I recenti avvenimenti legati alla Flottiglia umanitaria hanno riacceso i
riflettori internazionali sulle derive del governo israeliano. I resoconti di
maltrattamenti e la retorica incendiaria di ministri dell'estrema destra come
Itamar Ben Gvir non sono purtroppo episodi isolati, ma il sintomo di una
tendenza molto più profonda. Questo ennesimo scontro segue la scia del
devastante massacro a Gaza, un vero e proprio genocidio ai danni del popolo
palestinese, delle espansioni belliche in Libano, dell'aggressione all'Iran e
di un disegno, ormai non più troppo mascherato, di annessione della West Bank
(Cisgiordania). Un piano portato avanti attraverso l'utilizzo sistematico dei
coloni estremisti religiosi, che agiscono di fatto come un braccio armato
tollerato, se non protetto, dalle istituzioni.
Di fronte a questo scenario, per l'ennesima volta l'opinione pubblica
mondiale si pone una domanda fondamentale: Israele è ancora una democrazia?
Se guardiamo alle strutture istituzionali, la risposta è sì: formalmente
Israele lo è ancora. Tra qualche mese il Paese tornerà a libere elezioni, la
pluralità della rappresentanza politica è garantita da un multipartitismo
vivace, e la libertà di stampa, per quanto sotto forte pressione, continua a
esistere. I cittadini, seppure con crescenti restrizioni e tensioni di piazza,
conservano il diritto di manifestare il proprio dissenso.
Israele, dunque, è ancora una democrazia nell'architettura, anche se non si comporta come tale. O
meglio, è il suo governo a non comportarsi come quello di una democrazia
liberale e rispettosa del diritto internazionale.
Ma di chi è, alla fine, la responsabilità?
Proprio perché Israele rimane un Paese democratico, i suoi cittadini non
possono essere ritenuti del tutto esenti da colpe. In una dittatura il popolo è
vittima; in una democrazia il popolo sceglie. Chi ha eletto, più di una volta,
Benjamin Netanyahu alla guida del governo? Chi ha permesso che figure radicali
e messianiche occupassero ministeri chiave per la sicurezza nazionale?
Certamente non tutti i cittadini hanno lo stesso grado di colpa. La società
israeliana è profondamente spaccata e milioni di persone scendono in strada per
chiedere un cambiamento. Si tratta di una dinamica analoga a quella dei
cittadini americani rispetto al fenomeno Trump: la responsabilità politica è
collettiva, ma le sfumature interne sono enormi.
La speranza è che la maggioranza dell'opinione pubblica israeliana sia
ormai pienamente consapevole dei danni strutturali provocati dall'attuale
esecutivo. Una consapevolezza che deve toccare un punto nodale: certe azioni
non fanno altro che rinfocolare l'antisemitismo in tutto il mondo, quando in
realtà il vero problema è il sionismo
estremista. Quest'ultimo è un'ideologia politica ultranazionalista che
nulla ha a che vedere con la fede, la cultura e l'identità del popolo ebraico
globale.
A causa di questo deleterio comportamento, Israele non ha più amici a
livello internazionale. Si è alienato il favore e la solidarietà della maggior
parte dei Paesi, un tempo alleati storici. Oggi rimane solo il sostegno degli
Stati Uniti: l'unico vero partner che conta per Netanyahu e i suoi sodali per
mantenere l'immunità diplomatica e il supporto militare.
Tuttavia, i tempi sono maturi perché la comunità internazionale metta
Israele alla pari con altri Stati aggressori, Russia in testa, riservandogli un
analogo trattamento. Sarebbe il momento, seppure tragicamente tardivo, di
varare sanzioni economiche dure e mirate. Questo non significa necessariamente
rompere le relazioni diplomatiche: i governi passano, gli Stati e i popoli
rimangono, ed è fondamentale mantenere aperti i canali per il futuro.
Nato dal trauma della Shoah e dal legittimo bisogno di autodifesa e
salvaguardia dei propri confini, lo Stato ebraico è andato ben oltre quel
mandato originario. Oggi si è trasformato, agli occhi del mondo, in uno Stato
aggressore che viola ripetutamente il diritto internazionale.
Il paradosso più drammatico è che, nonostante la dimostrazione di forza
militare, Israele non è mai stato così
poco sicuro. I suoi nemici storici non sono mai riusciti a distruggerlo
militarmente dall'esterno; l'attuale leadership politica, però, potrebbe
riuscirci dall'interno, logorando i valori democratici e la legittimità
internazionale del Paese.
Bye-bye, Israele. E la speranza, per chi crede ancora nei
valori democratici che hanno fondato quella terra, è che questo sia solo un
arrivederci a un Paese diverso, e non un addio definitivo.


Nessun commento:
Posta un commento