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mercoledì 17 agosto 2011

IL DECORATORE



Scese dall’auto, scaricò tutta l’attrezzatura, la sistemò vicino alla porta d’ingresso della piccola villetta, poi suonò il campanello. Dopo alcuni istanti udì, all’interno dell’abitazione, una serie di passetti felpati e poi una donna si affacciò, mantenendo l’uscio socchiuso. Era piuttosto anziana ma con un aspetto ben curato. I capelli, radi e sottili, erano perfettamente pettinati,  gli occhi erano leggermente truccati e non mancava un filo di rossetto sulle labbra sottili. E indossava minuscoli orecchini d’oro. Sembrava vestita di tutto punto, e con la borsetta in mano, pronta per uscire.
“Ah! È lei!” esclamò, contenta, spalancando completamente la porta.
“Buongiorno, signora!” disse l’imbianchino.
L’uomo indossava una tuta da lavoro bianca, immacolata e, ben calcato sul capo, un cappello di carta di giornale.
“Mi piacciono le persone puntali” aggiunse la donna, poi fece strada, seguita dal decoratore che reggeva alcune latte di vernice e un contenitore di cartone.
“Può chiudere, signora” disse.
“E la scala?” domandò la donna, sorpresa. “Io non…”
“Non si preoccupi, non ne ho bisogno perché non la uso.”
“No?”
L’uomo sorrise.
“Stia tranquilla, utilizzo dei bastoni telescopici. Con quelli riesco ad arrivare dappertutto.”
“Teles…” cercò di ripetere la donna, ma non ci riuscì.
“Trucchi del mestiere!” tagliò corto l’imbianchino, e allora lei finalmente si rilassò.
“Come le ho detto al telefono, vorrei tinteggiare la cucina. Vede com’è sporca? Poi, il prossimo anno, penserò alla stanza da letto, o magari all’ingresso.”
“Non possiamo fare tutto l’appartamento?” domandò il decoratore.
“No! Per carità! Con la mia piccola pensione posso permettermi di rinnovare solo un ambiente alla volta.”
L’uomo rifletté un attimo.
“Signora, possiamo fare in questo modo. Io le ridipingo tutto l’alloggio, e lei mi pagherà una stanza all’anno. D’accordo?”
“Ma…” La donna era rimasta senza parole.
“Benissimo! Affare fatto!” la tolse dall’imbarazzo l’imbianchino.
“Occorreranno molti giorni?” domandò infine la vecchietta.
“Giorni? Per stasera sarà tutto finito!” rispose l’uomo.
“Davvero?” La donna era incredula.
“Certo!” confermò lui.
“Io stavo uscendo per andare da mia sorella. Vuol dire che quando sarò di ritorno, nel tardo pomeriggio, troverò veramente tutto fatto?”
“Glielo garantisco, signora. Abbia fiducia.”
“Allora me ne vado subito, così non le faccio perdere altro tempo!”
L’uomo ridacchiò.
“Non c’è problema. Buona giornata, signora.”
“Arrivederci, e buon lavoro!” E la donna uscì, felice.
Il decoratore iniziò i preparativi.
Non stese sul pavimento nessun telo, né coprì i mobili. Si diresse invece verso la latta di vernice e la aprì. Avrebbe anche potuto lasciare quel compito a loro, perché ne erano senz’altro capaci, ma di solito preferiva occuparsi di persona di quella piccola, piacevole incombenza. Per lui era una specie di rito. Annusò compiaciuto il buon odore della tinta e posò a terra il coperchio, poi si diresse verso la scatola di cartone. All’interno della stessa si poteva percepire una certa animazione. Rumori vari, scuotimenti, piccoli urti, sfregamenti.
L’imbianchino scosse la testa.
“Calmi!” intimò. Poi sollevò lentamente il coperchio e si scansò. Loro uscirono fuori come dei fulmini. Pennelli, di tutte le dimensioni, e rulli, anch’essi grandi e piccoli. E si tuffarono tutti, con ingordigia,  voraci, nell’enorme latta.
“Che diamine! Cos’è tutta questa fretta?” imprecò l’imbianchino. “Ce n’è per tutti!”
Dopo un po’, pennelli e rulli riemersero e si affacciarono sul bordo del secchio. Ben inzuppati, in attesa.
L’uomo li squadrò, severo.
“Statemi bene a sentire! Desidero che non facciate confusione. Ognuno di voi si occupi della propria zona, non intralciatevi e guai a chi si lascia sfuggire la più piccola macchia. La nostra cliente è una persona molto puntigliosa. Sono stato chiaro?”
In qualche modo, loro annuirono.
“Forza, adesso potete cominciare.”
Si slanciarono fuori dalla latta come delle autentiche furie e si dispersero nei vari ambienti. Aggredirono soffitti e pareti, insinuandosi ovunque, i più minuti e agili persino dietro ai mobili. Uno di loro a un certo punto si arrestò a metà di una parete e rimase immobile. L’imbianchino lo notò e sospirò.
“Hai ragione” disse. Si avvicinò e tolse un piccolo quadretto che era appeso al muro. L’unico in tutta la casa. Recava la fotografia di un uomo, forse il marito defunto della signora.  Il pennello aggredì lo spazio finalmente libero e lo riempì in un attimo.
“Non c’è altro da spostare, quindi lasciatemi in pace e fate il vostro lavoro” disse l’imbianchino. Poi si sedette sul divano, si accese una sigaretta e impugnò il telecomando del vecchio televisore. A un certo punto si addormentò. Fu svegliato dopo un po’ di tempo da un fruscio di setole impazienti.
“E adesso che cosa c’è di nuovo?” biascicò, ancora in parte addormentato. Poi comprese. La latta di vernice era vuota.
“Sapete che mi piace farlo, vero?” disse l’uomo, con un tono di voce quasi affettuoso. Aprì il contenitore e poi tornò ad accomodarsi sul divano. Pennelli e rulli, con rinnovato entusiasmo, ripresero a muoversi febbrili, anche se quella faticosa attività appariva per loro, più che un lavoro vero e proprio, soprattutto un divertimento.
Alle cinque del pomeriggio, l’opera di quegli esseri setolosi era terminata. L’appartamento risplendeva, pulito e luminoso.
Il decoratore si diresse verso la vasca da bagno e la riempì a metà.
“Su, adesso è l’ora di un bel tuffo!” invitò i pennelli. “Mi raccomando, datevi una bella ripulita.”
Poco dopo, quando tutto era ormai in ordine e i singolari imbianchini erano ormai tornati nella loro scatola, l’uomo udì girare la maniglia della serratura e la vecchia signora fece la sua ricomparsa. Osservò l’appartamento, stupita e meravigliata, poi guardò quello che riteneva l’artefice di tutto ciò.
“Complimenti! Ha fatto un lavoro stupendo! Lei è di una bravura incredibile! E non ha sporcato nulla! Neppure la sua tuta! Come ha fatto?”
L’imbianchino si strinse nelle spalle, lusingato.
“In effetti, non è del tutto merito mio…”
“Certo” disse la donna. “Un po’ di merito è anche di chi le ha insegnato così bene il lavoro.”
“In quanto alla tuta” riprese l’uomo. “Le confesso che sono un tipo molto ordinato, al limite della pignoleria, e quindi me ne porto sempre una di ricambio da indossare a lavoro ultimato.”
“Ah! Lo sa che lei è proprio un tipo singolare?”
“Dice?” domandò l’uomo, lanciando un’occhiata alla scatola di cartone, dalla quale non proveniva il minimo movimento.
I lavoratori si stavano già godendo il meritato riposo.
 

domenica 14 agosto 2011

MANI IN TASCA



Quel giorno Gualtiero si presentò al bar in mutande.
D’accordo, il ragazzo era un poco tocco, qualcuno affermava che gli mancasse qualche giovedì e probabilmente anche qualche altro giorno feriale o festivo che fosse, tuttavia la sua apparizione, così conciato, suscitò comunque una certa sorpresa. E pure un certo divertimento.
Soltanto Oscar, il barista, la prese male. Certo, il suo era pur sempre un locale pubblico frequentato, oltre che da noi perdigiorno abituali, da studenti, da donne di una certa età e da pensionati con i loro cagnetti al guinzaglio, e di conseguenza l’abbigliamento del giovane lo indispose. Allora lo rimbrottò con severità, gli intimò di andarsene immediatamente o, al più, di coprire in qualche modo quelle sue gambette sottili, bianche e completamente glabre.
Gualtiero abbassò lo sguardo, in apparenza mortificato, ma non si mosse. A un tratto vidi spuntare sul suo muso da faina un beffardo sorriso, quindi il ragazzo si avvicinò a me e, rapido come un fulmine, tuffò una sua mano ossuta nella tasca destra dei miei pantaloni e la rivoltò. Era vuota, completamente vuota, a eccezione di alcune briciole di incerta origine.
“Ah! Ah! È già passato! È già passato. Non è rimasto niente!” cantilenò euforico Gualtiero, non nascondendo il proprio entusiasmo.
Dapprima rimasi alquanto sorpreso da quel gesto improvviso e inspiegabile poi, aiutato da una sagace asserzione del vecchio Pilade, che nel frattempo si era alzato dal suo solito tavolino per rifornire il bicchiere, finalmente compresi.
“Ieri il Presidente ha detto che sarà costretto a metterci le mani in tasca! E faceva pure finta di essere dispiaciuto, il gran bastardo!” esclamò l’anziano ubriacone, con la sua voce catarrosa.
Scemo sì, ma non del tutto, il buon Gualtiero! Il suo ragionamento era chiaro: niente pantaloni, niente tasche e qualsiasi tentativo di sottrazione governativa era così impedito. Non faceva una grinza. Subito dopo, nel locale si scatenò un coro di voci, la maggior parte delle quali decisamente alterate dall’alcol, ma non per questo meno efficaci.
“Quel farabutto!”
“Quel ladro!”
“Quel puttaniere da strapazzo!”
“Quel vigliacco!”
Mi resi conto che si trattava di insulti, alcuni dei quali preferisco non riferire, tutti rivolti alla stessa persona: il nostro Capo del Governo.
Gualtiero era riuscito a scatenare un bel pandemonio!
Il buon Oscar cercò di riportare un po’ di ordine, ma invano. Gli avventori erano scatenati, e si incoraggiavano l’uno con l’altro sempre di più.
“Quel nano merdoso!”
“Quel mascalzone!”
“Quella canaglia!”
“Quel criminale!”
Dal momento che la sequela di ingiurie non accennava ad arrestarsi, decisi di intervenire. Odio quando la gente assume atteggiamenti animaleschi, da branco. E, dopo aver ancora udito un: “Deve finire appeso a testa in giù!” sbottai.
“Basta!” urlai. “Smettetela di fare questi discorsi da bar!”
Oscar mi guardò torvo, io finsi indifferenza, nondimeno il mio intervento si rivelò adeguato perché tutti si zittirono. Accanto a me, Gualtiero sogghignava soddisfatto, grattandosi il posteriore. Ero intervenuto poiché, tra le altre cose, non tollero l’ipocrisia, e sapevo benissimo che almeno una metà di quegli scatenati urlatori aveva per anni sostenuto o addirittura idolatrato quel bieco individuo che adesso invece era oltraggiato in maniera così pesante.
“Finiremo tutti con le pezze al culo” aggiunse ancora Faustino, però con tono pacato, amaro.
Dovetti annuire. Ero completamente d’accordo con quella sua analisi semplice ma efficace.
Gualtiero continuò a sorridere, si chinò in avanti e, ruotando lentamente su se stesso, espose a tutti il retro delle sue mutande gialle, compiaciuto. Il suo ragionamento continuava a reggere. Chi non possedeva pantaloni, non rischiava di doverli rattoppare.
Faustino scosse lentamente la testa, si accese una sigaretta e prosciugò tutto di un fiato il bicchiere che reggeva tra le mani.
“Prima o poi ci ruberanno pure le mutande” disse con tono grave.
Gualtiero impallidì di colpo. Poi si voltò e scappò di corsa dal locale. Noi ci guardammo, meravigliati per quella strana e imprevista reazione.
Il giorno dopo il ragazzo si presentò al bar completamente nudo. E rideva.


sabato 13 agosto 2011

MANOVRA-BIS



È passato poco più di un mese da quando è stata approvata la manovra economica da 7 miliardi (per l'anno in corso). Allora si disse che tale operazione sarebbe stata più che sufficiente, dal momento che l’Italia era certo in condizione critica, ma non più di altri paesi e che, comunque, nonostante la crisi globale, il nostro paese poteva affrontare le difficoltà contando su solidità che altre nazioni invece non possedevano. Balle. Tutte balle, come sempre. Ieri, in gran fretta, in situazione di estrema emergenza, dietro impulso (o forse anche qualcosa in più) delle autorità politiche e monetarie comunitarie, del Presidente della Repubblica, è stata promossa una terrificante manovra-bis da oltre 45 miliardi, distribuita su due anni.
Ci si chiede: perché l’aggravarsi della crisi non è stato previsto dai nostri geni economici? La risposta è semplice: per superficialità, incompetenza, incapacità totale e pura imbecillità da parte di chi sarebbe stato deputato a farlo. Anche in questo caso nulla di nuovo, direte, tuttavia mai come adesso il momento si presenta in tutta la sua drammaticità, ci troviamo in una fase di tale gravità che, nell’opinione pubblica, nei cittadini, la reale percezione dell’insieme tarda a farsi strada.
In ogni modo, per via dell’entità del provvedimento appena approvato, e proprio per il suo aspetto quantitativo, probabilmente sarà possibile rassicurare i mercati per un certo periodo di tempo e sfuggire così alla bancarotta, al famoso incubo del default, cioè di insolvenza dello stato. Per quanto tempo? Chissà, forse per sei mesi, magari per un anno. E poi? Poi sarà la fine della normalità e l’inizio dell’incubo.
Per quali motivi una manovra di tale entità rischia quasi certamente di rivelarsi inutile?
Innanzitutto perché andrà a colpire il solito ceto, quello medio, già sfibrato da anni di difficoltà, l’unico, per la sua composizione e consistenza, in grado di rappresentare un’autentica risorsa per la crescita e la ripresa. Inevitabilmente diminuiranno ancora di più i consumi, con conseguente contrazione dell’offerta e automatico calo della produzione di beni e servizi e con fatali ripercussioni sul mercato del lavoro, già duramente provato. Quindi, ulteriore aumento della disoccupazione, con altri lavoratori che perderanno il posto di lavoro e giovani che vedranno azzerarsi del tutto la prospettiva di un impiego. In pratica, avremo il proseguimento di una fase recessiva della quale sarà impossibile intravedere la fine, dal momento che al calo dei consumi farà seguito la diminuzione degli investimenti.
Ceto medio tartassato, dunque, e non invece utilizzato quale volano per una pur difficile ma non impossibile inversione di tendenza, mirata a portare il paese ad una anche debole ma costante fase di crescita.
Quale sarà invece l’impatto sulle classi sociali più deboli, sui meno abbienti da sempre, sui recenti nuovi poveri? Sarà drammatico, perché i ceti più disagiati saranno duramente colpiti dai tagli dei trasferimenti agli enti locali, organismi già ora in grande sofferenza, con conseguente ulteriore perdita di prestazioni e servizi, soprattutto nel campo dell’assistenza e del sostegno alle famiglie.
E i ceti più abbienti, oppure i grandi evasori? Che cosa è previsto per loro? Permettetemi, invece di una ovvia risposta, un'amara risata.
Nell’immediato futuro si prospetta, quindi, una situazione generale piuttosto difficile e penosa, di ardua sostenibilità. C’è il rischio di un improvviso inasprimento dei conflitti sociali, attualmente già presenti ma ancora latenti causa disorganizzazione dei soggetti disagiati. Tra l’altro, è sempre opportuno ricordare che la credibilità politica internazionale del nostro governo è pari a zero.
È possibile, a tutto ciò, porre un rimedio, trovare una soluzione? No, non è possibile, perché ormai è troppo tardi. L’incanto e l’ottundimento delle menti sono in gran parte svaniti, ma è comunque troppo tardi, ormai la realtà ci ha investito, e l’urto è stato durissimo, frastornante. Prima o poi, sarà necessario ricominciare tutto da capo.
Per chi sarà in condizione di farlo, naturalmente.
Ah! Dimenticavo…
Buon Ferragosto (?)
   

domenica 7 agosto 2011

MICROSTORIA


Il pensionato camminava attraverso il piccolo e malconcio giardino pubblico, meta della sua passeggiata quotidiana quando, all’improvviso, si arrestò. Ne era certo, qualcuno lo stava seguendo, e non si trattava della prima volta. Aveva già notato più volte quell’ometto aggirarsi attorno a lui, all’ufficio postale, in banca, al bar, per la strada, e in altri svariati luoghi, ma aveva pensato a semplici coincidenze, a incontri del tutto casuali, e invece non era così. Decise di affrontarlo, per chiedere spiegazioni. Si appostò dietro a un cespuglio e attese. Quando l’ometto raggiunse quel punto, sbucò fuori all’improvviso.
“Fermo! Perché mi sta pedinando? Perché ce l’ha con me?”
L’altro si spaventò, puntò a terra con forza il bastone che teneva in mano,  per non cadere. Un elegante bastone da passeggio con il pomo in avorio.
“Esigo delle spiegazioni!” lo incalzò il pensionato, cercando di approfittare del momentaneo sbigottimento del suo pedinatore. Ma, allo stesso tempo, lo osservò meglio. Sembrava piuttosto anziano, ottant’anni almeno, mingherlino, il capo quasi del tutto calvo, occhiali senza montatura con lenti molto spesse. Il pensionato considerò che non poteva certo rappresentare un pericolo e si calmò.
“Mi scusi, ma…” cercò di giustificarsi il vecchietto.
“Chi è lei?”
“Ha ragione, è opportuno che le fornisca dei chiarimenti. Sono il professor Eugenio Dottis, docente di storia a riposo. Lei non mi conosce, ma io non posso dire la stessa cosa nei suoi confronti. Io la conosco molto bene, e questo perché lei è l’oggetto di tutti i miei studi degli ultimi cinquant’anni.”
“Che cosa?” domandò il pensionato, sbalordito.
“Comprendo il suo stupore, ma è così. Ho iniziato la ricerca tanti anni fa, quando ero un semplice assistente universitario. E poi l’ho proseguita. In verità, devo dire che finalmente è quasi terminata. Vede, ormai sono vecchio, ed è giunto il momento di concludere.”
“Ma… di cosa si tratta? Non capisco…”
“Mi permetta di spiegare. Sa che cos’è la microstoria?”
“Un racconto molto breve?” azzardò il pensionato.
Il professor Dottis sorrise.
“No, si tratta di un approccio particolare alla storia. Invece dei grandi eventi, degli accadimenti collettivi che, secondo alcuni, sono quelli che determinano il corso della storia e i grandi cambiamenti, si prendono in esame, si studiano e si analizzano i piccoli fatti, le azioni più insignificanti delle persone. In parole povere, prevale la prospettiva del singolare, dell’individuale, dell’effimero, il tutto filtrato attraverso la contemporanea osservazione dei mutamenti demografici, economici e di costume.”
Dottis prese fiato. Pareva stremato.
“E io che cosa c’entro con i suoi studi?” chiese il pensionato.
Il professore sospirò, paziente.
“L’ho appena spiegato. Io ho scelto lei. Ho osservato tutta la sua vita, fin nei dettagli più minuziosi, da quando si è sposato, a vent’anni, due mesi e quattordici giorni, ad adesso. Cinquant’anni di esistenza di un individuo insignificante…”
“Come si permette?” si inalberò il pensionato.
“Mi perdoni, non intendevo essere offensivo. Volevo semplicemente affermare che tutti noi, a livello singolo, siamo privi di interesse. Almeno, è ciò che si ritiene comunemente, ma io non sono d’accordo e credo di averlo dimostrato con i miei studi. Le bozze dei primi due volumi della storia della sua vita stanno per andare in stampa…”
“Due volumi?”
“In realtà sono quattro. Il terzo è praticamente concluso, e il quarto raccoglie documenti e testimonianze. In tutto saranno più di settemila pagine.”
“Settemila?”
“Proprio così. La vita di ogni persona è incredibilmente varia e ricca di avvenimenti interessanti. Chi l’avrebbe mai detto?”
Dottis estrasse un piccolo taccuino.
“Che sta facendo?” lo interrogò il pensionato.
“Sto prendendo appunti riguardo al nostro incontro odierno. Sa, la memoria non è più quella di una volta!”
L’altro scosse il capo, sconsolato.
“Perché ha scelto proprio me?”
Dottis alzò le spalle.
“Diciamo che è stata una cosa abbastanza casuale.”
“E lei mi ha sempre seguito per tutti questi anni?”
Il professore sorrise di nuovo.
“No, lo hanno fatto per me dieci generazioni di studenti, sempre diversi, Per questo motivo lei non si è mai accorto di nulla. Da quando sono a riposo, invece, ho qualche problema, e di conseguenza ho dovuto occuparmi di persona anche di questo aspetto della ricerca.”
“E il privato? Voglio dire, nessuno mi ha mai seguito, e spiato, in casa. Il suo lavoro è incompleto!”
“Vede, la dimensione domestica riveste un’importanza fondamentale nel mio lavoro. Le assicuro che è piuttosto completa e non meno dettagliata rispetto al resto dell’indagine.”
“Come è possibile?” chiese il pensionato, incredulo.
“Vede, quando ero un giovane assistente una studentessa si appassionò talmente tanto alla ricerca che decise di collaborare con me fino alla sua conclusione. Cinquant’anni!””
“Non capisco…”
“No? Allora lo chieda a sua moglie. Quella studentessa era lei.”




giovedì 4 agosto 2011

BIBITE


L’arrivo dell’estate era annunciato dal camioncino delle bibite. Intendiamoci, si trattava sempre dello stesso sgangherato mezzo che, tutte le settimane, durante tutto l’anno, faceva la spola tra le frazioni dispensando acqua minerale e vino. All’improvviso, però, si trasformava e appariva diverso. Impilate in modo approssimativo sul pianale, in bilico, caracollanti, adesso c’erano delle cassette di plastica colorate, colme di bibite. Le bottiglie, tutte di vetro, vibravano e si urtavano lievemente, le une contro le altre, provocando un rumore caratteristico, che a volte sovrastava addirittura il frastuono del motore e che poteva essere udito da lontano. Allora non esistevano bottiglie di plastica, nessuno avrebbe mai consumato una bevanda che a lungo aveva sostato in un simile recipiente. Era considerato insano, non igienico, si temevano alterazioni e deperimenti. Allo stesso tempo, nessuno si preoccupava del tremendo contenuto zuccherino di tali bevande, dell’uso folle di additivi chimici e di coloranti artificiali oppure dell’eccessivo dosaggio di gas, con la presenza di milioni di bollicine in grado di anestetizzare qualsiasi palato, anche il più insensibile. Ogni volta, ogni sabato, era consentito l’acquisto di non più di tre bottiglie, e per noi ragazzi la scelta era piuttosto difficile, perché l’offerta era molto varia: aranciata, limonata, cedrata, orzata, con il suo impressionante color latte, menta, chinotto, l’esotico tamarindo, il ginger, con il suo curioso sapore dolce-amaro. Le dispute erano frequenti ma, alla fine, occorreva comunque decidere. Il momento più felice, l’apoteosi estiva delle bibite, era per noi il giorno della festa patronale. In quell’occasione c’erano invitati in casa, e il sacro dovere dell’ospitalità imponeva di non badare a spese. Di conseguenza, con nostro grande tripudio, erano acquistate bevande di ogni specie, spesso una bottiglia per ogni tipo. E noi rimanevamo sempre a bocca aperta di fronte a quell’abbondanza, si stabilivano accurati elenchi di priorità riguardo al consumo delle varie bevande, liste che poi puntualmente erano disattese. Quasi sempre, alla fine, gli adulti disdegnavano quegli intrugli colorati, preferendo invece ripiegare sul vino, nonostante il gran caldo, oppure su birra e gazzosa fresche. Fresche, ma non fredde. L’utilizzo del frigorifero era proibito, era tabù. Tutti concordavano sul fatto che una bevanda refrigerata in maniera artificiale potesse provocare, inevitabilmente, effetti letali. Durante tali discorsi, la temuta parola congestione circolava a bassa voce, minacciosa. Tuttavia non si rinunciava affatto al consumo di una bevanda fresca, anche se i metodi impiegati erano del tutto naturali. Le bottiglie erano immerse nel piccolo canale che scorreva proprio davanti a casa e fissate, da un lato, a un paletto piantato nel letto del fosso e, all’altro capo, a un cappio che stringeva loro il collo. La corda era sempre di canapa, sfilacciata e sfibrata per i continui affondamenti. Le colorate bottiglie ripiene di liquidi verdi, vermigli o bruni erano sempre in ottima compagnia. Numerosi bottiglioni di vino, tutti muniti di tappo a macchinetta, erano perennemente a bagno, di giorno e di notte, anche se forse non erano sempre gli stessi… Per non parlare delle enormi angurie, avvolte in sottili reticelle, sempre sul punto di ottenere la libertà per mezzo di uno strappo definitivo e di lanciarsi così in una pazzesca corsa acquatica. Ma ciò non avveniva mai, poiché erano state imprigionate da mani esperte, e la loro sorte era sempre quella di finire affettate su un tavolo, all’aperto, in una tiepida sera d’estate.

martedì 2 agosto 2011

L'INTERCETTATORE



Aveva proseguito quella che era stata l’attività di suo padre e, prima ancora, di suo nonno e di tutti i suoi avi. In realtà, non si trattava di un mestiere vero e proprio, perché non richiedeva un particolare dispendio fisico, né produceva profitti di alcun genere. Si trattava piuttosto di un’attitudine, di una capacità che, da tempo imprecisabile, si tramandava di generazione in generazione ed era esercitata. Era, più che altro, una specie di dono. Inoltre, non sapeva se altri, in quello stesso preciso istante, fossero impegnati nella medesima occupazione. A ciò non era interessato, non gliene importava nulla. Lui lo faceva, e basta. Oltretutto, quella strana mansione non comportava tempi precisi, orari o scadenze. Quando il momento arrivava, lui lo percepiva e, senza dover fare nulla di peculiare, agiva. Un breve attimo di raccoglimento, di concentrazione, e l’intercettazione era compiuta. Un nuovo soffio si aggiungeva agli altri. Quanti erano, ormai, gli altri? Non lo sapeva, ma di sicuro erano tanti. Lui amava pensare che tutta quell’energia positiva fosse immagazzinata nel vecchio capannone che sorgeva vicino alla propria casa. Allo stesso tempo, si rendeva conto che la sua era anzitutto una fantasticheria. Quel vecchio edificio non avrebbe certo potuto contenere tutte quelle essenze. Oppure sì, dal momento che tale ammasso di forza era comunque costituito da un qualcosa di impalpabile, che, per sua natura, non occupava spazio? Ma, fra le tante, c’era soprattutto una domanda che lo assillava quotidianamente. Qual era lo scopo ultimo di tutto ciò? Non era mai riuscito a dare una risposta sensata a quell’interrogativo. Ed era convinto che non ci sarebbe riuscito nemmeno in futuro. Semplicemente, i suoi figli avrebbero continuato la sua opera, e dopo lo avrebbero fatto i suoi nipoti. Di una cosa però era sicuro. Di svolgere bene il suo lavoro. In tanti anni era certo di non avere mai commesso errori. La sua opera di filtraggio era sempre stata impeccabile. Erano state intercettate e trattenute esclusivamente le anime buone, quelle che, prima o poi, si sarebbero rivelate utili. Per quale finalità, quale impiego, non lo sapeva, d’altra parte aveva ormai compreso che non toccava a lui decifrare il grande disegno che di sicuro era ben presente, uno schema però del tutto incomprensibile per la sua mente limitata. A volte, piuttosto, per pura curiosità, si chiedeva dove andassero invece a finire quegli spiriti che lui non filtrava, che lasciava liberi di proseguire la loro corsa. Forse quei soffi si disperdevano, pensava, essendo del tutto inservibili e inadatti a qualsiasi impiego, in quanto malvagi, infami o comunque portatori di qualità negative.
E così, giorno dopo giorno, lui proseguiva nella sua missione. Sempre attento, efficiente, produttivo. Chissà se sarebbe toccato a lui, sognava, il privilegio di scatenare quell’orda di anime, quell’ammasso di bontà, quel concentrato di pura e tremenda amorevolezza verso il loro vero obiettivo, probabilmente quello di salvare il mondo, oppure l’umanità, o forse l’uno dall’altra. O, meglio ancora, per uno scopo ancora più nobile ma non immaginabile.  

giovedì 28 luglio 2011

PARADISO



Sono morto. È così, ne sono sicuro. Non ho mai creduto in una vita oltre la vita, ho sempre pensato che con la fine dell’esistenza tutto terminasse, invece non è vero. Sono morto, eppure continuo a vivere. Certo, le sensazioni sono diverse. Ad esempio, non chiedetemi se sono giovane o vecchio, perché non saprei rispondere. Né in che luogo mi trovo, dal momento che non lo saprei descrivere. È difficile rappresentare il nulla. Esisto, e basta. Cammino, anzi, mi sposto in questo spazio indefinito, ma attorno a me non c’è niente e nessuno. Mi trovo forse in Paradiso? E chi lo sa com’è veramente il Paradiso? Qualcuno di voi l’ha forse visto? In ogni caso mi sento bene, avvolto da una condizione di pace e beatitudine. Me la godo, per adesso, la assaporo, visto che non ho la più pallida idea di ciò che mi aspetta. In fondo, non sarebbe affatto male continuare così. Se davvero si tratta del Paradiso, vi garantisco che non è per niente male.
A un tratto, però, qualcuno mi sbarra la strada, se di strada si può parlare, naturalmente. Vedendolo di fronte a me sorrido, poiché si tratta di una creatura che ben conosco, che non temo, che non mi spaventa. Piuttosto mi sorprendo quando mi rivolge la parola.
“Sono qui per darti il benvenuto” dice, con gentilezza.
“Dove sono?” domando, d’impulso, perché è questa la mia vera curiosità.
“Non lo sai?”
“No, non lo so. So di essere morto, nient’altro.”
“Hai perfettamente ragione, ma tu non devi chiederti dove sei, bensì come ti senti, allora avrai la risposta.”
“Non mi sono mai sentito così bene. Sono forse in Paradiso?”
Lui ride, una risata gutturale, profonda.
“Visto?” dice, hai indovinato.
“E tu chi sei, allora? Il guardiano?” ribatto, curioso.
“No, assolutamente. Qui non c’è bisogno di guardiani.”
“Un aiutante o qualcosa del genere?” azzardo.
Altra risata. Simpatico, il tipo.
“No, io sono io. Sono tutto. Sono l’unico” dice, misterioso.
Sarà perché mi trovo in Paradiso, o chissà per quale altro motivo, comunque la mia mente si apre all’improvviso e allora comprendo tutto.
“Tu sei Dio!” esclamo.
Stavolta lui non ride, per fortuna, ma si limita ad annuire, solenne.
“Lo sapevo che c’era la fregatura!” dico. “Dunque, devo ancora essere giudicato, e tu stai per farlo, esatto?”
“No, ti sbagli. Tu sei già stato giudicato, tutto è già stato deciso. Tu starai qui con noi, per sempre.”
“Con noi?”
“Certo, dopo vedrai tutti gli altri.”
“Sono stato ritenuto idoneo?”
“Avevi dei dubbi, forse? A tuo riguardo, io non ne ho mai avuti. La tua esistenza è stata positiva.”
“Ho commesso degli sbagli…” accenno, titubante.
“Chi non ne commette? Non temere, si tratta di piccole mancanze, tipiche degli esseri della tua specie.”
Non capisco.
“La mia specie, hai detto? Vuoi dire che qui incontrerò creature di tutte le specie?”
Mi guarda, divertito.
“Ti stupisci? Non lo sai che per me tutte le creature sono uguali?”
“Certo, certo” mi affretto a dire. Non vorrei mai che cambiasse idea nei miei confronti.
Dio scuote il capo, paziente.
“Non mi chiedi nulla?” domanda.
“Eh?”
“Il mio aspetto, non ti sorprende?”
Decido di essere sincero. D’altra parte, lo sono stato per tutta la precedente vita.
“Si, mi stupisce molto. Tuttavia, non osavo domandarlo” dico. “Queste sono le tue sembianze normali? Tu sei un…”
“Sì, lo sono” risponde.
Rifletto.
“Ho sempre pensato che gli esseri umani fossero stati creati a tua immagine e somiglianza” dico.
“Esseri umani? Che cosa c’entrano gli esseri umani? Per me voi siete soltanto alcune delle creature che ho plasmato. E tra loro ci sono pure, come hai detto tu, quelle forgiate a mia immagine e somiglianza.”
“Vuoi forse dire che…”
“Conosci forse creature più perfette? Che danno amore senza chiedere nulla in cambio? Così disinteressate, leali, buone e generose?”
Fingo di pensare un attimo, ma in realtà conosco bene la risposta.
“No, non ne conosco altre” dico infine.
“Esatto. Vedi, io utilizzo quelle creature, quelle simili a me, per mettere alla prova le altre, ma in particolare il genere umano. Chi rispetta e ama la diretta emanazione di Dio, cioè quegli esseri, si guadagna il Paradiso. Tu lo hai sempre fatto, nel corso di tutta la tua esistenza, dando prova di grande bontà, e per tale ragione adesso ti trovi qui. In fondo, è semplice, no?”
Non ho parole. Chi l’avrebbe mai detto? Però mi rendo conto che Dio ha ragione. Dopotutto, come potrebbe non averla?
Lo guardo, dall’alto in basso. Sono commosso, e orgoglioso di me stesso. Seppure in modo inconsapevole, ho superato la prova, e d’ora in poi vivrò sempre tra le delizie del Paradiso.
“Rinnovo il benvenuto e ti saluto” dice Dio. “Mi auguro che ti troverai bene in questo luogo di pace eterna.”
Subito dopo mi porge una zampa, che io stringo, ancora scosso e intenerito.
Poi Dio si allontana agitando la coda.