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sabato 24 dicembre 2011

LE RENNE DI NATALE



In un luogo freddo e  isolato, dentro una grande baracca di legno.
“Tutto a posto? Si può partire?” dice Capa Renna.
Renna Nera, Renna Bruna e Rennetta si guardano, scuotono il testone ornato da poderosi palchi.
“Non proprio” dice infine la più giovane delle tre, con un filo di voce.
“Come?”
“Non c’è, lui non c’è.”
“E dov’è? Ah, ho capito. Rennetta, vai a recuperarlo.”
“Ma…”
“Subito!”
La giovane renna esce. Fuori, l’intero paesaggio è ricoperto di neve. Lei si dirige verso una piccola costruzione. I suoi zoccoli non producono alcun rumore. Apre la porta della casetta spingendo con il muso. All’interno c’è molta confusione. Gli avventori del piccolo locale sembrano piuttosto allegri. Qualcuno canta. Canti natalizi, naturalmente, anche se le voci sono stonate e impastate. Rennetta si avvicina al bancone. L’oste è un tipo dal volto rubizzo, e la accoglie con un sorriso.
“È qui?” domanda l’animale.
“Eh? Come dici?” risponde l’uomo.
“Lui è qui?” insiste la giovane renna.
“Può darsi, anche se adesso non lo vedo.”
“Abbiamo bisogno di lui. Stiamo per partire.”
“Che cosa? Partire? Vuoi dire che stanotte…”
Rennetta annuisce.
“Accidenti! Me ne ero completamente scordato!”
“Dov’è?” insiste Rennetta, che non riesce più a nascondere l’apprensione.
“Non lo so. Gli ho servito più volte da bere e poi…”
“Devo trovarlo!”
“Guarda in fondo al locale. Un po’ di tempo fa era seduto all’ultimo tavolo, quello vicino alla finestra.”
Rennetta si avvia nella direzione indicata. Nessuno fa caso a lei, tutti continuano a bere. Giunta al tavolo segnalato, nota che non c’è nessuno. Sul piano ci sono una bottiglia e un bicchiere, entrambi vuoti. All’improvviso sente una specie di lamento provenire da sotto il tavolo. La renna piega le zampe anteriori e si abbassa per vedere meglio. E lo scorge. L’uomo è disteso a terra, completamente ubriaco. Si tratta di un individuo anziano, di grossa corporatura, che indossa uno strano costume rosso, bordato di bianco. Ha una lunga barba candida. Sta russando, e non sembra in condizioni di potersi rialzare, e assolutamente non é in grado di svolgere il consueto servizio. Rennetta, anche se è al suo primo incarico, comprende subito la gravità della situazione. Pensa a come reagirà Capa Renna ed è terrorizzata. Eppure non c’è altro da fare. Affranta e sconsolata, ritorna di corsa alla grande baracca, quella dove l’aspettano le compagne e la grande slitta ormai carica. Riferisce. La reazione di Capa Renna, tuttavia, è sorprendente.
“Poco male” dice. “Vuol dire che si ritornerà alle origini.”
Renna Nera e Renna Bruna annuiscono, serie e compunte. Rennetta non capisce.
“Vuoi dire che andremo solo noi?” domanda, con un po’ di timore.
“Certo! In fondo il Patto Primario prevedeva questo.”
“Ma…”
“Tu sei giovane, cara Rennetta, e meriti una spiegazione. Vedi, all’inizio dei tempi tra gli animali e gli esseri umani fu sancito un accordo che avrebbe consentito la pacifica convivenza e il rispetto tra gli uni e gli altri. Il garante fu lo stesso Creatore!”
“Che cosa prevedeva?” chiede la giovane renna.
“Fu deciso che, a ogni Natale, gli animali, in segno di pace, avrebbero consegnato dei regali ai cuccioli degli uomini. E l’onore di assolvere tale compito spettò a noi!” disse con orgoglio Capa Renna.
“Per…”
“Non domandarmi il perché! Nessuno lo sa! Non è importante!”
“Certo… certo...”
“Da allora abbiamo sempre svolto questo incarico.”
“Ma i rapporti tra noi e gli esseri umani non sono affatto pacifici!” osò dire Rennetta. “Loro ci maltrattano, e spesso si accaniscono contro di noi con grande crudeltà!”
“Rennetta! Non.. ” interviene Renna Bruna.
“No!” La interrompe Capa Renna. “La giovane ha ragione. È una domanda che mi sono posto anch’io innumerevoli volte. E credo di avere una risposta: la responsabilità è del vecchio.”
“Ma chi è veramente il vecchio?” chiede ancora Rennetta, che ormai ha preso coraggio.
“Oh! È un semplice essere umano. All’inizio ci era stato affidato per dare una mano nel caricare la slitta. Con il passare del tempo si è… come dire… un po’ allargato…”
“Ti riferisci alla sua corporatura?” chiede Renna Nera.
“No, mi riferisco al suo modo di fare. Ha cominciato a considerarsi superiore a noi, e alla fine si è montato la testa. Si è cucito quel ridicolo costume e ha fatto credere ai suoi simili di essere lui il vero artefice del Natale, di essere lui a consegnare i doni!”
“È un impostore!” dice Rennetta, indignata.
Capa Renna la guarda, benevola. Sorride.
“No, mia cara. Si tratta semplicemente di un essere umano. Né più, né meno.”
“Vale a dire?”
“Gli esseri umani sono deboli. Come sempre, dobbiamo aiutarli a migliorarsi. E questa notte lo faremo una volta di più. Consegneremo noi i regali. Sono convinta che i cuccioli d’uomo che riceveranno direttamente da noi i doni saranno esseri migliori, quando saranno cresciuti. Il Patto sarà finalmente ripristinato e rispettato.
Rennetta guarda con ammirazione Capa Renna. Renna Bruna e Renna Nera annuiscono. Poi, tutte insieme, si dirigono verso la slitta. 

domenica 18 dicembre 2011

4x4



Al mattino prediligo svegliarmi presto. Si tratta dell’unico momento della giornata nel quale posso assaporare il silenzio. Non ci sono voci e urla, o rumori metallici di serrature che si aprono e si chiudono. Un po’ di vera pace, sebbene di breve durata e fuggevole.
Mi alzo e mi muovo al buio, per non disturbare, per non svegliare i miei compagni. Lo faccio per loro, ma soprattutto per me stesso. Loro amano rimanere svegli fino a tardi, la sera, anche se non sarebbe consentito. Parlano, e giocano a carte circondati da una luce fievole. Io non partecipo mai. Vado a letto presto, e quasi sempre riesco ad addormentarmi subito. Preferisco pensare, piuttosto che parlare, e il momento prima di prendere  sonno è quello più adatto per lasciar fluire, in piena libertà, le riflessioni. La maggior parte delle persone medita sulla giornata appena trascorsa, la ripercorre, la analizza. Poi pensa al giorno dopo, a come potrà essere, a che cosa potrà fare. Per me non è così. So che cosa farò domani. Farò ciò che ho fatto oggi, e ciò che ho fatto ieri. No, le mie considerazioni riguardano tutte un passato lontano, di cui mi sforzo di rammentare traccia. Non possiedo futuro, ma soltanto passato. Il presente, invece, non mi interessa.
Mi alzo e uso il bagno. I servizi igienici sono separati dal resto dell’ambiente da un muretto basso. Non c’è porta. Per una volta, l’unica in tutta la giornata, potrò godere di un po’ di privacy. Non che mi importi più di tanto, in un luogo dove la massima promiscuità è normale e continua, tuttavia mi sembra di ritrovare un po’ della dignità perduta, quel decoro che non dovrebbe essere sottratto a nessun essere umano, a prescindere dalla sua condizione.
Guardo in alto, verso la piccola finestra. Il vetro è opaco e sporco, la prima luce dell’alba fatica a farsi strada. Mi accontento. Nella penombra, mi avvicino alle brande dei miei compagni.
Osservo Idriss, la sua pelle scura, il cranio lucido. Dorme con la bocca aperta e sembra indifeso. Idriss è alto quasi due metri, ed è grosso. In piedi può apparire come un individuo temibile, dal quale è meglio stare alla larga. Ho scoperto al contrario che è una persona buona, migliore di me, anche se ha sbagliato. Sull’altro lato c’è Mimmo. Un corpo piccolo e tutto nervi. Si agita nel sonno, non trova mai pace, proprio come quando è sveglio. Lui è malvagio, cattivo, anche se ho imparato a sopportare le sue sfuriate, a indirizzare e a guidare i suoi frequenti scatti d’ira, a renderli meno pericolosi per sé e per gli altri. Non avevo scelta, l’ho dovuto fare, il compagno non si sceglie, è imposto.
Un equilibrio precario, una convivenza a volte difficile che fino ad ora sono riuscito a reggere. Ma proprio ieri, durante la “passeggiata”, sono venuto a conoscenza di quella cosa. Sono rimasto sbalordito. E attonito. Eppure so che è tutto vero, quella circostanza si verificherà proprio oggi. L’inferno quotidiano si trasformerà in qualcosa di peggio. Il mio senso di oppressione aumenterà, la mia ansia crescerà a dismisura, non riuscirò a controllarla. Soffocherò.
Quanto spazio occupa un corpo umano? Quale quantità di volume sottrae agli altri in uno spazio chiuso? Mi sono tormentato tutta la notte con queste domande alle quali non sono stato in grado di rispondere. Non ho quasi dormito.
Avevo soltanto due soluzioni possibili, ho scelto la seconda. L’altra la riservo per il futuro.
Torno al mio lettino. Infilo la mano nelle maglie della rete ed estraggo il cucchiaio, o almeno quello che una volta era un semplice cucchiaio. Un anno di paziente lavoro lo ha trasformato in un punteruolo affilatissimo. Ne saggio la punta, il filo, e sono soddisfatto.
Riceverò in questo modo il nuovo compagno di cella, quando più tardi di sicuro arriverà. Gli farò assaggiare la mia arma rudimentale ma efficace. Lui sarà libero, io ne subirò le inevitabili conseguenze. Sarò messo in isolamento, e mi ritroverò solo.
Finalmente solo, e con tanto spazio tutto per me.  

domenica 11 dicembre 2011

I COSTI DELLA POLITICA



 Da quando la crisi economica mondiale si è aggravata, costringendo molti Paesi ad adottare misure rigorose, impopolari ed estremamente dure, tali da imporre ai cittadini sacrifici difficili da sopportare, il dibattito sui costi della politica ha avuto, di pari passo, un’improvvisa impennata.
Se ne discute nei vertici ad alto livello, nei parlamenti nazionali, nei luoghi di lavoro, nei bar.
L’atteggiamento dei cittadini, in particolare, è sempre univoco: non è possibile, per una classe politica, richiedere ed imporre rinunce e privazioni se  essa stessa non è in grado, preventivamente, di dare il giusto esempio.
Ma quali sono veramente i costi della politica?
Ci si riduce quasi sempre a discutere sui compensi di legislatori e uomini di governo anche se ciò, in verità, risulta alquanto riduttivo. In linea di principio è doveroso domandarsi se sia lecito corrispondere un compenso adeguato a personalità che assolvono un incarico che comporta grande assunzione di responsabilità. La risposta non può che essere affermativa, a patto che al lauto stipendio corrisponda un adeguato impegno, una seria preparazione e risultati soddisfacenti. Purtroppo non sempre questo avviene. Anzi, quasi sempre accade l’esatto contrario.
Tuttavia, la riduzione dei compensi, del numero di parlamentari, i tagli agli organici delle innumerevoli società controllate e a partecipazione pubblica, la riduzione di auto di servizio e di inutili scorte, di privilegi vari, finisce con essere un inutile palliativo, che poco incide sui conti pubblici. L’adozione di tali provvedimenti possiede certamente un alto livello simbolico, ma non rappresenta di certo la soluzione del problema.
I veri costi della politica sono infatti ben altri.
Lo sono l’inefficienza, l’incapacità di assumere decisioni orientate verso il lungo periodo, verso le future generazioni, la mancanza di una visione generale, il cercare il consenso a tutti costi, schiavi delle frequenti scadenze elettorali.
Di fronte a una situazione del genere, che si protrae da tempo, gli unici soggetti che possiedono la facoltà di intervenire per invertirne la tendenza sono i cittadini. Deve nascere in tutti una nuova consapevolezza, rimasta finora nascosta, affinché sia impedito, a chi non si dimostra all’altezza, a chi prende decisioni contrarie alle convenienze del Paese, a chi nuota nel brodo sporco dell’illegalità e della corruzione, o semplicemente persegue interessi personali, di nuocere ancora.

sabato 10 dicembre 2011

SEGNALI DI FUMO



Accadde il giorno in cui lui arrivò. Forse si trattò soltanto di una coincidenza, oppure no. Non l’avrei mai saputo. Comunque, lo vedemmo camminare in strada, seguito da alcune persone della borgata, i soliti curiosi. Lo scorsi attraverso la recinzione, lo vidi fermarsi di fronte al cancello. Il suo era un volto comune. Lui indossava una giacca stretta e corta, che forse non era neppure sua, e portava una piccola valigia di cuoio, logora, un tipo di borsa che non si usava più da tanti anni. Qualcuno disse che era un idraulico, anche se non ne aveva per nulla l’aria. Si sa, la gente parla, spesso a sproposito. In ogni modo, ci era stato “assegnato”. Lo avremmo ospitato, sarebbe vissuto con noi.
Ma tutto questo non ha importanza alla luce di ciò che accadde dopo. Però mi rimase impresso, mi colpì, anche se dovevo essere ormai abituato a quel genere di situazione. Non so che dire.
Un’ora prima mi trovavo sul retro della mia abitazione, in compagnia del mio fratellino. Lui era preoccupato. Guardava in direzione della casa di un suo amichetto, che si trovava proprio dietro alla nostra, separata da essa da un ampio prato. Era mattino inoltrato, eppure tutte le persiane erano ancora chiuse. Non c’era alcun segno di vita in quel grande edificio. Il piccolo Giorgio voleva mettersi in contatto con il suo amico, ma non sapeva come fare. Gli proposi, scherzando, di fare dei segnali di fumo. Lui, serio, rispose che non poteva farlo, perché era proibito accendere fuochi. La sua recriminazione era un’altra. Perché la sera prima non aveva pensato di lasciare al suo amico uno dei suoi walkie-talkie? In tal modo, disse, avrebbero potuto comunicare, avrebbe potuto avere sue notizie. Nessuno di noi due propose di ricorrere al telefono. Sapevamo che non funzionava, ma non avevamo il coraggio di dirlo. Guardai il cielo. Era grigio, plumbeo, un’infinita cappa che trasmetteva oppressione, che ci rendeva ancora più ansiosi. Buttai la sigaretta, mi allontanai. Giorgio rimase lì, immobile, lo sguardo inquieto, la bocca leggermente aperta. Non lo rividi più.
Più tardi mi ritrovai in strada, da solo. Notai subito che c’era qualcosa di strano. C’era tanta gente, ma tutti si muovevano con estrema calma, cercavano di capire che cosa era successo, o stava succedendo. Mi spostai da un capannello all’altro, senza però riuscire a ricavare alcuna informazione. Notai che la circolazione era interrotta. Non si vedevano più macchine transitare. Solo in quell’istante mi allarmai. I miei movimenti divennero più frenetici. Poi vidi arrivare un autobus. Le persone cominciarono a salire. Lo feci anch’io. Subito mi ritrovai pressato, con fastidio constatai che era impossibile sedersi. Né si poteva pensare di scendere. Mi rassegnai. Non sapevo dove saremmo andati, non mi importava. Poi cominciai a capire. Un uomo, un infermiere che, disse, aveva fatto il turno di notte all’ospedale, ci informò di quanto la situazione fosse grave. Tragica. Durante le ultime ore c’era stata una incessante processione verso il nosocomio. Tanta gente era entrata, nessuno ne sarebbe uscito, aggiunse ancora. Poi tacque, terreo in volto. L’ultima  parola che riuscii a cogliere, quasi bisbigliata, fu epidemia. O qualcosa del genere. Da quell’istante nulla ebbe più rilevanza. Non l’idraulico, o quello che era veramente, e neppure mio fratello e la sua angoscia. Ancor meno il cielo e tutto ciò che vi stava attorno. E questo perché, prima di sera, saremo stati tutti morti.

giovedì 8 dicembre 2011

IL GATTO E LA VOLPE



Sale, l’indignazione sale sempre più, si innalza la pressione e c’è il rischio di un’esplosione.
I tre maggiori sindacati italiani, riuniti dopo tanto tempo, hanno indetto uno sciopero contro i provvedimenti economici adottati dal governo Monti. Che cosa, in realtà, scatena la mia indignazione? La proclamazione dello stato di agitazione? Oppure qualcos’altro?
Cercherò di spiegarlo.
Innanzitutto è utile far rilevare che uno sciopero politico nei confronti di un esecutivo tecnico rappresenta un controsenso. È un po’ come fare una rivoluzione per rovesciare un regime democratico. Una contraddizione, una palese assurdità.
L’attuale governo è stato chiamato a svolgere un compito difficile, quasi impossibile, in una condizione di assoluta emergenza per il Paese. È sostenuto da una maggioranza ampia – troppo ampia – ma del tutto eterogenea, costituita da forze politiche tra loro estremamente conflittuali. L’esecutivo dei tecnici è dunque costretto a procedere tra innumerevoli equilibrismi: è necessario scontentare tutti ma, allo stesso tempo, accontentare tutti. Un vero rompicapo. D’altra parte, questo aspetto rappresenta sia il punto di forza che di debolezza del governo. Non esistono alternative e, comunque, nessuna forza politica è in grado di assumersi, di fronte al Paese, la grave responsabilità di provocarne una eventuale caduta. Questa è la realtà, che piaccia o no.
Torniamo ad analizzare l’azione del sindacato. Se, da una parte, può essere compreso l’atteggiamento della CGIL, risulta del tutto incomprensibile invece la condotta di CISL e UIL. Il maggiore sindacato italiano ha contrastato con forza – pur nell’isolamento – l’azione del governo Berlusconi, pertanto il suo attuale comportamento risulta comunque ammantato di una certa coerenza, anche se non può magari essere condiviso nella sua totalità. La coerenza è, in ogni modo, un valore importante e merita rispetto. Ben diverso è il giudizio su CISL e UIL e sugli ineffabili segretari generali Bonanni e Angeletti. Dov’erano costoro quando, per anni, un governo sciagurato ha massacrato l’intero Paese e i suoi lavoratori? Ci ha condotto a pochi passi dal baratro? Loro tacevano, proni e asserviti, acconsentivano a tutto, - in cambio di cosa? - non promuovevano azioni di lotta, ma sparavano a zero sulla CGIL, stringevano patti con individui incapaci, arroganti e odiosi quali ad esempio l’ex ministro Sacconi.
E sale, l’indignazione continua a salire.
Chi scrive è un dipendente pubblico. Per anni non abbiamo potuto esprimere le nostre proteste, non abbiamo voluto farlo. Ci sembrava ingiusto, perché di fronte a lavoratori ancora più in difficoltà, a persone che perdevano il posto di lavoro, noi apparivamo comunque privilegiati. Eppure siamo stati tartassati in tutti i modi. Vi ricordate la famigerata riforma Brunetta? Stipendi bloccati, contrattazione da biennale a triennale, penalizzazione economica sui giorni di malattia, visite fiscali vessatorie, impossibilità di rinnovo degli organi di rappresentanza dei lavoratori e tanti altri diritti perduti. Dov’erano allora Bonanni e Angeletti, torno a chiedere? E i loro sindacati? Zitti, muti, chini e conniventi. E adesso questi figuri hanno il coraggio e la spudoratezza di esortare i lavoratori a condurre una crociata contro il governo Monti, un esecutivo in carica da venti giorni, colpevole a loro avviso di aver adottato provvedimenti sì in parte anche odiosi, ma comunque necessari. È chiaro che il mancato adeguamento dell’inflazione su alcune categorie di pensionati dovrà essere rivisto, e sono convinto che sarà fatto, così come si dovrà cercare di alleggerire la pressione fiscale sulla tassa per la prima casa, tuttavia il governo si è limitato, in questa triste congiuntura, a eseguire freddamente il compito che è stato chiamato – da tutti noi – a svolgere. La valutazione sul suo operato dovrà essere per forza di cose rimandata.
Bonanni e Angeletti. Il Gatto e la Volpe. Vergogna! Andate a lavorare!
Sappiate che i veri lavoratori vi disprezzano.
  



mercoledì 7 dicembre 2011

LA MANOVRA



In un primo momento non ne volli assolutamente sapere di accettare.
Fino a quel momento, il compito era sempre stato svolto da mia moglie. Lei è un’abile amministratrice, capace e sempre attenta a gestire nel migliore dei modi le risorse della famiglia. Ma alla fine aveva dovuto rinunciare, non ce l’aveva più fatta ed era stata costretta a gettare la spugna. Seppure a malincuore, si era arresa.
La riunione fu convocata dopo cena e, a tratti, fu drammatica.
Sia mia moglie che i miei tre figli fecero subito il mio nome. Di fronte ai ripetuti dinieghi insistettero a lungo, in maniera accorata. Non ebbi la possibilità di sottrarmi alle mie responsabilità. Acconsentii e assunsi immediatamente  il ruolo di Ministro dell’Economia Famigliare. Per i miei cari rappresentavo l’ultima speranza, toccava dunque a me cercare di impedire la bancarotta, di tentare di risollevare le sorti della malandata situazione finanziaria domestica. Un impegno gravoso, ai limiti dell’impossibile. Il mio primo atto fu pertanto quello di annunciare una inevitabile e dolorosa stretta, una manovra economica dura e che sarebbe entrata in vigore già a partire dall’indomani. Non c’era tempo da perdere. Armato di un taccuino e di una penna mi ritirai nel mio studio, vale a dire in bagno, perché uno studio vero e proprio non l’ho mai avuto.
Seduto sulla tazza cominciai a fare un po’ di calcoli. Attraverso la porta distinguevo le ombre di mia moglie e dei miei figli che passeggiavano nervosamente nell’ingresso, avanti e indietro. La loro attesa era spasmodica.
Compresi subito che sul fronte delle entrate non esistevano assolutamente margini di alcun genere. Mia moglie non aveva mai lavorato, i ragazzi studiavano e comunque non avrebbero avuto, ancora per molto tempo, la possibilità di svolgere un’attività lavorativa. L’unica entrata certa era rappresentata dal mio stipendio di impiegato che, per alcuni anni, non avrebbe avuto in ogni caso nessun aumento.
Mi toccava quindi redigere una manovra costituita esclusivamente da tagli alle spese.
Nell’economia di una famiglia abbastanza numerosa come la mia, gli esborsi per il cibo rappresentano una voce rilevante. Decisi che avremmo acquistato soltanto alimenti principali, generici – pane, pasta, carne, formaggio, olio, frutta, verdura e così via – e non più generi semipronti o pronti, o scatolame. Bandito per sempre il ricorso alla gastronomia e pure ai ristoranti. Rinunce terribili. Uscii dalla stanza da bagno una sola volta, quando andai a ispezionare gli armadi di tutti noi. Troppi vestiti, constatai. Era necessario bloccare gli acquisti di capi di abbigliamento per almeno due anni e, in ogni modo, era doveroso utilizzare fino alla loro completa usura quelli esistenti. Un paio di scarpe invernali e un paio di calzature estive per ogni componente, non di più. Qualsiasi tipo di vacanza, purtroppo, abolita. Tuttavia mi resi conto ben presto che avrei dovuto dare l’esempio. Stabilii – seduta stante! – di rinunciare al mio unico vizio, la colazione al bar. Calcolai che, attraverso quel provvedimento, avremmo potuto recuperare almeno cinquecento euro, somma tutt’altro che trascurabile da utilizzare per compensare l’inevitabile aumento delle spese fisse – acqua, luce, gas, telefono, mutuo, tasse sull’abitazione - sulle quali era impossibile intervenire. Naturalmente toccava anche ai miei figli contribuire con rinunce. Decisi che avrebbero dovuto fare a meno dei telefoni cellulari. Ero consapevole dell’incredibile impopolarità della decisione, tuttavia non esistevano valide alternative. Non tolsi invece nulla a mia moglie. Non era giusto – equo? – farlo. In fondo era la persona che, tra noi, più lavorava e più contribuiva all’andamento della famiglia. Rimandai anche la sostituzione dell’auto a data da destinarsi. La macchina era vecchia, aveva più di dodici anni, ma non eravamo nella condizione di acquistarne un’altra, neppure usata. E la benzina sarebbe stata opportunamente razionata. L’automobile doveva essere utilizzata solo in casi eccezionali. Feci ancora ulteriori ritocchi al mio piano, alla mia piccola ma grande manovra poi, finalmente, mi presentai di fronte ai miei cari e la illustrai. Mi aspettavo delle reazioni, qualche protesta, almeno qualche mugugno, invece mia moglie e i miei figli assentirono con aria grave. Mi resi conto che avevano capito. Per il momento, la famiglia era salva, anche se i sacrifici che ci attendevano nel prossimo futuro sarebbero stati molto dolorosi.
Me ne andai a letto, stremato. Nulla sarebbe più stato come prima. Addio benessere, addio spensieratezza. Mi sentivo comunque un po’ rasserenato ma anche in parte sconfitto.
Con le decisioni assunte avrei garantito un minino di sicurezza ai miei cari, sebbene da pagare a caro prezzo. Però una domanda mi tormentava, mi assillava impedendomi di prendere sonno. Che cosa avevo fatto per il mio Paese? Mi risposi che lo avevo danneggiato. Con il nostro nuovo stile di vita avremmo contribuito a una ulteriore contrazione dei consumi, altre fabbriche sarebbero state costrette a chiudere, avremmo avuto nuovi disoccupati e di conseguenza le prospettive di occupazione delle giovani generazioni sarebbero ancora diminuite. Allora formulai mentalmente un pensiero, quasi una muta preghiera, rivolta all’attuale governo, e pure a quelli che sarebbero venuti dopo. Fate qualcosa, permettete a me e a quelli come me di poter contribuire ad aiutare il Paese. Distribuite in modo giusto le risorse, date a tutti, ma soprattutto a chi è svantaggiato, la possibilità di concorrere a salvare questa terra antica, di farle ritrovare se non il vecchio splendore almeno una condizione di normalità, e di nuova serenità. In tal caso noi, che l’abbiamo sempre fatto, non ci tireremo certo indietro. Amen. 

domenica 4 dicembre 2011

IL GRANDE SPORTELLO



Giacomo, il vecchio pensionato, scende in strada e si incammina lentamente, diretto al supermercato. Nel taschino della camicia ha la lista della spesa. Un misero elenco, da quando la crisi economica ha cominciato a mordere sempre di più. Pochi essenziali generi alimentari da acquistare, l’indispensabile per la sopravvivenza. Sono questi i pensieri che assillano l’anziano quando, proprio di fronte a lui, nota un uomo che cerca di attirare la sua attenzione. L’individuo indossa un elegante abito grigio, ha capelli e baffi molto curati. Gli porge la mano.
“Buongiorno. Permetta che mi presenti, sono il dottor Tassi, dell’Istituto Bancario San Pietro. La sua banca.”
Il pensionato è perplesso, annuisce senza capire. L’altro prosegue.
“Da quando siamo al governo, abbiamo deciso di estendere i servizi ai nostri clienti, che ormai sono diventati pure i nostri cittadini. Sono stato incaricato di assisterla personalmente in tutte le sue attività, in particolare in quelle di natura economica e finanziaria. E fare la spesa è di sicuro una di queste, una tra le più importanti per una persona come lei.”
Giacomo scuote la testa.
“In ogni caso abbiamo deciso di rispettare la privacy dei nostri clienti, di non essere invasivi. Non la seguirò mai dentro casa, ma soltanto tutte le volte che lei uscirà, per fornirle i miei consigli, per fare in modo che lei possa sempre impiegare il suo denaro nel migliore dei modi.” Sorriso.
Il pensionato sputa a terra.
“Voi non siete stati eletti” dice il vecchio.
Il dottor Tassi sembra spazientirsi.
“Uff! Ancora con questa storia? D’accordo, non siamo stati eletti, ma in futuro lo saremo, e allora non ci sarà più nulla da ridire.”
Giacomo lo guarda, meravigliato.
“Proprio così” continua Tassi. “Siamo stati chiamati a salvare il Paese. Con grande senso di responsabilità abbiamo accettato e siamo riusciti ad evitare il fallimento dello Stato, le nostre grandi capacità tecniche ci sono state riconosciute dagli osservatori del mondo intero. Alla fine, però, ci abbiamo preso gusto e abbiamo deciso che a questo punto è necessaria una legittimazione popolare. Ci presenteremo alle prossime elezioni.”
“Voi chi?” domanda il pensionato.
“Come? Noi banche, naturalmente!”
“Ma…”
“La mia banca, la sua banca, vincerà le elezioni.”
“E le altre?”
“Uff! L’unica altra banca che ci potrà contendere la vittoria è la Multicredit. Perderanno, e andranno all’opposizione. Tutte la altre, quelle minori, spariranno. Come vede, sarà preservato il sistema politico bipolare, ah ah!”
“Avete introdotto soltanto tasse!” sbotta Giacomo.
“Ci siamo resi conto che i cittadini di questo Paese hanno vissuto a lungo al di sopra delle loro possibilità, sprecando e risparmiando poco. I pochi che invece sono riusciti ad accumulare qualcosa lo hanno fatto unicamente per perseguire scopi personali e non per il bene della nazione. Il risparmio privato non ha senso! Non più, adesso che siamo noi a governare. È sbagliato parlare di tasse, come fa lei, si tratta invece di risparmio forzoso, a esclusivo vantaggio della collettività!”
“Soprattutto delle banche, direi.”
“Lei non capisce! È ancorato ad antichi pregiudizi!”
Il pensionato, per quanto possibile, accelera il passo. Ma l’altro lo segue.
“Passiamo a questioni più pratiche” dice, un po’ affannato, il dottor Tassi. “Posso vedere la lista della spesa?”
“Eh?”
“La lista della spesa! Devo fare un controllo preventivo.”
Il tono è perentorio. Giacomo, ora un po’ intimidito, porge il pezzo di carta. Il banchiere inforca un paio di occhiali e inizia a leggere con attenzione.
“Bene… ottimo… perfetto…” bofonchia tra sé. Poi estrae dalla giacca una lussuosa penna stilografica, traccia una riga, scrive qualcosa e poi restituisce il foglietto all’anziano.
“Mi spiace, ho dovuto fare una piccola rettifica” aggiunge.
Il pensionato nota che la parola carne è stata cancellata e sostituita da fagioli. La sua espressione è contrariata.
“Cerchi di capire” si giustifica il dottor Tassi. “Per festeggiare il prossimo Natale è previsto un piccolo ritocco ad alcune aliquote. Ogni possibile risorsa deve essere reperita. Per lei, in fondo, non cambia nulla.”
Giacomo, indignato, intasca il pezzo di carta e, pur zoppicando, si dirige a passo veloce verso l’ormai vicino ingresso del centro commerciale.
“Un attimo” cerca di bloccarlo Tassi. “Devo farle un’ultima raccomandazione. Sappia che l’aspetterò qui fuori. Sa, sempre per via del rispetto della privacy. Quindi procederò a un controllo di conformità tra quanto lei avrà acquistato rispetto a ciò che ho autorizzato. Naturalmente non dovranno essere presenti difformità. Poi potrà tornare a casa.”
Il pensionato, imbufalito, a testa bassa, si infila nel supermercato sbattendo la porta. Quando è all’interno, tuttavia, è colto da un profondo senso di angoscia. Si aggira tra le corsie senza acquistare nulla, confuso. A un tratto nota un’uscita di emergenza, proprio sul retro dell’enorme edificio. Non visto, apre la porta ed esce.
“Ehi!”
Un uomo in giacca cravatta.
“Eh?” Giacomo si blocca, atterrito.
“Sì, dico proprio a lei! Permette che mi presenti? Sono il dottor Mutui, della Multicredit Banca.
Il povero Giacomo si porta le mani al volto. Sta quasi per scoppiare in lacrime.
“Si rilassi” dice l’uomo. “So benissimo che lei non è un nostro cliente. Però, in fondo, è un nostro cittadino. Lo sa che siamo al governo, vero?”
Il pensionato, rassegnato, annuisce.
“Vedo che lei non ha acquistato nulla.”
Il pensionato, muto, scuote il capo.
“Neppure il panettone e lo spumante.”
Altro diniego del vecchio.
“Se lei passerà alla nostra banca avrà la possibilità di portare in detrazione nella prossima denuncia dei redditi le spese sostenute per l’acquisto di tali beni. Si tratta di un’offerta molto vantaggiosa. Ci pensi.”
Giacomo lancia un urlo gutturale e scappa.
Il banchiere lo guarda allontanarsi. Sorride sornione. Sa benissimo che gli anziani sono abitudinari. Che prima o poi quel vecchio tornerà per acquistare panettone e spumante, come ha fatto durante tutta la sua vita. Sa che la sua banca avrà un nuovo cliente, forse un nuovo elettore.