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sabato 18 febbraio 2017

IL BACO


L'appuntamento è in piccolo bar di periferia. Quando arrivo lui non c'è ancora. Mi dirigo al banco e ordino una birra. Trascorsi quasi venti minuti, la birra non toccata e ormai calda, mentre mi chiedo se rispetterà l'impegno, lo scorgo attraverso la vetrata. Sono sicuro che è lui, anche se non l'ho mai visto prima. Un uomo di quasi quarant'anni, in impeccabile abito grigio, occhiali scuri e passo deciso. Sono certo di non sbagliare poiché si tratta di una persona ben diversa, quasi aliena, rispetto alla clientela del locale: vecchiette che dilapidano la misera pensione ai video-poker, anziani dalle guance scavate e non rasate che calano carte e bestemmiamo, camionisti abbrutiti di passaggio che ingurgitano enormi panini alla mortadella.
Esco dal bar e gli vado incontro.
"Maestri" dico, porgendogli la mano. Lui ricambia la stretta e annuisce.
"Restiamo fuori" dice.
Fa freddo, ma lo assecondo. Ci accomodiamo all'unico tavolino porto all'esterno del bar, un tavolino sbilenco e assalito dalla ruggine.
Lui nota la mia perplessità.
"È più sicuro" aggiunge.
Ci studiamo per un attimo poi, per vincere l'imbarazzo, estraggo dalla borsa un piccolo registratore, un taccuino e una penna.
"Preferirei che non registrasse il colloquio. Anzi, lo pretendo" dice.
Ripongo il registratore e impugno la penna. Dovrò accontentarmi di appuntare ciò che forse mi racconterà.
Lui incrocia le braccia e sorride. Aspetta. Non c'è dubbio, tocca a me iniziare. Sono io il giornalista, quello che fa le domande.
"Perché si è rivolto proprio a me? Il mio è un piccolo giornale, ed io non sono un cronista famoso".
"Il motivo è semplice. Voglio che ciò che dirò sia pubblicato, ma non trattato come uno scoop sensazionale. Desidero che qualcuno ne venga a conoscenza, ci rifletta su, ne parli con amici e conoscenti. Mi aspetto che le informazioni si diffondano lentamente, senza che si crei una eccessiva attenzione; tutto ciò per evitare immediate e violente reazioni che sarebbero controproducenti al mio proposito".
"Quali reazioni?" domando.
"Oh, le solite. I grandi giornali sarebbero accusati, come da copione, di nutrire pregiudizi, di ordire complotti, di essere al servizio dei poteri forti. Il suo, invece, è un foglio ritenuto credibile e di sicuro indipendente".
"Il suo nome, in ogni caso, non dovrà comparire".
"Questi sono gli accordi".
"E se non li rispettassi?" azzardo.
Lui scuote il capo, divertito.
"Io finirò nei guai, e lei pure. E i guai più grossi saranno di sicuro i suoi!"
"Che tipo di guai?" chiedo, un po' indispettito.
"Perché prima non ascolta ciò che le voglio dire?"
Sospiro.
"D'accordo. Per quale ragione ha deciso di parlare?"
"È meglio se partiamo dall'inizio" dice.
"Come vuole. Da quanti anni milita nel movimento?"
"Dall'inizio. Però smettiamola di chiamarlo movimento. Un movimento è un'altra cosa, il mio è un partito a tutti gli effetti, strutturato e organizzato".
"Non si direbbe" dico.
"E si sbaglia. Diciamo che non appare come tale, ma ciò è voluto. Serve per ingannare i più ingenui, i più creduloni, gli sprovveduti. Abbiamo rappresentanti in parlamento, nelle istituzioni, governiamo delle città. Un partito a tutti gli effetti".
"Lei non è qui per tessere le lodi del suo movim... del suo partito".
"Esatto".
"Al telefono mi ha detto che, a un certo punto, lo spirito iniziale è stato tradito. Quando è avvenuta questa  trasformazione?"
"Quasi subito. E si è trattato di un cambiamento programmato. Tutto è già stato programmato: il principio, il periodo intermedio e quello finale".
"Da chi è stato programmato?"
"Passo".
"In quale fase ci troviamo in questo momento?"
"Siamo quasi alla fine della fase di mezzo".
Arriva finalmente il cameriere. Ordiniamo dell'acqua minerale.
"Lei non si è mai candidato, non fa parte dell'apparato del partito, non compare mai, non si è a conoscenza di suoi scritti o interventi di qualsiasi natura. Insomma, quale posizione occupa nel partito?"
"Io sto in alto, molto in alto".
"Mi faccia capire. Vuol dire che sta sopra ai parlamentari?"
Lui ride e annuisce.
"Quelli sono soltanto stupidi arrivisti. Non contano un cazzo e non se ne rendono conto".
"Accanto al sedicente portavoce?"
"Più in alto, molto più in alto. Quello è un buffone, un burattino urlante e nulla più".
"E il proprietario?"
"Quello a cui lei si riferisce è un semplice amministratore, e neppure troppo brillante".
"Insomma, qual è il suo ruolo?"
"Un ruolo di vertice, diciamo".
"Mi faccia capire. Chi è che davvero dirige il movim... il partito?"
"Non lo so, ma lo scoprirò presto. Sempre se non sarà troppo tardi".
Sono confuso. Cerco di riordinare un po' le idee allo scopo di porre domande pertinenti. Prendo qualche appunto.
"Qual è il fine del movim... del partito?"
"L'obiettivo di tutti i partiti: governare".
"In questo non vedo nulla di strano".
"Noi vogliamo governare da soli".
"Anche questo lo capisco: per non incontrare ostacoli nella realizzazione del programma, per non dover scendere a compromessi, per non dover mercanteggiare".
"Esatto".
Sto perdendo la pazienza.
"Ma allora qual è il problema?" domando, alzando un po' la voce.
"Noi vogliamo occupare i posti di governo per poter realizzare il nostro vero programma, vale a dire non governare. Stando all'opposizione ciò non è possibile. Stiamo portando avanti degli esperimenti in alcune grandi città: stanno funzionando. Prima o poi, è inevitabile, ci sarà il grande salto a livello nazionale".
"È la descrizione di un sistema totalitario" dico.
"Niente affatto. Una dittatura governa, eccome se governa, anche se lo fa utilizzando la forza e la repressione, limitando le libertà individuali. Il nostro disegno non è questo ma si spinge in tutt'altra direzione. Noi intendiamo creare una inestricabile situazione di caos, uno scenario ancora peggiore di quello rappresentato da un governo autoritario".
"Perché? A chi potrebbe giovare una cosa simile?"
"Credo di averlo compreso, ma non lo posso rivelare. Sto cercando di impedirlo".
Bevo tutto di un fiato il bicchiere di acqua minerale. Non sento più freddo. Anzi, sto sudando.
"Come pensa di ostacolare questa mostruosa deriva, sempre se ciò che mi sta raccontando corrisponde al vero?"
"Le assicuro che è la verità. E non le posso rivelare tutto. Almeno per ora. Vede, il mio partito è organizzato come un programma informatico, un programma con mille protezioni, molto difficile da attaccare. Ma tutti i programmi, anche quelli considerati inviolabili, presentano dei punti deboli, dove un virus o un baco possono infilarsi e scatenare un comportamento imprevisto o comunque diverso da quello programmato e produrre il caos. Io sarò quel baco, io provocherò quello scompiglio che farà crollare l'intero sistema prima che si scateni l'altro caos, quella dell'intera collettività, la babele definitiva".
"Ci riuscirà?" domando. Non so perché, ma credo a tutto ciò che mi ha riferito quest'uomo. Sono spaventato.
"Non lo so. Lo paga lei il conto?"

sabato 11 febbraio 2017

PATATA BOLLITA



"Patata bollente", questo il titolo del quotidiano Libero riferito alla sindaca di Roma Virginia Raggi e alle sue vicende politiche e soprattutto personali. Un titolo che ha fatto ribollire di indignazione l'intera opinione pubblica, per le sue esplicite implicazioni sessiste, e che ha avuto come immediata conseguenza molteplici attestazioni di solidarietà rivolte alla sindaca capitolina da parte di rappresentanti delle istituzioni e da tutti gli esponenti del mondo politico, amici o avversari del Movimento Cinque Stelle.
Allo stesso tempo il deplorevole episodio ha consentito a Beppe Grillo, ancora una volta di più, di scagliarsi contro il sistema dell'informazione, già accusato ripetutamente di nutrire pregiudizi e di tessere complotti contro la sua parte politica, permettendogli così di non operare alcuna distinzione tra testate serie o da barzelletta quali il quotidiano diretto da Vittorio Feltri.
Non è di sicuro la prima volta che Libero ricorre a titoloni a effetto, giocati su beceri e volgari doppi sensi. Si tratta di un modo discutibile di fare giornalismo, sempre se di giornalismo ancora si tratti, dove prevale non l'informazione, quasi del tutto assente, bensì la pura provocazione.
In ogni caso, anche in questa occasione, Vittorio Feltri ha dato prova della sua stupidità giornalistica e del suo scarso acume politico, dal momento che ha finito per provocare un ulteriore indebolimento della considerazione di cui gode l'informazione. La sua condotta scellerata ha invece ricompattato il Movimento Cinque Stelle in un momento, soprattutto a Roma, non troppo felice.
È vero, d'altra parte, che il doppio senso dipende soprattutto da chi lo legge e lo recepisce. Così come è inevitabile che Virginia Raggi, sindaca della capitale, non possa pretendere di sottrarsi all'attenzione della stampa, per il ruolo che ricopre e per come lo sta interpretando. Dopo sei mesi di governo Roma è nel caos totale. La Giunta cambia di continuo, ruoli apicali e importanti dell'amministrazione sono ancora scoperti, l'azione di governo è nulla. Senza dimenticare le implicazioni giudiziarie legate a nomine poco trasparenti, viziate, ad aumenti di stipendio clientelari.
In tutto questo scenario di abbandono politico e soprattutto di inarrestabile degrado di Roma, stupisce l'assordante silenzio di un soggetto che, più di tutti, dovrebbe essere interessato e partecipe del destino della città: i cittadini romani. Rassegnati, storditi e annichiliti dalle torbide vicende alle quali tocca loro assistere, sembrano incapaci di protestare, di reagire, di far sentire la loro voce. Un voto, forse un po' avventato, che comunque aveva rappresentato per loro l'ultima speranza, ha avuto come esito una delusione talmente grande e inaspettata da renderli muti e sgomenti.

sabato 4 febbraio 2017

IL TRAILER



Le luci della piccola sala di proiezione si accesero. L'uomo grasso seduto in prima fila soffiò fuori un po' d'aria, e non dalla bocca. Poi, stavolta dalla cavità orale, emise un lungo sospiro simile a un lamento.
Fred Bull, il famoso produttore cinematografico, infine si strofinò gli occhi, sotto ai quali aveva due borse grandi come valigie. Si pizzicò più volte le guance da mastino e poi, con fatica, si alzò dalla poltroncina. Fece un segno ai tre tizi che erano con lui.
"Andiamo in sala riunioni!" tuonò. Questi si alzarono a loro volta e lo seguirono. Il quartetto camminò a lungo nei corridoi deserti della casa di produzione. Erano le due di notte. Prima di entrare nella sala riunioni John Long, il produttore esecutivo, si avvicinò al suo capo.
"Non male il film, vero?" gli bisbigliò all'orecchio. Fred Bull si bloccò all'istante.
"John, tu stai fuori" disse.
"Come?"
"Tu non parteciperai alla riunione. Vattene e non farti rivedere per almeno una settimana".
"Ma..."
"Fila, ho detto!" urlò Fred Bull. L'altro, seppure a malincuore, ubbidì.
I tre, orfani dello sconsolato John Long, presero posto attorno all'enorme tavolo.
Fred Bull colpì il piano di cristallo con una gran manata. Poi imprecò.
"Questo film è una cagata pazzesca!" urlò.
"Questa l'ho già sentita" disse Humprey, il suo segretario personale.
"Zitto! Vuoi fare la fine di John?"
All'altro capo del tavolo il regista, Lars Lindgren, pur essendo svedese e quindi di carnagione chiara, impallidì.
"Tu! Guarda che non c'è niente da ridere!" lo rimbrottò Fred Bull.
"Ma io non stavo ridendo, signor Bull".
"Si può sapere che cosa hai fatto ai capelli?" continuò il produttore.
"I capelli? Niente, perché?"
"Non vedi? Sono gialli, sembrano paglia".
"Io sono svedese e sono biondo" rispose il regista, stupito e un po' allarmato.
"Bah! Non tutti gli svedesi sono biondi. Sarebbe come dire che tutti gli africani sono neri".
"In effetti..." tentò di intervenire Humprey.
"Ti ho detto di stare zitto!" Altra manata sul tavolo, che rischiava di frantumarsi da un momento all'altro.
"Adesso parlo io, e voi mi state a sentire senza aprire quei cessi di bocche! Capito? Mi hanno detto: tu fai soltanto film commerciali, tu pensi solo a tirare su soldi, tu non sai cos'è il vero cinema, quello d'autore, sarai ricco sfondato ma rimarrai sempre un produttore di secondo piano. Io, da perfetto imbecille, alla fine ho dato retta a quei cialtroni invidiosi e ho deciso di fare un film serio, impegnato. Ho investito un sacco di grana, ho preso uno dei migliori registi sulla piazza, ho scritturato gli attori più bravi e più avidi, ho dato carta bianca a tutti e alla fine mi ritrovo con la merda che ho appena visto".
"Mi permetto di dissentire dal suo giudizio, signor Bull" intervenne timidamente Kindgren.
"Non me ne importa un cazzo delle tue obiezioni! Il film fa schifo! Ma lo hai visto?"
"L'ho diretto io, signor Bull" pigolò il regista, ma il produttore era sempre più infervorato.
"La prima scena! Dura più di venti minuti! Che cosa vediamo? Un uomo che cammina per la città. Basta. Non succede nulla, e non viene pronunciata neppure una parola!"
"Quell'uomo, il protagonista, cammina e pensa, pensa e cammina, ed esprime in tal modo tutta la sua inquietudine, tutto il suo disagio esistenziale" disse il regista, che aveva assunto un'espressione indignata.
"Io a quel tipo, l'attore, ho dato un sacco di soldi. E tu, coglione nordico, che cosa fai? Per più di venti minuti inquadri soltanto le sue scarpe. Scarpe del cazzo, tra l'altro".
"L'ho fatto per mettere in risalto lo stretto legame che c'è tra quell'uomo tormentato e la sua città".
"Ma vai a fare in culo! Guarda che non ti ho ancora pagato, brutto stronzo, e da me rischi di non prendere nemmeno un centesimo!"
"Signor Bull, siamo uniti da un contratto..." tentò di dire Lindgren.
"Ah! Il contratto! Sai che cosa faccio del tuo contratto?"
"Lo straccia?" domandò Humprey.
"Taci tu, deficiente! Io prendo quel contratto, lo arrotolo, te lo ficco in quella bocca ghiacciata e te lo faccio uscire da un orifizio meno nobile. E devo pure fare tale operazione prestando una grande attenzione, perché è molto facile, nel tuo caso, confondere un buco con un altro. E tu che cosa puoi fare dopo l'impalamento contrattuale? Ti metti un avvocato, certo. E sai quanti ne metterò io? Cento! Rimarrai in mutande, ti fotterò pure quella statuetta che hai vinto dieci anni fa! Come si intitolava quel film del cazzo, tra l'altro?"
Il povero regista rimase muto. Al suo posto rispose Humprey, il segretario.
"Intimità" disse.
"Bel titolo del cazzo. E chissà che puttanata di film. Per fortuna non l'ho mai visto" disse Bull.
"Lei mi aveva dato carta bianca" riuscì infine a dire Lindgren, la voce ridotta a un pigolìo.
"Per fare un gran film, non per fare stronzate svedesi!"
Fred Bull era sudato fradicio. Prima di proseguire, riprese fiato un attimo.
"Chi ha visto il film finora? Qualche critico?"
"Nessuno" disse Humprey. "A parte noi tre, e John".
"E il trailer?" domandò ancora il produttore.
"Nessuno".
"Bene, per tentare di raddrizzare la baracca punteremo su quello. Faremo un falso trailer" disse Bull.
"Un falso trailer? Non è possibile! Non possiamo ingannare il pubblico" disse Lindgen.
Bull non gli badò. Si rivolse al suo segretario.
"Il trailer non è altro che la presentazione del film. Nessuno ha mai stabilito che debba per forza contenere scene tratte dal film stesso. E comunque una scena la utilizzeremo, quella del litigio".
"Ma dura soltanto trenta secondi!" disse Humprey.
"Non importa, la allungheremo. In questo modo: dopo il battibecco l'uomo con l'impermeabile si allontana, giusto?"
"Sì, è così".
"A quel punto il protagonista, invece di rimanere immobile come uno stoccafisso del mare del Nord, estrarrà una pistola e gli sparerà alla schiena. Almeno quattro colpi, direi".
"No!" implorò Lindgren.
"E invece sì" ribadì Bull con un ghigno.
"Ma come faremo a girare la scena?" intervenne il segretario. "Ormai tutti gli attori sono impegnati in altre produzioni in ogni parte del mondo".
"Quelle sanguisughe non le voglio più vedere. Andate per strada, prendete i primi vagabondi che incontrate, oppure dei barboni, date loro qualcosa da mangiare e gli fate girare la scena. Tanto nella scena entrambi gli attori sono di spalle. E  poi ci vuole un bell'inseguimento con incidente finale."
"Ma..."
"Raccattate un paio di stuntman, quelli che girano sempre a vuoto negli studi, gli pagate due puttane da quattro soldi, poi vi procurate due rottami di macchine e girate la scena. Intesi?"
"Signor Bull..." tentò di dire il Lindgren. Bull lo zittì con uno sguardo di fuoco.
"Ultima cosa" riprese il produttore. "La musica. Chi ha scritto la musica del film?"
"Yukyo Yakamoto, il famoso compositore giapponese" disse Humprey.
"Dite al muso giallo che la sua musica fa cagare, e nel trailer inserite qualcosa di più allegro. Che so... una marcetta, per esempio. Avete tre giorni di tempo per fare tutto. Non di più".
Lars Lindgren, il grande regista svedese premio Oscar, iniziò a piangere.
"Ma il pubblico non si sentirà preso in giro?" domandò il segretario.
Fred Bull lo guardò, divertito.
"E a noi che ce ne fotte?" disse.

domenica 29 gennaio 2017

INCUBUS



Sogno o son desto? Sto sognando. Percorro in bicicletta un sentiero di montagna. La traccia è larga non più di venti centimetri. Sono in equilibrio precario sulle due ruote; la minima esitazione o il più piccolo sbandamento mi farebbero precipitare nell'abisso sottostante. Decido di intervenire con la mia parte cosciente, quel minimo residuo di consapevolezza che non mi abbandona neanche durante i sogni. Smetto di pedalare, metto un piede a terra e mi aggrappo alla roccia. Tutto svanisce.
Sono alla guida di un autobus, un vecchio torpedone senza passeggeri. La strada è ampia e diritta. Non c'è il parabrezza e l'aria mi colpisce gli occhi, mi scompiglia i capelli. La velocità del mezzo aumenta sempre di più, senza che io acceleri, senza che io faccia nulla. D'altra parte, non potrei. Quando cerco il pedale del freno, non lo trovo. Provo un senso di vuoto allo stomaco, la paura mi assale. So che in fondo al rettilineo ci sarà una curva a gomito. So che mi schianterò. Basta così, meglio interrompere.
La casa in cui mi trovo ha un aspetto antico. Il pavimento di legno sembra il ponte di un vascello. Il soffitto è basso, i muri sono sporchi di caligine. In un angolo della stanza c'è una piccola stufa di ghisa, accesa e arroventata. In mezzo c'è un misero tavolo, ci sono alcune seggiole scompagnate. Tutto è misero, tutto è povero. All'improvviso nell'ambiente fa irruzione una donna. Non la riconosco ma so che è mia madre. È vestita di nero, i capelli grigi sono raccolti in una crocchia.
"Scappiamo! Scappiamo!" urla terrorizzata. Nello stesso istante sento il rumore delle bombe. Sento le grida. Spaventato mi dirigo alla finestra. Scosto la tendina e guardo in strada. Interi battaglioni di soldati sfilano battendo i tacchi. Dietro di loro, enormi carri armati. Il cielo di colpo diventa grigio, poi nero pece. Una angoscia totale mi assale, mi stringe il petto.
"È la guerra! È la guerra!" strepita la donna. "Scappiamo in cantina!"
Con le mani tremanti sollevo la botola sul pavimento, una botola che prima non c'era. Mi insinuo in uno stretto pertugio. Mi rendo conto che non si tratta di una cantina, ma di una angusta intercapedine. Avanzo a fatica strisciando sulla pancia, inalando polvere. Non riesco quasi a sollevare la testa, tanto è basso il cunicolo. La larghezza del budello di terra si riduce sempre più, vi rimango incastrato con le spalle. Non riesco più ad avanzare e neppure a retrocedere. Sono bloccato, e sento che manca l'aria. Questo è troppo. Decido di staccare.
Mi sveglio di soprassalto in piena notte. Ho sentito dei rumori. Non ho il coraggio di aprire gli occhi. Spero di riuscire a riaddormentarmi, ma ciò non avviene. Ancora quei rumori, qualcuno, o qualcosa, che gratta sulla porta della stanza. Mi faccio coraggio e mi alzo. Mi avvicino alla porta e la spalanco di colpo. L'uomo è alto quasi due metri. Indossa un lungo impermeabile nero, un cappello che gli nasconde il viso. Impugna una pistola luccicante. È inutile, so già come andrà a finire. Decido di darci un taglio ma esito troppo. L'uomo spara. Il proiettile incandescente penetra nel mio addome. Lo percepisco farsi strada tra le mie viscere, sento prima una stilettata fredda seguita da un gran bruciore.
Annaspo, mi lamento, mi agito. Scalcio le lenzuola.
Una mano mi tocca la spalla.
"Ehi! Svegliati! Stai soltanto sognando. Hai avuto un incubo?"
Una voce strana, che non riconosco, ma alla quale sono grato.
Spalanco gli occhi. L'essere è nudo e completamente ricoperto di lunghi peli scuri. Il suo muso è simile a quello di un cinghiale, le sue grosse dita sono provviste di lunghi e acuminati artigli.
"Sto ancora sognando?" La mia voce è un sussurro disperato, poco più di un gemito.
"No" risponde, quasi sorpresa, quella voce cavernosa.


domenica 15 gennaio 2017

LEGGE ELETTORALE


Entro fine mese la Corte Costituzionale si pronuncerà sull'eccezione sollevata riguardo la nuova legge elettorale. L'Italicum rischia di diventare la prima legge elettorale a morire prima ancora di essere stata utilizzata. In tale eventualità, e nel caso in cui i rilievi della Consulta determinassero una non immediata applicabilità della sentenza, il Parlamento dovrà intervenire, se non altro per rendere omogenea la legge elettorale tra Camera e Senato, così come desiderato con forza dal Presidente della Repubblica.
É auspicabile che tale intervento legislativo sia fatto con celerità, in modo da rendere possibile il voto nel momento che sarà ritenuto opportuno dal Capo dello Stato, sia esso subito oppure a normale scadenza di legislatura.
Occorre, a questo punto, procedere ad alcune considerazioni sul tema.
In primo luogo è necessario sottolineare che, in linea di massima, non è mai opportuno che una nuova legge elettorale (o modifiche di rilievo alla stessa) siano fatte a fine legislatura, nell'imminenza del voto, bensì all'inizio. In ogni caso , ormai, non è più possibile sfuggire a tale situazione.
In secondo luogo è giusto ricordare che una legge elettorale perfetta non esiste.
Nel formulare una legge elettorale occorre scegliere se debba prevalere l'aspetto della governabilità oppure quello della rappresentatività. Nel primo caso il sistema più efficace è quello maggioritario, nel secondo quello che meglio risponde allo scopo è quello proporzionale.
Nei sistemi maggioritari (a turno unico o a doppio turno con ballottaggio) la lista che vince "prende tutto" e si assicura la maggioranza. In quelli proporzionali ogni lista ottiene un numero di seggi corrispondenti ai voti avuti. Esistono poi i sistemi elettorali chiamati "misti", come può esserlo per esempio un sistema proporzionale corretto in senso maggioritario con soglie di sbarramento, dove occorre  ottenere una percentuale minima di voti per partecipare alla distribuzione dei seggi. I sistemi misti non sempre si rivelano felici, spesso si scoprono un po' pasticciati.
Tentiamo adesso di applicare questi semplificati ragionamenti all'attuale sistema dei partiti italiani, che è a grandi linee essenzialmente tripolare (centro-destra, centro-sinistra e anomalia Movimento 5S).
Nel caso dell'adozione di una legge elettorale proporzionale (seppure corretta con sbarramento) la governabilità potrebbe essere assicurata soltanto nel caso in cui due dei blocchi siano alleati. Tale accordo, naturalmente, può essere fatto anche dopo il voto. Il movimento 5S ha da sempre affermato che non farà alleanze, quindi i suoi elettori devono essere consapevoli del fatto che il loro voto non sarà mai per il governo, ma solo per l'opposizione. Gli elettori del centro-sinistra, invece, devono essere coscienti del fatto che il loro voto porterà al governo in automatico anche il centro-destra. La stessa cosa, di conseguenza, per questi ultimi. L'eventuale governo sarebbe così sostenuto da una coalizione spuria, con tutte le conseguenze del caso.
Se invece si sceglie una legge elettorale maggioritaria (pura come lo è l'Italicum ovvero corretta con una parte proporzionale come il Mattarellum) la governabilità sarebbe assicurata. Vincerebbe e governerebbe una sola lista, e in questo caso centro-destra (unito), centro- sinistra e Movimento 5S avrebbero quasi le stesse possibilità di affermazione. In tale eventualità, tuttavia, i due terzi del corpo elettorale si troverebbe a non essere rappresentato.
Occorre scegliere, dunque, nella piena consapevolezza degli effetti dell'opzione. E della sua gravità.


sabato 24 dicembre 2016

DIMISSIONI


L'Italia è tristemente nota per essere il paese in cui nessuno si dimette. Non dimettersi significa non assumersi la responsabilità del proprio operato. Non dimettersi evidenzia non ammettere mai i propri errori o torti. Non dimettersi, di fronte a fatti manifesti, vuol dire palesare la propria sfrontatezza, l'incredibile impudenza.
Non si dimette il ministro Poletti, che ha rivolto ai giovani costretti a lasciare, per motivi economici, il loro paese, frasi sprezzanti e offensive. Ciò ha causato grave imbarazzo alla sua parte politica di riferimento, ha scatenato la reazione indignata e forte dei giovani che si riconoscono in quello stesso partito. Sono arrivate le scuse, certo, come sempre capita in questi casi. Scuse chissà se davvero sincere, la cui eventuale schiettezza potrebbe essere accolta soltanto nel caso di contemporaneo disimpegno dall'incarico ricoperto.
Non si dimette la neo-ministra dell'Istruzione Fedeli, colpevole non di non avere conseguito la laurea, che non sempre è attestazione di preparazione, capacità e merito, bensì di avere mentito, indicando sul proprio curriculum tale titolo di studio. Non ci si può fidare di una donna delle istituzioni che altera la verità, che soffre di complessi di frustrazione.
Non si dimette l'ex governatore della Regione Lombardia Formigoni, condannato in primo grado per fatti corruttivi. L'attuale senatore, che ricopre tra l'altro un importante incarico parlamentare, e che si è sempre proclamato fervente cattolico, non teme affatto di affondare in una melma di menzogne e ipocrisia. La sua spavalda sfrontatezza non ne è stata per nulla intaccata.
Non si dimette la sindaca di Roma Raggi, esserino impreparato, inadeguato e incapace mandato allo sbaraglio da un movimento politico a sua volta manchevole, confuso e oscuro. La povera donna, che sembra non rendersi conto della propria penosa situazione, continua comunque a fare sfoggio della sua antipatica tracotanza, e ciò le impedisce di compiere il solo gesto che potrebbe ancora salvaguardare quel poco che rimane della sua dignità di persona: andarsene.
In verità, negli ultimi tempi, c'è stato un personaggio politico che è andato controcorrente. E naturalmente è stato massacrato, come sempre capita a chi ha il coraggio di distinguersi. Si tratta dell'ex Presidente del Consiglio Renzi. Al di là di simpatie o meno, e di probabili e facili accuse di partigianeria, rimane un fatto nudo e crudo: la sua poltrona è vuota. Anzi, è già occupata da altra persona. Renzi non ha rubato, non ha corrotto, non ha mentito, e proprio per questo avrebbe potuto rimanere incollato a quella sedia che con grande fatica, impegno e buona dose di discutibile spregiudicatezza, era riuscito a conquistare. Invece non lo ha fatto, se n'è andato semplicemente perché ha perso. Forse ci ritornerà, su quella poltrona, tuttavia dovrà rinnovare i suoi sforzi, sgobbare di nuovo. Renzi, in ogni caso, rappresenta un cattivo esempio per tutti quelli che invece non si dimettono mai.

domenica 18 dicembre 2016

PREFERENZA


Non illudetevi: non avrete mai la possibilità di esprimere il vostro voto di preferenza a favore di quel vostro vicino di casa onesto e rispettabile che fa il falegname, non potrete mai votare per quel bonaccione di vostro zio Nicola, oppure per il vostro simpatico cane Tommy. No, questo non si verificherà mai. Mai vi si presenterà l'occasione di votare in tale maniera, illusoria e soltanto in apparenza libera. Si discute molto sull'opportunità di reintrodurre il voto di preferenza sulla scheda elettorale. Si tratta di un dibattito molto acceso che, in realtà, non conduce a nulla se non a rafforzare e alimentare uno dei tanti falsi miti della democrazia: la preferenza. La scelta dei candidati è fatta dai partiti, organizzazioni indispensabili di intermediazione tra rappresentati e loro rappresentanti. Dei partiti, in un sistema politico davvero democratico, non se ne può fare a meno. Condizione essenziale, naturalmente, è che i partiti siano plurali. È indispensabile quindi che gli elettori si affidino ai partiti riguardo alla selezione della classe politica che li dovrà rappresentare. Quando l'elettore esprimerà il proprio voto alla lista prescelta, in quel voto dovrà essere implicito il giudizio sulla bontà o meno del processo di selezione attuato. Tra avere la possibilità di non esprimere alcuna preferenza (è il caso delle liste bloccate) oppure quella di poterne esprimere una (le preferenze multiple sono state bocciate anni fa da un referendum abrogativo, per ovvi motivi legati al loro favorire corruzione, clientele e voto di scambio) la differenza è minima, in ogni caso di scarso rilievo. Ciò che conta veramente è la qualità del processo di selezione della classe politica che, come detto, non può che essere operato dai partiti e sottoposto alla verifica degli elettori attraverso il voto. E, di conseguenza, occorre evitare derive minoritarie, fantasiose e anche pericolose comunque incompatibili con un sistema politico democratico, quali la scelta di candidati per mezzo della rete, opzione tanto cara a un certo movimento politico.
Non illudetevi: con il voto non potrete mai scegliere il vostro vicino di casa, quell'amabile persona che continuerà a fare il falegname, mestiere in cui è tanto bravo. E neppure preferire il buon zio Nicola, che seguiterà a godersi la meritata pensione. Tanto meno toccherà al vostro amato cagnolino Tommy, perché cani in politica non ce ne sono, mentre purtroppo continueranno a esistere tanti politici cani, scelti o meno con il voto di preferenza.