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martedì 28 aprile 2026

UNA VOCE AL TELEFONO

Il ronzio della sveglia scosse l'aria pesante della stanza. Marco allungò una mano, tastando il comodino finché non riuscì a soffocare quel rumore infernale. Rimase immobile, fissando il soffitto.

Ancora cinque minuti, pensò, ma sapeva che era una bugia. La prospettiva della giornata lo schiacciava: l’ufficio, la scrivania ingombra di scartoffie, e soprattutto quella riunione delle nove. Era indispensabile la sua presenza, dicevano. Senza di lui il progetto non sarebbe passato. Eppure, avrebbe dato un anno di vita per restare ancora un po' sotto il piumone.

Si alzò di malavoglia, trascinando i piedi sul pavimento freddo. Andò in cucina. Sua moglie Chiara era uscita da quasi due ore. Lei correva, lottava, produceva, mentre lui si sentiva un ingranaggio inceppato. Non aveva nemmeno la forza di scaldare un po' di latte o di tostare il pane.

"Al diavolo la colazione," mormorò. Poi, un barlume di dignità: "Almeno un caffè".

Mise la moka sul fuoco. Proprio mentre il primo borbottio roco risaliva dal filtro, un suono desueto lo fece trasalire: il telefono fisso. Il vecchio apparecchio squillava raramente, quasi sempre per offerte commerciali o errori. Indispettito, sollevò il ricevitore.

"Pronto?" disse, con la voce ancora impastata dal sonno.

"Chi parla?" chiese dall'altra parte una voce maschile, stranamente familiare ma ovattata, come se provenisse da una galleria.

"Chi parla lo chiedo io!" rispose Marco, sgarbato. "Che cosa vuole?"

"Ascolta,» disse la voce, con una calma che metteva i brividi. "È importante che tu oggi non esca di casa".

Marco aggrottò la fronte, stringendo il ricevitore. "Come?"

"Non devi uscire di casa," ribadì l'uomo all'altro capo del filo. Il tono era urgente, quasi una supplica. Marco sentì un brivido lungo la schiena: quella cadenza, quel modo di mangiarsi le finali... gli sembrava di conoscere bene quella voce, ma non riusciva ad attribuirla a un volto.

"E per quale motivo non dovrei uscire? Perché me lo ordini tu?" domandò, alzando il tono della voce.

"Non posso spiegare, ma non devi uscire. Ti prego, resta in casa".

"Questi scherzi non mi piacciono!" sbottò Marco, la rabbia che prendeva il sopravvento sulla confusione. "Soprattutto a quest'ora. Mi fanno innervosire. Vai  al diavolo, chiunque tu sia!"

Sbatte giù il ricevitore con violenza. Il clack metallico pose fine a quella follia, ma l'odore di bruciato lo riportò alla realtà: il caffè, rimasto troppo sul fuoco, era traboccato e si era carbonizzato sulla piastra.

"Dannata telefonata! E dannato rompicoglioni!" urlò al vuoto della cucina.

Era tardissimo. Niente caffè, non c'era tempo per rifarlo. Si infilò la giacca, afferrò la valigetta e uscì di corsa, chiudendo la porta a doppia mandata. Mentre scendeva le scale, pensò con una punta di amaro sarcasmo agli scherzi telefonici che faceva da ragazzo con i suoi amici.

Uscì dal portone respirando l'aria umida del mattino. La sua auto era parcheggiata dall'altro lato della strada. Non guardò nemmeno. Fece due passi rapidi sul selciato, deciso a recuperare i minuti persi.

Uno stridore di freni. Il riflesso bianco di un furgoncino che sbandava a velocità folle. L'impatto fu un boato sordo che gli svuotò i polmoni.

Marco si ritrovò disteso a terra. Strano, non sentiva dolore. Vedeva solo il cielo grigio e sentiva il rumore di passi che correvano verso di lui, voci concitate, sirene in lontananza. La luce iniziò a restringersi, un tunnel che si chiudeva verso il nero assoluto.

E proprio in quell'istante, in un ultimo barlume di coscienza, il mistero si sciolse. Quella voce al telefono, quel timbro esatto, quell'inflessione che conosceva da una vita intera...

Quella voce era la sua.

 

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