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venerdì 11 febbraio 2011

CAIMANI



Le numerose e vivaci polemiche seguite al divieto di trasmettere per intero, in una apprezzata trasmissione serale della terza rete Rai, la scena finale del film “Il Caimano”, hanno spinto alcuni autorevoli osservatori, tra i quali Eugenio Scalfari, ad affermare che la profezia contenuta nella pellicola di Nanni Moretti (che risale al 2006) si sia rivelata perfetta.
Le gravi e irresponsabili dichiarazioni pronunciate, vomitate a raffica nei giorni scorsi da Silvio Berlusconi e dai suoi spregevoli accoliti ricalcano infatti alla perfezione quelle del film stesso, in particolare nel passaggio in cui  si riferiscono alla pretesa di impunità di fronte alla Legge di cui beneficia chi è stato eletto direttamente dal popolo sovrano, unico organismo, secondo la loro eversiva valutazione, che può detenere la potestà di giudizio.
Tralasciando il dettaglio, tutt’altro che secondario, che nel nostro ordinamento il Presidente del Consiglio è nominato dal Capo dello Stato ed è espressione di una maggioranza parlamentare che gli concede la fiducia, e tornando allo spunto iniziale, vale a dire l’egregia opera del regista romano, sorge spontanea e doverosa una considerazione. Siamo davvero certi che il nostro omuncolo, nonché aspirante dittatorello, non si sia invece ispirato, seppure in modo inconsapevole, al film e lo abbia fatto proprio? In fondo, quel ruolo, quello del caimano, gli piace, e la parte dello spietato predatore ben gli si addice. E le prede siamo noi, e il nostro sventurato paese.       

giovedì 10 febbraio 2011

VIZI SERALI



Mai avrei immaginato, alla mia età, di cadere preda di una dipendenza. All’inizio era poco più di un vezzo, che ben presto si è trasformato in un vero e proprio vizio, un qualcosa al limite della perversione, e dal quale mi è ormai impossibile staccarmi.
Nel corso della mia vita ho resistito, per caso e per scelta, alle lusinghe delle bevande alcoliche, a quelle delle sostanze stupefacenti e a varie altre possibili dissolutezze che l’esistenza prima o poi propone.
Alla fine, però, ci sono cascato, e adesso non riesco più a smettere. Il mio pentimento è sincero, e si rinnova tutti i giorni; nondimeno ogni giorno, alla stessa ora, il baratro della depravazione si spalanca davanti a me e io non riesco a sottrarmi.  Attraverso questa pubblica confessione cerco una impossibile assoluzione, che so di non meritare affatto, tanto grave è la mia colpa.
Per tanto tempo ho cercato di stare lontano da questo comportamento immorale, ma poi ho ceduto, senza neppure rendermene conto. Sono passato dall’indifferenza assoluta all’assunzione distratta di piccole dosi, poi a un graduale ma costante aumento del consumo che ormai è diventato totale. Lo assorbo completamente, dall’inizio alla fine, con la massima attenzione, senza perdere nulla.
So che non dovrei farlo, il mio buon gusto e il mio senso etico mi suggeriscono di non farlo. Ma non ci riesco, perché ne sono attirato in maniera morbosa, quasi devastante.
È trascorsa quasi un’intera giornata da quando ho ceduto, per l’ennesima volta, a quel desiderio, a quella cupidigia che annienta ogni mia volontà. E adesso è di nuovo giunta l’ora. Non ho bisogno di consultare l’orologio, è il mio corpo che mi segnala il momento tanto desiderato. E lo voglio, lo bramo. Mi basta premere un tasto, un minuscolo tasto, per possederlo.
Ancora stasera e poi basta. Ancora una volta. E lo faccio, schiaccio il tasto.
Sullo schermo appare l’agognata sigla del Tg1.
Aiutatemi a smettere, vi prego. 

mercoledì 9 febbraio 2011

VILLA BUON RIPOSO


Era fine estate ma l’aria era ancora tiepida.
Il vecchio Aldo, manovrando con abilità la sua sedia a rotelle, si sistemò sull’ampio terrazzo. Dopo un po’, e con una certa fatica, appoggiandosi a un bastone, lo raggiunse il suo amico Ascanio.
“Allora, che fai? Ci vieni domani alla festa?”
“Quale festa?” domandò Aldo.
“Ma come, non sai nulla? Domani, la festa della riunificazione, e del compleanno di quell’altro, quello nuovo.”
“E chi sarebbe quello nuovo?”
“Non l’hai ancora visto?”
“L’ho intravisto…”
“E non l’hai riconosciuto?” incalzò Ascanio.
“Purtroppo sì. Che cosa è venuto a fare qui?”
“Non lo sai? È un ospite! Si è ritirato dalla politica, ha detto basta e passerà con noi i suoi ultimi anni.”
Aldo bestemmiò.
“Non ti è simpatico? Guarda che è un tipo molto socievole. Quando ci siamo incontrati la prima volta mi ha raccontato una barzelletta” aggiunse Ascanio con entusiasmo.
“Sconcia?”
“Un po’… ma era divertente.”
L’amico staccò un’altra poderosa bestemmia.
“Vi state asciugando le ossa?”
“Teresa!” esclamarono i due anziani all’unisono.
“Gli stavi raccontando della festa?” chiese la donna, rivolgendosi ad Ascanio.
“Pensa che non sapeva nulla! E anche adesso non mi pare troppo entusiasta.”
“Io sono soprattutto eccitata per il compleanno del nuovo!”
“Stavo appunto dicendo che quell’uomo mi sta antipatico. Per non dire altro. Che c’entra il suo compleanno con la riunificazione?” disse Aldo, sprezzante.
“Aldo! Ma non ti ricordi? È stato lui l’artefice della riunificazione!”
“Ma non era stato lui a volere la separazione?”
“Sì, ma tanti anni prima. Poi ha cambiato idea, quando è morto quell’altro, come si chiamava? Rossi… Dossi… qualcosa del genere.”
“Certo! Il padre di quello che c’è adesso al governo. Io lo preferivo al figlio, che è uno smidollato. Lui invece era un vero duro!” disse Ascanio.
“Non so di cosa state parlando. Sono trent’anni che non voto” precisò Aldo.
“Ma Aldo! Sono trent’anni che non si vota più!”
“È vero, adesso ricordo. Ma fino all’altro giorno non c’era lui, quello del compleanno, al governo?”
“Te l’ho detto! Si è ritirato, e ha lasciato il suo posto alla figlia” disse Ascanio.
“Ma lo sapete che domani compirà centovent’anni?” intervenne Teresa.
“Quanti? Ma allora pure la figlia è vecchia!”
“Aldo, ma che dici? Ho visto una sua foto l’altro giorno, su uno di quei giornaletti… Ebbene, portava una minigonna!”
“Che schifo!” sentenziò Aldo.
“Guardate che anche lui non è niente male! Dimostra almeno vent’anni di meno. Pensa che addirittura cammina!” affermò Teresa.
“Teresa, ci hai forse fatto un pensierino? Tu hai quarant’anni di meno!” la canzonò Ascanio.
“Siete invidiosi, e gelosi. Quell’uomo è molto affascinante. E poi con il suo passato, pieno di misteri...  E comunque le donne giovani gli sono sempre piaciute! Non ricordate? Avete perso del tutto la memoria?”
“Andateci pure voi alla festa. Quello non mi ha mai incantato. Figuriamoci adesso…”
“Aldo, sei il solito asociale!” lo rimproverò la donna.
“A proposito, stamattina non l’ho ancora visto. Dov’è?” domandò Ascanio.
“Mi ha detto che aveva un impegno…” disse Teresa, titubante.
Aldo ebbe una improvvisa illuminazione.
“Quale impegno? Parla!” scattò. Il suo tono era rabbioso.
“Sapete, quel poveraccio ha governato per più di sessant’anni e non ha mai avuto tempo per le altre piccole faccende…”
“Vuoi dire è andato in tribunale?”
“Sì, ma ha detto che è solo la prima udienza, che sarà una cosa lunga. I suoi avvocati…” continuò Teresa.
Ma Aldo non la lasciò terminare. Diede un violento colpo sulle ruote della carrozzella e la indirizzò verso la ripida rampa di scale…

lunedì 7 febbraio 2011

LA PEDATA


È inutile tergiversare e ricorrere a giri di parole. La domanda, nella sua cruda essenzialità, è la seguente: in che modo è possibile cacciare Berlusconi?
Vediamo…

LA VIA INTERNA (o della fronda)
Alcuni tra gli innumerevoli servi e leccapiedi prezzolati che attorniano il Presidente del Consiglio si rendono finalmente conto che, in caso di rovinosa caduta del capo, non avranno mai più alcun futuro politico, ma solo tante e pesanti colpe da scontare. Insomma, chi in qualsiasi modo risulta coinvolto, non potrà essere assolto. Uno scenario poco credibile…
È invece da escludere che qualche persona a lui vicino, in un barlume di lucidità, dispensi saggi consigli. Berlusconi, per definizione, non può avere veri amici, ma solo dipendenti e lacchè.
Sui familiari, pietoso no comment.

LA VIA PARLAMENTARE (o democratica)
L’attuale maggioranza dispone di un margine di voti piuttosto risicato, frutto di una disgustosa compravendita, ma comunque sufficiente a garantirne la tenuta o almeno la sopravvivenza. Molti parlamentari fedeli, essendo nominati e non eletti grazie a una scellerata legge elettorale, sono ben consapevoli dell’impossibilità di una loro futura rielezione e di conseguenza resistono a oltranza.
L’opposizione, anche nel caso in cui si presenti compatta e al completo (v. votazione sulla mozione di sfiducia del 14 dicembre 2010) non è comunque in grado di provocare la caduta dell’esecutivo.
Purtroppo, mancano e mancheranno sempre i numeri, che in un sistema democratico sono determinanti.

LA VIA POPOLARE (o della ribellione)
Le manifestazioni di protesta, finora mai spontanee ma organizzate da comitati che sono diretta espressione della società civile o proposte dai partiti (queste ultime alquanto rare) rappresentano un importante strumento di espressione del dissenso e dell’indignazione dei cittadini. È auspicabile che si moltiplichino sempre più a condizione che si svolgano senza il ricorso a violenze di alcun tipo, le quali non farebbero che compattare ancor di più le fila avverse.
L’efficacia di queste dimostrazioni pubbliche? Chissà… dal momento che non ci troviamo né in Egitto né in Tunisia. Occorre poi ricordare che una grande fetta di popolazione continua ad appoggiare senza riserve l’impresentabile Primo Ministro.
In democrazia, per assicurare un sano ricambio di classe dirigente, non è necessario fare la rivoluzione, è sufficiente il voto.

LA VIA GIUDIZIARIA (o della legalità)
Questa strada non deve costituire l’auspicata scorciatoia rispetto alla via politica.
Il potere giudiziario deve poter operare in piena serenità, non deve essere oggetto di pressioni o di intimidazioni, e in ogni modo è sempre utile rammentare che non è compito della Magistratura quello di sostituirsi ai cittadini e ai loro rappresentanti. Le due strade, quella giudiziaria e quella politica, devono scorrere parallele ma essere diverse, e non devono mai incrociarsi.
Così come è fondamentale che l’indagato (sul quale opera la presunzione di innocenza che però non lo sottrae dall’immediata responsabilità politica) non si sottragga, utilizzando addirittura il Parlamento come scudo, al suo giudice.

LA VIA DIVINA (o del destino)
Ogni commento è superfluo. Ogni speranza è consentita.

Abbiamo iniziato ponendo una questione e, giunti al termine di questa breve analisi, invece di una impossibile risposta, sorge spontanea una ulteriore domanda: siamo proprio sicuri che il problema principale del nostro paese sia Berlusconi?
E non piuttosto gli italiani?

domenica 6 febbraio 2011

DIVERSAMENTE VIVO


Vampo si svegliò tutto intirizzito. Si tolse di dosso i cartoni e gli altri stracci e si alzò in piedi. Le giunture delle gambe scricchiolarono in maniera sinistra. Allora sfregò gli occhi cisposi e si guardò attorno. Accanto, il suo compagno Nuccio dormiva ancora. Lo ridestò con una pedata. L’altro scosse il testone, sputò a terra e si mise a frugare con frenesia tra le numerose sporte di plastica ammucchiate al suo fianco. Estrasse un cartone di vino già aperto e bevve alcuni robusti sorsi. Poi lo offrì a Vampo.
“Vuoi? Bevi che ti scalda!”
“Sono tre giorni che non bevo” disse l’altro, ma non accettò l’offerta.
Nuccio sogghignò.
“Non dirmi che non vuoi bere a digiuno! Pensa che io sono tre giorni che invece non mangio, ma non per questo rinuncio a un goccio!”
“Non mi va di bere quella roba. Sono abituato ad altro. Devo bere altro.”
“Ma sentilo! Il signorino è abituato alle bevande pregiate. Mi dispiace, ma qui lo champagne non c’è!”
“Lo champagne mi fa schifo” rispose Vampo, disgustato.
I due si erano conosciuti la sera prima e avevano deciso di dormire uno vicino all’altro per meglio combattere il freddo e, nel caso, per fronteggiare in modo migliore eventuali malintenzionati, sempre pronti a umiliare, deridere o minacciare due poveri senzatetto.
“Dove vai?” domandò Nuccio.
“Cammino.”
“Non vedi che non ti reggi in piedi? Uniamo le forze e cerchiamo qualcosa da mangiare.”
“Non ho bisogno di cibo. Devo soltanto bere” disse Vampo.
“Il vino non lo vuoi, non vorrai mica iniziare a bere acqua? Ti indebolirebbe del tutto!”
“Ho bisogno di una cosa soltanto, ma non riesco a trovarla.”
“Senti, io non ho la forza di camminare e rimango qui. Se vuoi, ci vediamo più tardi e vediamo se riusciamo a rimediare qualcosa.”
Ma Vampo si era già messo in cammino e non rispose.
Marciò a lungo, utilizzando le poche forze rimaste, per dirigersi verso il luogo che amava di più, quel posto che, a volte, in sogno, gli allietava le notti altrimenti tormentate. Finalmente arrivò. In lontananza, si udiva la sirena di un’ambulanza. Vampo affrettò il passo e giunse all’ingresso del Pronto Soccorso proprio mentre il mezzo arrivava a gran velocità e poi si arrestava bruscamente. Fu scaricata una barella sulla quale era disteso un giovane che perdeva sangue da una ferita al capo. Vampo osservò la scena. Fu assalito da nausea e da violenti crampi allo stomaco. Fu sul punto di svenire.
“Che ci fai qui? Non c’è niente da vedere! Vattene, barbone, o ti prendo a calci!” lo apostrofò uno dei portantini.
Vampo, spaventato, indietreggiò, diede un’ultima avida occhiata alla lettiga, poi tornò sui propri passi. Quando vide, ad un palmo dal naso, il cartello Centro Trasfusioni si arrestò per un attimo e gli venne quasi da piangere. In bocca aveva un sapore amaro. Le gengive, infiammate, dolevano. Si passò una mano sui denti e notò che ballavano sempre più, in particolare il suo prezioso canino destro. Ormai era esausto e considerò con amarezza che aveva una sola possibilità di salvezza. Il suo amico Naldo. Più volte lo aveva aiutato, più volte gli aveva praticamente salvato la vita. Gli aveva dato da bere e di sicuro lo avrebbe fatto di nuovo. Vampo raccolse le ultime energie, stavolta erano proprio le ultime, e si diresse verso il mattatoio.

venerdì 4 febbraio 2011

DISUNITA' D'ITALIA


Ci siamo. È arrivato il momento di festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia.
Ho avuto, per ragioni anagrafiche, la sventura (0 la fortuna?) di non aver potuto assistere all’altro anniversario, quello del secolo, tuttavia mi chiedo che cosa sia cambiato negli ultimi cinquant’anni e, soprattutto, che cosa sia mutato da quel fatidico 1861, quando si svolse l’atto finale delle astuzie sabaudo-cavouriane e dell’idealismo cinico di Mazzini. La risposta è: quasi nulla. Il processo di consolidamento che, con grande fatica, è stato portato avanti dalle classi dirigenti che si sono succedute e alternate non ha dato, in tutta onestà, i frutti sperati.
D’accordo, il paese, nel corso degli anni, ha subito innumerevoli trasformazioni. È passato da realtà in prevalenza agricola a grande potenza industriale, solo negli ultimi tempi decaduta, ma il livello di integrazione economico-sociale non ha accompagnato in maniera adeguata tale evoluzione. La forbice tra Nord e Sud, presente e vistosa già all’epoca dell'unificazione, è rimasta pressoché inalterata. Ma il vero problema è rappresentato dall’identità nazionale, elemento fondamentale percepito, al presente, come incerto e sfumato, conseguenza di un processo di aggregazione mal riuscito. Un’uniformità a lungo inseguita ma ostacolata e impedita dalla mancanza, nel popolo italiano, di un vero spirito nazionale, di un autentico senso dello stato, e di una scarsa e indefinita comprensione del concetto di dovere civico.
Ormai ci siamo, e quindi festeggiamo pure, poi si vedrà, ma è comunque legittimo e doveroso rivolgere una domanda. È ancora possibile porre rimedio a questa non entusiasmante condizione?
Anche in questo caso, è difficile rispondere ricorrendo all’ottimismo. Le profonde difformità esistenti tra le diverse realtà del paese (in particolar modo tra Nord e Sud) sembrano essere assai ardue da colmare, le prospettive appaiono pervase da incertezza e timori. Negli ultimi tempi alcuni osservatori osano finalmente introdurre una questione che, fino a pochi anni fa, era considerata proibita. Il destino della nostra nazione può essere quello della separazione? Si badi bene, separazione e non secessione, essendo quest’ultimo un termine utilizzato soltanto a scopi di bieca propaganda da parte di una formazione politica in prevalenza localistica e preda di spinte egoistiche, e quindi privo di un reale significato. La separazione, al contrario, è negoziata, concordata e non imposta unilateralmente.
Ampliamo gli orizzonti all’intera Europa, tralasciando volutamente le realtà nelle quali sussistono da tempo rivendicazioni autonomiste, come nel caso della Catalogna e dei Paesi Baschi. L’ultimo spauracchio è rappresentato dal Belgio, uno stato nel quale le pretese contrapposte di fiamminghi e francofoni hanno avuto una brusca accelerazione determinando così una grave paralisi a livello istituzionale (manca un governo da oltre sei mesi). Pure in questo caso ci troviamo di fronte a un Nord più ricco di risorse e a un Sud più povero, i contendenti tuttavia parlano lingue diverse anche se ciò non ha impedito la pacifica coesistenza dei due gruppi per più di centosettant’anni. E non dobbiamo scordare il caso dell’ex-Cecoslovacchia che, nel 1993, si è scissa dando origine a due nuovi stati, e il tutto è avvenuto senza grandi clamori e non lasciando in eredità particolari risentimenti. Cechi e slovacchi, anche loro, parlavano lingue diverse. Non è il nostro caso, direte.
La lingua. Può essere ritenuta, in una nazione, elemento essenziale e fondante, garanzia assoluta contro l’azione di spinte separatiste? Non più. Per tale motivo il nostro paese potrebbe, in ogni caso, subire in futuro turbolenze simili a quelle che hanno colpito, per ora con esiti differenti, gli stati menzionati a titolo esemplificativo. Nell’epoca attuale, globalizzata e sempre più interculturale, la prevalenza è rappresentata non più da un tipico elemento identitario quale può essere la lingua comune, ma dall’aspetto economico. L’azione della politica, nel nostro paese, dovrà pertanto essere concentrata soprattutto in campo economico-sociale se si vorrà tentare di impedire il crescere di pulsioni disgregatrici che porterebbero all’inevitabile separazione. È in grado di farlo? La nostra classe dirigente e i suoi mandanti, i cittadini, sono all’altezza di un tale impegnativo compito? Evidentemente no, e pastrocchi quali la famigerata riforma federalista non faranno altro che accelerare il processo di disgregazione in atto.
La fine è ormai nota.

mercoledì 2 febbraio 2011

IL CANDIDATO



Il piccolo diavolo bussò timidamente.
“Avanti!” tuonò una voce cavernosa. La porta si aprì.
“Chi sei? Che vuoi?”
“Eccellenza, mi scusi…”
“Porco demonio! Non trovo più l’accendino. Hai del fuoco?”
“Un attimo.”
Il piccolo diavolo uscì. Dopo qualche istante era già di ritorno. In mano aveva un tizzone incandescente.
“Grazie. Allora, si può sapere perché mi disturbi? Non ti ho mai visto prima d’ora!”
“È vero, sono nuovo. Prima prestavo servizio alla centrale termica.”
Il grosso diavolo scoppiò in una risata prolungata. Si ricompose a fatica.
“Centrale termica? Vuoi dire che spalavi carbone?”
Il viso rosso del piccolo diavolo si imporporò ancora di più.
“Sì, ma sono stato promosso, e sono qui per fare una segnalazione. La mia prima segnalazione.”
“Hai un candidato? Su, dimmi!”
“Si tratta di un politico. Un politico molto conosciuto.”
“Un politico? Brutta razza quella! Anzi, magnifica. Che cosa ha fatto di male?”
“Tante cose! Ha trascorso la vita a compiere atti malvagi.”
“Bene! Anzi, benissimo!”
“Ho già preso contatto con la Nera Signora. Dice che, se vogliamo, ce lo può portare anche domani.”
“Ottimo! Che si proceda, allora. Accordo l’autorizzazione.”
“Il fatto è che c’è un problema…”
“Che tipo di problema? Su, sbrigati, non farmi perdere tempo!” Il tono era minaccioso.
Il piccolo diavolo, dopo un attimo di esitazione, si fece coraggio e riprese a parlare.
“È una questione di… collocazione.”
“Sarebbe?”
“Vede eccellenza, questo essere dotato di grandi meriti è… conteso, nel senso che è stato reclamato da più gironi. Allora ho deciso di rivolgermi a lei, d’intesa con i colleghi, per dirimere la questione di competenza.”
Il grosso diavolo sbuffò, infastidito.
“Sentiamo, chi è che non vede l’ora di ospitare questo campione?”
“I Lussuriosi, prima di tutto. Ma anche i Ladri, i Corruttori, i Bugiardi…”
“Basta così! Questo straordinario essere è anziano?”
“Sì, ma lui è convinto di avere davanti a sé una lunga vita e, se non interveniamo, è possibile che abbia ragione.”
“Già, la malvagità per fortuna premia sempre.”
“Ben detto, eccellenza. Che cosa possiamo fare? Dove dobbiamo sistemarlo?”
“Mi spiace, ma non possiamo sprecare un simile talento. Ci potrà ancora dare grandi soddisfazioni. Che rimanga dov’è!”