Il sole di questa mattina di primavera ha una luce spietata. Riflette sulle
vetrine e sulle carrozzerie delle auto, mi costringe a socchiudere gli occhi
mentre cammino a zonzo senza una meta precisa. È una di quelle giornate in cui
l’aria tiepida, invece di darti sollievo, ti scava dentro, lasciando spazio a
un’invasione di pensieri. Pensieri buoni, che sanno di erba appena tagliata e
caffè, e pensieri cattivi, che hanno il sapore metallico della polvere.
Mi porto dietro una vita intera, un fardello che sento gravare sulle spalle
a ogni passo. Il mio corpo, a guardarlo da fuori, sembra ancora reggere l’urto
del tempo, ma io lo so che dentro sta andando a pezzi, come un vecchio
ingranaggio che gira per pura inerzia. E la mia interiorità? Quella è andata in
frantumi già da un pezzo, lasciando solo frammenti taglienti che fatico a
rimettere insieme.
Mentre cammino, la mente scivola indietro di vent’anni, forse qualcuno di
più. Mi rivedo giovane, sicuro di me, un autentico playboy di provincia.
Ricordo quella stagione assurda in cui frequentavo quattro donne
contemporaneamente. Era un gioco di incastri, di agende mentali, di bugie eleganti
e messaggi cancellati in fretta.
Era estenuante, certo, più a livello mentale che fisico. Eppure, mi sentivo
vivo, al centro di un universo che ruotava intorno al mio desiderio.
Oggi sono soltanto un uomo che si accinge a diventare un vecchio e che vive
di nostalgie. Non lo sono ancora, vecchio, ma il confine è lì, a pochi passi, e
io ci sto camminando sopra. Guardo le donne che incrocio sul marciapiede:
ragazze veloci con le cuffie, signore eleganti, donne in carriera. Noto, con
una punta di amarezza, che nessuna di loro guarda me. Sono diventato
trasparente.
“È da tanto tempo che non bacio una sconosciuta,” penso, quasi vergognandomi. “O qualcuna che, pur conoscendola, non ho
mai accostato alle mie labbra.”
È un pensiero infantile, stupido, lo so. Tuttavia, sarebbe un tuffo in
un'epoca che non mi appartiene più.
Poi, all'improvviso, la vedo. È ferma davanti a una vetrina di
abbigliamento, la borsa a tracolla e lo sguardo assorto. Non ci sono dubbi: è
Lorella.
Sono passati quasi trent’anni, ma il cuore dà un colpo secco,
riconoscendola prima degli occhi. Mi avvicino, il respiro leggermente corto.
"Lorella?" chiamo, con un filo di incertezza.
Lei si volta lentamente. I suoi occhi scuri e profondi mi frugano il viso
per un secondo infinito, poi si illuminano. "Ma non ci credo...
Marco!" esclama, sorridendo.
Mi ha riconosciuto subito. Allora non sono poi così cambiato, dopotutto.
Forse il mio pessimismo è solo una crosta che mi sono costruito per protezione.
Iniziamo a parlare subito, con una naturalezza disarmante, come se l’ufficio
condiviso fosse stato lasciato ieri sera e non tre decenni fa.
Eravamo colleghi, c’era sintonia, ma niente di più. Mentre mi parla, io la
studio. Il tempo ha lavorato su di lei, ma io la vedo ancora come allora: il
caschetto di capelli neri sempre ribelli, la pelle chiarissima con quella
spruzzata di lentiggini minuscole sul naso che sembra polvere di stelle. E le
tette... mi sembrano addirittura più floride di quanto ricordassi!
Camminiamo insieme per il centro, ridendo delle vecchie beghe d'ufficio e
dei capi tiranni che abbiamo avuto. Mi racconta della pensione, del suo impegno
nel volontariato. Non parla mai di mariti, figli o compagni. Io non chiedo. Mi
crogiolo nell'idea che anche lei sia sola, un’isola che ha trovato un’altra isola
in mezzo al mare di cemento.
Senza quasi accorgermene, le poggio una mano sulla spalla. Lei non si
scosta, anzi, sembra accogliere quel contatto. Continuiamo a camminare, vicini,
finché la conversazione si spegne naturalmente. Ci fermiamo davanti a un portone
antico, in un vicolo riparato dal caos.
Rimaniamo in silenzio. Ci guardiamo negli occhi in un modo strano, un modo
che non appartiene alla nostra età anagrafica, ma a quella del desiderio. Ci
avviciniamo. I visi, le labbra... e poi accade.
È un bacio vero. Prolungato, intenso, che sa di riscoperta e di urgenza.
Per un istante, il tempo si ferma e io non sono più il vecchio che va a pezzi,
ma l'uomo di un'epoca precedente.
Quando ci stacchiamo, siamo entrambi confusi. Il respiro è affannato.
"Ti devo confessare una cosa," dice finalmente lei, con uno sguardo
che non riesco a decifrare. "Dimmi," rispondo io, con la voce che mi
trema in gola.
Lorella si sistema il caschetto spettinato e mi guarda dritto negli occhi.
"Erano anni che non baciavo uno sconosciuto. O qualcuno di conosciuto
che, comunque, non avevo mai baciato prima".
Sorrido, sentendomi parte di un segreto condiviso.
"Ti è piaciuto farlo?" le chiedo, sperando in una conferma del
nostro legame ritrovato. Confidando in qualcosa che potrebbe nascere.
Lei sorride a sua volta, ma è un sorriso diverso. Più libero, quasi
predatore.
"Sì, mi è piaciuto molto," risponde con una leggerezza che mi
gela il sangue.
"Credo proprio che lo farò di nuovo. Con tanti altri uomini".
Mi fa un cenno con la mano, un saluto rapido e informale, e si incammina
verso la piazza, lasciandomi lì, immobile, con il sapore del suo bacio sulle
labbra e l'improvvisa certezza che la primavera, a volte, sa essere molto più
crudele dell'inverno.


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