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venerdì 15 marzo 2024

LA PIAZZA (6 - fine)


 

Teng-teng-teng.

Fino a un attimo prima Antonio, il giornalista, stava cantando, insieme al suo amico Giuliano e agli operai delle Officine Meccaniche Reggiane, tutti raccolti davanti al monumento ai Caduti.

Teng-teng-teng.

I proiettili frantumano le fronde degli alberi, le fanno ricadere dal cielo come coriandoli. Antonio ripone nella custodia la macchina fotografica e guarda Giuliano: nei suoi occhi coglie stupore e smarrimento. La piazza adesso è invasa dal fumo, si sentono grida di terrore e il rumore degli automezzi della polizia che iniziano i loro caroselli. Un'autobotte cerca di disperdere la folla con gli idranti. I due amici scappano e si dirigono verso l'isolato San Rocco, nei pressi del quale c'è un cantiere. Lì si trovano già altri manifestanti che stanno raccogliendo assi di legno e sassi. Altri ancora, poco distanti, stanno scagliando le seggiole prelevate dalle distese dei bar della piazza verso alcuni poliziotti. Giuliano vede che l'autobotte della polizia è circondata dalla folla e non riesce più ad avanzare. Un agente scende dal mezzo e si inginocchia a terra, prende la mira e spara in direzione dei giardini, ad altezza d'uomo. Antonio e Giuliano decidono di cercare un riparo. Fuggono verso la chiesa di San Francesco, verso le Poste. I due amici corrono, trafelati. A un tratto si imbattono nel corpo steso a terra di un manifestante. Il giornalista quasi vi inciampa. Alla fine raggiungono la sede del Gaf, il Gruppo Artigiani Fotografi, ed entrano, assieme ad altri, nell'edificio. Nell'ingresso Antonio scorge un telefono, decide di chiamare a casa, allo scopo di tranquillizzare la madre. “Come? Sei dentro? Ti hanno di nuovo arrestato?” La donna non capisce. Antonio, sempre più agitato, riattacca. Spiegherà più tardi, quando rientrerà a casa. Con Giuliano sale al primo piano. I due si affacciano da un piccolo terrazzo. Nella piazza regna una tremenda confusione. Urla disperate, e gli spari che non si placano. Proprio sotto di loro vedono un capannello di gente attorno al corpo senza vita di quello che sembra un ragazzo. Antonio, ubbidendo a un riflesso condizionato, impugna la macchina fotografica. Ma le sue mani sono scosse da un tremito irrefrenabile, la sua vista è appannata. Fulgenzio Codeluppi, un amico, anche lui sul terrazzo, comprende il dramma e gli strappa l'apparecchio dalle dita. Scatta lui la foto. Poi tutti escono di nuovo fuori. La voce proveniente da un altoparlante invita a lasciare la piazza, ripete senza sosta che la manifestazione è finita. Nessuno sembra badare a quell'appello. Qualcuno incita alle barricate, tutti sono concordi nel non abbandonare la piazza fino a quando la polizia non avrà fatto altrettanto. E cosi è. Più tardi Antonio e Giuliano decidono di recarsi all'ospedale, per avere notizie dei feriti, che devono essere tanti. Davanti al nosocomio la confusione è pazzesca. È quasi impossibile entrare nell'edificio, presidiato dalla polizia in assetto di guerra. I due amici ben presto si perdono di vista. Giuliano raggiunge la sede della Croce Verde, convince gli infermieri a caricarlo su un'ambulanza e in tal modo riesce a entrare. Antonio dapprima prova a persuadere gli agenti di guardia esibendo il suo pseudo-tesserino da giornalista, ma il suo tentativo si rivela vano. Alla fine, tuttavia, riesce a penetrare nell'ospedale in maniera fortunosa, approfittando del gran disordine, attraverso un'uscita secondaria. All'interno, ciò che vedono i due giovani è terrificante: feriti ammucchiati ai morti, corpi lacerati, irriconoscibili, ammassati uno sull'altro. Antonio, con le mani ancora tremanti, fa il segno della croce. Proprio lui, che credente non è mai stato.

I fatti narrati nel mio libro del 2012 "Sangue del nostro sangue" sono realmente avvenuti a Reggio Emilia nel 1960 (i sei post corrispondono all'ultimo capitolo del libro). Ricordo che si tratta di un evento accaduto in uno stato democratico. Il governo del tempo era un monocolore DC con appoggio esterno del MSI. Le vittime innocenti furono cinque, mentre ventuno furono i feriti da colpi di arma da fuoco. Tra le forze dell'ordine i contusi furono cinque. Il vicequestore fu assolto con formula piena e nessun altro fu condannato per l'eccidio. (N.d.A.)

mercoledì 13 marzo 2024

LA PIAZZA (5)


 

Afro ha assistito con crescente sconcerto all'evolversi degli eventi. Quando è giunto sulla piazza, dopo la camminata dall'ospedale, tutto era ancora tranquillo. Ha incontrato amici che non vedeva da tempo, colleghi, e molti compagni partigiani. È bello ritrovarsi tutti insieme in una simile circostanza, ha pensato in quel momento, e si è quasi commosso. E tutte quelle persone sono accomunate da un unico desiderio, vivere con serenità le loro esistenze, in armonia e libertà. Come tutti si è meravigliato per l'incredibile afflusso di gente, persone pacifiche che comunque hanno avuto il coraggio di sfidare il divieto delle autorità di pubblica sicurezza, proprio quelle autorità che negli ultimi tempi hanno assecondato, troppo accomodanti, le disposizioni sempre più repressive impartite dai palazzi del potere. Dopo questa giornata invece tutti dovranno ricredersi, considera Afro, perché Reggio Emilia non si piega, Reggio Emilia resiste, come già è avvenuto in passato. Quasi subito la situazione è però degenerata. Afro ha visto i fumogeni lanciati contro la folla, ha visto i poliziotti effettuare le prime cariche, ha sentito gli spari. Chi si trovava accanto a lui ha iniziato a indietreggiare, a fuggire spaventato. Quasi senza rendersene conto, Afro si è venuto a trovare isolato, proprio al centro della piazza. Il vecchio partigiano tuttavia non ha paura. È sconfortato per ciò che sta accadendo, lui si immaginava tutt'altro, ma non ha paura. Di fronte a lui adesso nota una certa concitazione. Ha appena il tempo di estrarre le mani di tasca e di notare un poliziotto che, con la pistola in mano, si accovaccia in accurata posizione di tiro. Afro sgrana gli occhi, incredulo, prima di trovarsi riverso sul selciato, prigioniero di un corpo martoriato che non sente più suo. Alcune persone lo attorniano, e riescono a cogliere le sue ultime parole. “Mi hanno voluto ammazzare, mi hanno sparato addosso come alla caccia…”

 Emilio ha compreso quasi subito che i suoi timori non erano per niente infondati. Lo ha capito appena ha messo piede sulla piazza, quando ha visto tutta quella moltitudine di persone. Attorno a lui la gente sorride, amichevole e gioiosa. Emilio tuttavia è profondamente turbato, non riesce a condividere una simile esultanza. Alla fine si è verificato esattamente ciò che lui aveva predetto: una partecipazione numerosa e imprevista di scioperanti che può rivelarsi molto pericolosa. L'operaio cerca di esprimere e di trasmettere quelle sue profonde inquietudini, quelle fondate preoccupazioni, a chi è vicino a lui, uomini e donne, agli ex-colleghi delle Officine Meccaniche Reggiane, agli attivisti sindacali. Tutti muovono le spalle, indifferenti, scuotono il capo sconsolati, alcuni addirittura lo guardano in maniera severa, esprimendo così un eloquente scetticismo, addirittura un malcelato sospetto nei suoi confronti. Emilio è avvilito e angosciato. Gesticolando, parlando da solo, raggiunge l'altro lato della piazza, nei pressi dell'isolato San Rocco. Si avvicina a un compagno del sindacato ed esprime anche a lui i suoi crescenti timori. L'altro lo ascolta distrattamente, annuisce più volte e quindi si allontana. Emilio rimane di nuovo solo, solo in mezzo a un'enorme massa di gente che non percepisce il pericolo al quale è esposta. Sconsolato, abbattuto, Emilio si limita a osservare quanto gli sta di fronte: la crescente agitazione della folla, i movimenti scomposti dei poliziotti. Fino a quando crepitano gli spari. Emilio è impietrito e ormai incapace di reagire. Il suo peggiore incubo si sta avverando, le sue paure sono cruda realtà. E quasi non si accorge della raffica di mitra che lo falcia. Crolla a terra senza un lamento. Il suo letto di morte sarà il freddo tavolo della sala operatoria.

Tratto da: Sopegno E., Sangue del nostro sangue, Torino, ilmiolibro ed., 2012

lunedì 11 marzo 2024

LA PIAZZA (4)


 

Ovidio si trova in piazza Cavour quando si scatena il finimondo. Proprio in quell'istante stava pensando di unirsi ai lavoratori delle Officine meccaniche Reggiane, ma non ha osato farlo. Lui non è uno di loro, anche se, in cuor suo, spera di esserlo presto. In un primo momento rimane sbalordito per la sorpresa. Poi, appena si rende conto di ciò che sta davvero accadendo, si sposta alla ricerca di un riparo. Le scene alle quali assiste gli sembrano irreali. Nel trambusto crescente scorge persone che fuggono in preda al terrore, altre che urlano disperate, in preda all'angoscia. Sente ruggiti di rabbia impotente. Preoccupato, Ovidio cerca con lo sguardo suo fratello Silvano, che da qualche minuto ha perso di vista, ma non lo scorge. Allora indietreggia, con cautela, cercando di raggiungere una zona più tranquilla. La piazza sbanda, impaurita. Lui osserva gli uomini in divisa insinuarsi tra la gente, assiste alle folli scorribande delle jeep colme di poliziotti. I mezzi procedono scartando come bestie impazzite inseguite dai cacciatori. I cacciatori, invece, sono loro. Ovidio vorrebbe scappare, e allontanarsi in fretta da quel luogo spaventoso; il suo desiderio, in quel momento, sarebbe quello di essere a casa, circondato dai suoi cari. Tra i colpi secchi dei moschetti e delle pistole, e le raffiche rabbiose delle mitragliette, Ovidio riesce a udire, proprio vicino a sé, il suono lancinante della sirena di un'ambulanza che cerca di farsi largo nell'immensa confusione. La vede, e nello stesso istante si rende conto che una staccionata mobile di legno ne impedisce il passaggio. Il ragazzo, d'istinto, senza per nulla riflettere, si appresta a rimuovere quell'ingombro. Fa un passo, e una stilettata di ghiaccio gli trafigge l'addome. Freddo, tanto freddo, questa è l'unica sensazione che Ovidio percepisce. Non dolore, soltanto freddo. Ma il dolore non attende a lungo prima di manifestarsi in tutta la sua crudeltà. Ovidio barcolla, sta per cadere, e si afferra a una serranda. Un uomo, pure ferito, si avvicina a lui per aiutarlo. Proprio allora sopraggiunge il poliziotto e, non ancora appagato, spara di nuovo. Dopo l'infame azione compiuta dall'uomo in divisa, l'esistenza di Ovidio non dura più di qualche istante.

Orlando sbuffa, impaziente. L'autobotte procede a passo d'uomo, lento pachiderma ingabbiato tra mura umane. Lui muove l'idrante, indirizza il potente getto d'acqua tra la gente, a casaccio, prima su un lato e poi sull'altro. Salvatore è accanto a lui, e nei suoi occhi si legge la paura. All'improvviso il camion si arresta. Dalla cabina, il poliziotto alla guida fa un cenno d'impotenza. Non è più possibile avanzare, non senza correre il pericolo di schiacciare qualcuno. Salvatore è sempre più agitato. Si guarda attorno nella speranza che qualche collega giunga in loro aiuto. Orlando invece riesce a mantenere la calma. La loro situazione è difficile, è necessario trovare una soluzione per non soccombere all'assedio della folla. Non gli è mai capitato di essersi trovato in un frangente simile, in precedenza, e si rende conto con desolazione che tutto il suo addestramento si rivela inutile. È ormai certo che la sua sopravvivenza, come quella dei suoi giovani colleghi, sia in pericolo, scorge mani che si protendono nella sua direzione, incuranti della lancia che ancora impugna, per ghermirlo. Non riesce a focalizzare i volti di quelle persone, soltanto le loro mani. Allora qualcosa scatta dentro di lui. Con un gesto rapido passa l'idrante nelle mani di Salvatore che, sorpreso, quasi se la lascia sfuggire. Poi balza giù dal cassone dell'autobotte. Intorno a lui, di colpo, si crea il vuoto. Orlando, quasi stupito, avanza nella piazza ad ampi passi, non ha bisogno di farsi largo. Intorno a lui non riesce a percepire nulla di definito. Soltanto rumore, confusione e ombre. Senza pensare, ormai stordito, ubbidendo a un riflesso automatico, estrae la pistola. A un tratto vede, proprio di fronte a lui, finalmente nitida, una figura. Un bersaglio, un semplice e inanimato bersaglio. Nulla di più. Si arresta e appoggia un ginocchio a terra. Prende la mira, almeno crede di farlo, e spara. Un istante prima ha udito un grido, anche se non ne è sicuro. La voce sembrava proprio quella del suo collega Salvatore. “Orlando! No! Non farlo!” Forse si è sbagliato. Com'è possibile distinguere una singola voce in mezzo a tutto quel trambusto?


Tratto da: Sopegno E., Sangue del nostro sangue, Torino, ilmiolibro ed., 2012

venerdì 8 marzo 2024

LA PIAZZA (3)


 

Marino ha visto tutto. Ha assistito, impietrito e sgomento, alla tragica scena. Ha visto i poliziotti accelerare il passo, imbracciare le mitragliette e sparare. Infine, ha osservato quel povero ragazzo abbattersi a terra fulminato. L'uomo sente il proprio corpo ribollire, ma sa che non si tratta di un sentimento di rabbia, bensì di profondo disgusto. Altre volte gli è accaduto, nel corso della sua esistenza, sia quando è stato in guerra che quando era partigiano, di essere diretto testimone di fatti tragici. Ma ora non è preparato alla barbarie, lui è sceso in piazza per manifestare in maniera pacifica, e l'intero suo essere si ribella. Marino non riesce più a trattenere le proprie emozioni, i suoi occhi si riempiono di lacrime amare. Appena si slancia oltre l'angolo della via, nel generoso tentativo di portare soccorso al giovane colpito, è falciato a sua volta da una sventagliata di mitra. La follia prevale, e non c'è posto per la pietà. Chissà se i suoi carnefici hanno udito risuonare, tra tutta quella confusione, il suo ultimo disperato grido: “Assassini!”

Il vice-questore sembra impazzito. Si muove a scatti, gesticola, si rivolge in modo concitato a un suo sottoposto che, senza risultato, cerca di indurlo alla calma. Avanza di qualche metro sulla piazza, poi ci ripensa e torna indietro, riaccostandosi ai propri uomini. Il suo volto è congestionato, quasi trasfigurato, per il caldo, la tensione e, soprattutto, per la paura. Tutta quella folla, inaspettata, scatena in lui un'ondata di panico. Teme di essere sopraffatto, costretto in un angolo, ha timore di finire calpestato. Allora, senza consultare nessun altro, assume su di sé la tremenda decisione. Non si può sottrarre, perché è lui il responsabile sul campo, il suo ruolo lo obbliga ad affidarsi con tempestività a una scelta, per quanto sciagurata potrà essa rivelarsi. Osserva per un'ultima volta i visi impauriti dei ragazzi che gli sono più prossimi, considera come non sia più possibile indugiare oltre, poiché tutti sono in ansiosa attesa di un suo comando. Si potrebbe ancora decidere di indietreggiare, di ripiegare verso i margini esterni della piazza e attendere così l'evolversi della situazione. Alla fine, comunque, l'alternativa prescelta è un'altra, ed è quella di avanzare andando incontro ai dimostranti, di caricarli e di disperderli con l'uso della forza. E Giulio, il vice-questore, con un cenno della mano scatena l'infernale baraonda. Trecento e più celerini, sia a piedi sia a bordo delle camionette, invadono l'ampio piazzale e, fin da subito incapaci di rimanere in formazione unita e compatta, si sparpagliano tra la folla. Immediatamente dopo, avanzando dal vertice opposto, uno sparuto drappello di carabinieri attua la medesima manovra. Il vice-questore, che è rimasto indietro per dirigere la scellerata operazione, rafforza l'ordine precedente con parole destinate a rimanere scolpite per sempre nella memoria di chi quel giorno le sente pronunciare. “Sparate verso le persone, altrimenti siamo in pericolo!” E ancora, per dare più forza alla sferzata di dolore e morte che si abbatte sulla folla inerme. “Sparate, sparate, sparate. Presto, sparate, non preoccupatevi, sparate!”


Tratto da: Sopegno E., Sangue del nostro sangue, Torino, ilmiolibro ed., 2012

mercoledì 6 marzo 2024

LA PIAZZA (2)


Lauro è immobile su un lato della piazza, con le mani in tasca, i piedi infilati nelle ciabatte di plastica, quando avverte i primi spari. Sono esplosioni secche, un rumore simile a quello di vecchi rami che si spezzano. Si guarda intorno, attonito e smarrito. Incredulo per ciò che sta accadendo, si volta verso la chiesa di San Francesco, che si trova al suo fianco. Nota, con stupore, che il portale dell'edificio è chiuso, sbarrato. Di fronte a lui, distanti non più di venti metri, si materializzano le sagome di alcuni poliziotti. Lauro non riesce a comprendere quali siano le loro intenzioni; li vede soltanto correre, automi silenziosi che si muovono in mezzo a persone che urlano e scappano, e dirigersi proprio nella sua direzione. Per un breve istante i tratti del suo volto si rilassano alla vista di quei ragazzi che, se pure vestiti con una divisa, non sembrano poi tanto diversi da lui. Subito dopo Lauro compie un passo in avanti, poi un altro ancora, quando all'improvviso prova uno strano intorpidimento al petto. Durante la frazione di secondo successiva percepisce chiaro il crepitio rabbioso della raffica di mitra che ormai gli ha straziato la carne. L'impatto dei proiettili lo fa ruotare su se stesso. Appena il tempo di incrociare lo sguardo con quello di un giovane che lo fissa a occhi sbarrati e che tenta, invano, di sorreggerlo, e poi crolla sul sagrato della chiesa. Il sangue gli fuoriesce copioso dalla bocca, e disperde sul lastricato ciò che rimane della sua vita. Marino ha visto tutto. Ha assistito, impietrito e sgomento, alla tragica scena. Ha visto i poliziotti accelerare il passo, imbracciare le mitragliette e sparare. Infine, ha osservato quel povero ragazzo abbattersi a terra fulminato. L'uomo sente il proprio corpo ribollire, ma sa che non si tratta di un sentimento di rabbia, bensì di profondo disgusto. Altre volte gli è accaduto, nel corso della sua esistenza, sia quando è stato in guerra che quando era partigiano, di essere diretto testimone di fatti tragici. Ma ora non è preparato alla barbarie, lui è sceso in piazza per manifestare in maniera pacifica, e l'intero suo essere si ribella. Marino non riesce più a trattenere le proprie emozioni, i suoi occhi si riempiono di lacrime amare. Appena si slancia oltre l'angolo della via, nel generoso tentativo di portare soccorso al giovane colpito, è falciato a sua volta da una sventagliata di mitra. La follia prevale, e non c'è posto per la pietà. Chissà se i suoi carnefici hanno udito risuonare, tra tutta quella confusione, il suo ultimo disperato grido: “Assassini!”

Tratto da: Sopegno E., Sangue del nostro sangue, Torino, ilmiolibro ed., 2012

lunedì 4 marzo 2024

LA PIAZZA (1)


 

Su Reggio Emilia, il pomeriggio del 7 luglio, è calata una cappa di piombo. L'afa è opprimente, il caldo insopportabile. Poco alla volta, una gran folla è affluita nelle piazze dei teatri, le ha quasi riempite. Si tratta di almeno ventimila persone: sono operai, pensionati, donne e ragazzi. Tra questi ultimi, molti indossano jeans e magliette a righe. Gente comune, che vuole far sentire la propria voce in maniera pacifica, uomini e donne che hanno a cuore la libertà. Le forze dell'ordine hanno steso un cordone attorno a loro e vigilano nervose. Il loro compito sarebbe quello di far rispettare il divieto di manifestare imposto dalle autorità, ma ben presto si rendono conto di non essere in grado di poter svolgere tale incarico. E la loro inquietudine aumenta sempre più, perché la gente scesa in piazza è davvero tanta. Troppa. Un evento del tutto inaspettato, che provoca disorientamento, che suscita allarme. Una macchina della CGIL percorre lenta la piazza, si fa strada a fatica tra la folla. Un altoparlante, collocato sul mezzo, invita con voce metallica la folla ad allontanarsi, a disperdersi, a sgombrare il piazzale. Senza alcun effetto. A un tratto sopraggiunge un nutrito gruppo di operai, saranno almeno trecento e sono i lavoratori delle Officine Meccaniche Reggiane. Sorreggono striscioni e bandiere rosse e si sistemano proprio davanti al Monumento ai Caduti. Iniziano a intonare canti patriottici e vecchie canzoni partigiane. Poliziotti e carabinieri serrano le fila, avanzano, tentano di chiudere l'intero spazio in una morsa. Da qualche parte, nelle retrovie, si svolgono frenetiche trattative. La richiesta di installare alcuni altoparlanti all'esterno della Sala Verdi è respinta. Gli organizzatori, i dirigenti sindacali, sembrano ormai impotenti di fronte a quella situazione del tutto inattesa. Il notevole afflusso di gente ha colto di sorpresa anche loro, nessuno aveva previsto una simile partecipazione. Ci si rende conto del pericolo incombente quando ormai è troppo tardi. Il gracchiare dell'altoparlante non riesce più a sovrastare il brusio della piazza, che aumenta sempre più. Pochi riescono a udire quelle parole, quegli inviti che, poco per volta, si trasformano in sconfortate e inutili suppliche. I poliziotti premono sulla compatta massa di manifestanti, ne provocano lo scompiglio. All'improvviso ha inizio un primo lancio di lacrimogeni, le camionette tentano di insinuarsi tra la folla, aprono a fatica corridoi nei quali tentano di incunearsi gli agenti, creando disordine. Poi, all'improvviso, tra le urla eccitate di chi si fronteggia, un suono cupo squarcia l'aria. Inizia il ballo di morte.


Tratto da: Sopegno E., Sangue del nostro sangue, Torino, ilmiolibro ed., 2012

sabato 2 marzo 2024

QUESTIONE DI MARKETING


 

"Il Santo Padre non approverebbe" disse il cardinale Amici.

"Il Santo Padre? Lui ha ben altre cose di cui occuparsi" ribatté il cardinale Keller. "Questa faccenda la dobbiamo seguire noi".

"Già, l'idea è nostra..." disse Amici.

"Il Papa ha perso di vista un aspetto importante della sua missione: aumentare il gregge".

"E soprattutto impedire che si riduca sempre di più" concluse Amici, con amarezza.

"Una missione che deve diventare tua, in qualità di presidente della Conferenza Episcopale" ribadì Keller.

"La mia giurisdizione è limitata" disse l'altro.

"Da qualche parte bisogna pur iniziare" borbottò a bassa voce il cardinale tedesco.

"A che ora è stato fissato l'appuntamento?" chiese Amici.

"Tra meno di un'ora. Ci conviene chiamare l'autista".

Dopo un tragitto di poco più di mezz'ora tra le vie affollate della grande città, l'auto con i contrassegni del Vaticano depositò i due alti prelati presso la sede locale della Square Marketing Solutions.

Furono ricevuti in un lussuoso ufficio dal responsabile della filiale, il dottor Gobbi.

"Eminenze..." li salutò il manager, inchinandosi con deferenza ma evitando di baciare gli anelli. L'uomo era un po' schizzinoso.

Venne subito al sodo.

"Ho esaminato con attenzione la vostra richiesta. Avete ragione: ciò che voi fornite non è nient'altro che un servizio. Di alto livello, intendiamoci, sia a livello spirituale che materiale. Tuttavia tale servizio, con il trascorrere del tempo, risulta essere non più appetibile come prima. Deve essere assolutamente rinnovato. Non lo possiamo però trattare come un prodotto commerciale, perché stiamo parlando di qualcosa di diverso, di una comunicazione. Affinché l'innovazione e l'ammodernamento del messaggio risultino realmente efficaci, occorre che i fedeli vecchi e nuovi percepiscano con chiarezza che la Chiesa sta cambiando, ma che questo mutamento non sta avvenendo con i soliti tempi lenti, bensì che è al passo con i tempi, li percorre alla stessa velocità con la quale si evolve la società moderna, e di conseguenza riconosce e accetta nell'immediato il processo di secolarizzazione, ne prende atto e dispone gli opportuni mutamenti nei precetti o nella dottrina".  

"Ottimo" disse il cardinale Keller, sorseggiando lo spritz che gli era stato gentilmente offerto. "Proprio ciò che volevamo" aggiunse, rivolgendosi al cardinale Amici.

L'altro approvò, annuendo con convinzione, anche se era un po' confuso.

"Mi permetto di offrire un suggerimento" disse il dottor Gobbi.

"La ascoltiamo" disse Keller.

"A nostro parere occorre concentrarci su un solo aspetto, un solo tema, in maniera che tutta la nostra opera di propaganda successiva sia indirizzata in modo più efficace, e anche per non confondere i fedeli, quelli vecchi da consolidare e quelli nuovi da attrarre".

"Credo che lei abbia ragione" intervenne finalmente Amici, che non aveva ancora parlato. "Ma quale sarà il tema prescelto?"

"Vi vogliamo aiutare anche in questo, individuando una serie di questioni, di argomenti centrali nel dibattito della Chiesa degli ultimi decenni. Tuttavia sarete voi a decidere quale di questi temi sarà quello prescelto, e sul quale poi noi lavoreremo applicando le nostre strategie".

"Ottimo" ribadì Keller, finendo di scolare lo spritz.

"Una soluzione sulla quale concordo" disse il cardinale Amici.

"Perfetto" disse il dottor Gobbi. "Vi illustro come procederemo. Affiderò alla mia migliore collaboratrice, la dottoressa Moroni, il compito di evidenziare le aree tematiche entro le quali ci muoveremo. Tra un paio di mesi al massimo ci incontreremo di nuovo e in quell'occasione conoscerete le nostre proposte. Voi dovrete semplicemente sceglierne una".

I due cardinali approvarono, soddisfatti, poi si congedarono.

Nei termini stabiliti, furono convocati dal dottor Gobbi. Questa volta il responsabile della filiale non era solo. Accanto a lui, una bella donna bruna sulla quarantina, la dottoressa Moroni.

Il cardinale Keller procedette a un esame accurato delle morbide forme della donna, mentre il cardinale Amici non vi badò affatto: lui preferiva gli uomini, specialmente se giovani.

Keller accettò con entusiasmo un enorme boccale di birra. Il cardinale italiano declinò l'offerta, chiedendo invece un bicchiere d'acqua.

"La mia collaboratrice vi illustrerà i temi che sono stati scelti. Mi auguro che almeno uno tra loro incontri il vostro gradimento" disse Gobbi.

"Buongiorno, eminenze" esordì con deferenza la dottoressa Moroni. "Sappiamo che la Chiesa condanna la pratica dei rapporti sessuali prima del matrimonio. Un divieto che, a mio parere, è divenuto anacronistico. Si potrebbe pensare di annullare tale proibizione. Questa è la mia prima proposta. La seconda, ben più efficace e incisiva, riguarda l'ammissione delle donne al sacerdozio. Un qualcosa di dirompente, che metterebbe la Chiesa al centro del dibattito sociale, e con un ritorno molto rilevante. Oppure si potrebbe abolire la prescrizione che riguarda il celibato ecclesiastico, che farebbe seguito ad alcune aperture già espresse nel recente passato anche dal Santo Padre. Infine, si potrebbe valutare l'ipotesi di rendere completamente libera la contraccezione e di rendere il controllo delle nascite esclusiva responsabilità dell'individuo, del fedele, privandolo così dal condizionamento religioso. Ecco, questi sono gli argomenti sui quali dovrete riflettere. Quale che sarà la vostra scelta, saremo in grado di trasformare la questione in un formidabile strumento di propaganda. Grazie".

I due cardinali si voltarono l'uno verso l'altro, perplessi.

Poi si scostarono dal tavolo al quale erano seduti e iniziarono a confabulare.

"Che cosa ne dici?" domandò Amici.

"Non lo so" rispose Keller. "La proibizione dei rapporti sessuali prima del matrimonio non la rispetta nessuno".

"Credo che nessuno l'abbia mai rispettata" rispose l'altro, sconsolato.

"Non sarebbe per niente efficace" disse il tedesco, rimpiangendo il boccale di birra, ancora pieno a metà, rimasto sul tavolo, fuori dalla sua portata.

"E del sacerdozio femminile non voglio proprio sentire parlare!" disse il cardinale Amici.

"Non essere misogino" disse Keller. "Io non ho nulla contro le donne, ma quella del sacerdote è proprio un'occupazione, anzi una missione, che loro non sono in grado di svolgere. Non è nella loro natura".

"E quale sarebbe la loro natura?" chiese il cardinale Amici, sinceramente curioso.

"Andiamo avanti" tagliò corto Keller.

"Della contraccezione, del controllo delle nascite, ne ho piene le tasche. Non c'è argomento più noioso" riprese il cardinale tedesco.

"Sono perfettamente d'accordo. Una pesantezza unica" disse Amici.

"In quanto al celibato dei preti, sappiamo che non è mai stato un problema, e comunque si tratta di una questione che riguarda più i sacerdoti che non i fedeli. E poi, nel tuo caso, sarebbe pure imbarazzante..."

"Che intendi dire?"

"Lasciamo stare" liquidò la faccenda Keller. "In ogni caso gli argomenti proposti non mi soddisfano. Mi sarei aspetto qualcosa di diverso, di più originale. Non saprei proprio quale scegliere".

"Hai ragione" disse Amici.

"Scusate" intervenne il dottor Gobbi. "Leggo sui vostri volti incertezza e indecisione".

"Vero" confermò Keller. "Nulla di quanto proposto ci sembra sufficientemente incisivo, nonostante si tratti di suggerimenti interessanti" aggiunse, cercando di essere diplomatico.

"In verità avevamo una ulteriore proposta, frutto della fertile mente della dottoressa Moroni, che tuttavia avevo deciso di non presentare, considerandola poco opportuna" disse il dottor Gobbi.

"Vale a dire?" domandò il cardinale Amici.

Intervenne la dottoressa Moroni.

"Lanciare, da parte della Chiesa, una dura campagna di odio contro gli immigrati, infierendo in particolare contro quelli di religione islamica. Un aumento immediato e consistente di nuovi fedeli sarebbe assicurato".

A queste parole, gli occhi dei due alti prelati si illuminarono.

"Questo!" risposero quasi all'unisono. "Scegliamo questo!"