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mercoledì 1 giugno 2011

SPARI A SALVE



Tutto è stato giocato sulla paura, e l’arma era ben carica. I proiettili, inseriti con grande cura, erano i rom, gli omosessuali, i centri sociali, le moschee piene di terroristi islamici. Di tutto il resto non si è parlato. Non si è parlato del futuro delle città, del degrado delle periferie, della viabilità, dei piani di sviluppo urbanistico, delle sacche di marginalità, sempre più corpose per consistenza, presenti all’interno dei grandi aggregati urbani.
Alla fine, quando l’arma finalmente ha sparato, ha fatto cilecca in modo clamoroso. Il presunto spavento si è trasformato in una liberatoria risata, in una sentenza che appare inappellabile. E l’onda scatenata si mostra inarrestabile. Tutto è cambiato da un giorno all’altro. D’altra parte, si sa che non possibile bloccare il vento del cambiamento, è pensabile soltanto opporre un po’ di resistenza. Che è stata minima. Comunque, non illudiamoci. Il nostro è un Paese conservatore, che resiste ai mutamenti, alle spinte riformatrici. A cicli periodici, soccombe agli impulsi progressisti, per poi arretrare subito dopo, appena le forze della reazione trovano il modo di riorganizzarsi. Occorre tuttavia sfruttare fino in fondo il momento favorevole, capitalizzare tutto ciò che è realizzabile adesso. Subito, si presenta un’altra ghiotta occasione: i referendum. Proprio oggi la Corte di Cassazione ha dato il via libera al quesito sulle centrali nucleari che il Governo, con uno dei soliti goffi e maldestri tentativi, frutto di arroganza e imperizia, aveva tentato di scippare ai cittadini. Invano. E proprio questa consultazione potrebbe rappresentare, nell’immediato futuro, il grimaldello capace di far saltare il banco in maniera definitiva. Si tratta di una opportunità che non ci possiamo lasciare fuggire, considerando inoltre che anche gli altri quesiti oggetto della consultazione referendaria sono di vitale importanza: la gestione dell’acqua e la legalità.
Torniamo quindi alle urne, vinciamo la stanchezza, gli atteggiamenti qualunquisti, ribadiamo la centralità del voto, autentica apoteosi del processo democratico.
Decidiamo. Noi.

sabato 28 maggio 2011

IL BALLOTTAGGIO



Il locale stava chiudendo. Dietro al bancone era rimasto un uomo che, dopo aver ultimato le pulizie, si stava accingendo a spegnere le luci. A un tratto vide un’ombra, qualcuno che si chinava per oltrepassare la saracinesca già in parte abbassata e si intrufolava all’interno.
“Ehi!” gridò il barista.
“Alberto, sono io!” Lo riconobbe.
“Tu? È da tempo che non ci vediamo!” disse il barista.
Il nuovo venuto era un individuo alto e magro, indossava un lungo soprabito e degli occhiali scuri che si affrettò a togliere. Il viso era stanco e segnato.
“Buonasera, signor sindaco” ribadì il barista. Il suo tono ora non era più meravigliato ma pesantemente ironico.
“Scusami per l’intrusione improvvisa ma…”
“E la scorta?”
“È rimasta fuori.”
“Ah! Volevo ben dire! Ormai non ti muovi più senza i tuoi angioletti!”
“Ne farei volentieri a meno ma purtroppo è una necessità” disse l’uomo con l’impermeabile.
Subito dopo ci fu un momento di imbarazzo. I due uomini, che un tempo erano stati grandi amici, non si incontravano da più di cinque anni.
“Hai bisogno di qualcosa?” ruppe il silenzio Alberto.
“No, no” rispose il sindaco. “Volevo salutarti. Sai, potrebbe essere l’ultima volta.”
Il barista sospirò.
“Perché hai accettato di ricandidarti?” domandò.
“Prima dammi qualcosa da bere, per favore. Ne ho bisogno.”
Alberto gli versò una grappa, l’altro afferrò il bicchiere e lo portò alle labbra con avidità. Nonostante gli anni trascorsi, non aveva cambiato gusti e abitudini, constatò il barista.
“Che cosa avrei dovuto fare?”
“Rinunciare, lasciare perdere, ecco cosa potevi fare.”
“La politica è una brutta bestia, è come una droga ed è difficile smettere. E poi, non credo di aver lavorato male…”
Alberto fece una smorfia, che l’altro notò con disappunto.
“Ho avuto il pieno appoggio dal mio partito…”
“Lo credo!” lo interruppe l’amico.
“…e pure tanti cittadini, tutti quelli che hanno avuto fiducia in me, mi hanno spinto a continuare…”
“Sicuro che fossero quelli che ti stimavano e non gli altri? I tuoi avversari, intendo dire?”
“Alberto, che cosa vorresti insinuare?”
“Be’, il nuovo sistema elettorale si presta a questi giochetti.”
Il sindaco finì di scolarsi la grappa, poi si passò le mani sugli occhi. Appariva sfinito.
“Lo credi davvero?” chiese con un filo di voce.
“Si dice in giro… l’ho sentito qui nel mio locale…”
“Non ci voglio credere.”
Alberto si strinse nelle spalle, poi versò di nuovo da bere, questa volta per entrambi.
“Il primo turno di voto non è andato molto bene” disse il barista.
“Eh? Come dici? Il primo turno?” si riscosse il sindaco. “Hai ragione, speravo di vincere subito, invece non è andata così. Comunque ce la posso ancora fare. Devo farcela!”
“Credi?” disse il barista, con distacco.
“Alberto! Ma ti rendi conto? Sai che vorrebbe dire essere sconfitto?”
“Che cos’è, una domanda retorica?” rispose l’altro. “Sappiamo benissimo quali siano le nuove regole per i ballottaggi. D’altra parte, tu hai accettato di partecipare, di metterti in gioco, e ora ne devi accettare le conseguenze.”
“Ma è troppo crudele!”
“Lo penso anch’io, ma le regole devono essere rispettate.”
“Sai una cosa?” disse il sindaco, pensieroso. “In realtà nessun altro voleva candidarsi, e io sono il sindaco uscente. Non ho potuto tirarmi indietro!”
“Già, capisco. Comunque la tua avversaria non sembra avere timori.”
“Lei è giovane e incosciente…”
“D’accordo, ma se perdesse… Tu, in fondo, la tua vita l’hai vissuta” disse il barista.
Al sindaco scappò un gemito. L’alcol stava cominciando a produrre il suo effetto.
“Alberto, sento che sarò io a perdere” disse, lamentoso.
“Mi dispiace, ma non posso fare nulla per aiutarti.”
“Neppure tuo padre? È pur sempre una persona molto potente…”
“Con mio padre non ho più rapporti da tempo, ma forse a te ciò era sfuggito, dal momento che anche noi due…”
“Ho capito, ho capito” disse il sindaco. “Ti prego, non infierire.”
“Perché il tuo partito ha accettato di approvare una simile legge?” domandò all’improvviso Alberto.
Il sindaco lo guardò negli occhi. Per un attimo Alberto vi scorse l’antica fierezza, ma anche la solita arroganza.
“Perché avevamo sempre vinto. Ed eravamo sicuri di continuare a farlo. Perché chi si opponeva a noi era gente senza cervello, che non aveva capito nulla. Gente misera e indegna. Infine, quale soddisfazione più grande può esserci che vedere il proprio rivale sconfitto, umiliato e alla fine giustiziato? In fondo, non si era detto che questo sistema permetteva una migliore selezione della classe politica? Chi è anche disposto a morire non può che essere profondamente motivato nel suo incarico, no?”
Alberto scrollò le spalle.
“Continuo a pensare che sia un sistema troppo brutale…” disse il barista.
“Alberto! Mi uccideranno!”
“…ma le regole sono regole.”
“Perderò! Non voglio morire!” urlò il sindaco con voce straziata.
Alberto scosse il capo, desolato.
“Dimmi che almeno tu voterai per me! In nome della nostra vecchia amicizia!” Il sindaco, ormai, pareva aver perso la testa. E la dignità.
“Vedi, il tuo programma elettorale non mi convince del tutto…”
“Alberto, ti prego!” implorò l’altro.
“No, credo che non voterò per te. Sai, quei nuovi piani di sviluppo urbanistico non…”
“Ahhhh!”




venerdì 27 maggio 2011

GIOCHI D'ACQUA



Era stesa sul tappeto con la cuffia alle orecchie e una espressione estatica sul viso quando le sembrò di udire un suono insistente. Dapprima lo ignorò poi, con grande disappunto, spense lo stereo, si alzò e si diresse alla porta. In quel breve lasso di tempo si passò le mani sui capelli, cercando di sistemarli senza risultato. Aprì e si trovò davanti la faccia pallida del suo amico Enrico.
“Ciao” disse il ragazzo. “Passavo di qua e ho deciso di fare un salto a salutarti. Spero di non averti disturbato”. Poi sorrise e la sua espressione divenne sofferta ma buffa.
“No, stavo ascoltando un po’ di musica” disse Silvia, a muso duro.
“Ah! Meno male!” esclamò Enrico. Il volto della giovane si incupì ancora di più.
“Su, entra” sibilò.
Il ragazzo si accomodò sul divano, lei tornò ad accucciarsi sul morbido tappeto.
“Che cosa stavi ascoltando?” domandò.
“Liszt”.
“Chi? Lsitz? E chi sarebbe?”
“Ho detto L-i-s-z-t” sillabò Silvia.
“Mai sentito. Scommetto che si tratta di musica classica” disse Enrico dopo aver dato una furtiva occhiata alla custodia del cd che si trovava sul divano proprio accanto a lui.
“Diciamo che hai indovinato” confermò la ragazza a denti stretti.
“Era anziano…” bofonchiò il ragazzo tornando a guardare l’immagine di copertina del cd.
“È stato anche giovane, come tutti” disse Silvia, acida.
“Certo. Sai, non sono mai riuscito a capire questo genere di musica. Ma questo che cosa suonava?”
“Innanzitutto Franz Liszt è stato un grande compositore. Comunque suonava il pianoforte piuttosto bene. Era un virtuoso dello strumento.”
“Eh?”
“Proprio quest’anno ricorre l’anniversario della sua nascita. Duecento anni” aggiunse Silvia.
Alla fine Enrico, con cautela, prese la custodia del disco e l’avvicinò agli occhi miopi.
Les jeux d’eau à la Villa d’Este” lesse.
“Vedo che quel titolo ti ha colpito”.
“Be’, è il meno banale. Di che si tratta?” chiese Enrico, fingendo una curiosità che non provava affatto. Il suo vero interesse in realtà era costituito da Silvia.
“È un pezzo tratto da Années de Pèlerinage” precisò la ragazza.
“Era un pellegrino?” domandò Enrico, che stava cominciando ad annoiarsi.
“Liszt viaggiò a lungo, prima in Svizzera e poi in Italia, anche se i suoi furono soprattutto vagabondaggi. Da quelle esperienze trasse tre quaderni di musica che sono veri gioielli. Riuscì a cogliere lo spirito dei luoghi e delle persone e a rappresentarlo alla perfezione.”
“Ah!” esclamò Enrico con finto stupore. Il tedio ormai lo aveva invaso e allora cercò di cambiare argomento.
“Senti, ti andrebbe di…” iniziò a dire, ma fu interrotto.
“Vorresti ascoltare quel pezzo?” domandò la ragazza.
Enrico non osò dire di no e annuì, poco convinto.
“È molto lungo?” chiese, titubante. Silvia scoppiò a ridere.
“Perché voi ignoranti pensate che la musica classica sia… lunga? Perché vi preoccupate solo di questo aspetto e non del resto? Ne avete forse paura? Comunque il pezzo dura circa due ore.”
Enrico impallidì e Silvia riprese a sghignazzare.
“Non è vero! Sono meno di dieci minuti! Però! Che faccia hai fatto! Sei proprio divertente, sai?”
Enrico assunse un’espressione offesa. Nello stesso tempo pensò che dieci minuti erano un periodo di tempo spaventosamente… lungo per un pezzo pianistico ma non ebbe il coraggio di palesare la sua preoccupazione.
“Silvia, posso chiederti una cosa?” disse invece.
“Spara.”
“Perché mi hai dato dell’ignorante?” La domanda scatenò altre rumorose risate.
“Ti sarai mica offeso?”
“No” rispose Enrico, che invece era ancora alquanto risentito per l’epiteto.
“Meno male. Mi riferivo soltanto alla tua scarsa conoscenza dell’argomento.”
“Ah! Se è così…” disse il ragazzo, poco convinto.
“Forza! Mettiti la cuffia!” lo incitò l’amica.
Enrico eseguì e subito dopo Silvia azionò lo stereo. Per tutta la durata del brano il giovane rimase impassibile. Lei lo osservò con attenzione. La musica finì.
“Allora?” chiese Silvia. “Che ne dici?”
“Bello” rispose Enrico, serio.
“Bello? Ma allora vuol dire che non hai capito nulla!”
Enrico, a quel punto, divenne permaloso.
“D’accordo, non ho capito nulla, ma adesso devo proprio andare” disse.
“Ciao Enrico, a presto. Senti, vuoi che ti presti il cd? Così lo potrai riascoltare.”
Il ragazzo non rispose ma annuì. Mise in tasca il disco e si diresse a grandi passi verso la porta. Non si era mai sentito così umiliato. Eppure, Silvia continuava a piacergli.
Giunto a casa, Enrico si tuffò sul sofisticato impianto hi-fi e sparò a palla i Green Day. Stappò una birra gelata e la bevve in tre sorsi. Dopo un po’ sentì bussare sul soffitto e comprese che forse il volume eccessivo stava disturbando il vicino. Contrariato, spense l’apparecchio. Che senso aveva ascoltare Billie Joe Armstrong e soci a volume basso? In quel momento si rese conto che aveva il cd di Silvia ancora in tasca. Lo tirò fuori, lo guardò, lo soppesò a lungo poi, con cautela, quasi ne avesse timore, lo introdusse nel lettore. Prese il telecomando e si stravaccò sul decrepito divano. Riascoltò con attenzione solo quel pezzo che già aveva sentito dalla sua amica: Jeaux d’eau. Non gli disse assolutamente nulla. Perché a molte persone piaceva quella musica insulsa mentre in lui non suscitava nessuna reazione? Era forse più stupido? Oppure ignorante, come aveva detto Silvia? O tutti fingevano, nascondendosi dietro alla loro ridicola affettazione? Diede una gran manata sul cuscino del divano, sollevando una nube di polvere, poi azionò di nuovo il telecomando. Ascoltò il pezzo cinque, sei, sette volte. Nel frattempo, fuori era diventato buio e lui si era pure scordato di cenare. A quel punto si accanì, arrabbiato e disperato. Al decimo ascolto, finalmente, accadde qualcosa. Enrico cominciò a percepire la differenza tra le diverse note. Non più in maniera indistinta, come in precedenza, ma in modo netto e chiaro. Riusciva ad avvertire il tocco delle dita sui tasti, a distinguere la diversa forza esercitata di volta in volta. Cominciò a provare delle sensazioni fisiche. Una specie di ansia positiva, dei brividi. Notò con sorpresa che i peli sulle sue braccia si rizzavano, guidati da una forza sconosciuta. Si sentì buono, generoso. Si sentì in pace. E poi, di colpo, le vide. Le fontane, disseminate lungo i giardini della vecchia villa. La cascata di note si trasformò in zampilli, in getti, schizzi e spruzzi. Provò una incredibile impressione di fresco. Si rilassò ancora di più e, con suo grande sgomento, ma anche gioia pura, non riuscì a trattenere… una furtiva lacrima.

sabato 21 maggio 2011

MARCHESI, VILLE E CAVALIERI



Mi è capitato di leggere il libro “La marchesa, la villa e il cavaliere” nel quale l’autore, Luca Telese, esuberante giornalista de “Il Fatto Quotidiano” e conduttore televisivo su “La7”, mette in evidenza le connessioni e gli intrecci tra due vicende in apparenza slegate: un sanguinoso episodio di cronaca e l’acquisto di una villa.
Camillo Casati Stampa è un marchese ricco sfondato e nullafacente. Per meriti non suoi ma esclusivamente ereditari vive di rendita e, all’epoca, cioè nel 1970, possiede un patrimonio stimato attorno ai 400 miliardi di lire. La seconda moglie, Anna Fallarino, è una donna di umili origini. E’ bella e procace e da ragazza cerca di fare carriera nel mondo del cinema ma con scarso successo. La piena affermazione la raggiunge invece quando riesce a sposare il marchese. Fin da subito la donna si piega al singolare stile di vita del marito: depravazioni, giochi sessuali di vario tipo che spesso coinvolgono estranei, deliri voyeuristici, e null’altro.
Quando compie quarant’anni Anna Fallarino è ancora una bellissima donna, anche grazie ad alcuni interventi di chirurgia estetica per nulla usuali a quei tempi. Però è stanca di quella vita vuota e votata esclusivamente ai piaceri perversi. Si innamora di un ragazzo di venticinque anni e questo fatto scatena la gelosia del marito, che percepisce di non avere più il controllo esclusivo sulla moglie per ciò che riguarda la sfera affettiva. Il marchese perde la testa e una sera imbraccia il fucile e uccide Anna e il suo amante. Poi si suicida con la stessa arma. Il tragico fatto avviene a Roma, in via Puccini.
Un avvocato romano, Cesare Previti, vigila affinché l’intera eredità passi alla sua assistita, vale a dire la figlia di prime nozze del marchese Casati Stampa, Annamaria. Assolve con grande abilità il suo incarico e i parenti di Anna Fallarino rimangono così del tutto esclusi dalla successione. Tra le varie proprietà di famiglia c’è una signorile abitazione situata ad Arcore, nel milanese, denominata Villa San Martino.
L’avvocato Previti riesce a convincere la sconvolta e frastornata ragazza a vendere quasi tutti i  beni ereditati, tra i quali la famosa villa. Il lussuoso immobile viene così ceduto, a prezzo irrisorio, a una società di Milano, la Edilnord, dietro la quale c’è un rampante imprenditore, l’allora “Dottore” e non ancora “Cavaliere” Silvio Berlusconi. Il perfido ruolo di Cesare Previti nella vicenda appare chiaro. In seguito sarà possibile conoscere ancora meglio questo avvocato privo di scrupoli. Sarà addirittura nominato ministro e dopo ancora subirà varie condanne.
Per non parlare del livello di notorietà raggiunto dall’altro squallido protagonista del raggiro, vale a dire l’attuale Presidente del Consiglio. E’ utile e doveroso aggiungere che, dalle parole di Telese, si evince che già negli Anni Settanta Silvio Berlusconi fosse affetto da tutte le manie e le ossessioni che possiamo riscontrare ancora oggi, oltre che da una assoluta mancanza di etica. Rispetto ad allora c’è una sola differenza: oltre al denaro adesso ha anche il potere, quel potere che gli abbiamo conferito noi.
Siamo stati bravi, vero?

giovedì 19 maggio 2011

RISVEGLI



Qualcuno si è svegliato. Dopo un lungo sonno, tanto lungo che pareva eterno, che ha generato mostri con sembianze diverse ma tutti egualmente spaventosi, una parte del corpo elettorale ha ritrovato un briciolo di consapevolezza, ha recuperato quella dignità che sembrava ormai smarrita per sempre. Un piccolo passo in avanti, s’intende, che tuttavia potrebbe rappresentare la prima traccia di un cammino indirizzato in una nuova e finalmente diversa direzione. C’è stato bisogno di una misura colma e stracolma, è stato necessario raggiungere vette di indignazione tali da far scattare qualcosa, da provocare l’innesco di una reazione che non è ipotizzabile, al momento, comprendere dove possa portare. Può essere, comunque, l’inizio di andamento virtuoso che, per sua natura, potrebbe attivare un meccanismo inarrestabile e al quale sarà impossibile opporre resistenza.
Dinnanzi a tale piccolo ma grande sconquasso, le reazioni sono state scomposte.  Come sempre la realtà dei fatti è stata negata, e ciò ha finito con il rafforzare ancora di più lo scompiglio provocato da quell’insieme di gesti semplici ma di straordinaria efficacia rappresentato dal voto di persone di ritrovata coscienza. Abbiamo avuto una chiara dimostrazione dell’immenso potere del suffragio. I mostri, all’improvviso, si sono sentiti denudati. Specchi di carne e di luce, superfici riflettenti formate da una miriade di iridi sdegnate ed esacerbate  hanno, di colpo, rimandato loro le vere apparenze. Il risveglio dal mondo dell’irrealtà e della falsa narrazione è stato brusco. Sono cadute le maschere. Gli esseri immondi hanno svelato le loro miserie e le loro meschinità.
D’ora in poi sarà più difficile, per quelle creature dell’ombra, coltivare l’arte dell’inganno.

sabato 14 maggio 2011

LA CABINA




C’è un presidente. Per forza, direte, è un seggio elettorale, e non può non esserci un presidente. D’accordo, avete ragione, comunque c’è. È il direttore di una scuola. Bassotto, grassoccio, con un bel paio di baffi neri e un lungo riporto sul cranio. Fa caldo, è vero, ma non tanto da giustificare le due enormi chiazze di sudore sotto le sue ascelle. Dite ciò che volete, ma quello di presiedere una sezione elettorale è un incarico di grande responsabilità, nonché un dovere civico, tale da giustificare pure fenomeni di esagerata traspirazione. E poi c’è la segretaria. Una signorina con i capelli grigi, seria e austera ma di sicuro di mostruosa efficienza. L’ha portata lui, il presidente. Non si tratta di sua moglie, come potreste pensare, e neppure di sua nonna, come farebbe invece pensare l’età non più verde. Di certo l’ha raccattata a scuola, e forse anche lì fa la segretaria. Poi, tra gli scrutatori, c’è uno che porta la barba e che non sembra molto pulito. È di sinistra? Non scherziamo, non stiamo parlando di adesso, ma di trent’anni fa. Un’altra è una ragazza giovane, avrà poco più di diciotto anni, ed è molto graziosa. Ha i capelli neri, tagliati a caschetto, la pelle ambrata e un corpo esuberante. Indossa una gonna nera, elegante, e una vezzosa camicetta bianca. Chissà dove pensava di andare. Si vede che è un po’ spaesata perché rimane immobile e si muove soltanto quando riceve un ordine. Cioè, quando le viene affidato un compito, intendevo dire. Gli altri scrutatori? E chi se li ricorda?
Tutti ai vostri posti! Che la votazione abbia inizio!
In realtà non succede nulla. Ogni tanto arriva qualcuno a votare. Io e gli altri scrutatori, a parte la ragazza, facciamo a gara nel dichiarare di conoscere gli elettori anche se non è vero, in modo da non dover registrare i loro dati. Il presidente assiste perplesso ma non dice nulla.
A vivacizzare un po’ l’ambiente ci pensa il cavalier Servetti. Con la sua vecchia 1100 blu fa di continuo la spola tra il seggio e le abitazioni delle vecchiette che accompagna a votare. Ne porta una ogni mezz’ora, con incredibile regolarità. In più, insiste per accompagnarle in cabina. Perché una non ci vede tanto, l’altra ha l’artrosi alle mani, un’altra ancora è malferma sulle gambe. Poi c’è quella che ha la pressione alta, quella che soffre di diabete, e ancora quella che è stata appena operata. Insomma, non una è sana, anche se sembrerebbe esattamente il contrario. Il più malmesso pare proprio il cavaliere. È agitato, affannato, sudato, congestionato. Chissà se reggerà fino all’ultima vecchietta. Eppure, non può fare a meno di svolgere quel compito. Il risultato sarà qualche croce in più apposta su un’altra croce circondata da uno scudo. Il presidente non vede di buon occhio tale andirivieni, forse perché è comunista, tuttavia alla fine lascia perdere e finge di non notare tali macchinazioni.
Ci stiamo un po’ annoiando quando, nel primo pomeriggio, arriva un tipo grande e grosso. Ve lo descrivo meglio. Ha una camicia azzurra con le maniche rimboccate e rimango impressionato dai suoi avambracci: sono più grandi delle mie gambe! I pantaloni, ben stirati, sono incredibilmente corti. Forse sono quelli della cresima. Le scarpe, almeno un cinquanta di numero, sono lucidate a specchio. I suoi capelli sono lisciati all’indietro con qualcosa che pare brillantina. Sì, prima ho detto trent’anni fa, non sessanta! Nondimeno, è così. Credetemi. Quando si avvicina a me sento puzza di naftalina. Si può sapere da dove l’hanno tirato fuori? Appena gli porgo la matita il suo volto, prima bianco cera, si imporpora. Stringe convulsamente il legnetto tra quegli enormi badili di carne. Si vede che ha una paura folle di farla cadere. Quando gli consegno la scheda l’afferra con l’altra mano e quasi la sgualcisce. Tutto il suo gigantesco corpo trema. Finora non ha pronunciato una sola parola. Il presidente lo invita ad accomodarsi in cabina. Nei suoi occhi scorgo il panico. Alla fine ad ogni modo si avvia, con passi lunghi e meccanici, ed entra nella cabina di legno.
Tutti noi, noi scrutatori intendo, stiamo ridacchiando. Il presidente no, e nemmeno la segretaria, però mi accorgo che i due compari si scambiano uno sguardo allarmato.
Passano cinque minuti, ne passano dieci, e poi un quarto d’ora, ma l’elettore è sempre in cabina. Sentiamo dei fruscii, dei piccoli colpi, lunghi sospiri, ma quello non ne vuole proprio sapere di uscire. Al seggio frattanto si è creata la coda, dal momento che di cabina ne abbiamo una sola.
Il presidente, finalmente, si spazientisce e invita ad alta voce l’elettore a riemergere. E quello esce, fradicio di sudore e con in mano la scheda aperta. Le matite sono diventate due, ma poi mi rendo conto che si tratta di quella che avevo consegnato, spezzata nell’impeto dell’esercizio del voto. Il presidente, a quella vista, balza in piedi e inizia a gridare come un ossesso.
“Torni dentro! Torni dentro! Deve ripiegare la scheda! La deve riconsegnare chiusa!”
E poi cita addirittura, del tutto a sproposito a mio avviso, alcuni articoli della legge elettorale. D’accordo, il vecchio ragazzo baffuto è preparato, ma perché deve dimostrarlo proprio in questo delicato momento?
L’uomo, anzi il gigante, si affanna ancora di più. Quasi accartoccia la povera scheda poi, incitato anche dagli altri elettori in attesa, sembra capire e ritorna nell’antro per la votazione. Sul pavimento del seggio intravedo due impronte umide. Incredibile! Il sudore ha oltrepassato pure le suole delle scarpe! Poveretto!
I piccoli colpi di prima adesso si trasformano in tonfi sordi, in botti secchi, in rumori strani, di imprecisata natura. L’operazione di ripiegatura della scheda sembra assai complicata. A un tratto la grande e pesante cabina di legno inizia a tremare, poi a ondeggiare in maniera paurosa, a inclinarsi in modo pericoloso. E infine cade, proprio sull’urna, che esplode e spande schede per tutto il locale. Alcuni elettori, curiosi, aprono qualche scheda e commentano i voti espressi. Il presidente sta per svenire. La segretaria, più fredda, si mette a quattro zampe e cerca di raccogliere le schede disperse.
L’uomo in cabina, ora che la cabina non c’è più e non costituisce più per lui un riparo dal mondo, perde del tutto la testa. Prende la scheda, fradicia di sudore e ripiegata in malo modo, e la inserisce nell’unica urna che ha a sua disposizione, la sua smisurata bocca. Poi, a fatica, inghiotte.

venerdì 13 maggio 2011

SPALLATA O SPINTARELLA?



Tra due giorni saremo chiamati alle urne per rinnovare le assemblee cittadine di alcune grandi città come Milano, Torino, Bologna e Napoli, e di molti altri centri medi e piccoli.
Da parte dell’attuale maggioranza di governo c’è stata grande insistenza nel sottolineare la valenza politica nazionale di questa consultazione.
Noi continuiamo a pensare che si tratti comunque di elezioni amministrative e che occorra, pertanto, concentrare l’attenzione degli elettori su esigenze, necessità e problemi locali.
Ma, come ricordato, così non è per chi attualmente regge in modo disastroso le sorti del Paese. Quindi, ci chiediamo, perché non raccogliere la sfida?
Si tratta, senza ombra di dubbio, di una ghiotta occasione per ribadire che ogni limite è stato oltrepassato, e deve essere sfruttata.
L’appello, accorato, è rivolto non a chi, da tempo, denuncia l’insostenibilità dell’attuale situazione, ma soprattutto a chi, seppure con grande ritardo, si è reso conto di essere stato ingannato. Un imbroglio che si perpetua da troppo tempo e che rende quindi difficile e sofferta tale ammissione. Anche di fronte alla palese dimostrazione del raggiro, al manifesto svelamento delle falsità propinate, è comprensibile quanto sia arduo dichiarare, da parte di alcuni elettori, la propria ingenuità, se non la vera e propria dabbenaggine.
Tuttavia, in questi casi, occorre far ricorso all’umiltà, ed avere il coraggio di dire basta, di voltare pagina. Ritrovare la forza e l’orgoglio necessari a riconoscere gli errori di valutazione commessi in passato.
Il voto è il culmine del processo democratico. Si dice, da una parte di opposizione che troppo spesso si abbandona a motti di facile propaganda, che il nostro Paese è sottoposto a un regime di matrice dittatoriale. Nulla di più inesatto. Se è vero che gran parte dell’informazione è controllata da una persona sola, è vero altresì che esistono ancora segmenti di stampa e di televisione assolutamente libere di dare voce a opinioni differenti, non allineate ai servilismi di marchio governativo. E poi esiste la rete che, per sua natura, è di fatto incontrollabile da parte di un unico soggetto. Inoltre, sussiste il pluralismo partitico, fondamento essenziale di ogni sistema politico democratico.
Il nostro avversario non è un dittatore o aspirante tale, bensì un individuo che possiede una visione padronale del processo politico che lo conduce a non tollerare regole, limiti e contrappesi istituzionali, tutti elementi imprescindibili in una moderna democrazia.
L’azione di contrasto più efficace nei suoi confronti deve essere compiuta utilizzando il voto.
Se poi, alla fine, l’esito della consultazione rappresenterà una vera o propria spallata, con ripercussioni non calcolabili, oppure una semplice spintarella, lo vedremo.
Un piccolo urto, una semplice pressione, possono comunque essere sufficienti per precipitare nel baratro chi, da tempo, sosta sul ciglio.
L’alternativa è che nell’abisso frani l’intero Paese.