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sabato 25 aprile 2026

GIUSTIZIA PARTIGIANA

Quello del 1944 era un inverno lungo che non voleva finire. L'ombra densa della montagna entrava fin dentro le ossa della gente. Nel piccolo paese, stretto tra rocce aspre e il timore costante dei rastrellamenti, l’aria aveva il sapore metallico del sangue e quello pungente della legna umida.

In questo scenario di grigiore, Alfredo splendeva di una luce tutta sua che pareva quasi un affronto alla miseria circostante. Aveva diciassette anni e una bellezza che lasciava senza fiato: una cascata di ricci biondi che gli incorniciavano un viso dai lineamenti così delicati, quasi efebici, da farlo somigliare a una fanciulla. Ma sotto quella pelle chiara e quella irresistibile fossetta sul mento, c'erano un cuore vigoroso e un corpo atletico e scattante. Il ragazzo avrebbe dovuto faticare nella bottega di famiglia ma lui, alla polvere del bancone, preferiva il fumo delle sigarette in piazza con gli amici. Stava lì, ore intere, a parlare sottovoce della guerra lassù, tra i picchi, con lo sguardo azzurro perso verso le creste.

Le ragazze del paese lo contemplavano come si guarda un miraggio. Lui dispensava sorrisi a tutte, dando corda a ogni sospiro con la sicurezza di chi sa di essere irresistibile, senza mai consegnarsi a nessuna. Gisella, Anna e Germana passavano i pomeriggi a consumare le pagine di Liala e di Carolina Invernizio, quest'ultima letta con il batticuore, tenendo i libri nascosti sotto i materassi per non farsi scoprire dai genitori, e parlavano di lui.

"Oggi mi ha salutata toccandosi il berretto" diceva una.

"A me ha sorriso vicino alla fontana" ribatteva l'altra. Gisella invece taceva, ma il suo era un amore antico, una devozione che risaliva all'infanzia e che si alimentava di ogni minimo gesto di Alfredo.

Un mattino, le tre amiche si avviarono verso il centro. La fame era una morsa e la coda per il pane una penitenza quotidiana. Prima però, come per un rito scaramantico, passarono dalla piazza. Speravano che la visione di Alfredo potesse attutire l'orrore di quei giorni, offrendo loro un pretesto per ridere e punzecchiarsi durante l'attesa.

Ma la piazza era un vuoto desolante. Alfredo non c'era. Non c'era quel giorno, né quelli successivi. La bottega dei suoi genitori pareva improvvisamente più buia, priva della sua presenza vibrante, sebbene poco costante. Solo i suoi soliti amici restavano a volte a presidiare gli angoli della piazza, con facce più scure e sguardi guardinghi.

"Chiediamo notizie a loro" propose Gisella, sentendo un freddo improvviso salirle dal petto.

"Io mi vergogno" mormorò Anna.

"Anch’io" le fece eco Germana, stringendosi nello scialle logoro. Gisella, risoluta, si staccò dal gruppo. I giovani la videro arrivare e la squadrarono con un divertimento amaro. Lei parlò brevemente, poi tornò dalle amiche. Aveva il viso di cenere.

"Che c’è?" domandò Anna, allarmata. "Giurate che non direte niente a nessuno?" sussurrò Gisella. Le amiche annuirono, atterrite dalla sua gravità. "Dicono che Alfredo è andato con i partigiani".

I mesi che seguirono furono lunghi e carichi di presagi. Di Alfredo non giungeva notizia, solo il silenzio della montagna che pareva inghiottire ogni cosa. Nelle loro povere stanze, le tre amiche condividevano paure e speranze, cercando rifugio nella musica. Erano appassionate di opera lirica; la radio gracchiante trasmetteva le arie di Puccini, offrendo un contrappunto tragico alla loro attesa.

"Ti manca il tuo bel partigiano?" chiese un giorno Anna, ammiccando per smorzare la tensione. "Smettila!" rispose Gisella, fingendo un fastidio che nascondeva un’ansia divorante.

"E muoio disperataaaa..." la derise Germana, canticchiando la celebre aria con un filo di voce.

"Vi ho detto che la dovete smettere!" scattò Gisella, stavolta con una severità che gelò il gioco. "Alfredo sta combattendo anche per voi!"

Poi, una mattina di fango e nuvole basse, un’agitazione elettrica scosse il paese. Anche Gisella e le amiche scesero in strada, trascinate dal presentimento. Incontrarono il vecchio Aldo. "Che succede?" domandarono, quasi in coro.

"Pare ci siano i partigiani. Al cimitero" precisò lui con un tono che non prometteva nulla di buono.

Gisella partì di corsa, ignorando i richiami di Anna e Germana che temevano il pericolo. Poi comunque la seguirono. La curiosità era diventata un bisogno fisico, una fame di verità. Quando arrivarono al cimitero, l'atmosfera era greve, spessa come la nebbia. C’era gente, c’era il parroco con lo sguardo chino.

Sull'imboccatura del viale stavano quattro uomini. Tre erano sconosciuti, con gli abiti logori e le armi a tracolla; il quarto era Ivano, un parente di Gisella, che mancava da casa da tempo. Avevano sguardi duri, pietrificati dalla necessità della lotta. Adagio, scaricarono da un carretto un fagotto avvolto in una tela ruvida e lo adagiarono sul selciato. Un sussulto corse tra i presenti. Era un corpo.

Gisella lo riconobbe prima ancora che la tela scivolasse via del tutto. Riconobbe quei ricci biondi, ora incrostati di fango e grumi di sangue scuro. Era Alfredo. La sua camicia bianca, un tempo vanto della sua eleganza popolana, era ora deturpata da un'enorme macchia color ruggine. Gli occhi azzurri, quelli che avevano fatto sognare tante ragazze, erano sbarrati, vitrei, rivolti a un cielo indifferente.

Gisella sentì le gambe cedere, mentre Anna e Germana fuggivano via in preda a un terrore cieco. I quattro partigiani scambiarono poche parole secche con il prete, poi si voltarono per riprendere la via dei boschi. In quell'istante, Gisella incrociò lo sguardo di Ivano. I suoi occhi erano una supplica, una domanda muta che urlava giustizia o spiegazione.

Ivano la fissò per un secondo. Non c'era traccia di eroismo nel suo volto, solo una stanchezza infinita. Si chinò verso di lei e sussurrò una verità che pesava più della morte stessa: "Era un ladro. Lo abbiamo giustiziato noi".

Mentre l'uomo si allontanava, Gisella rimase sola nel silenzio del cimitero, con l'immagine di quegli occhi vacui che l'avrebbero perseguitata per sempre. 

 

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