherzare. Mai.
    

mercoledì 20 giugno 2012

PRATICHE ESTREME (DISCORSI DA BAR...)



Parlammo di calcio, com’era inevitabile che fosse. Battute beffarde sulle squadre del cuore, le solite, poi le scommesse, tema del giorno, e infine la compravendita dei calciatori. Tutti questi corposi argomenti furono sviscerati e quindi esauriti in meno di un quarto d’ora.
Finalmente ordinammo e bevemmo i caffè, ma seguitammo a rimanere seduti. Non avevamo alcuna fretta. Avevamo tempo, tutto il tempo del mondo. Almeno, tale era la nostra impressione.
Tuttavia due uomini di mezz’età, al bar, se non parlano di pallone di cosa discutono?
Di lavoro? Neanche per sogno! Per quella materia non esiste il minimo interesse. È tabù.
Dei figli? Assolutamente no! A quello ci pensano già le mogli, e non è proprio il caso di emularle. E poi, i figli sono soltanto degli scioperati che chiedono sempre soldi, e questo non si può dire. No, proprio non si può, nemmeno tra amici.
In realtà dalla notte dei tempi c’è un unico argomento, sempre valido, sempre stimolante, di cui si può e si deve discutere, soprattutto quando si è al bar: le donne.
Allora buttai lì una frase, senza grande convinzione, tanto per provocare, sufficiente però a provocare in Armando grande impressione.
“Davvero non ti interessano più le donne?” replicò il mio amico.
“Non ho detto proprio così…”
“L’ho appena sentito!”
Portai alle labbra il bicchiere d’acqua e mi sistemai meglio sulla sedia.
“Ho semplicemente detto che, alla nostra età, l’approccio con le donne dovrebbe cambiare, dovrebbe essere diverso.”
“In che senso?”
Finsi di riflettere un attimo.
“Il nostro immaginario…”
“Cioè?”
“Sto dicendo che non dovrebbe essere legato ai soliti triti stereotipi…”
“Non ti capisco…”
Armando si sporse verso di me e corrugò la fronte. Proprio non capiva. D’altra parte c’era ben poco da capire, dal momento che neppure io avevo le idee ben chiare e stavo improvvisando.
“Ma sì… le immagini forti… come ad esempio i film…”
“I film? Intendi dire i film porno? Anche quelli non ti piacciono più?”
Cercai di assumere un’espressione annoiata, con discreto successo.
“Mi hanno stufato. Tutti uguali, tediosi, mai nulla di nuovo, nulla di eccitante.”
“Dici?”
“Certo!”
In verità la mia virtuosa conversione era assai recente, per la precisione risaliva al giorno prima. Anzi, alla sera prima, ma questo al mio amico non lo dissi.
Rimasto solo in casa, moglie fuori, figlio pure, ero corso a noleggiare un film. Il genere? Provate ad immaginare…
Seduto sul divano, luce spenta, avevo azionato il telecomando del mio vecchio lettore pregustando una serata con i fiocchi. Niente. Sbuffando mi ero alzato e avevo cercato di espellere il cd per poi farlo ripartire. Niente. Ero stato assalito dal panico. Che fare? La prima idea era stata quella di prendere il lettore e di buttarlo nel cassonetto dei rifiuti. Tuttavia, come avrei potuto spiegare a mia moglie un gesto simile? Se per caso si rompe il frigorifero non è che, un minuto dopo avere constatato il guasto, lo si butta nell’immondizia. Fradicio di sudore, assalito da violente palpitazioni, avevo continuato a premere e ripremere il tasto del telecomando fino a indolenzirmi il dito. Poi era accaduto il miracolo: lo sportello si era aperto. Per un attimo avevo pensato di riprovare, ci tenevo a guardare quel film scelto con tanta cura, ma poi mi ero rassegnato. Il rischio sarebbe stato troppo grande. Allora avevo riportato indietro il cd. Poi ero tornato a casa, mi ero ubriacato ed ero andato a dormire. Non ricordo bene ma forse devo avere anche pianto.
“E allora? Che cosa dobbiamo fare?” incalzò Armando, facendomi trasalire.
“Dobbiamo tornare indietro, e ripercorrere una strada che abbiamo già percorso, ma che quasi non ricordiamo più.”
“Non capisco!”
Il mio amico, quando non riusciva a comprendere qualcosa, e gli accadeva spesso, diventava impaziente, quasi aggressivo.
“Ci dobbiamo affidare e dedicare alle cose minime…”
“Cioè?”
“Non so… uno sguardo… una spalla nuda… un vestito scollato…”
“Una caviglia?”
“Caviglia? Nuda? E perché no?”
“Ho capito, finalmente, anche se non so quanto ciò mi piaccia. Io sono abituato a…”
Lo interruppi. Sapevo dove sarebbe andato a parare. Non avevo nessuna intenzione di ascoltare le sue colorite descrizioni delle grazie femminili.
“Non ho finito” dissi.
“Eh?”
“Volevo aggiungere che quella che ho descritto è soltanto una delle alternative possibili. Ce n’è pure un’altra.”
“Sarebbe?”
“Bè…”
“Allora?”
“Le pratiche estreme!”
Le pupille di Armando si strinsero a fessura.
“Vale a dire?”
“Partecipare a un’orgia, per esempio.”
“Un’orgia?”
“Certo!”
“Tu l’hai già fatto?”
“No.”
“Ah!”
“Non l’ho fatto per motivi organizzativi.”
“Vuoi dire che non hai trovato nessuno disposto a partecipare?”
“Più o meno. Non oso rivolgermi a sconosciuti e, in quanto alle persone che conosco…”
“A me lo chiederesti?”
“No.”
“Per quale ragione?”
“Immagina.”
“Ho capito.”
“In ogni caso non credo sia una cosa impossibile da progettare… Sai, con un po’ di impegno…”
“Credi? Ma perché proprio un’orgia?”
“È semplice. Vedi, noi non siamo più tanto giovani, e quindi potrebbe capitare che…”
“Ansia da prestazione?”
“Se vuoi la possiamo definire così, pur sapendo che si tratta di un eufemismo.”
“Già. Ma tu ti aiuti?”
“Che intendi dire?”
“Hai capito benissimo.”
“No, nessun aiuto. Non oso andare dal medico per la prescrizione…”
“Neppure io…”
Per un istante i nostri sguardi si incrociarono. In quello di Armando lessi pena nei miei confronti. La stessa cosa lui vide nei miei occhi.
Tentai di ricompormi.
“Vedi, proprio per questo motivo una pratica come l’orgia è adatta per persone come noi.”
“Non capisco.”
“Di nuovo?”
Armando alzò le spalle, impotente.
“Spiegami il perché” disse.
“In un’orgia non si è da soli, si è in tanti.”
“Fin qui c’ero arrivato…”
“Bene. Nel caso in cui ci sia qualche problema, momentaneo s’intende, è sufficiente limitarsi a guardare, tanto ci sono gli altri che…”
“Ho capito.”
Questa volta era stato il mio amico a interrompermi.
“Mentre quando sei da solo, cioè non proprio da solo ma con una donna, non puoi limitarti a guardare, dal momento che si pretenderebbe da te…”
“Ho capito! Ho capito!”
“Armando, calma!”
“Sono calmo…” sussurrò il mio amico. Mi sembrava piuttosto turbato.
“Bevi qualcosa?” domandai.
Lui annuì e cercò di sorridere. Ma era pallido, tanto pallido in volto.