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martedì 12 aprile 2011

RICORDI



 
Arrivano all’improvviso, proprio quando non te l’aspetti. Ti sorprendono, ti acchiappano mentre sei sotto la doccia, ti stai vestendo o attendi il bus alla fermata. Mentre mangi o fai l’amore. Oppure quando lavori e credi che l’impegno e la concentrazione possano contribuire a tenerli lontano, a impedir loro di colpirti come una violenta frustata. Ma non è così, lo sai e la tua speranza è vana. O ancora quando sei nel letto, la sera tardi, e tenti inutilmente di prendere sonno, di sprofondare nell’oblio d’ovatta, nel nulla permeato di visioni oniriche che ti condurrà a vivere, forse, un’altra giornata. E ti scopri ancor più fragile, più esposto, vulnerabile e indifeso.
Quando capita, e capita spesso, sempre di più via via che si accumulano le albe e i tramonti dell’esistenza, provi a scacciarli, ma si tratta di uno sforzo immane, disperato. L’esito è sempre lo stesso: soccombi, sconfortato. E loro arrivano a frotte, insidiosi, insistenti; giovani, meno giovani, vecchi e antichi. Più sono datati, più sono pericolosi, perché si presentano precisi, nitidi, rivissuti e rielaborati innumerevoli volte, ormai scolpiti nella pietra.
Alla fine, quando proprio non ce la fai più, ti arrendi, rassegnato e stanco, addirittura esausto. E permetti loro di colpirti, non offri più alcuna resistenza, non lotti più. Crolli, schiantato da colpi poderosi che ti mozzano il respiro, ti fanno boccheggiare, alla disperata ricerca di un refolo d’aria, che non trovi mai.
Allora ammaccato, ferito e distrutto, aspetti.
Aspetti finché non se ne vanno.
Se ne vanno. Torneranno, prima o poi, gli stessi o altri ancora, ma per ora se ne vanno.
Ti guardi dentro, perché è dentro che ti hanno colpito, ti hanno frantumato, e ti accorgi che la tua essenza è comunque sopravvissuta, come tutte le altre volte, come sempre. Sei diverso, ma sei salvo. Perché i ricordi non uccidono, tormentano.




domenica 10 aprile 2011

IL VERO CORONA



“Il vero Corona sono io!” Con queste parole spesso esordisce Mauro Corona quando incontra i suoi sempre più numerosi lettori. Scrittore, è vero, ma anche ex-bracconiere e cavatore di pietra, nonché bevitore, boscaiolo e apprezzato scultore del legno. Corona vive a Erto, in Friuli, il paese ripido, scosceso, dove tutto scivola verso il basso. Il paese che, nell’autunno del 1963, fu spazzato via dall’acqua tracimata dalla diga del Vajont, dopo che una enorme frana precipitata dal monte Toc aveva occupato l’invaso artificiale. Le vittime di quella tragedia furono più di duemila, interi paesi furono inondati e distrutti e in seguito ricostruiti. Ma nulla fu più come prima. La natura aveva cercato di riprendersi il suo spazio, quello spazio che gli era stato sottratto dall’uomo, impegnato soltanto a soddisfare le sue brame di ricchezza e di falso benessere, incurante di avere alterato un equilibrio che deve sempre esistere tra l’essere umano e l’ambiente in cui vive.
Corona, a suo modo, è dunque un sopravvissuto e, come tutti i testimoni e i superstiti di immani sciagure, ha sviluppato negli anni un duplice atteggiamento: da un lato si è sentito in colpa perché in questi casi tutti sono responsabili, anche chi, come nel suo caso, all’epoca era solo un ragazzo. Dall’altro si è trasformato nel custode della memoria, del ricordo di tempi, di fatti e persone ormai scomparse, di un modo di vivere che non potrà ritornare. Di un mondo e di una cultura, quelli della montagna, spietati e crudeli ma comunque meritevoli di rievocazione. Allora hanno preso forma i suoi libri. È nata così la saga di Erto, di quel paese ripido e scosceso, come non manca mai di ripetere lo stesso scrittore, nel quale è difficile vivere perché tutto tende a scorrere verso valle: cose, uomini, alberi, animali e sentimenti. Un paese che ormai non c’è più, che esiste soltanto nella memoria di chi non ne rinnega il ricordo. Il mondo di Mauro Corona è duro, feroce, spesso brutale, com’era la vita tra quelle valli, all’ombra delle alte e impervie montagne. Ma, spesso, è anche poetico, in modo struggente. Difficili da scordare i protagonisti della sua narrazione: abeti, carpini, uccelli, volpi e martore; Zino e il suo bastone maledetto, Neve, la dolce e magica ragazzina che compie miracoli e che si scioglie al sole quando incontra l’amore, Santo della Val, il re dei boscaioli. E poi ci sono le opere più intime, più personali, nelle quali l’autore mette a nudo se stesso, le sue debolezze, i suoi problemi con l’alcol, la sua mai celata misoginia. Insomma, le sue fragilità di uomo tutt’altro che perfetto, ma umile.
Tra tutti i lavori dello scrittore friulano vorrei citare e raccomandare in particolare “Fantasmi di pietra”, una autentica Spoon River moderna, dei nostri giorni. Gli altri, invece, li lascio scoprire a voi.

sabato 9 aprile 2011

MAGNÍN AL CIMITERO



“Stamattina, di buon'ora, è passata Pina d’l Ciuch ed era tutta spaventata” disse Albino, l’oste.
La donna aveva ereditato lo stranome dal padre, che era stato un grande bevitore, e per questo stimato e rispettato da tutto il paese.
Dalla zona buia del locale si udì la voce di Dolfo.
“Spaventata? Di sicuro aveva già fatto il pieno!”
“No” riprese Albino. “Ha comandato un vino chinato per ripigliarsi ma ha detto che era il primo della giornata. Era stata al cimitero, a portare i fiori al suo povero Fernando, e aveva visto una roba strana.”
“Che cosa?” domandò Dolfo, curioso.
“Ha detto che ha notato qualcosa muoversi dentro ai nuovi loculi, quelli in costruzione, e allora è scappata via di corsa. Per poco non le prendeva un colpo!”
L’osteria di Albino era del tutto particolare. Da un lato c’era l’edicola mentre dall’altra parte si trovava il banco della mescita, di fronte al quale erano disposti alcuni tavolini. Uno era sempre occupato: mattino, pomeriggio e sera. Da Magnìn e la sua banda.
“Sarà stata una bestia” disse Giors.
“Impossibile” replicò l’oste. “Pina ha detto di aver visto una scarpa muoversi, e le bestie non portano scarpe.”
“Al giorno d’oggi può essere di tutto!” sentenziò Luigino.
I suoi compagni di bevuta annuirono all’unisono, poi portarono il bicchiere alle labbra e ingollarono una robusta sorsata di rosso. Tutti, tranne Luigino. Lui beveva solo liquore alla prugna.
Dolfo picchiò un gran pugno sul tavolo. L’oste sobbalzò, gli altri invece rimasero impassibili.
“Dolfo, che c’è?” domandò Albino, allarmato.
“Niente, così” rispose il corpulento camionista.
Poi ci fu un lungo silenzio.
“Andiamo a vedere” esclamò all’improvviso Magnìn. E si alzò in piedi.
“Dove? Al cimitero? Vengo anch’io!” disse Matasèt, entusiasta.
“Non adesso, stanotte. Adesso vado a casa, per la cena, altrimenti mia madre mi rompe i coglioni.”
“A mezzanotte il cimitero è chiuso” disse Giors, il più saggio della compagnia ma pure lui gran bevitore.
“Salto il muro” disse Magnìn.
“No” affermò Abino. “Pasquale non chiude mai. Dice che tanto i morti non scappano.”
“Ormai ho detto che salto il muro e salto il muro” ribadì torvo Magnìn.
L’oste si strinse nelle spalle. Sapeva che era impossibile far cambiare idea a quell’uomo. Nessuno c’era mai riuscito.
Tutti in piedi, gli amici scolarono di gusto l’ultimo bicchiere, poi uscirono.
Magnìn si diresse verso la moto. Si sedette a cavalcioni del mezzo, poi afferrò il serbatoio con le due mani e iniziò a scuoterlo forte. Si percepì un lieve sciabordìo.
“È quasi asciutto. Questa beve più di me ma fino a casa ci arrivo. Albino, mi daresti il giornale?”
“Pronti” disse l’oste. “Ti do il mio. Che cosa vuoi vedere? Non l’ho ancora letto ma…”
Magnìn lo afferrò, lo piegò in due e lo infilò sotto la camicia.
“È per l’aria” spiegò. Poi indossò enormi occhiali da saldatore, si legò al collo un fazzoletto rosso e cominciò a trafficare con la leva della messa in moto, scalciando come un matto.
Nel frattempo, Matasèt si guardava attorno, smarrito.
“Non trovo più la moto” disse con la sua voce sottile, da vecchio bambino. Allora si infilò due dita in bocca e iniziò a fischiare.
“Che fai?” domandò Dolfo.
“Provo a chiamarla” rispose Matasèt, imperterrito. “Con il cane funziona.” E continuò.
Dolfo scosse il capo, sconsolato.
“È tedesca?” chiese Luigino.
“Che cosa?” disse Matasèt.
“La tua moto, è tedesca?” ribadì Luigino.
“È una Negrini, non ti ricordi?”
“Allora non funziona, puoi pure andare a casa a piedi.”
“Ah! Grazie, Luigino” disse l’altro e si incamminò di buon passo, dopo essersi abbottonato il giaccone. Era molto magro e aveva sempre freddo. Neppure il vino riusciva a riscaldarlo.
“Perché, vuoi dire che se era tedesca…” iniziò a dire Giors, stupefatto, rivolgendosi a Luigino. Albino lo bloccò con uno sguardo eloquente.
La moto di Magnìn non ne voleva proprio sapere di partire. Allora il figlio dello stagnino iniziò a spingerla. Dopo una breve corsa balzò sulla sella, di lato, proprio come sedevano le donne, con tutto il suo peso. Dallo scappamento uscì un fumo denso e nero e la moto prese l’abbrivio scoppiettando. Magnìn, imperturbabile, proseguì la corsa rimanendo in quella posizione tutt’altro che comoda per la guida.
“È partita” sentenziò Luigino. Tutti annuirono, compunti. Tutti, tranne Dolfo, che era scivolato a terra e stava già russando. Dolfo aveva sempre la sbornia torpida.

Arrivarono al cimitero che era da poco passata la mezzanotte. Poco prima di raggiungere il piazzale, Magnìn e Matasèt spensero fari e motori e proseguirono a ruota libera, in silenzio.
Faticarono un po’ a issare le moto sui cavalletti. Era buio pesto, ed entrambi avevano già bevuto parecchio. Magnìn frugò a lungo nella sacca del veicolo e alla fine estrasse una grossa catena e un lucchetto. Si diresse verso il cancello del cimitero, passò la catena, inserì il lucchetto e lo chiuse. Poi si gettò la chiave dietro le spalle, nel prato.
“Domani mattina come farà Pasquale a entrare?” chiese Matasèt, perplesso da tutta quell’operazione.
“Con la sega da ferro” disse Magnìn. L’altro annuì, soddisfatto per la risposta.
“Così non mi viene la tentazione di passare dal cancello” spiegò ancora Magnìn. “Allora, tu mi aspetti fuori, io salto dentro e vado a vedere.”
“Perché non ti togli gli occhiali scuri? Tanto è buio!” domandò l’amico.
“E tu ci vedi qualcosa, che sei senza occhiali neri?”
“No.”
“Bene. Allora li tengo.”
Magnìn si diresse di nuovo alla capiente sacca della moto. Stavolta tirò fuori un corda. Ne legò un capo a una piccola betulla che cresceva proprio vicino all’alta recinzione del cimitero. Poi lanciò l’altro capo oltre il muro.
“Perché non l’hai legata all’altra pianta? Mi sembra più robusta” chiese Matasèt, aguzzando gli occhi.
“Guarda che qui di pianta ce n’è una sola.”
“Ah! L’ho detto a mia madre che il vino che abbiamo bevuto stasera era un po’ grosso. Ma quella non mi vuole mai dare ragione.”
Magnìn si avvicinò al muro e cominciò a tastarlo con le mani, alla ricerca dei giusti appigli e carcando di individuare piccole cavità. Indossava un giubbotto di pelle, i pantaloni da lavoro e leggere scarpe di corda. Di colpo, si aggrappò alla parete e iniziò a salire, sicuro. Sembrava un gatto. In pochi istanti fu sul culmine. Aiutandosi con la fune, si calò dall’altra parte. Una volta a terra, andò verso i loculi in costruzione, inciampando più volte nelle lapidi e imprecando a bassa voce, per non disturbare i morti. Giunto finalmente sul posto, accese la macchinetta a benzina e cominciò a esplorare i loculi, che erano ancora tutti privi della lastra di copertura. A un certo punto notò un paio di scarpe che quasi spuntavano da una delle nicchie. Si avvicinò e le annusò. Puzzavano, ma come puzzano le scarpe dei vivi. Vide che in quelle grosse e consumate calzature erano infilate due gambe. Ficcò la testa nel vano di cemento e vide anche il resto. E riconobbe quell’uomo. Si trattava di Notu Simmia, una specie di vagabondo che, pur possedendo un’abitazione, seppure misera, preferiva dormire all’aperto. In quel periodo non faceva ancora caldo, e il vecchio aveva scelto quel luogo più riparato. Notu stava ronfando alla grande. Magnìn non lo disturbò. Fu spiaciuto di aver buttato via la chiave del lucchetto, il vecchio era prigioniero all’interno del cimitero. Pazienza, pensò, lo avrebbe liberato Pasquale, il custode, quel poveretto che aveva la disgrazia di avere un figlio che non beveva. Appoggiò sul bordo del loculo alcune sigarette e dei fiammiferi, sicuro che il mattino dopo, al risveglio, Notu avrebbe gradito. Peccato non aver portato anche un quartino di rosso. Avrebbe rimediato pagando da bere al vecchio la prima volta che si fossero incontrati da Albino. Magnìn, soddisfatta la curiosità, e pure un po’ deluso, tornò indietro. Giunse di nuovo in prossimità del muro di cinta. Dopo un po’, riuscì a rintracciare la corda e vi si aggrappò, issandosi. Non tenne però conto che il suo peso fece incurvare la sottile betulla, sempre di più, finché l’albero non si tese come un arco. Appena arrivato in cima, il malcapitato fu scagliato con violenza oltre il bordo. Non emise il minimo suono.
Matasèt, che si era seduto con la schiena appoggiata alla recinzione, vide una grossa ombra scura che lo oltrepassò, volando. Subito pensò fosse un pipistrello, ma era troppo grande e quindi lo escluse. Poi si ripromise di non bere mai più, ma sapeva che quello era un impegno impossibile da mantenere. Alla fine comprese. Era Magnìn! Considerò che il suo amico aveva fatto un volo incredibile e che adesso si trovava da qualche parte in mezzo al prato. Da buon bevitore non perse la calma. Si frugò in tasca e prese un pacchetto di sigarette, di quelle senza filtro. Ne tirò fuori una, la lisciò a lungo, la inumidì con la saliva e poi la accese. Aspirò una profonda boccata. Era inutile andare a vedere, correre a cercare Magnìn. Se era morto, amen. Oltretutto sarebbe anche stato fortunato, si trovava già vicino al cimitero. Se invece se l’era cavata, e Magnìn se la cavava sempre, si sarebbe fatto vivo lui stesso. Passarono alcuni minuti, poi Matasèt percepì uno scatto metallico e, proprio in mezzo al prato, scorse una debole luce. La brace di una sigaretta. Allora si alzò in piedi.
“Magnìn” gridò. “Che cosa hai combinato? Hai svegliato i morti?”
“No, stai tranquillo che dormono. Anzi, russano addirittura.”

venerdì 8 aprile 2011

GAMBE



Da molto tempo, ormai, non alzo più lo sguardo.
Per tanti anni, invece, l’ho fatto. Ho smesso all’improvviso, da un giorno all’altro, e non lo rimpiango. Non li sopportavo più, quegli occhi che mi scrutavano, che cercavano, spietati e indagatori, di penetrarmi. Che provavano, spudorati, a percepire e carpire le mie paure, le mie debolezze, la mia misera essenza, la mia infelice condizione umana. Ricambiavo, con sofferenza, con enorme afflizione, quelle occhiate oscene. Non lo faccio più.
Si dice che gli occhi siano lo specchio dell’anima. Ora so che non è vero, perché l’anima non esiste. Ne sono certo. Esistono invece la falsità e la doppiezza, nei miei simili vive e trionfa la malvagità. Non la voglio più vedere, mi atterrisce.
Ho scoperto che è così semplice camuffare, dissimulare e mascherare attraverso lo sguardo.
Per queste ragioni, oggi, il mio mondo è fatto di gambe. Soltanto di gambe.
Le vedo ovunque: in casa, per la strada, sui bus, in ufficio. Associo loro le voci, dei semplici suoni. Le gambe, a loro modo, sono espressive. Si muovono, oppure rimangono immobili, tutte sono comunque diverse, difformi. La loro eloquenza, tuttavia, è povera e dunque non mi crea problemi, non suscita in me imbarazzi, non mi spaventa. Riesco, in qualche maniera, a interloquire, a comprendere quelle appendici.
I piedi no, non li considero. Prigionieri in quelle calzature dalle fogge strane, stretti nelle tomaie lavorate e colorate, sono testimoni di vita muti e rassegnati con i quali ogni scambio risulta impossibile.
Vivo meglio, circondato da sole gambe. Più sereno, più rilassato, più sicuro di me.
In casa, ho abbassato la posizione di tutti gli specchi. Non tollero neppure il mio sguardo, non lo ricordo più. Osservo soltanto le mie gambe. E sono finalmente felice.

martedì 5 aprile 2011

CARO PRESIDENTE



Caro Presidente,
ti chiedo scusa se non sono tanto buono a scrivere ma proprio non mi tenevo più e allora ho preso la piuma. Che è piccola e sottile, e io ho le mani grosse da contadino e sono più abituato a usare la zappa, tanto che ho paura di romperla. Ma non resistevo proprio.
Ti do del tu perché tu sei vecchio come me, mi pare che siamo perfino della stessa leva, e se tu fossi qui con me all’osteria a mangiare e bere ti parlerei come ti scrivo. Dicono tanto largo ai giovani ma poi alla fine sono i vecchi che tengono su la baracca altrimenti tutto andrebbe a rotoli. Abbiamo combattuto il fascismo e poi, ruscando come matti, abbiamo rimesso su l’Italia e adesso siamo noi che manteniamo i giovani che, poveretti, anche se hanno voglia non gli riesce di trovare lavoro. Non che tutti i vecchi vanno bene. Guarda po’ là, per esempio, quel bastardo ladro delinquente che ci governa, parlando con rispetto. Quello è vecchio ma fa il giovane, e fa pena, con i capelli finti e tutto truccato che somiglia a una troia. Pardòn.
Via Ghedafi! Via Ghedafi! Tutti a dire così, mentre fino a pochi mesi fa i nostri governanti se potevano gli basiavano anche il culo, altro che la mano. E lui che è anche delinquente come il nostro, tira addosso alla sua povera gente mentre noi gli buttiamo giù le bombe a lui e non lo prendiamo neppure. E poi ci lamentiamo se arrivano i migrati! E non sappiamo dove metterli, poveri loro!
E nel Parlamento che braiano e ganassano, si danno titoli e si tirano anche le robe! Che vergogna! Noi li paghiamo e loro fanno le leggi solo per quel disgraziato che invece bisogna metterlo dentro e buttare via la chiave. E l’altro, il siciliano, quello che somiglia a un demòni e che offende e manca di rispetto a tutti, merita di finire appeso.
Non ti credere, caro Presidente, che sia del tutto ignorante. Io le robe le conosco. La televisione non la guardo perché non ce l’ho e non l’ho mai avuta che tanto ti fanno vedere cosa vogliono. Però, mica vivo sugli alberi! Dopo che ho dato uno sguardo all’orto vado all’osteria e lì guardo tutti i giornali e mi tengo informato e discuto e a volte mi tocca anche santiare perché c’è tanta gente che crede di sapere e invece non capisce niente.
Caro Presidente, ti chiedo perdono ma lasciami dire che, vedendo tutta sta rovina, mi girano proprio i coglioni!
Adesso ti auguro tanta salute che ne abbiamo bisogno e tante buone cose.
E mi raccomando, coscritto, tieni duro, Cristo!
Pinìn
  

domenica 3 aprile 2011

L'ISOLA (جزيرة )



Alì Ben Akbhar posizionò con estrema cura la pallina sull’apposito supporto. La osservò, concentrato, per un istante, come se intendesse sfidarla. Poi si sollevò, inspirando in modo profondo. Di colpo, buttò fuori l’aria, strinse con forza la mazza di legno, la portò dietro le spalle, inarcò il corpo e colpì con grande forza. Guardò, compiaciuto, la traiettoria che lui stesso aveva impresso alla piccola sfera e annuì tra sé, piuttosto soddisfatto.
“Bel colpo!” disse Mohamed, il giovane caddy che lo accompagnava. “Che cosa facciamo signore, proseguiamo?”
“Aspetta un momento, ragazzo.”
Alì posò la mazza, appoggiò le mani sui fianchi e si guardò attorno. Era l’inizio dell’estate e sull’isola faceva già caldo. Annusò l’aria, sontuosa e ricca di mille profumi. Premette a fondo il piede sul soffice e perfetto tappeto erboso, del colore dello smeraldo. Poi, proprio mentre si accingeva a riprendere il cammino, lo vide. Era lui, non c’erano dubbi. Lo riconobbe, anche se era ancora lontano, dalla figura tracagnotta e dalla particolare camminata. Stava venendo nella sua direzione, e allora decise di aspettarlo. Gli fece un segno, come a dire: non temere, ti ho visto, fai con calma, non affrettarti.
Era il suo amico italiano, l’ex ministro Marroni. Come tutti gli anni, era venuto a trascorrere le sue vacanze sull’isola. Alì fu travolto dai ricordi. Si erano conosciuti più di vent’anni prima, in circostanze difficili. Allora, l’isola non era come adesso, cioè un vero paradiso. In tutto il nord Africa c’erano state delle rivoluzioni; la gente ne aveva abbastanza di essere governata da dittatori, che badavano soltanto ad arricchirsi sfruttando il proprio popolo e negando i più elementari diritti. Poco alla volta, in tutti quei Paesi erano stati instaurati dei regimi democratici, anche se ciò era avvenuto con grande fatica, perché gli integralisti religiosi negavano e cercavano di impedire quella forma di progresso basato, finalmente, sull’uguaglianza. Alla fine, però, anche loro avevano ceduto, e avevano ammesso che le riforme democratiche non ostacolavano le pratiche religiose. Anzi, le garantivano e le proteggevano. All’inizio, tuttavia, quando la situazione era ancora incerta, molti compatrioti di Alì, soprattutto giovani, avevano preferito abbandonare un Paese che, ai loro occhi, non offriva alcun tipo di prospettiva. Persone prive di scrupoli, in cambio di tutti gli averi di quei giovani e utilizzando imbarcazioni di ogni tipo, autentiche carrette del mare estremamente pericolose per l’incolumità degli imbarcati, li avevano traghettati sull’isola. A quel punto, l’Europa si era chiusa in se stessa, temendo una vera e propria invasione, difficile da fronteggiare. L’unico Paese ad andare veramente in crisi, però, fu l’Italia, la reale frontiera dell’Europa nel Mediterraneo. In quel tempo c’era in Italia un governo noto, famigerato per la sua inefficienza e per l’incapacità dei propri componenti di risolvere anche il più piccolo dei problemi. Un governo da operetta.
Alì era presente, quel giorno, quando il ridicolo Primo Ministro italiano, quello basso e pelato, era arrivato sull’isola e aveva fatto ogni sorta di promessa. Secondo le sue mendaci parole, nel giro di pochi giorni tutto sarebbe stato affrontato e risolto. Ma non era andata affatto così. La situazione era rapidamente precipitata, e sull’isola si era diffuso il caos.
Quando tutti erano ormai in preda alla disperazione, dal momento che gli sbarchi proseguivano e che nessuno, per inspiegabile paura, era trasferito dall’isola verso il continente, il ministro Marroni aveva avuto un’illuminazione. Semplice ma efficace. Invece di trasferire gli immigrati, decise di trasferire gli abitanti dell’isola. In fondo, erano pochi, mentre gli immigrati erano ormai molti di più. Quel piccolo lembo di terra galleggiante fu donato, tra le proteste dell’intero popolo italiano, alla Tunisia, il Paese di Alì. Subito dopo, il povero ministro Marroni cadde in disgrazia. Fu costretto a dimettersi e fu cacciato dal suo partito, quel partito che stava soprattutto al Nord e che, si diceva, fosse razzista.
Però accadde il miracolo. Gli sbarchi, all’improvviso, cessarono. Che senso aveva, ormai, andare da un posto all’altro dello stesso Paese? Qualcuno rimase sull’isola, altri tornarono indietro e contribuirono a costruire una Tunisia moderna, ricca e soprattutto democratica.
Alì sorrise fra sé, mentre già udiva la voce di Marroni che lo salutava, pensando all’unica promessa del tappetto che non era stata vana: la realizzazione del campo da golf. Proprio quello che lui, in quel momento, stava calpestando.
Marroni arrivò sbuffando e abbracciò Alì, felice di rivederlo.
“Alì, guarda che sono in forma, ti sfido sulle diciotto buche!” disse l’ex-ministro, sorridendo.
L’arabo gli diede una gran pacca sulla spalla.


    




venerdì 1 aprile 2011

LA STIRPE DI CAINO



Il bar del paese era pieno, come tutte le sere. Da una parte i giovani, impegnati con il flipper e il biliardino, dall’altra i vecchi, in piedi al banco a concionare e a bestemmiare, o seduti, spesso da soli, a qualche tavolo isolato, a bere il quartino in santa pace. Lo guardavano, il quartino, sembravano studiarlo a lungo, poi, all’improvviso, lo abbrancavano tra quelle mani nodose, ormai dure come la pietra, e lo portavano avidi alla bocca. Parevano tanti morti di sete, e lo buttavano giù quasi tutto in una sola golata e dopo facevano schioccare le labbra, per il momento soddisfatti. Ma la compiacenza non durava a lungo, e allora si guardavano attorno come smarriti, a cercare l’occhiata dell’oste, per ordinarne un altro. Mai stare con il bicchiere vuoto, che portava subito malinconia.
Il giovane Eugenio, dopo aver maltrattato il flipper come si deve, che quello faceva versi di tutti i tipi e si accendeva come l’albero di Natale, alla fine si ruppe i coglioni e, dopo aver scolato di gusto la quarta birra, andò verso il vecchio Tonio, che era seduto solitario e guardava, tutto concentrato, il bicchiere ormai asciutto.
Anche se si fosse drizzato in piedi, Tonio sarebbe mica stato tanto più alto. Il vecchio aveva le zampe corte, ma le sue braccia erano grosse come tronchi. In testa aveva ancora tutti i capelli, corti e grigi, tagliati a spazzola. La pelle del suo viso, scura e spessa, pareva corame. I grossi baffi erano gialli di nicotina.
Tonio era pensionato e viveva da solo, che da qualche anno gli era morta la moglie, e figli non ne aveva. Ma era ancora pieno di vitalità, e di lavorare non aveva smesso. Faceva andare il suo grande orto, dava una mano a uni e agli altri quando c’era da fienare, e faceva delle ore per conto del municipio. Ed era sempre in ordine, pulito e stirato, che sapeva fare di tutto anche in casa. Il vecchio era di poche parole, e quando attaccava a farlo si esprimeva in un miscuglio di tre o quattro dialetti. Lui diceva che veniva dal Veneto, a volte citava Treviso ma altre diceva Pordenone, e nessuno aveva mai capito bene da dove arrivasse veramente. E a nessuno importava, d'altra parte.
“Tonio, come va? Hai già fatto il pieno? Non è ora di ritirarsi? O aspetti l’ultimo cicchetto?” lo burlò Eugenio, che gli piaceva far girare le balle ai vecchi.
L’altro lo guardò di storto e poi gli fece segno di accomodare le chiappe.
“Canaj, perché te venì a stortarmi i coglioni?” disse, a brutto muso.
“Eh! Cerca di star calmo, non ti ho mica fatto niente!”
Tonio si alzò e Eugenio fece lo stesso. Drizzato, il vecchio arrivava poco più su della vita del ragazzo, che lo guardò da l’alto in basso e sorrise, come a schernirlo.
“Vièn, andiamo presso al cagatoio, che qui non si riese gnanca a parlare. E mi son an po’ surd.”
I due si diressero verso la porta del bagno, il posto più tranquillo del locale, che mai nessuno ci andava, nel bagno. Se c’era da fare un bisogno leggero, tutti prendevano e uscivano, giravano dietro all’edificio, dove stavano ben allineati alcuni cespugli, e lì si liberavano. Sempre fuori, mai dentro, estate e inverno. Andare dentro era roba da donne. Poi tornavano che stavano ancora trafficando con i bottoni della patta e il primo pensiero era quello di ordinare subito un altro quartino di rosso.
“Ma ti sai che lavoro faso?” disse Tonio.
“Certo che lo so. Fai il becchino” rispose Eugenio, un po’ stupito da quella domanda.
“Bèn. Quelo lè il più bel lavoro del mundo!”
“Sotterrare i morti?”
“Mi li curo da principio a la fine. Prima li scavo la tampa, bèla prufunda perché i mòrt a l’han da stè comut. Basta fracàss e basta ciacole, gnan già sentì tròp! E poi, anche da mòrt, dopo un po’ gli girano i coglioni anche a loro. Li sutta non si può né mangiare né trincare, e a la fine gli vièn la noia pure a loro. E alura toca sempre a mi tirarli fora. E vedesi come son contenti quandi senton di nuovo l’aria!”
“Ma che dici?”
“Te diso che lo sentono, di esser di novo fora, a l’aria! Son disfatti, e mi colgo le ossa, ciò che lè restato, e son legère come tocchi di tronco bei secchi. E alùra vardo la testa, cui denti tüti in fora, la testa lè sempi intera, e mi somiglia che ridono perché son felici, perché senton par l’ultima volta il calùr del sòl! E poi li piglio e li sparpaglio, quei povri tocchi, e alùra fine, sun mort sul serio.”
“Ma perché mi racconti tutte ‘ste cose? A me mica mi interessa cosa fai tu con i tuoi morti!”
“Citu! E porta rispèt ai veci!”
“Tonio, adesso devo proprio andare…”
“Stà bon lì! E scùtta! Te andà a la dutrina, da bocia?”
“Certo che ci sono andato. Preferivo andare a giocare a pallone, ma mia madre mi mandava al catechismo a calci in culo.”
“Ben fàtt! Santa dona! Te ricordi de Caìn e Abèl?”
“Sì che mi ricordo…”  
Tonio gli fece gesto di stare zitto.
“Eran dùi fradèi, ma  andavan pà d’acordi. L’uno, il Caìn, a lavurava la tèra, ma na volta n’era pà cume adès. La tèra l’era düra, tüta polvere e sàss. Niuno l’aveva mai rivultata prima, e il por Caìn l’aveva sol attrezzi de ligno, che si rumpeva sempri. Mica c’era la forgia, a l’èpuca! Gnenti badili e sape de fèr! E cojiva pòc, poca früta e verdüra misera, tüta fiapa. Abèl, anvece, l’era an pastùr. A fasea an casso tüt al dì, andava drè a le bestie e gnente d’artro. E le bestie si che mangiavu! C’era erba dapertüt, niuno l’aveva mai mangiata prima, tuto era verde, e quela l’era erba buona, bela grassa, propri come piase a le bestie, che diventavano sempre più grose. Sia l’uno che l’artro fradèl facea i sacrifizi al Signùr, perché così li avevano insegnato, ma anche per tenerlo buono, che quello aveva un càrater che ti racùmando! Somigliava esser buono, ma se li prendevano i cinque minuti… L’era süperbi! Abèl copava li agnelli più beli e li offriva al Signùr. Ma non ti credere, quelo mica si faceva il cosciotto rostito, lo lasciava lì finché marciva e alùra tocava coparne n’artro. E via così, che tanto di bestie ce n’erano tante. E Abèl, citu citu, così fasendo, s’ingrasiava il Signùr. El por Caìn, anvece, aveva sol früta e verdüra tuta ciospa, e il Signùr lu cagava pà! Pasa un giorno, pasa n’artro, a Caìn a la fine li girarono i coglioni! Un po’ par l’invidia, e ‘n po’ perché Abèl, anche se l’era so fradèl, li pareva un ruffian! Alura li prese un giramento di bale come mai prima e na volta spetò Abèl nel bosco e gli diè giù con il ligno e lo copò. E poi scapò via…
“Tonio, si può sapere per quale motivo mi racconti tutte ‘ste storie da vecchio? C0s’è, hai la ciucca stramba?”
“Te le conto perché ti non porti rispèt ai veci!”
“Proprio non ti capisco…”
“Te volevo dir che la violensa lè dintra de nui, nui omini, fin dai primi tèmp, dai tèmp di Caìn e Abèl. E a volte, dopo che lè gunfià ben ben dintra, a la vèn fora. E alura son disastri.”
“Ma dàì, smettila di predicare. O non parli o parli troppo, a sproposito. Guarda che ho mica paura di te. Sei vecchio, se ti tocco con una mano finisci subito con i piedi davanti!”
“Rispet, canaj! Ti te grand e gròss, ma tè le man mole! Se mi dai no sgiaff e poi mi me drizzo da tera sàs che capita?”
“Tonio, per favore…”
“Mi te copo.”
“Eh? Che hai detto?”
“Te diso che se non mi stiri al primo colpo, non so se con un calcio o un pugno, o col cortello, ma de sicuro te copo, e non me lo dai un artro colpo. Mi non faso a busche, mi copo.”
Eugenio, all’improvviso, perse tutta la sua baldanza e si fece bianco.
“Tonio, non ho capito…” farfugliò.
“No? Te ripeto par l’ultima volta. Ho dit che te faso la pèl, giuven o nen giuven che tè. O, come che diso da le mie parti, te tiro fora da le spese!”
Tonio, lesto, tirò fuori dalla tasca una roncola e la aprì con un movimento fulmineo.
“Varda ben, che con questo te foro e ti cadi giù come un tronco passato al segòn!”
“Ma sei pazzo? Io non volevo offenderti… Giorgio!”
“Lassa stà Giors! Lo conti dopo a lui e a tüta la cumpagnia, così imparano anche loro. Mi l’ho contato a ti perché mi pari il più svicio de tuti.”
Tonio richiuse la roncola e uscì dal bar. Nessuno aveva notato niente. Eugenio rimase immobile per un buon minuto, poi uscì a sua volta e si diresse di corsa verso i cespugli.