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giovedì 28 maggio 2026

BYE-BYE, ISRAELE

I recenti avvenimenti legati alla Flottiglia umanitaria hanno riacceso i riflettori internazionali sulle derive del governo israeliano. I resoconti di maltrattamenti e la retorica incendiaria di ministri dell'estrema destra come Itamar Ben Gvir non sono purtroppo episodi isolati, ma il sintomo di una tendenza molto più profonda. Questo ennesimo scontro segue la scia del devastante massacro a Gaza, un vero e proprio genocidio ai danni del popolo palestinese, delle espansioni belliche in Libano, dell'aggressione all'Iran e di un disegno, ormai non più troppo mascherato, di annessione della West Bank (Cisgiordania). Un piano portato avanti attraverso l'utilizzo sistematico dei coloni estremisti religiosi, che agiscono di fatto come un braccio armato tollerato, se non protetto, dalle istituzioni.

Di fronte a questo scenario, per l'ennesima volta l'opinione pubblica mondiale si pone una domanda fondamentale: Israele è ancora una democrazia?

Se guardiamo alle strutture istituzionali, la risposta è sì: formalmente Israele lo è ancora. Tra qualche mese il Paese tornerà a libere elezioni, la pluralità della rappresentanza politica è garantita da un multipartitismo vivace, e la libertà di stampa, per quanto sotto forte pressione, continua a esistere. I cittadini, seppure con crescenti restrizioni e tensioni di piazza, conservano il diritto di manifestare il proprio dissenso.

Israele, dunque, è ancora una democrazia nell'architettura, anche se non si comporta come tale. O meglio, è il suo governo a non comportarsi come quello di una democrazia liberale e rispettosa del diritto internazionale.

Ma di chi è, alla fine, la responsabilità?

Proprio perché Israele rimane un Paese democratico, i suoi cittadini non possono essere ritenuti del tutto esenti da colpe. In una dittatura il popolo è vittima; in una democrazia il popolo sceglie. Chi ha eletto, più di una volta, Benjamin Netanyahu alla guida del governo? Chi ha permesso che figure radicali e messianiche occupassero ministeri chiave per la sicurezza nazionale?

Certamente non tutti i cittadini hanno lo stesso grado di colpa. La società israeliana è profondamente spaccata e milioni di persone scendono in strada per chiedere un cambiamento. Si tratta di una dinamica analoga a quella dei cittadini americani rispetto al fenomeno Trump: la responsabilità politica è collettiva, ma le sfumature interne sono enormi.

La speranza è che la maggioranza dell'opinione pubblica israeliana sia ormai pienamente consapevole dei danni strutturali provocati dall'attuale esecutivo. Una consapevolezza che deve toccare un punto nodale: certe azioni non fanno altro che rinfocolare l'antisemitismo in tutto il mondo, quando in realtà il vero problema è il sionismo estremista. Quest'ultimo è un'ideologia politica ultranazionalista che nulla ha a che vedere con la fede, la cultura e l'identità del popolo ebraico globale.

A causa di questo deleterio comportamento, Israele non ha più amici a livello internazionale. Si è alienato il favore e la solidarietà della maggior parte dei Paesi, un tempo alleati storici. Oggi rimane solo il sostegno degli Stati Uniti: l'unico vero partner che conta per Netanyahu e i suoi sodali per mantenere l'immunità diplomatica e il supporto militare.

Tuttavia, i tempi sono maturi perché la comunità internazionale metta Israele alla pari con altri Stati aggressori, Russia in testa, riservandogli un analogo trattamento. Sarebbe il momento, seppure tragicamente tardivo, di varare sanzioni economiche dure e mirate. Questo non significa necessariamente rompere le relazioni diplomatiche: i governi passano, gli Stati e i popoli rimangono, ed è fondamentale mantenere aperti i canali per il futuro.

Nato dal trauma della Shoah e dal legittimo bisogno di autodifesa e salvaguardia dei propri confini, lo Stato ebraico è andato ben oltre quel mandato originario. Oggi si è trasformato, agli occhi del mondo, in uno Stato aggressore che viola ripetutamente il diritto internazionale.

Il paradosso più drammatico è che, nonostante la dimostrazione di forza militare, Israele non è mai stato così poco sicuro. I suoi nemici storici non sono mai riusciti a distruggerlo militarmente dall'esterno; l'attuale leadership politica, però, potrebbe riuscirci dall'interno, logorando i valori democratici e la legittimità internazionale del Paese.

Bye-bye, Israele. E la speranza, per chi crede ancora nei valori democratici che hanno fondato quella terra, è che questo sia solo un arrivederci a un Paese diverso, e non un addio definitivo.

 

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