Il
comandante Aris stava tornando a casa. Per dodici anni terrestri, la sua nave,
la Nautilus VI, aveva solcato
regioni dello spazio dove le costellazioni conosciute erano solo vecchie
fotografie sbiadite.
Il
viaggio di ritorno era stato costellato di piccole gioie: la luce del sole di
Sole che tornava ad assumere una tonalità familiare, il segnale di navigazione
che finalmente rispondeva alle vecchie frequenze terrestri. Aris aveva
pianificato l'atterraggio nei minimi dettagli, sulla vecchia pista di lancio
sulla costa del Pacifico.
Controllò
gli strumenti di bordo. Mancavano 72 ore all'ingresso nel sistema Solare
interno. Iniziò la sequenza di riattivazione degli apparati dormienti.
Il
messaggio arrivò durante la fase di riallineamento. Non si trattava di un'intercettazione
da una centrale spaziale, ma di un semplice messaggio pre-registrato a ciclo chiuso.
La
voce sintetica, femminile e calma, invase la plancia.
"Attenzione.
Questo è un messaggio automatico di emergenza. La coordinata planetaria Terra,
designazione Sol III, è stata disattivata. Evento di distruzione su vasta scala
non categorizzato. Si conferma la totale assenza di segnali vitali o strutture
riconoscibili. Non ci sono sopravvissuti. Ripeto: il pianeta Terra non esiste
più".
Aris
non comprese subito. Riascoltò la comunicazione. Distruzione? Totale?
Le
sue mani esperte iniziarono a tremare senza controllo. Non per la paura, ma per
l'assurdità di ciò che aveva sentito. Si guardò intorno, la plancia illuminata
da luci verdi e gialle, tutto così ordinato, così reale. Come poteva questo guscio di metallo esistere, se la sua
origine era stata cancellata?
Si
avvicinò all'oblò principale. Il sole brillava indifferente. La Terra doveva
essere lì, un puntino blu-verde, la macchia di acquerello più bella della
galassia. Ma non c'era.
Non
c'era un perché né un come. Soltanto l'effetto finale. Una
guerra terminale? Un disastro ecologico? Un cataclisma? In realtà non
importava. L'eredità umana, in ogni caso, si era conclusa.
Per
tre giorni Aris lasciò la Nautilus
andare alla deriva. Non si nutrì, non dormì. Contemplò il pulsante di
decompressione d'emergenza, la soluzione più rapida, più onesta.
Morire.
Chiuderla lì. Lasciare che la stanchezza cosmica avvolgesse il suo corpo, mentre
il vuoto aveva già divorato la sua anima. Era una scelta allettante: unire il
proprio destino al resto della sua specie. Un ultimo, dignitoso atto di
congedo.
Ma
proprio mentre la sua mano si sollevava verso il pannello, un pensiero affilato
lo trapassò: la testimonianza.
Se lui fosse morto, non sarebbe rimasto nulla. Nessun ricordo in un universo
fatto di memorie. Nessuna traccia di cosa
fossero stati gli umani. Un silenzio assoluto, il più grande insulto
all'esistenza.
Se tutti loro sono morti, pensò il comandante Aris con una
lucidità glaciale, il mio scopo non è
più vivere, ma ricordare per loro.
La Nautilus subì una metamorfosi
radicale. Non più una nave da esplorazione, ma un'Arca della Memoria.
Aris
riprogrammò il sistema di trasmissione a lungo raggio. Ogni giorno, all'ora che
un tempo era stata il mezzogiorno di Greenwich, avviava una trasmissione.
Non
si limitava a inviare dati binari. Aris parlava. Riproduceva la sua voce,
l'ultima traccia sonora dell'Umanità.
Inviò
la registrazione della Nona Sinfonia di
Beethoven, non solo la musica, ma la storia della sua composizione e il
testo dell'Inno alla Gioia. Un messaggio sulla umana ossessiva ricerca dell'armonia. Poi descrisse la pioggia.
Il suono, l'odore dell'ozono e della terra bagnata, la sensazione sulle labbra.
Cose che nessun sensore artificiale avrebbe mai potuto codificare veramente.
Lesse
interi passaggi di Amleto, in particolare il monologo "Essere o non
essere". Raccontò la fondamentale contraddizione dell'essere umano: il
genio creativo e la tendenza autodistruttiva.
Trasmise
una ricetta: quella del pane
fatto in casa, con la descrizione del lievito, della farina, e dell'attesa
rituale della cottura. La celebrazione della semplicità e della nutrizione.
E così via.
Aris
viveva una vita di ascesi, immerso nei ricordi che stava catalogando. Il dolore
non era svanito; era stato incanalato.
Ogni trasmissione era una goccia di inchiostro nella storia universale, un modo
per urlare al vuoto: siamo esistiti, eravamo
qui, eravamo belli e terribili.
Gli
anni si dissolsero nella monotonia dello spazio profondo. Aris invecchiò, non
più misurando il tempo con gli anni, ma con il numero di messaggi inviati nello spazio.


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