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domenica 24 settembre 2017

IL CANDIDATO


Luigi Di Maio. Osservatelo con attenzione. Guardate il suo perfetto taglio di capelli, la sua perpetua abbronzatura, l'abito impeccabile, da rappresentante di aspirapolvere, da agente di assicurazioni, da impresario di pompe funebri. Soffermate lo sguardo su questo bel giovanotto dalla faccia pulita, sul candidato pentastellato che ha avuto più di trentamila voti alle primarie, mentre il suo partito conta centoquarantamila iscritti, più di ottomilioni di voti ottenuti alla Camera alle ultime elezioni politiche, più di settemilioni al Senato. Trentamila! Un'enormità. Più di trentamila cittadini, tra una faccenda e l'altra, ancora in pigiama o tra una portata e l'altra della cena, hanno trovato il tempo di cliccare sul suo nome. Ispezionate con cura la figura di questo giovane uomo baciato dal successo. Cercate di intravedere quei fili quasi invisibili che si dipartono dalle sue braccia, dalle sue gambe, dalla sommità del suo capo, che lo rendono bella marionetta, splendido pupo. Scrutate questo ragazzo in divisa, perfetto soldatino sempre obbediente, sempre ligio agli ordini. Ammirate la sua unicità, la sua perfetta mediocrità, la sua assoluta dedizione alla causa, la sua malcelata sfrontatezza, la sua immensa ambizione. Il suo sorriso splendente e falso. Scrutate il candidato con ancora più impegno, non stancatevi di farlo. Guardatelo ma impedite che egli parli: il ragazzotto è dotato di buona, anzi ottima favella; ma la sua è favella storpia, da massacratore di congiuntivi, da dispensatore di luoghi comuni e aria fritta, da frequentatore di bar eleganti.
Scrutate per un'ultima volta Luigi Di Maio, il candidato, il politico rampante, il disoccupato eccellente, l'analfabeta di ritorno, il piacione, poi rispondete a questa domanda: comprereste un'auto usata da quest'uomo?

sabato 23 settembre 2017

INTERVISTA CON IL MOSTRO


The shape of water (La forma dell'acqua) è il film del regista messicano Guillermo Del Toro che ha vinto la 74° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Siamo riusciti a parlare con il protagonista del film, il Mostro, che ci ha rilasciato questa breve ma significativa intervista.

Il Mostro ci riceve nella sua lussuosa suite d'albergo, in una città che ci è stato chiesto di non indicare. È seduto su un divanetto. Indossa grandi occhiali scuri, ha il cappuccio dell'abbagliante accappatoio bianco calcato sul capo. I piedi (piedi?) calzano morbide pantofole di spugna. Il Mostro spegne il sigaro, beve un sorso di scotch, incrocia le braccia sul petto e si accinge a rispondere alle nostre domande.

Signor Mostro, si aspettava questo successo?
Ci speravo, anche se le cose sono andate oltre le mie migliori aspettative. Gran parte del merito comunque spetta a Guillermo, che ha perseguito con ostinazione il suo progetto, e che soprattutto ha creduto in me.
Presumo che tale ringraziamento non possa essere esteso alla produzione.
(si rabbuia). No, direi proprio di no.
Il suo nome non appare nei titoli di coda.
No. I produttori hanno preferito far intendere che a interpretare la mia parte sia stato un attore. Naturalmente il bluff è durato poco.
Si è trattato di un'operazione pubblicitaria?
Assolutamente no! È stata una scelta precisa. Ero considerato adatto per il film, ma scomodo e ingombrante per la promozione dello stesso. Sono pur sempre un Mostro, no?
Lei proviene da una famiglia di attori.
Non proprio. Mio padre era un operatore finanziario. Un essere schivo, riluttante a mostrarsi in pubblico, neppure camuffato. È morto ancora giovane, a causa di una ictioftiriasi mal curata.
Suo nonno?
Sì, lui era un attore. Fu il protagonista de Il mostro della laguna nera, un film di grande successo, considerato un autentico capolavoro, una pellicola di culto. Mio nonno visse un breve momento di fama. Recitò ancora in altri due film, La vendetta del mostro e Terrore sul mondo, che non ebbero però la fortuna del primo. Dopo, nessun regista lo chiamò più e lui cadde in un profondo stato di depressione. Iniziò a bere. Soltanto l'alcol e lo stordimento che gli provocava riuscivano a fargli dimenticare quel periodo di grande popolarità che non sarebbe ritornato più. Fu trovato morto nella vasca da bagno, affogato. Una fine molto amara, quasi beffarda per un uomo-pesce.
Nel film sono presenti delle scene d'amore. Ha provato imbarazzo nel girarle?
(ride) Vuole la verità? Più che imbarazzo ho provato ribrezzo. Mi spiego: Sally Hawkins è una bravissima attrice, ma è piuttosto bruttina. La sua pelle troppo bianca, troppo liscia, mi provocava una certa ripugnanza, che comunque sono riuscito a superare anche grazie all'aiuto di Guillermo. Vede, quando accarezzo una femmina preferisco sentire sotto i polpastrelli la ruvidità delle squame (ride di nuovo).
Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Mi piacerebbe non rimanere confinato nelle consuete parti da mostro. Il mio sogno sarebbe quello di interpretare un commissario di polizia. Oppure quello di lavorare con qualcuno dei giovani registi emergenti. Che so, Wes Anderson, Xavier Dolan e, perché no? Alejandro Inàrritu.
Adesso però mi deve scusare, ma devo proprio andare (il mostro si agita sul divano). Ho bisogno di sottopormi a spugnature, la mia pelle si sta asciugando troppo.

domenica 10 settembre 2017

MENTE IN BOCCA


Odio i ricevimenti e le feste in genere, detesto in particolare quelli in cui sono costretto a fare da tappezzeria. Eppure non ho potuto fare a meno di accettare l'invito del mio amico Bill. La schiena addossata a una parete, in mano un bicchiere, il terzo o il quarto drink, osservo Bill impegnato in una animata conversazione, attorniato da un capannello di persone adoranti. Bill è un autentico cervellone. Ci siamo conosciuti all'Università (che io naturalmente non ho ultimato) e la nostra amicizia è durata nel tempo. Lui è una specie di scienziato, si occupa di linguistica, ma ha esteso il suo campo di ricerca anche alla medicina. Il suo ultimo articolo, dove è esposta una stravagante ma innovativa speculazione, è stato pubblicato da una autorevole rivista scientifica e ha suscitato un certo clamore. Il party è in suo onore, e io quel famoso articolo non l'ho neppure letto. Leggere è impegnativo, e poi stanca.
Un'ultima risata generale, poi Bill riesce a staccarsi dai suoi fan (nonché finanziatori) e finalmente mi raggiunge. Sorride, io lo squadro dall'alto verso il basso (il mio amico è un nanerottolo grasso), poi sollevo un sopracciglio.
"Stavi raccontando barzellette?" gli chiedo.
"Che dici? Lo sai che disprezzo le barzellette!" Bill è del tutto privo del senso dell'umorismo.
"Dunque?"
"Stavo esponendo la mia teoria. Sono convinto che non abbiano capito nulla. Non importa, l'importante è che continuino ad aprire i portafogli".
"Già". Finisco di scolare lo scotch, quindi afferro un altro bicchiere da un cameriere di passaggio.
"E tu, che ne dici della mia teoria?" domanda il mio amico.
"Oh, non ho ancora avuto modo di approfondire... Sai, il mio lavoro..."
"Quale lavoro?"
"Falla finita, Bill. Esponimi le tue conclusioni. In parole semplici, per favore".
Lui sorride, poi mi strappa il bicchiere dalla mano e ingolla un robusto sorso. Me lo restituisce.
"Hai presente un computer?"
"Certo che ce l'ho presente".
"Un computer possiede una memoria molto capace, in grado di immagazzinare una quantità di dati che noi non riusciamo neppure ad immaginare".
"Uh, uh".
"Le persone comuni utilizzano i computer, e le loro memorie, all'uno per cento. Non di più".
"Bene".
"Che cosa può essere comparato a un computer?"
"Non lo so, Bill".
Il mio amico sospira.
"Il cervello umano" dice.
"Anche il cervello umano viene utilizzato non più che all'uno per cento della sua capacità" aggiunge.
"Sul serio?"
"Certamente. È come se noi disponessimo di una immensa memoria e ci limitassimo a utilizzarne una parte che può benissimo essere contenuta in una pen drive".
"Eh? Pen drive? Che dici, Bill?"
Un altro sospiro. Di impazienza ma, mi accorgo, anche di compatimento.
"Una chiavetta".
"Ah!".
"Ma il problema non è questo" riprende Bill.
"No?"
"No. Il problema non è il minimo utilizzo del cervello. Il fatto è che la maggior parte degli individui il cervello non lo utilizza affatto".
"Chi lo dice?" domando.
"Lo dicono i miei studi, le mie ricerche".
"Però!"
"Queste persone si servono soltanto di una piccola memoria aggiuntiva, uno strumento periferico, del tutto slegato dall'attività del cervello, che nel loro caso è nulla".
"Non ti seguo, Bill".
"Come sai, i miei studi si limitano soprattutto al linguaggio. Dopo anni di ricerche ho scoperto che la generalità delle persone adopera una quantità di vocaboli che va da trecento a quattrocento. E queste informazioni, utilizzate per comunicare, non provengono dal cervello, bensì dalla bocca".
"Eh?"
"È così. Non più di quattrocento vocaboli, che vengono di continuo rimescolati e ricombinati a formare delle frasi che, come puoi immaginare, consentono di esprimere soltanto pensieri elementari e superficiali. Negli ultimi tempi la situazione è ancora peggiorata. La frenesia della vita attuale, l'esigenza di sintesi, la nascita di strumenti di comunicazione quali i messaggi brevi, l'imposizione al compendio dovuto all'espansione delle reti sociali virtuali, tutto ciò contribuisce sempre di più alla riduzione di numero e alla semplificazione dei vocaboli impiegati. Anche nelle poche occasioni in cui capita di parlare a quattr'occhi bisogna dire tutto in fretta. L'interlocutore sente ma non ascolta, non vede l'ora di dire la sua, di sovrastarti. La conseguenza è che tra qualche tempo impareremo a dire tutto utilizzando non più di duecento parole. Ma questa è soltanto la premessa della mia teoria. Io mi sono concentrato anche sugli aspetti fisiologici della questione e mi sono domandato dove può risiedere questa piccola memoria aggiuntiva, l'unica adoperata da quasi tutti gli individui."
"La risposta?" Ormai sono un po' confuso.
"Nella bocca, si trova nella bocca. La maggior parte delle persone non soltanto parla con la bocca, ma pensa anche con la bocca!"
"Ma..."
"So che cosa stai per chiedermi. La mia ipotesi principale prevede che - nella lingua, nella laringe oppure in un altro organo della fonazione - si siano sviluppate oltre misura delle terminazioni nervose in grado di archiviare una seppur minima quantità di informazioni, le famose quattrocento parole. La risposta definitiva la dovrà dare il team di fisiologi che collabora alle mie ricerche".
"Ma..."
"Lo so che cosa stai pensando, e credo tu abbia ragione. La maggior parte degli esseri umani vive con il cervello spento, non lo usa, ha imparato a farne a meno".
"Però!" La mia confusione ormai è totale.
"Allora? Che ne dici della mia teoria?"
"Come?"
"Ti sto chiedendo che cosa pensi dei miei studi".
"Eh? Non lo so, proprio non lo so".
Il viso di Bill si accende all'improvviso.
"Non lo so! Non lo so! Non sai dire altro! Non puoi esprimere i tuoi pensieri in maniera un po' più complessa? Non dirmi che sei diventato uno di quelli!"
"Eh? Uno di quelli? Dici?"
Poi Bill si calma e inizia a osservarmi con un certo interesse.
"Senti, perché domani non passi a trovarmi in laboratorio?" dice.

sabato 9 settembre 2017

MIGRANTI


La strada provinciale che conduce all'aeroporto è molto trafficata. Lungo il suo lato destro si estende un ampio prato. L'erba, corta e secca, stremata dalla calura estiva e dalla siccità, è di color giallo sporco. Soltanto qua e là si intravede qualche chiazza verde pallido. Quando sul campo scorgo una moltitudine di puntini bianchi rallento e poi mi fermo a osservare. Con meraviglia noto che si tratta di esseri viventi. Sì, sono loro, sono proprio loro: sono i migranti. Sono davvero tanti, e sono immobili. Si sono fermati in quella terra di nessuno, bordata di strade, incuranti del boato degli aerei che decollano e atterrano di continuo, perché sono stanchi. Hanno bisogno di riposo, devono recuperare le energie prima di riprendere il loro viaggio, il loro lungo viaggio, un viaggio rischioso e pieno di pericoli. Perché andarsene? Si parte perché l'istinto dice di farlo, perché non esistono alternative, perché è in gioco la sopravvivenza. Si va verso terre e luoghi più ospitali, dove è possibile trovare il cibo, condizioni di vita migliori, dove sarà possibile riprodurre la vita. Partono e sanno che niente e nessuno potrà fermarli. Per loro non esistono barriere e confini, non ci sono frontiere, non ci sono muri che possano arrestarli, non ci sono leggi più o meno giuste che possano impedire la loro migrazione. Partono in tanti, ma non tutti giungeranno alla meta. Le tappe del viaggio sono tante, e ancora di più sono le insidie. Qualcuno di loro, già stremato, non riuscirà neppure a ripartire da quel prato con l'erba bruciata, altri moriranno dopo, in qualche terra desolata, altri ancora saranno accolti dal mare, che sarà il loro sudario. Partono e continueranno a farlo perché loro non hanno cittadinanza, perché loro non appartengono a nessun paese, a nessuna nazione, perché la loro terra è il mondo intero.
Smarrito nei miei pensieri, quasi mi perdo una scena straordinaria. Qualcuno, tra i migranti, ha lanciato un impercettibile segnale. È un attimo, e il cielo si oscura. La nube si scaglia verso il cielo, nugolo immenso di piccoli esseri che sbattono le ali come forsennati. Il lungo viaggio riprende, su in quel cielo azzurro che a ogni istante che trascorre sta diventando sempre più freddo.

sabato 26 agosto 2017

PALLACANESTRO



Il ricordo più intenso che conservo dei tempi della scuola media è quello delle lezioni di educazione fisica. E del professor C. e della pallacanestro. Il nostro insegnante era un tipo particolare: vestiva sempre con una giacca blu scuro e pantaloni grigi, portava i capelli lunghi, gonfiati con il phon e fissati con una abbondante dose di lacca. Rammento il suo grosso naso e la sua voce pacata e dal timbro sottile. Il professor C., fin dal primo giorno che ci conobbe, decise di scacciare dalle nostre giovani menti la fissazione per il calcio. Stabilì che durante tutto l'anno scolastico avremmo praticato un unico sport: la pallacanestro. E fu così anche l'anno successivo. L'ultimo anno, con nostro grande dispiacere, il nostro insegnante preferito non ricomparve, sostituito da un anonimo e più giovane collega che non lasciò di sé alcuna traccia.
Il primo giorno di lezione fummo divisi in due squadre. Il professore, dimostrando grande generosità, ci consentì di chiamarle Torino e Juventus. Io fui assegnato alla prima. All'epoca era d'obbligo indossare, durante l'attività di educazione fisica, una maglietta bianca e dei pantaloncini blu. Il nostro insegnante ci diede il permesso di personalizzare tali scialbe divise. Ognuno di noi si fece cucire, dalle proprie madri o dalle sorelle maggiori, una grande lettera sulla maglietta: una T di colore granata oppure una J di colore nero. Eravamo pronti per iniziare le nostre sfide, che sarebbero andate avanti per due anni ogni volta che c'era lezione di educazione fisica.
Il professor C. fu fortunato (o abile?) nella scelta dei giocatori, titolari e riserve, che componevano le due squadre, tanto che le partite risultavano sempre piuttosto equilibrate. Una volta prevaleva una compagine, la volta successiva quasi sempre vinceva l'altra. In tal modo il nostro interesse per quello sport che iniziammo ad apprezzare era sempre alimentato, e ognuno di noi non vedeva l'ora di andare in palestra per prendersi una rivincita su una precedente sconfitta. Il professor C. aveva sempre con sé un piccolo quaderno, sul quale annotava con cura maniacale i risultati delle partite e stilava classifiche.
Ognuna delle due squadre disponeva di un giocatore di alta statura, dote che in uno sport come la pallacanestro consente spesso di sovrastare gli altri. Per quei due sventurati non era affatto così. Erano ragazzi completamente negati per qualsiasi attività sportiva. Erano rigidi, impacciati nei movimenti, del tutto privi di coordinazione motoria, quasi incapaci persino di correre. Guerrino era nella mia squadra. Era un ragazzo alto più di un metro e ottanta, rosso di pelo, con il viso cavallino disseminato di lentiggini. Figlio di contadini, aveva delle mani enormi, callose e abituate ai lavori di fatica. Guerrino era un gran bravo ragazzo. Frequentai con lui le scuole medie e poi tutte le superiori, dove io gli permettevo di copiare i miei temi e lui si sdebitava passandomi gli esercizi di computisteria e di tecnica bancaria, materie che studiavo con scarso impegno. L'altro spilungone era un ragazzo del quale, confesso, non ricordo il nome. Lo chiamavamo sempre e soltanto per cognome, e quello ancora lo rammento. Anche lui, come Guerrino, era molto alto e magro. Aveva una grossa testa a forma di triangolo rovesciato, sulla cui sommità spuntavano irti capelli neri. Portava degli occhiali con piccole lenti rotonde, che gli davano l'aria dello scienziato pazzo. Durante le partite sistemavamo lui e Guerrino sotto il canestro e dicevamo loro di non muoversi. Il loro compito, con l'ausilio della loro alta statura, era quello di raccogliere i rimbalzi. Anche in quell'apparente semplice compito si rivelarono essere delle autentiche frane. Arrivavano sempre a intercettare il pallone in ricaduta ma non riuscivano mai ad afferrarlo, talmente erano goffi. Non saltavano ma si limitavano ad allungare il più possibile le braccia, le mani con le dita rigide e protese. Un giorno, finalmente, Guerrino riuscì a far suo un pallone che aveva a lungo danzato sull'anello senza però entrarvi. Il pallone sembrò scomparire tra le sue manone. Quindi lo lanciò con tutta la sua notevole forza verso il canestro. La palla rimbalzò con un colpo secco contro il tabellone e poi si insaccò. Naturalmente quello non era il canestro della squadra avversaria. Quando si rese conto del tremendo errore il povero Guerrino avvampò, tanto che divenne difficile distinguere il colore del suo viso da quello dei suoi capelli. Tutti noi comprendemmo il suo dramma e, mentre il professor C. ridacchiava divertito, ci buttammo su Guerrino, lo abbracciammo festosi e ci congratulammo con lui. In fondo era pur sempre il suo primo punto realizzato, che importava se non lo aveva fatto nel canestro giusto?
Come detto, poco per volta ci appassionammo alla pallacanestro e quasi dimenticammo il calcio. Imparammo alla perfezione tutte le regole. D'altra parte il professor C. era inflessibile. Fischietto in bocca, sanzionava con severità tutte le infrazioni: fallo di passi, doppio palleggio, palla trattenuta e ogni contatto fisico troppo violento.
Da parte mia me la cavavo abbastanza bene. Avevo un fisico minuto, tuttavia ero agile e svelto. Sapevo palleggiare bene, ero preciso nei passaggi e nel tiro (spesso mi allenavo a casa, da solo, utilizzando un canestro costruito con maestria da mio padre e che avevo agganciato alla ringhiera di un balcone).
Il giocatore più forte, e che avevo la fortuna di avere nella mia squadra, era senza dubbio Gerardo. Era un ragazzo che viveva nelle case popolari, insieme ai genitori e a una lunga serie di fratelli e sorelle. Gerardo aveva un fisico particolare: il busto lungo e sottile, il sedere sporgente e gambe muscolose. Portava occhiali dalle lenti molto spesse che non si toglieva mai, in special modo quando giocava. Diceva che altrimenti non avrebbe neppure visto il canestro. Gerardo aveva una voce bassa e roca, da persona adulta, ed era un vero giocoliere. Il professor C. non mancava mai di rimproverarlo quando eccedeva in virtuosismi, che comunque gli riuscivano benissimo.
Toccammo la nostra apoteosi (che rappresentò anche la fine di tutto) al termine del secondo anno di scuola media. Il professor C., d'intesa con alcuni suoi colleghi, organizzò un torneo tra i migliori della nostra scuola (una specie di "nazionale", e io fui tra i selezionati) e squadre di altre scuole della provincia. Inutile dire che lo vincemmo. Eravamo molto più bravi, molto più preparati, di tutti gli altri. Il professor C. fu molto orgoglioso della nostra impresa.
Il ricordo più luminoso che custodisco dei tempi della scuola media è dunque quello di un pallone arancione, di un anello di metallo con la reticella e di una persona, il professor C., di grande spessore umano.

sabato 19 agosto 2017

CITTA' DESERTA


Il vostro cronista si aggira, sotto il solleone di agosto e con il taccuino pronto, per le strade deserte della città. Cioè, a dire il vero non è che le vie e le piazze siano poi così spopolate. Insomma, c'è un sacco di gente: turisti, venditori di cianfrusaglie, bighelloni vari. Il fatto è che quel fetente del mio direttore, prima di partire per le sue vacanze in Corsica, mi ha detto: "Mi raccomando, non deve mancare un bell'articolo sulla città disabitata. Lo dovrai intitolare Deserto d'agosto". Non importa, vuol dire che fingerò che non ci sia anima viva, anche se non sarà facile. Mentre cammino tra la folla, urtato e spintonato di continuo, lascio spazio a qualche riflessione. Il nuovo sindaco ha compiuto un autentico miracolo: è riuscito a trattenere in città molte persone. La metropoli, a differenza di altre volte, è viva. Questi cittadini hanno deciso di non partire, di non andare in vacanza, per potersi godere appieno, in questi giorni di vacanza, le bellezze della loro città. E non si può dire, e tantomeno scrivere, che tutto ciò sia dovuto alla crisi economica che ancora persiste. No, la crisi non c'è più. Almeno, questa è la posizione ufficiale del mio giornale, che non condivido del tutto ma che devo necessariamente accettare, pena licenziamento immediato.
Ma adesso basta indugi, il vostro cronista ha deciso di procedere con alcune interviste. Individuo subito il mio uomo. Un tipo alto e biondo, distinto, abbastanza giovane. Porta occhialini tondi da intellettuale.  E dal suo aspetto ricavo che si tratta di sicuro di un indigeno, da decine di generazioni.
Lo avvicino.
"Buongiorno, le posso fare una domanda?" Lui sorride, gentile. E annuisce.
"In questi giorni nei quali la città è deserta, o quasi, la qualità di vita del cittadino migliora oppure, a causa dei minori servizi offerti, peggiora?"
"Sprtnkiy drtuk frjzp gttmntoll ell ausmjk" risponde.
"Eh? Scusi, ma non ho compreso bene".
"Grtyss aukhh!" ribadisce.
"Grazie".
Il vostro cronista ha fallito e si allontana con la coda tra le gambe. Ma non si dà per vinto. Vedo subito un'altra persona che fa al caso mio. Maschio, bianco, sulla sessantina. Indossa un cappello di paglia, una camicia felpata a grossi riquadri, pantaloni di fustagno. Ai piedi porta due robusti scarponi lucidati con cura. Ci siamo, questo è di certo un autentico indigeno.
"Salve, permette una domanda?"
"Lei è un giornalista?" mi chiede, con voce roca.
"Sì".
"Sta facendo uno di quegli stupidi servizi estivi sulla città deserta e balle varie?"
Sono costretto ad annuire.
"I lettori lo vogliono" spiego, un po' imbarazzato.
"So che cosa sta pensando di me" dice il tizio, mentre si accende una sigaretta senza filtro con un antidiluviano accendino a benzina.
"Che cosa?"
"Sta pensando: che cosa ci fa questo bel tomo in pieno centro città invece di essere nella sua malga?"
"In effetti è così" ammetto.
"E invece quest'anno niente alpeggio! Nossignore. Le vacche sono rimaste in pianura, chiuse nella stalla". Poi abbassa la voce e prosegue.
"La malga la sto facendo ristrutturare. Lavori in corso".
"Ah, capisco. La montagna! Tutto sta cadendo a pezzi, i luoghi alpini sono sempre più spopolati".
"Neanche per sogno! Che cosa ha capito? La malga non è utilizzabile perché sto facendo costruire una piscina".
"Una piscina? A duemila metri?"
"Duemilacentocinquanta, per la precisione. Certo, una piscina. Ha mai provato a passare tre mesi senza avere la possibilità di fare una nuotatina? Be', io ci soffro. E poi la piscina servirà anche da abbeveratoio per le vacche".
Sono sbalordito, e provo a cambiare discorso.
"Si aspettava di incontrare così tanta gente?"
"Eh? gente? Ma non c'è quasi nessuno". Le sue parole mi rincuorano un po', ma so che la realtà è ben diversa.
"Si guardi intorno" suggerisco a malincuore.
Lui lo fa.
"C'è qualche muso giallo con la cartina in mano, e poi ci sono soltanto moru".
Scuote le spalle, poi aspira una boccata dalla sigaretta pestilenziale.
"Moru? Che cosa intende? Persone di colore? Lei per caso è un suprematista?"
"Eh?"
"Un razzista" preciso.
"Razzista? Io? No, non sono per niente razzista. Per me tutte le razze sono uguali. Guardi, ho avuto sia le frisone che le pezzate nere e mi sono trovato bene con entrambe".
"Ma quelle sono vacche!"
"Vacche, cristiani, musulmani, tutto uguale. Razzista! A me! E adesso mi scusi, devo andare. Si sta facendo tardi. Ho già visitato un sacco di musei ma non mi voglio perdere la mostra di Franco Fontana". E il bovaro se ne va lasciando una scia di fumo azzurro. Il taccuino del vostro cronista è rimasto bianco.

martedì 15 agosto 2017

MEGLIO TACERE


Mi è stato chiesto di scrivere queste poche righe, e io l'ho fatto. In un certo senso si può dire che non avrei potuto esimermi dallo svolgere tale compito, pure se non si è trattato di coercizione. Sono convinto che un rifiuto sarebbe stato percepito come un sottrarsi a una incombenza dovuta, a un obbligo imposto da una teoria di circostanze. Non mi si chieda se la mia apparente arrendevolezza sia dovuta alla presenza di un certo timore, se non addirittura all'emersione di una vera a propria paura. Non ho intenzione di rispondere. Il libero arbitrio di un essere umano è una condizione di coscienza che permette, in qualunque caso, l'esercizio di pensieri e atti assolutamente liberi dalla altrui volontà. Ciò che davvero è essenziale è la propria determinazione, l'impegno personale ad assumere una condotta che è conseguenza di riflessioni e valutazioni derivanti in maniera esclusiva da processi mentali liberi e unici, intesi quale prerogativa originale e irripetibile di ogni persona.
Rivendico il diritto di pronunciare la mia verità. La vera verità, si sa, non esiste. Quasi sempre è confusa con un'affermazione vera. Mentre la seconda si basa su elementi oggettivi, verificabili e, nel caso, confutabili, la prima è completamente soggettiva nonché sempre lambita di presunzione, quindi frutto di supposizioni e congetture. La vera verità in realtà pecca di attendibilità, è per sua natura non sincera, in quanto espressione del tutto personale.
Il mio incarico si presenta dunque alquanto difficile, ai limiti dell'impossibile. Ho accettato per dare prova della mia disponibilità, della mia buona volontà, per dimostrare che non nutro preoccupazione alcuna, tuttavia mi rendo conto che tutto ciò che potrei affermare avrebbe nessun valore.
Domando perdono a chi ha riposto fiducia in me, a chi ha ritenuto che, messo un po' alle strette, quasi obbligato da una forte persuasione morale, il sottoscritto potesse esprimere il suo pensiero, un suo qualsiasi pensiero, libero da influenze e limitazioni, proprie o culturali, che lo possano rendere davvero libero, vero.
Tutto ciò che potrei dire sarebbe non credibile e, di conseguenza, facilmente opinabile. Insomma, nessuno mi crederebbe. Per questa ragione taccio.