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venerdì 8 aprile 2011

GAMBE



Da molto tempo, ormai, non alzo più lo sguardo.
Per tanti anni, invece, l’ho fatto. Ho smesso all’improvviso, da un giorno all’altro, e non lo rimpiango. Non li sopportavo più, quegli occhi che mi scrutavano, che cercavano, spietati e indagatori, di penetrarmi. Che provavano, spudorati, a percepire e carpire le mie paure, le mie debolezze, la mia misera essenza, la mia infelice condizione umana. Ricambiavo, con sofferenza, con enorme afflizione, quelle occhiate oscene. Non lo faccio più.
Si dice che gli occhi siano lo specchio dell’anima. Ora so che non è vero, perché l’anima non esiste. Ne sono certo. Esistono invece la falsità e la doppiezza, nei miei simili vive e trionfa la malvagità. Non la voglio più vedere, mi atterrisce.
Ho scoperto che è così semplice camuffare, dissimulare e mascherare attraverso lo sguardo.
Per queste ragioni, oggi, il mio mondo è fatto di gambe. Soltanto di gambe.
Le vedo ovunque: in casa, per la strada, sui bus, in ufficio. Associo loro le voci, dei semplici suoni. Le gambe, a loro modo, sono espressive. Si muovono, oppure rimangono immobili, tutte sono comunque diverse, difformi. La loro eloquenza, tuttavia, è povera e dunque non mi crea problemi, non suscita in me imbarazzi, non mi spaventa. Riesco, in qualche maniera, a interloquire, a comprendere quelle appendici.
I piedi no, non li considero. Prigionieri in quelle calzature dalle fogge strane, stretti nelle tomaie lavorate e colorate, sono testimoni di vita muti e rassegnati con i quali ogni scambio risulta impossibile.
Vivo meglio, circondato da sole gambe. Più sereno, più rilassato, più sicuro di me.
In casa, ho abbassato la posizione di tutti gli specchi. Non tollero neppure il mio sguardo, non lo ricordo più. Osservo soltanto le mie gambe. E sono finalmente felice.

martedì 5 aprile 2011

CARO PRESIDENTE



Caro Presidente,
ti chiedo scusa se non sono tanto buono a scrivere ma proprio non mi tenevo più e allora ho preso la piuma. Che è piccola e sottile, e io ho le mani grosse da contadino e sono più abituato a usare la zappa, tanto che ho paura di romperla. Ma non resistevo proprio.
Ti do del tu perché tu sei vecchio come me, mi pare che siamo perfino della stessa leva, e se tu fossi qui con me all’osteria a mangiare e bere ti parlerei come ti scrivo. Dicono tanto largo ai giovani ma poi alla fine sono i vecchi che tengono su la baracca altrimenti tutto andrebbe a rotoli. Abbiamo combattuto il fascismo e poi, ruscando come matti, abbiamo rimesso su l’Italia e adesso siamo noi che manteniamo i giovani che, poveretti, anche se hanno voglia non gli riesce di trovare lavoro. Non che tutti i vecchi vanno bene. Guarda po’ là, per esempio, quel bastardo ladro delinquente che ci governa, parlando con rispetto. Quello è vecchio ma fa il giovane, e fa pena, con i capelli finti e tutto truccato che somiglia a una troia. Pardòn.
Via Ghedafi! Via Ghedafi! Tutti a dire così, mentre fino a pochi mesi fa i nostri governanti se potevano gli basiavano anche il culo, altro che la mano. E lui che è anche delinquente come il nostro, tira addosso alla sua povera gente mentre noi gli buttiamo giù le bombe a lui e non lo prendiamo neppure. E poi ci lamentiamo se arrivano i migrati! E non sappiamo dove metterli, poveri loro!
E nel Parlamento che braiano e ganassano, si danno titoli e si tirano anche le robe! Che vergogna! Noi li paghiamo e loro fanno le leggi solo per quel disgraziato che invece bisogna metterlo dentro e buttare via la chiave. E l’altro, il siciliano, quello che somiglia a un demòni e che offende e manca di rispetto a tutti, merita di finire appeso.
Non ti credere, caro Presidente, che sia del tutto ignorante. Io le robe le conosco. La televisione non la guardo perché non ce l’ho e non l’ho mai avuta che tanto ti fanno vedere cosa vogliono. Però, mica vivo sugli alberi! Dopo che ho dato uno sguardo all’orto vado all’osteria e lì guardo tutti i giornali e mi tengo informato e discuto e a volte mi tocca anche santiare perché c’è tanta gente che crede di sapere e invece non capisce niente.
Caro Presidente, ti chiedo perdono ma lasciami dire che, vedendo tutta sta rovina, mi girano proprio i coglioni!
Adesso ti auguro tanta salute che ne abbiamo bisogno e tante buone cose.
E mi raccomando, coscritto, tieni duro, Cristo!
Pinìn
  

domenica 3 aprile 2011

L'ISOLA (جزيرة )



Alì Ben Akbhar posizionò con estrema cura la pallina sull’apposito supporto. La osservò, concentrato, per un istante, come se intendesse sfidarla. Poi si sollevò, inspirando in modo profondo. Di colpo, buttò fuori l’aria, strinse con forza la mazza di legno, la portò dietro le spalle, inarcò il corpo e colpì con grande forza. Guardò, compiaciuto, la traiettoria che lui stesso aveva impresso alla piccola sfera e annuì tra sé, piuttosto soddisfatto.
“Bel colpo!” disse Mohamed, il giovane caddy che lo accompagnava. “Che cosa facciamo signore, proseguiamo?”
“Aspetta un momento, ragazzo.”
Alì posò la mazza, appoggiò le mani sui fianchi e si guardò attorno. Era l’inizio dell’estate e sull’isola faceva già caldo. Annusò l’aria, sontuosa e ricca di mille profumi. Premette a fondo il piede sul soffice e perfetto tappeto erboso, del colore dello smeraldo. Poi, proprio mentre si accingeva a riprendere il cammino, lo vide. Era lui, non c’erano dubbi. Lo riconobbe, anche se era ancora lontano, dalla figura tracagnotta e dalla particolare camminata. Stava venendo nella sua direzione, e allora decise di aspettarlo. Gli fece un segno, come a dire: non temere, ti ho visto, fai con calma, non affrettarti.
Era il suo amico italiano, l’ex ministro Marroni. Come tutti gli anni, era venuto a trascorrere le sue vacanze sull’isola. Alì fu travolto dai ricordi. Si erano conosciuti più di vent’anni prima, in circostanze difficili. Allora, l’isola non era come adesso, cioè un vero paradiso. In tutto il nord Africa c’erano state delle rivoluzioni; la gente ne aveva abbastanza di essere governata da dittatori, che badavano soltanto ad arricchirsi sfruttando il proprio popolo e negando i più elementari diritti. Poco alla volta, in tutti quei Paesi erano stati instaurati dei regimi democratici, anche se ciò era avvenuto con grande fatica, perché gli integralisti religiosi negavano e cercavano di impedire quella forma di progresso basato, finalmente, sull’uguaglianza. Alla fine, però, anche loro avevano ceduto, e avevano ammesso che le riforme democratiche non ostacolavano le pratiche religiose. Anzi, le garantivano e le proteggevano. All’inizio, tuttavia, quando la situazione era ancora incerta, molti compatrioti di Alì, soprattutto giovani, avevano preferito abbandonare un Paese che, ai loro occhi, non offriva alcun tipo di prospettiva. Persone prive di scrupoli, in cambio di tutti gli averi di quei giovani e utilizzando imbarcazioni di ogni tipo, autentiche carrette del mare estremamente pericolose per l’incolumità degli imbarcati, li avevano traghettati sull’isola. A quel punto, l’Europa si era chiusa in se stessa, temendo una vera e propria invasione, difficile da fronteggiare. L’unico Paese ad andare veramente in crisi, però, fu l’Italia, la reale frontiera dell’Europa nel Mediterraneo. In quel tempo c’era in Italia un governo noto, famigerato per la sua inefficienza e per l’incapacità dei propri componenti di risolvere anche il più piccolo dei problemi. Un governo da operetta.
Alì era presente, quel giorno, quando il ridicolo Primo Ministro italiano, quello basso e pelato, era arrivato sull’isola e aveva fatto ogni sorta di promessa. Secondo le sue mendaci parole, nel giro di pochi giorni tutto sarebbe stato affrontato e risolto. Ma non era andata affatto così. La situazione era rapidamente precipitata, e sull’isola si era diffuso il caos.
Quando tutti erano ormai in preda alla disperazione, dal momento che gli sbarchi proseguivano e che nessuno, per inspiegabile paura, era trasferito dall’isola verso il continente, il ministro Marroni aveva avuto un’illuminazione. Semplice ma efficace. Invece di trasferire gli immigrati, decise di trasferire gli abitanti dell’isola. In fondo, erano pochi, mentre gli immigrati erano ormai molti di più. Quel piccolo lembo di terra galleggiante fu donato, tra le proteste dell’intero popolo italiano, alla Tunisia, il Paese di Alì. Subito dopo, il povero ministro Marroni cadde in disgrazia. Fu costretto a dimettersi e fu cacciato dal suo partito, quel partito che stava soprattutto al Nord e che, si diceva, fosse razzista.
Però accadde il miracolo. Gli sbarchi, all’improvviso, cessarono. Che senso aveva, ormai, andare da un posto all’altro dello stesso Paese? Qualcuno rimase sull’isola, altri tornarono indietro e contribuirono a costruire una Tunisia moderna, ricca e soprattutto democratica.
Alì sorrise fra sé, mentre già udiva la voce di Marroni che lo salutava, pensando all’unica promessa del tappetto che non era stata vana: la realizzazione del campo da golf. Proprio quello che lui, in quel momento, stava calpestando.
Marroni arrivò sbuffando e abbracciò Alì, felice di rivederlo.
“Alì, guarda che sono in forma, ti sfido sulle diciotto buche!” disse l’ex-ministro, sorridendo.
L’arabo gli diede una gran pacca sulla spalla.


    




venerdì 1 aprile 2011

LA STIRPE DI CAINO



Il bar del paese era pieno, come tutte le sere. Da una parte i giovani, impegnati con il flipper e il biliardino, dall’altra i vecchi, in piedi al banco a concionare e a bestemmiare, o seduti, spesso da soli, a qualche tavolo isolato, a bere il quartino in santa pace. Lo guardavano, il quartino, sembravano studiarlo a lungo, poi, all’improvviso, lo abbrancavano tra quelle mani nodose, ormai dure come la pietra, e lo portavano avidi alla bocca. Parevano tanti morti di sete, e lo buttavano giù quasi tutto in una sola golata e dopo facevano schioccare le labbra, per il momento soddisfatti. Ma la compiacenza non durava a lungo, e allora si guardavano attorno come smarriti, a cercare l’occhiata dell’oste, per ordinarne un altro. Mai stare con il bicchiere vuoto, che portava subito malinconia.
Il giovane Eugenio, dopo aver maltrattato il flipper come si deve, che quello faceva versi di tutti i tipi e si accendeva come l’albero di Natale, alla fine si ruppe i coglioni e, dopo aver scolato di gusto la quarta birra, andò verso il vecchio Tonio, che era seduto solitario e guardava, tutto concentrato, il bicchiere ormai asciutto.
Anche se si fosse drizzato in piedi, Tonio sarebbe mica stato tanto più alto. Il vecchio aveva le zampe corte, ma le sue braccia erano grosse come tronchi. In testa aveva ancora tutti i capelli, corti e grigi, tagliati a spazzola. La pelle del suo viso, scura e spessa, pareva corame. I grossi baffi erano gialli di nicotina.
Tonio era pensionato e viveva da solo, che da qualche anno gli era morta la moglie, e figli non ne aveva. Ma era ancora pieno di vitalità, e di lavorare non aveva smesso. Faceva andare il suo grande orto, dava una mano a uni e agli altri quando c’era da fienare, e faceva delle ore per conto del municipio. Ed era sempre in ordine, pulito e stirato, che sapeva fare di tutto anche in casa. Il vecchio era di poche parole, e quando attaccava a farlo si esprimeva in un miscuglio di tre o quattro dialetti. Lui diceva che veniva dal Veneto, a volte citava Treviso ma altre diceva Pordenone, e nessuno aveva mai capito bene da dove arrivasse veramente. E a nessuno importava, d'altra parte.
“Tonio, come va? Hai già fatto il pieno? Non è ora di ritirarsi? O aspetti l’ultimo cicchetto?” lo burlò Eugenio, che gli piaceva far girare le balle ai vecchi.
L’altro lo guardò di storto e poi gli fece segno di accomodare le chiappe.
“Canaj, perché te venì a stortarmi i coglioni?” disse, a brutto muso.
“Eh! Cerca di star calmo, non ti ho mica fatto niente!”
Tonio si alzò e Eugenio fece lo stesso. Drizzato, il vecchio arrivava poco più su della vita del ragazzo, che lo guardò da l’alto in basso e sorrise, come a schernirlo.
“Vièn, andiamo presso al cagatoio, che qui non si riese gnanca a parlare. E mi son an po’ surd.”
I due si diressero verso la porta del bagno, il posto più tranquillo del locale, che mai nessuno ci andava, nel bagno. Se c’era da fare un bisogno leggero, tutti prendevano e uscivano, giravano dietro all’edificio, dove stavano ben allineati alcuni cespugli, e lì si liberavano. Sempre fuori, mai dentro, estate e inverno. Andare dentro era roba da donne. Poi tornavano che stavano ancora trafficando con i bottoni della patta e il primo pensiero era quello di ordinare subito un altro quartino di rosso.
“Ma ti sai che lavoro faso?” disse Tonio.
“Certo che lo so. Fai il becchino” rispose Eugenio, un po’ stupito da quella domanda.
“Bèn. Quelo lè il più bel lavoro del mundo!”
“Sotterrare i morti?”
“Mi li curo da principio a la fine. Prima li scavo la tampa, bèla prufunda perché i mòrt a l’han da stè comut. Basta fracàss e basta ciacole, gnan già sentì tròp! E poi, anche da mòrt, dopo un po’ gli girano i coglioni anche a loro. Li sutta non si può né mangiare né trincare, e a la fine gli vièn la noia pure a loro. E alura toca sempre a mi tirarli fora. E vedesi come son contenti quandi senton di nuovo l’aria!”
“Ma che dici?”
“Te diso che lo sentono, di esser di novo fora, a l’aria! Son disfatti, e mi colgo le ossa, ciò che lè restato, e son legère come tocchi di tronco bei secchi. E alùra vardo la testa, cui denti tüti in fora, la testa lè sempi intera, e mi somiglia che ridono perché son felici, perché senton par l’ultima volta il calùr del sòl! E poi li piglio e li sparpaglio, quei povri tocchi, e alùra fine, sun mort sul serio.”
“Ma perché mi racconti tutte ‘ste cose? A me mica mi interessa cosa fai tu con i tuoi morti!”
“Citu! E porta rispèt ai veci!”
“Tonio, adesso devo proprio andare…”
“Stà bon lì! E scùtta! Te andà a la dutrina, da bocia?”
“Certo che ci sono andato. Preferivo andare a giocare a pallone, ma mia madre mi mandava al catechismo a calci in culo.”
“Ben fàtt! Santa dona! Te ricordi de Caìn e Abèl?”
“Sì che mi ricordo…”  
Tonio gli fece gesto di stare zitto.
“Eran dùi fradèi, ma  andavan pà d’acordi. L’uno, il Caìn, a lavurava la tèra, ma na volta n’era pà cume adès. La tèra l’era düra, tüta polvere e sàss. Niuno l’aveva mai rivultata prima, e il por Caìn l’aveva sol attrezzi de ligno, che si rumpeva sempri. Mica c’era la forgia, a l’èpuca! Gnenti badili e sape de fèr! E cojiva pòc, poca früta e verdüra misera, tüta fiapa. Abèl, anvece, l’era an pastùr. A fasea an casso tüt al dì, andava drè a le bestie e gnente d’artro. E le bestie si che mangiavu! C’era erba dapertüt, niuno l’aveva mai mangiata prima, tuto era verde, e quela l’era erba buona, bela grassa, propri come piase a le bestie, che diventavano sempre più grose. Sia l’uno che l’artro fradèl facea i sacrifizi al Signùr, perché così li avevano insegnato, ma anche per tenerlo buono, che quello aveva un càrater che ti racùmando! Somigliava esser buono, ma se li prendevano i cinque minuti… L’era süperbi! Abèl copava li agnelli più beli e li offriva al Signùr. Ma non ti credere, quelo mica si faceva il cosciotto rostito, lo lasciava lì finché marciva e alùra tocava coparne n’artro. E via così, che tanto di bestie ce n’erano tante. E Abèl, citu citu, così fasendo, s’ingrasiava il Signùr. El por Caìn, anvece, aveva sol früta e verdüra tuta ciospa, e il Signùr lu cagava pà! Pasa un giorno, pasa n’artro, a Caìn a la fine li girarono i coglioni! Un po’ par l’invidia, e ‘n po’ perché Abèl, anche se l’era so fradèl, li pareva un ruffian! Alura li prese un giramento di bale come mai prima e na volta spetò Abèl nel bosco e gli diè giù con il ligno e lo copò. E poi scapò via…
“Tonio, si può sapere per quale motivo mi racconti tutte ‘ste storie da vecchio? C0s’è, hai la ciucca stramba?”
“Te le conto perché ti non porti rispèt ai veci!”
“Proprio non ti capisco…”
“Te volevo dir che la violensa lè dintra de nui, nui omini, fin dai primi tèmp, dai tèmp di Caìn e Abèl. E a volte, dopo che lè gunfià ben ben dintra, a la vèn fora. E alura son disastri.”
“Ma dàì, smettila di predicare. O non parli o parli troppo, a sproposito. Guarda che ho mica paura di te. Sei vecchio, se ti tocco con una mano finisci subito con i piedi davanti!”
“Rispet, canaj! Ti te grand e gròss, ma tè le man mole! Se mi dai no sgiaff e poi mi me drizzo da tera sàs che capita?”
“Tonio, per favore…”
“Mi te copo.”
“Eh? Che hai detto?”
“Te diso che se non mi stiri al primo colpo, non so se con un calcio o un pugno, o col cortello, ma de sicuro te copo, e non me lo dai un artro colpo. Mi non faso a busche, mi copo.”
Eugenio, all’improvviso, perse tutta la sua baldanza e si fece bianco.
“Tonio, non ho capito…” farfugliò.
“No? Te ripeto par l’ultima volta. Ho dit che te faso la pèl, giuven o nen giuven che tè. O, come che diso da le mie parti, te tiro fora da le spese!”
Tonio, lesto, tirò fuori dalla tasca una roncola e la aprì con un movimento fulmineo.
“Varda ben, che con questo te foro e ti cadi giù come un tronco passato al segòn!”
“Ma sei pazzo? Io non volevo offenderti… Giorgio!”
“Lassa stà Giors! Lo conti dopo a lui e a tüta la cumpagnia, così imparano anche loro. Mi l’ho contato a ti perché mi pari il più svicio de tuti.”
Tonio richiuse la roncola e uscì dal bar. Nessuno aveva notato niente. Eugenio rimase immobile per un buon minuto, poi uscì a sua volta e si diresse di corsa verso i cespugli.

          

domenica 27 marzo 2011

HABEMUS PAPAM



È notte e piazza San Pietro è stracolma di gente. Una vera moltitudine, in spasmodica attesa di una fumata bianca. È così da quasi tre mesi, da quando ha avuto inizio quell’interminabile conclave. I fedeli, convinti di dover aspettare ancora a lungo, con il passare dei giorni si sono organizzati: con coperte, sacchi a pelo e rudimentali tende. Per fortuna il clima è mite, l’estate è arrivata in anticipo. Uomini, donne e bambini pregano alzando gli sguardi al cielo, ma sempre tenendo d’occhio il sacro fumaiolo.
A un tratto un brusio scuote la folla accalcata. Subito si trasforma in un boato, poi in un potente ruggito. È fumata bianca! Finalmente.
All’interno dei Sacri Palazzi, due cardinali sono reduci da quell’interminabile clausura. Sono stanchi, provati, e anche un po’ tediati. Sono stati sottoposti a una prova lunga, faticosa e tormentata.
“È finita! Credimi, non ce la facevo più!” dice il primo.
“Sia ringraziato il Signore! Alla fine, ha illuminato le nostre menti!” risponde l’altro.
“E tu chiami illuminazione tre mesi di continui litigi? E la gazzarra dell’altra sera? Per poco quei due venivano alle mani!”
“Non sempre le vie del Signore sono semplici da percorrere. Spesso sono colme di ostacoli, ma noi li abbiamo oltrepassati e abbiamo superato la prova.”
“Ho tanta nostalgia di Teresa” dice il primo, con lo sguardo sognante.
“Eh?” risponde sorpreso l’altro. Poi ricorda quella storia, di cui tutti mormorano. Si stupisce e si imbarazza. Il lungo periodo trascorso insieme, giorno e notte, evidentemente ha liberato le inibizioni, ha favorito la confidenza. Tuttavia, colto da improvviso pudore, cerca di cambiare discorso.
“Pensa che io non  vedo l’ora di tornare a giocare” dice.
“Anche tu sei un patito della Play?”
“Certo! E ho scoperto che è un passatempo piuttosto diffuso tra noi cardinali!”
“Come te la cavi con Giuda‘s Rebirth?”
L’altro sorride, prima di rispondere.
“Mai superato il terzo livello! Ma adesso…”
“È un po’ blasfemo, vero?”
Altro sorriso.
“Un pochino…”
“Il nuovo Papa di sicuro non approverebbe” dice l’altro, assestandogli una gomitata partecipe.
“Quello? Non si è neppure reso conto di quanto gli è accaduto! Ha avuto una fortuna incredibile. Se non ci fosse stato il muro contro muro tra noi e gli africani, non avrebbe avuto la minima possibilità!”
“Già, è vero. Sarà un pontificato debole, ma non c’era alternativa, Eravamo tutti sfiniti.”
“Il Papa della spossatezza! Dovremo indirizzarlo, guidarlo, consigliarlo…”
“Storie! Dovremo imporci e basta! Deve l’elezione a noi e sarà costretto a sdebitarsi.”
“Il cardinale Martiri ha un carattere difficile…”
“Sì…”
In un’altra ala dell’immenso edificio, il nuovo Papa è alle prese con il sarto.
“Sua Santità, per quale motivo non vuole indossare questi paramenti? Le assicuro, sono elegantissimi. Non si preoccupi se sono un po’ abbondanti, ma lei ha un fisico così snello! Comunque, se mi concede cinque minuti, con l’aiuto dei miei assistenti provvederò a sistemare tutto.”
Il famoso stilista De Donnis appare costernato. Non si aspettava un simile rifiuto. È nervoso, e continua a volteggiare, senza perdere la sua innata grazia, attorno al pontefice, agitando le mani ben curate.
Il Papa è assorto, concentrato. Il suo viso lungo e scavato esprime profonda sofferenza. Apre una borsa ed estrae qualcosa.
“Indosserò questo” dice.
“No!” geme il sarto. La sua voce è stridula.
Dopo un po’, il camerlengo si affaccia al balcone. L’annuncio che tutti stanno aspettando finalmente arriva.
“Annuntio vobis gaudium magnum! Habemus Papam! Eminentissimum ac reverendissimum Dominum, Dominum Josephum Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Martiri qui sibi nomen imposti Paulus VII!”
Grandi applausi, in attesa di vedere il nuovo Papa. Il quale, però, non si affaccia a sua volta. Dopo alcuni istanti lo vedono uscire dal portone, sulla piazza. E quasi non lo riconoscono, perché indossa un semplice saio. Sul petto scarno porta un piccolo crocifisso di legno. Cammina lentamente, e si dirige verso la folla entusiasta. La gente, in delirio, lo circonda, lo abbraccia, si richiude su di lui. Si sente un unico, enorme fragore.
Quando la folla si ritrae, del nuovo Papa non è rimasto nulla, se non un misero saio stracciato adagiato sul selciato millenario.



giovedì 24 marzo 2011

CELLULARI



“Pronto?”
“Ciao, sono io. Dove sei?”
“Ciao, sono qui.”
“Dove?”
“Qui, in mezzo alla piazza.”
“Ah! Bene. Ascolta, ti ho chiamata per…”
“E tu?”
“Come, scusa?”
“Ho detto tu…”
“Eh? Io cosa?”
“Tu, dove sei?”
“Come, dove sono? Sono a casa.”
“A casa? E allora perché mi chiami con il cellulare?”
“Non ti ricordi? L’offerta…”
Ah! Sì, è vero. L’offerta.”
“Si risparmia…”
“Scusa, non me lo ricordavo più.”
“Ascolta…”
“Su, dimmi.”
“Dove sei adesso?”
Silenzio.
“Sono sempre qui. Cioè, no. Mi sono spostata di qualche metro. Sai, sto camminando.”
“Ah! Ho capito.”
Risata.
“Perché ridi?”
“Stavo pensando… Più stiamo al telefono più mi ricarico.”
“Sul serio? Ti rilassa?”
“Ma no! Che dici? Sei scemo? Mi riferivo sempre all’offerta.”
“Uh? L’offerta? Allora vale la stessa cosa anche per me?”
“Assolutamente no! Sei tu che hai chiamato! Sei sempre il solito, aderisci alle promozioni e poi non ti curi dei dettagli.”
“È vero, hai ragione. Il fatto è che le trovo piuttosto complicate da comprendere.”
“Uff!”
“Sul serio!”
“Ma dove sei?”
Silenzio.
“Come? Te l’ho detto, a casa.”
“Lo so. Intendevo dire, non sei uscito?”
“Non vedo perché sarei dovuto uscire.”
“Così, tanto potevamo parlare lo stesso.”
“No.”
“Che cosa?”
“Ho detto che non dovevo uscire. Oltretutto, sono appena arrivato.”
“Non ho capito. Che cosa hai detto? Non ti sento bene.”
“Ho detto che…”
“Adesso sì! Adesso ti sento. C’è campo!”
“Dove stai andando?”
“Uh? Da nessuna parte. Ora mi sono fermata. Sono sempre in piazza…”
“Sì, me l’hai detto.”
“…ma dalla parte opposta.”
“Ah! Bene, bene.”
“Parla più forte.”
“Più forte? Ma sto urlando! Mi senti?”
“Certo che ti sento. Perché?”
“Nulla, credevo che…”
“Cosa stai facendo?”
“In che senso, scusa?”
“Adesso. Ti stavo chiedendo che cosa stai facendo in questo momento.”
“In questo momento? Sono al telefono…”
Silenzio.
“Aiuto!”
“Che succede?”
“Una tacca! Ho soltanto più una tacca! Si sta scaricando.”
“Ah! Allora ti lascio. Dimmi velocemente ciò che dovevi dirmi.”
“Che cosa?”
“Dimmi perché mi hai chiamato.”
“Scusa, guarda che sei stato tu a chiamarmi.”
“Sei sicura?”
“Certo! Ahhh, sta morendo!”
Silenzio.



lunedì 21 marzo 2011

RADAR E RADIAZIONI



Il ministro della Difesa Ignazio La Russa (quello che scalcia come un mulo impazzito, tanto per intenderci) ieri, nella trasmissione “In mezz’ora” condotta da Lucia Annunziata ha dichiarato: “I nostri caccia sono pronti, e saranno affiancati, nello loro azioni, da velivoli dotati di particolari apparecchiature che servono a disturbare e neutralizzare le radiazioni degli aerei nemici.” Naturalmente l’ineffabile e luciferino ministro si riferiva alle emissioni di onde elettromagnetiche da parte dei radar (onde radio). Il termine utilizzato, anche se in modo (inconsapevole) non del tutto improprio, porta purtroppo lo spettatore medio a considerare che il poveraccio abbia fatto una gran confusione tra la questione libica e il disastro avvenuto nella centrale nucleare giapponese. Ora, questo è ciò che succede quando si affidano incarichi di grande responsabilità a persone del tutto incompetenti. La boria non compensa mai l’ignoranza.  
Il leader della Lega Nord Umberto Bossi, nonché ministro di qualcosa di inesistente, concionando come suo solito durante un incontro con propri sostenitori e riferendosi all’azione militare intrapresa dalla coalizione internazionale nei confronti della Libia, ha detto: “Dobbiamo fare attenzione, altrimenti finiremo, come sempre, con il prenderlo in quel posto.” Al di là del giudizio sull’alto profilo del discorso, un’affermazione da autentico statista, è necessario e doveroso constatare che un governo privo di coesione e di una posizione unitaria su un’importante questione di politica estera è un esecutivo estremamente debole, quasi inesistente, che fa apparire molto fragile il Paese che rappresenta.
Tutte le ulteriori considerazioni in merito appaiono ovvie. E soprattutto tristi.