Il
bar Il Rubino era l'habitat naturale di Alberto Rossi. Tra il fumo
azzurro di un sigaro cubano e il tintinnio di un whisky invecchiato, si sentiva il narratore di se stesso.
Avvocato fiscale di successo, quarantenne con un conto in banca robusto e un senso
di noia proporzionale alla sua agiatezza, Alberto viveva per completare la sua
"Lista di Esperienze Umane". Così, almeno, l'aveva chiamata.
"Amici
miei," stava dicendo, gesticolando con un bicchiere che valeva quanto lo stipendio
mensile di un operaio. "L'essenza dell'esistenza è l'autenticità. Vivere la vita attraverso
un filtro è un crimine contro la curiosità".
Giacomo
e Marco, i suoi amici di lunga data, lo ascoltavano con l'abitudine rassegnata
di sempre. Sapevano che Alberto aveva già spuntato le voci più esotiche: aveva
fatto il bungy jumping in Nuova Zelanda, aveva trascorso una settimana a
meditare in un monastero tibetano ("Troppo silenzio, ma è comunque un'esperienza
da fare, anche se ci si rompe i coglioni"), e aveva perfino tentato la caccia
al leopardo in Namibia ("Mi ha insegnato l'umiltà, ma la bestia era mezza
narcotizzata, secondo me").
"E
dunque," chiese Marco, sorseggiando il suo spritz. "Dopo l'Everest che,
vista la tua attuale forma fisica, ti sconsiglio, cosa c'è? Il
matrimonio?"
Alberto
si rabbuiò. "Siamo seri, Marco. Il matrimonio è un cliché borghese. Deve
esserci qualcosa di autenticamente radicale, qualcosa che mi spogli della mia
identità sociale e mi costringa a confrontarmi con l'Uomo nudo". Fece una
pausa drammatica, godendosi il silenzio.
"Ho
deciso. Il mio prossimo obiettivo sarà... il carcere".
Giacomo
quasi sputò il suo drink. "Sei impazzito. Vuoi finire dentro? Per cosa,
evasione fiscale?"
Alberto
agitò la mano con fare superiore. "Assolutamente no. Non sono un criminale,
sono un ricercatore. Non voglio
una condanna a vita, voglio un'esperienza controllata. Un massimo di sei mesi,
un anno al massimo. Qualcosa che mi dia il tempo di assorbire l'atmosfera, di
capire la differenza tra reclusione e libertà. Ma devo farlo in modo legale, inteso come pena scontata per
un reato controllato".
Giacomo
e Marco erano allibiti.
Per
settimane, Alberto studiò il codice penale con la stessa meticolosità con cui
preparava una causa milionaria. Il suo piano prese forma: simulare il riciclaggio
di un oggetto di valore storico minore (una moneta romana rubata da un sito
archeologico), con prove sufficienti per l'arresto, ma con l'intenzione di
patteggiare subito per una pena ridotta. Avrebbe confessato, rinunciato alla
condizionale e ottenuto la sua cella.
"Devo
assicurarmi che il sistema mi prenda sul serio, ma che capisca anche che non
sono un pericolo," spiegò agli amici, come se stesse pianificando una
vacanza. "Il mio amico avvocato penalista mi ha assicurato che con la mia
fedina penale pulita e la piena collaborazione, dovrei cavarmela con un anno. È
il costo dell'autenticità".
Gli
amici lo salutarono scuotendo la testa. Per un po' non l'avrebbero rivisto
(aveva appena proibito loro di andargli a fare visita in carcere). Non era la
follia di Alberto a sorprenderli, ma la sua profonda convinzione che il dolore
potesse essere acquistato e venduto, come ogni altra esperienza di lusso.
L'arresto
avvenne come da copione, quasi con la freddezza di una transazione commerciale.
Alberto aveva lasciato che le tracce del manufatto romano, che alla fine fu una
piccola fibula in bronzo, autentica ma di valore archeologico modesto, lo
conducessero direttamente nelle mani della Polizia Giudiziaria. Quando gli
agenti irruppero nel suo ufficio mentre firmava, con studiata noncuranza, i
falsi documenti di vendita, Alberto provò un'ondata di eccitazione. Era
l'ultimo brivido della sua lista.
"Sono
Alberto Rossi, avvocato. Collaborerò con la giustizia," dichiarò, offrendo
un sorriso che gli agenti accolsero con il solito cinismo stanco.
La
burocrazia fu lunga e disumanizzante. Le impronte, le foto segnaletiche, il
freddo metallico delle manette: ogni fase era un capitolo del suo nuovo
"libro di esperienze". In tribunale, l'accordo con il suo avvocato fu
rapido: patteggiamento per ricettazione e riciclaggio aggravato, data la natura
storica dell'oggetto, ridotto a dieci mesi grazie alla piena confessione e al
fatto di essere incensurato. Come previsto, rinunciò a qualsiasi beneficio. Un
po' più dei sei mesi che aveva sperato, ma ottimale per il suo
"esperimento sul campo".
Venne
trasferito in un carcere di media sicurezza, una struttura grigia e imponente
che sorgeva come un monolite in periferia. Appena varcò il portone, l'odore lo
colpì: un misto pungente di disinfettante chimico, sudore stantio e paura
repressa. Non era un odore pittoresco, era viscerale e respingente.
L'agente
lo scortò in una cella minuscola, dipinta di un verde istituzionale sbiadito.
Il compagno di cella, un uomo sulla cinquantina di nome Ciro, lo accolse con
un'occhiata priva di curiosità e ricca di miseria.
"Ah,
un altro. Mi hanno portato un compagno nuovo," mormorò Ciro, tornando a
fissare il muro.
Alberto
si sistemò sul suo letto di metallo, cercando di mantenere l'entusiasmo da ricercatore.
Devo immergermi completamente in questo ambiente, pensò.
La
prima notte, tuttavia, si rivelò l'inizio del suo vero trauma. Alberto si
aspettava il silenzio, interrotto solo dai rumori distanti delle guardie,
un’atmosfera da film. Invece, la notte era un concerto infernale di vita
compressa. Ciro, inoltre, russava con la violenza di un motore diesel. Dalla
cella accanto provenivano urla soffocate e singhiozzi costanti. Poi, il peggio:
il rumore metallico, ritmico e inconfondibile di un cucchiaio che batteva sul
lavandino, un segnale che si ripeteva senza sosta, un codice disperato tra
detenuti.
Alberto
chiuse gli occhi, ma non riuscì a dormire. Non poteva spegnere il rumore, non
poteva comprare il silenzio. Si sentì improvvisamente piccolo e terrorizzato,
privato di quel controllo che aveva creduto di poter esercitare sulla sua
stessa detenzione. Questa non era un'esperienza da aggiungere alla lista. Era
un'aggressione sensoriale alla sua integrità psichica, ma ormai non aveva via
di scampo.
(Continua)


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