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martedì 4 marzo 2025

DON GIOVANNI

Don Giovanni è scomparso. Da ieri nessuno lo ha più visto. Questa mattina, quando io e le mie amiche siamo entrate in chiesa per la messa delle sette, era tutto buio. Perché non ha avvisato? Abbiamo suonato il campanello della canonica ma non c'è stata risposta. Sempre più allarmate, siamo andate, quasi in processione, dal ragionier Airoldi, il responsabile parrocchiale. Siamo state ricevute dalla moglie, che era ancora in vestaglia anche se erano già le sette e mezza. Airoldi stava facendo colazione. È stato gentile, ci ha assicurato che si sarebbe occupato lui della questione. Avrebbe fatto alcune indagini e, se necessario, sentito la Curia. Ce ne siamo andate, orfane della messa, e siamo tornate alle nostre case vuote, a sbrigare le solite noiose faccende da zitelle.

Don Giovanni è con noi da qualche anno. È un bravo prete, abbastanza giovane e dinamico. Per la nostra parrocchia si è dato molto da fare, anche se non tutti apprezzano il suo operato. Innanzitutto non ha voluto la perpetua. Mi aiuterete voi, a turno, ha detto rivolto a me e alle mie amiche. E noi siamo state ben felici di farlo. Poi ha chiuso l'oratorio. È meglio se i giovani stanno a casa loro, a dare una mano ai genitori, ha detto. Molti parrocchiani non erano d'accordo. A me, invece, è sembrata un'ottima decisione. I giovani che si raccoglievano nelle sale dell'oratorio facevano soltanto chiasso, si spintonavano, qualcuno di loro addirittura bestemmiava, preso dalla foga durante i giochi più violenti. Meglio così, adesso le salette sono sempre ordinate e pulite. Don Giovanni ne ha trasformata una, quella grande, in sala cinema. Ogni settimana proietta un film, e dopo c'è un dibattito. Tutti film su drogati e donne maltrattate, che non riesco mai a capire bene. Ma non importa.

Don Giovanni, fisicamente, è un tipo ordinario. Non è molto alto, ed è di corporatura normale. Di capelli ne ha pochi, quelli rimasti sono disposti sui lati del capo. Il viso è tondo, il naso ha una piccola gobba. Porta sempre gli occhiali da sole, sia di giorno che di notte. Don Giovanni ha un debole per le donne. E, nonostante il suo aspetto comune, alle donne lui piace molto. Io e le mie amiche ci siamo subito innamorate di lui. È vero, lui è un poco più giovane di noi tutte, ma io credo che quando si tratta di sentimenti l'età non conti nulla. Lo ammetto, tra noi amiche si è sviluppata un po' di competizione per godere dei favori del parroco. Un confronto che si è svolto con estrema lealtà. Siamo tutte nella stessa condizione: sole, desiderose di un uomo, mai state sposate, mai avuta una relazione importante. Vinca la migliore, abbiamo sempre detto. Poi si è messa di mezzo la vedova Lenzi, quella maledetta. Si è intromessa e ha subito giocato sporco. Ha approfittato della sua esperienza, di qualche anno di meno, di un aspetto da tutti (non da me) ritenuto grazioso. E poi i belletti, i capelli sempre freschi di parrucchiere (il povero marito era benestante), le sottane un po' troppo corte. Don Giovanni, che in fin dei conti è un uomo, è caduto nella trappola. Ma io e le mie amiche abbiamo continuato a sperare. Tutte noi abbiamo qualcosa che la vedova Lenzi non avrà mai: siamo donne pie, non delle puttane come lei.

Don Giovanni aveva affidato a me un incarico importante: mantenere l'altare sempre lucido, per valorizzare le venature del prezioso marmo. Poi, poco tempo fa, sono entrata in chiesa e l'altare non c'era più. Don Giovanni ha intuito il mio smarrimento. Mi ha presa sottobraccio e mi ha accompagnata a un banco, quelli c'erano ancora. Entra acqua in chiesa, mi ha sussurrato il prete. Ho pensato di vendere l'altare e di fare aggiustare il tetto. Non possiamo permettere che piova nella Casa del Signore, aveva aggiunto suadente. Ho approvato la sua scelta. Certo, le spese per la copertura della chiesa dovevano essere davvero notevoli se Don Giovanni aveva poi dovuto vendere anche gli antichi paramenti sacri e tutti gli ori della Madonna. Pochi giorni dopo Don Giovanni si era comprato un'auto nuova. Il paese è composto di tante borgate, tutte distanti tra loro, mi aveva detto. Un territorio enorme, aveva aggiunto. Come faccio ad andare da un parrocchiano, in caso di bisogno, se non ho una vettura affidabile? Aveva ragione. La chiesa poteva aspettare, le persone no. Se non che quella automobile fiammante era stata vista una sera tardi, nel parcheggio del cimitero, da un contadino di nome Becchi. La macchina si muoveva avanti e indietro, eppure aveva il motore spento, aveva riferito il buon uomo. Lui non ci aveva capito nulla, ma tutti gli altri sì. L'importante era che a bordo con Don Giovanni non ci fosse quella sciagurata della vedova Lenzi, avevamo subito pensato io e le mie amiche.

Assorta nei miei pensieri, quasi non sento lo squillo del telefono. Mi asciugo le mani nel grembiule e corro a rispondere. È il ragionier Airoldi, finalmente! Ha chiamato la Curia e ha avuto notizie di Don Giovanni. Dapprima non volevano parlare poi, dopo le insistenze del ragioniere, che in Arcivescovato ha molte conoscenze, si sono sbottonati. Don Giovanni non tornerà più, hanno detto. Pare che il prete sia deciso ad abbandonare l'abito talare. Tutto a causa di una donna, hanno precisato, con la quale il nostro parroco ha intenzione di andare a vivere. Sebbene triste e addolorata, auguro a Don Giovanni tutto il bene possibile, a patto che la signora in questione non sia quella dannata della vedova Lenzi. Se così fosse, per me possono andare entrambi all'Inferno.

martedì 25 febbraio 2025

ME STESSO E IL TEMPO


Avversari? No, di avversari non ne ho più. Ormai ho soltanto nemici. E i miei unici nemici sono due: me stesso e il tempo. Di me stesso mi sono infine stufato. Sempre uguale, sempre prevedibile, entità insignificante che continua a ripetere le stesse cose. Ho già fatto tutto quel che potevo fare, mi dice, che cosa pretendi ancora da me? Qualcosa in più, anche di piccolo, uno scatto, una reazione ultima. E invece niente. Che cosa vuoi da me, dice quasi disperato. Guardami, lo sai bene come sono ridotto, aggiunge sempre più afflitto. Ti giuro, ho dato tutto, a volte mi sono quasi sorpreso di me, sono addirittura andato oltre i miei limiti, quei limiti imposti dal mio corpo fragile e dalla mia mente debole. Che cosa vuoi ancora? Liquido me stesso con un cenno. Di lui mi sono ormai seccato. Che vada pure al diavolo.

La questione del tempo, invece, mi assilla. Mi tormenta fino a farmi stare male. Mi sforzo di capire ma non ci riesco. Eppure, si dice, il tempo è la cosa più semplice che esista. Ricordo quando si attendeva, con ansia, con trepidazione, che qualcosa accadesse. Che un avvenimento trovasse finalmente compimento. Ma quando arriva Natale? Ma quando arrivano le vacanze? Ma quando arriva il mio compleanno?  Adesso vorrei che non accadesse mai nulla. Vorrei che le giornate fossero ininfluenti ma che, allo stesso tempo, trascorressero lentamente. Che non ci fosse nulla da ricordare, nessuna memoria da aggiungere al peso di quelle già esistenti. Un fatuo e lento fluire.  Se la concatenazione di fatti che accompagna le giornate non esistesse il tempo sarebbe beffato. Nel vuoto, nel nulla, il tempo non ha ragione di essere, di pesare. Invece tutto accade in fretta, in maniera quasi frenetica. Si annaspa, ma non è possibile aggrapparsi a nulla. Non rimane neppure il tempo di guardarsi indietro. Si deve per forza sempre guardare avanti, ma non c'è più niente a cui guardare.

Me stesso e il tempo, i miei due nemici. Chi dei due riuscirà a prevalere? Chi scriverà per primo la parola fine?

martedì 18 febbraio 2025

LA LEGGE SIAMO NOI

 

"Capo, ti vuole il questore".

Una smorfia di disappunto si disegnò sul volto dell'ispettore Baldi.

"Quando?"

"Subito".

"Uff..."

Baldi prese la giacca poi, mentre l'indossava, salì di un piano.

Entrò nell'ufficio del questore quasi senza bussare. Il dottor Mazza lo guardò di traverso.

"Siediti" disse.

"Scusa, ma avrei un po' di premura..." tentò di dire l'ispettore.

"Siediti!" ribadì il questore. Il suo tono di voce, adesso, non ammetteva repliche. Baldi ubbidì.

"Che cazzo avete fatto stanotte?" domandò Mazza, diretto, senza alcun preambolo.

"Uh?"

"L'arresto dei tre ragazzi".

"Ah, sì..." disse Baldi, ma poi non proseguì.

"Nulla da dire?" lo incalzò il superiore.

"Ha telefonato più di un cittadino. Quei tre si stavano producendo in schiamazzi intollerabili".

"Cioè?"

"Erano ubriachi. Urlavano, cantavano a squarciagola, si lanciavano per gioco lattine e bottiglie. La gente per bene, quella che il giorno dopo deve andare al lavoro, non può tollerare scene del genere. Siamo intervenuti e li abbiamo portati in centrale. Li abbiamo trattenuti".

"In che modo siete intervenuti?"

"Seguendo le solite procedure. Li abbiamo identificati, ammanettati e caricati sulle auto".

"Nient'altro?"

"Erano molto agitati. Li abbiamo un po' ammorbiditi".

"Li avete pestati?"

"Qualche scappellotto" disse l'ispettore. Gli scappò un sorrisetto.

"E poi? Che cosa è accaduto dopo?" domandò l'ispettore, serissimo.

"Li abbiamo interrogati".

"Interrogati? Perché? Che cosa avrebbero dovuto dire? La marca della birra che avevano bevuto?"

"Hai ragione. In realtà lo abbiamo fatto per spaventarli. Per evitare che in futuro reiterassero lo stesso comportamento".

"I pugni e i calci facevano parte del percorso rieducativo?" chiese Mazza.

"Quali pugni? Quali Calci?"

"Questi" disse il questore, esibendo un cellulare.

"Non capisco".

"Vieni a vedere questo video".

L'ispettore Baldi si alzò e si affiancò al questore. Quest'ultimo avviò un filmato. Due poliziotti stavano prendendo a ceffoni tre giovani in sala interrogatori. A un certo punto questi cadevano a terra, quasi nello stesso momento, e i due agenti proseguivano a infierire su di loro prendendoli a pedate su torace e schiena. In un angolo dell'ambiente si intravedeva l'ispettore Baldi a braccia conserte, lo sguardo compiaciuto.

"Come hai avuto il video?" domandò Baldi, che appariva un po' preoccupato.

Il questore non rispose.

"Te l'ha passato qualcuno dei miei?" chiese ancora l'ispettore.

"Non ha importanza" rispose l'altro.

Baldi annuì.

"Per quale ragione non avete informato subito il magistrato dell'arresto?" domandò ancora il questore.

"Non è trascorso troppo tempo, lo abbiamo comunicato nel corso della notte" si difese l'ispettore. "Il fatto è che il magistrato non ha risposto subito al telefono. Stava dormendo, e forse è duro d'orecchi..." aggiunse.

"Non voglio sapere altro. In ogni caso il dottor Borghi ha disposto l'immediata liberazione degli arrestati. Eseguite senza indugi".

"Ho capito, è sempre la solita storia. Noi ci facciamo il culo, e dopo poche ore i fringuelli tornano a riprendere il volo. Chissà dove andranno a fare casino la prossima notte..."

"Capisco la tua amarezza" disse Mazza. "Tuttavia è giusto ricordare che anche noi siamo sottoposti alla legge..." Si interruppe.

"Sottoposti, ma non troppo?" disse l'ispettore.

Il questore sollevò le spalle, poi fece il gesto di lavarsi le mani.

"Rilasciate subito quei ragazzi" disse. "Ma prima non fategli mancare un saluto da parte mia".

Baldi acconsentì soddisfatto. Già pregustava il divertimento.


mercoledì 12 febbraio 2025

CARAMELLE

Esci dal cancello di casa con grande risolutezza. Hai sette anni e ti comporti come un fuorilegge. Non hai altra scelta: la dipendenza che hai sviluppato deve essere soddisfatta. Percorri deciso l'unica via della tua piccola borgata diretto al giardino delle delizie. Affacciato alla finestra, il tuo amico Renato ti vede, ti fa un cenno.

"Vieni a giocare alle figurine?" ti invita.

Volti appena il capo.

"Non posso, devo fare una commissione urgente per mia mamma". Hai anche imparato a mentire.

"Ho delle bustine ancora da aprire" ti alletta Renato. Non rispondi e acceleri il passo.

È l'inizio dell'estate, non devi più fare i compiti. Pensi soltanto all'ombra sotto il platano. Alla comoda sedia a sdraio. Agli albi a fumetti che ti attendono, ieri tuo fratello ne ha scambiati una borsa colma con un suo amico.

Finalmente sei arrivato. Entri quasi di corsa nel minuscolo negozio di Carla, l'unico del borgo. Per fortuna non c'è nessuno. Il tuo sguardo si posa subito sulla serie di grossi vasi di vetro allineati sullo scaffale. Al loro interno, caramelle di tutte le fogge e di tutti i colori. Rimani incantato. La voce brusca di Carla ti riporta alla realtà.

"Che cosa devi comperare?" domanda, arrotando le erre. Tu indichi i vasi di caramelle.

Lei annuisce.

"Quali?" chiede. Punti il dito su quelle verdi al gusto di pino ricoperte di granelli di zucchero.

"Quanto?"

"Un etto" dici, fingendo indifferenza.

Carla esegue. Appoggia il vaso di vetro sul bancone, ne svita il coperchio di metallo brillante, poi appoggia un foglio di carta sul grande piatto della bilancia e versa le caramelle. Fa un po' di fatica, il vaso è pesante e Carla è anziana, ma riesce a completare l'operazione. Racchiude la carta e te la porge.

"Altro?" chiede. Fai finta di pensarci un po', poi scuoti la testa in segno di diniego.

"Hai i soldi o segno?" domanda la negoziante.

"Segna pure" dici. Pagherà tua mamma. Lo fa una volta al mese, e non controlla mai le cifre. Non si accorgerà di quel piccolo acquisto. Carla non farà la spia, è una che si fa gli affari propri.

Finalmente puoi uscire dal negozio, l'involto al sicuro nella tasca dei pantaloncini. I fumetti ti aspettano. Ne disporrai una pila accanto alla sdraio, e uno dopo l'altro li leggerai tutti. Una dopo l'altra succhierai anche tutte le caramelle, durante l'intero pomeriggio. Hai scoperto che è bello leggere e mangiare caramelle nello stesso tempo. Non ne puoi più fare a meno, anche se procurarsi i dolciumi è complicato. Oggi però ce l'hai fatta, vincendo tutti gli scrupoli, i prossimi giorni si vedrà. Quando arriverà ora di cenare avrai un po' di nausea, sarai disgustato da quelle caramelle, giurerai a te stesso che non ne mangerai mai più. Ma sai che lo rifarai.

 

 

 

lunedì 10 febbraio 2025

NUOVO ROMANZO - ESTRATTI (4)

 



UN TEMPO ORMAI LONTANO  -  Romanzo


"Prima di quel giorno non avevo notato più di tanto quel compagno, alto e allampanato, che sembrava indifferente a tutto e a tutti. Quando invece lo vidi correre mi sembrò bellissimo. Leggero e armonioso, sembrava volare su quel terreno accidentato. Staccò tutti, senza fare eccessiva fatica, e vinse. Andai a congratularmi con lui, aveva fatto onore alla nostra classe, e per la prima volta si accorse di me. Fu molto gentile, mi ringraziò".

 

 

Rosanna, da anni, è innamorata di me e non fa nulla per nasconderlo. Giuro, avrei preferito uno di quegli amori segreti, dove la donna si strugge per l'amato ma non ha mai il coraggio di manifestare l'ardente sentimento. L'oggetto del suo desiderio, in quel caso, non ha rotture di palle e se ne può stare in pace. Sono cinico? In realtà no. Anzi, mi spiace che la povera Rosanna nutra nei miei confronti attese destinate in ogni caso a rimanere inappagate.

 

 

Uscimmo, l'aria era piuttosto fresca, e ci dirigemmo al cinema. Prima di entrare, attendemmo che il film iniziasse. Su questo eravamo tutti e tre d'accordo: i film si dovevano vedere dall'inizio alla fine, anche se a quei tempi si poteva accedere in qualsiasi momento della proiezione. La sala era piuttosto affollata e fumosa, ma riuscimmo comunque a trovare posto su tre seggiole affiancate. Dopo un'ora e mezza, al termine del film, uscimmo con gli occhi che bruciavano. La cortina di fumo che avvolgeva la sala era in quel momento ancora più spessa.


 Il libro è reperibile, in formato cartaceo e digitale, su Amazon, nei principali store online (Mondadori, Feltrinelli, IBS, Hoepli, ecc...) e sul sito dell'editore Youcanprint

 


martedì 4 febbraio 2025

IL CACCIATORE DI TALPE

L'uomo avanza a fatica sul campo dissodato e spianato, pronto per essere seminato. Affonda, barcolla, ma continua ad andare avanti, claudicando. Non è più giovane, e soffre di una seria disabilità agli arti inferiori. I suoi piedi sono ruotati verso l'interno, lui si sforza di sollevarli, ma non sempre ci riesce e finisce per trascinarli. L'uomo suda e sbuffa, ma non demorde, si dirige risoluto verso un angolo del podere, dove un paio di giorni prima ha piazzato la trappola.

Le gambe dell'uomo non sono sempre state così malridotte. Un tempo erano sane e forti. Da giovane, quando sul finire della guerra è stato rastrellato dai fascisti e consegnato ai tedeschi, quando è stato deportato in un campo di lavoro in Germania, quando da quel luogo tremendo è riuscito ad andarsene dopo che i nazisti sono scappati,  quelle stesse gambe lo hanno riportato a casa. A piedi, dopo mesi di cammino, dopo aver attraversato mezza Europa.

Subito dopo il conflitto, ormai giovane uomo, è andato a lavorare in fabbrica. In quella fabbrica tossica che lo ha avvelenato e rovinato. Che gli ha distrutto le gambe. A quello che ormai era diventato un Grande Invalido, titolo che rivendica con amaro orgoglio, era stato dato per compassione un lavoro da uscire presso il municipio. Tutto il giorno seduto dietro a un tavolino in una buia anticamera, a dare informazioni inutili che nessuno ha mai avuto voglia di ascoltare. Poi finalmente la pensione. Da quel momento si è dedicato a quella che è diventata la sua unica occupazione, la sua ragione di vita, l'attività di cacciatore di talpe. È il migliore cacciatore del paese. Gli agricoltori si contendono i suoi servizi, non si fidano di nessun'altro. Lui esce al mattino con il vecchio motorino, visita tutti i poderi, sistema le sue trappole implacabili. Per le povere talpe non c'è scampo. Rientra soltanto la sera, dopo aver percorso tutto il giorno le stradine vicinali, un po' in sella al motorino, un po' a piedi aggrappato allo stesso per non cadere. 

L'uomo estrae la trappola. Anche stavolta ha fatto centro. La talpa è ormai morta. La prende, si avvicina con difficoltà a un piccolo albero, appende l'animale legandolo con una corda a un ramo basso. Poi se ne va, il suo lavoro è terminato. Domani passerà il contadino, conterà quanti corpi di talpa penzolano dalle fronde, e stabilirà il compenso per il cacciatore di talpe: cinque chili di grano o di granoturco per ogni bestia catturata.

 

martedì 28 gennaio 2025

DELITTO PERFETTO


Inizia una delle solite interminabili discussioni che sostengo, quasi ogni giorno, con il mio amico Giulio. La nostra è un’abitudine piuttosto antica, nata tanti anni fa, quando eravamo poco più che ragazzi. Ci incontriamo, scambiamo alcuni vuoti convenevoli e poi, a turno, ognuno di noi propone un argomento di dibattito. Spesso si parla di politica, a volte di sport, di temi filosofici ed esistenziali oppure semplicemente di fatti di cronaca. I nostri confronti sono piuttosto animati, molto serrati, a volte volano addirittura parole grosse, poiché entrambi possediamo un carattere forte, e tutti e due vogliamo sempre avere ragione, pretendiamo ad ogni costo dire l’ultima parola, quella definitiva.

Oggi ho nei confronti di Giulio un piccolo vantaggio, perché è il mio turno di suggerire il tema della disputa verbale.

Con finta indifferenza, quasi con noncuranza, butto lì quelle parole, in realtà frutto di lunga e sofferta meditazione.

“A mio parere il delitto perfetto esiste.”

Giulio sgrana gli occhi. È un po’ sorpreso, non si aspettava una tesi così banale. Tuttavia le nostre regole non scritte gli impongono di stare al gioco, di rispondere, di confutare la mia asserzione.

“Non è vero” risponde. Fin qui tutto normale. Il mio amico ha scelto un’apertura classica.

Lo seguo.

“Perché? Dimostramelo.”

“Innanzitutto dobbiamo definire che cosa si intende per delitto perfetto” dice. È prudente, mi teme.

“La soppressione più o  meno violenta di una vita umana attuata con premeditazione, con l’assoluta garanzia di impunità.”

Giulio annuisce, pensieroso.

“Bene” dice. “Quindi possiamo escludere gli omicidi compiuti d’impeto, anche nel caso in cui l’assassino, per circostanze fortunose, la faccia franca?”

“Certamente. Non si può parlare di delitto perfetto in assenza di una fase progettuale. L'uccisione deve essere accompagnata da intenzione e, naturalmente, da accurata preparazione.”

Le mie parole sono perentorie. Il mio amico sembra essere in difficoltà.

“Se la buona sorte può favorire la mancata punizione in un omicidio scatenato da una furia improvvisa, la sfortuna può, allo stesso modo, essere d’ostacolo nel caso di un delitto programmato” dice.

Lo guardo, soddisfatto.

“Giulio, stai tergiversando. Le tue asserzioni sono banali e finora non hai dimostrato nulla. La fortuna è essenziale in tutti gli atti della vita.”

“Hai ragione. Se però l’esecutore ha tralasciato qualcosa, anche soltanto un piccolo particolare, non si può più parlare di malasorte, ma di errore. In questo caso il presunto delitto perfetto risulterà inficiato da tale pecca per diretta responsabilità dell’autore.”

“Che ti succede, Giulio? Sei poco convincente. E, soprattutto, troppo vago. Quali possono essere questi sbagli? È chiaro che l’omicida baderà a non lasciare la minima traccia, a garantirsi una via di fuga sicura, a far sì di non essere visto, a utilizzare un’arma pulita e così via. Tutto studiato, tutto accuratamente ponderato. Il concomitante verificarsi di tutte queste condizioni, fatto tutt’altro che impossibile, gli garantirà l’esenzione dalla pena e conferirà alla sua esecuzione il sigillo di delitto perfetto.”

Giulio scuote il capo.

“La tua costruzione regge, ma soltanto a livello teorico. La fase critica del crimine, lo sai bene, è quella pratica, l’attuazione vera e propria, la sola che possiede in gran quantità fattori di imprevedibilità. E comunque, se proprio devo essere sincero, devo dirti che hai scelto un argomento di discussione alquanto noioso. Non è possibile per te dimostrare tale asserzione. Nello stesso tempo, è difficile per me riuscire a controbatterla per mezzo di elementi indiscutibili. Ti propongo una patta.”

Osservo il mio amico, il suo atteggiamento un po’ strafottente, il suo sorriso beffardo.

“Invece ti proverò che ho ragione!” affermo.

“Insisti? Basta!”

A quel punto estraggo la pistola, la punto contro Giulio e poi premo il grilletto tre volte, in rapida successione, a bruciapelo. Lui crolla senza un lamento.

Mi allontano.

Amici miei, avete avuto il raro privilegio di assistere a un delitto perfetto. Come dite? C’erano dei testimoni? E chi sarebbero questi testimoni, voi?

Non fatemi ridere. Voi non avete visto nulla, voi non siete a conoscenza di nulla! Non sapete chi sono, come mi chiamo, non sapete neppure se sono un uomo o una donna. Non conoscete il luogo del delitto. Una strada? Una stanza? E Giulio, il povero Giulio, è davvero quello il suo nome?