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mercoledì 5 luglio 2017

FIATO CORTO


Ansima, Matteo Renzi. L'ex Presidente del Consiglio è in difficoltà, sembra quasi aver perso la bussola. La riconquista della segreteria del partito, dopo la batosta del referendum istituzionale, è stata un gioco da ragazzi. Subito dopo però sono ricominciati i problemi. Renzi sperava di essersi sbarazzato per sempre dei suoi più ostili oppositori interni, i Bersani e i D'Alema, che invece sono ricomparsi a fianco di Pisapia, interessati al progetto politico dell'ex sindaco di Milano, e futuri e nuovamente minacciosi interlocutori per una eventuale alleanza a sinistra. Sta andando tutto male per Renzi, pure se lui ben dissimula le avversità. La veloce rioccupazione dello scranno più alto di Palazzo Chigi si sta rivelando un'autentica chimera. Le elezioni politiche anticipate non ci saranno, e chissà se sarà approvata una nuova legge elettorale. La traversata nel deserto di Renzi richiederà molti altri mesi, da trascorrere svolgendo compiti che proprio non gli piacciono, che lo rendono insofferente. Renzi non è un politico da partito, è un animale da governo. Le alchimie di segreteria lo annoiano. Nel frattempo le elezioni amministrative sono andate male, e in prospettiva nazionale l'unica alleanza che potrebbe riportarlo a Palazzo Chigi è quella con Forza Italia, panorama che provoca dolorosi mal di pancia alla maggior parte degli elettori del Partito Democratico. L'ex sindaco di Firenze potrebbe già essere giunto al termine della sua carriera politica.
Ansima, Silvio Berlusconi. L'ex Cavaliere ha vinto le elezioni amministrative ma non festeggia. A lui proprio non va giù il progetto sovranista e vagamente razzista di Matteo Salvini, e soprattutto non intende essere subordinato al leader leghista. A Berlusconi starebbe ben più a cuore un'alleanza con Renzi, il miglior modo, a suo parere, per poter continuare a tutelare i propri interessi. E poi questo non è il momento più adatto per Berlusconi per lasciarsi andare a derive lepeniste, proprio adesso che è tornato a sfoggiare grandi e finti sorrisi in Europa. Un'Europa che dà a intendere di avere scordato il passato dell'ex Cavaliere, fatto di processi, condanne, servizi sociali, ma che in realtà non ha dimenticato affatto. E poi c'è l'attesa per la sentenza del tribunale di Strasburgo, una pronuncia che gli potrebbe restituire l'agognata piena agibilità politica, ma che fatalmente arriverà troppo tardi. E infine tra poco le primavere saranno ottanta, e questo non gioca a suo favore.
Ansima, Beppe Grillo. L'ex comico non ha ancora deciso se intende governare oppure no. Probabilmente tale decisione è stata presa, ma non può essere esternata. Ed è quella di continuare a fare opposizione, per sempre. Grillo ha ormai compreso che governare non è semplice. Occorre competenza, occorre una classe dirigente all'altezza, occorre assunzione di responsabilità. Tutte caratteristiche che mancano al suo partito. Le esperienze in merito nei governi locali sono state disastrose. Federico Pizzarotti, primo sindaco Cinque Stelle di una grande città, si è rivelato un buon amministratore ed è stato rieletto, ma da tempo e senza alcuna ragione è stato espulso dal partito Cinque Stelle. Le sindache di Roma e Torino, elette trionfalmente soltanto un anno fa, sono entrambe gravate da avviso di garanzia, per motivi diversi, ma ciò che le accomuna è l'inerzia delle loro giunte, l'inesperienza evidente, l'incapacità di affrontare un'attività complessa com'è quella di governare una grande città, la totale assenza di progetti, di una visione.
Ansima, l'Italia. Un paese che ha il fiato corto.

martedì 4 luglio 2017

IL PANE QUOTIDIANO - 3° e ULTIMA PARTE


Carlos e Pedro annuirono. Poi diedero un'occhiata al giudice, che sembrava piuttosto impaziente, e iniziarono i preparativi. Il prigioniero, annientato dalla tensione nervosa e dalle botte ricevute, sembrava sul punto di perdere i sensi da un momento all'altro. Ramirez dovette sorreggerlo.
"Pedro, vai a prendere il cappuccio!" ordinò Carlos.
Il compare si diresse rapido alla baracca, saltellando sulle gambe corte e tozze. Tornò dopo pochi istanti con quanto gli era stato richiesto. Nel frattempo il gruppo si era avvicinato alla struttura posta al centro del cortile. Pedro li raggiunse, ansimando per lo sforzo e per il troppo liquore ingurgitato. Si accostò al prigioniero, che ormai sembrava del tutto rassegnato, e gli infilò sulla testa un pesante cappuccio nero di tela grezza. Il giudice Mendoza non riuscì a trattenere una risata.
"In che epoca strana viviamo!" esclamò, sempre sorridendo. "Un volta era il boia a indossare il cappuccio, e non il condannato!"
"Le mode cambiano" disse il capitano Gallego, sperando di compiacerlo.
"Zitto! Non si scherza su queste cose!" lo rimproverò aspramente il giudice. "Abbia un po' di rispetto!"
Gallego avrebbe voluto scomparire.
In quel momento Pedro stava salendo la scalinata che conduceva al patibolo, sospingendo dinnanzi a sé il remissivo condannato. I due giunsero sulla pedana e si fermarono.
"Signor giudice, dovete dire qualcosa?" domandò Carlos.
"Procedete. E fate presto" disse Mendoza osservando l'orologio da taschino.
Pedro, ricevuto un cenno dal collega e superiore, avvicinò la testa incappucciata del condannato al cappio già predisposto. Ve la infilò e iniziò a stringere il nodo scorsoio. Le sue mani tremavano. Adesso il prigioniero ansimava pesantemente. La stoffa del cappuccio, nel punto in corrispondenza della sua bocca, dapprima si alzava e subito dopo era come risucchiata. Dopo aver svolto il suo compito, Pedro scese dall'alta pedana e si sistemò su un lato, in prossimità di una leva. La impugnò e attese. Il giudice Mendoza squadrò i presenti, quindi si voltò in direzione del patibolo.
"Che si esegua la sentenza, in nome del popolo e della legge!"
Quasi nello stesso momento, Pedro abbassò la leva. La terra, o per meglio dire il legno, venne a mancare all'improvviso da sotto i piedi del condannato. Una botola si era aperta e lo sventurato penzolava nel vuoto. Da lui provenivano gemiti e rantoli disperati, da fare accapponare la pelle, e che non accennavano ad avere fine.
Carlos decise di intervenire.
"Pedro, accidenti! Il nodo, non hai stretto bene il nodo! Il collo non si è spezzato e questo bastardo sta morendo soffocato. Sbrigati, fai qualcosa!"
Tutti gli occhi degli astanti si posarono sul povero Pedro, il quale non indugiò neppure un attimo. Balzò di nuovo sulla pedana, muovendosi in maniera incredibilmente agile. Si avvicinò alla botola e si sporse nel vuoto. Riuscì in qualche modo ad afferrare il condannato per i piedi e diede un violento strattone verso il basso. Si udì un rumore secco, il rumore della vertebra che si spezza. Adesso era davvero tutto finito.
"Dobbiamo aspettare il vecchio Ortega?" domandò Carlos al capitano Gallego.
"No, è già andato via. Verrà domani mattina" rispose l'altro con indifferenza.
"Domani mattina? Lo seppellirà domani mattina? E nel frattempo dove lo mettiamo?"
Intervenne il giudice, accennando al cadavere ancora penzolante.
"Toglietelo da lì e sistematelo da qualche parte".
"Dove, signor giudice?"
"Laggiù" rispose Mendoza indicando il capanno degli attrezzi in fondo al cortile.
"Ma... con questo caldo..." disse Carlos, perplesso.
"Lasciate la porta aperta, tanto non scappa" aggiunse il giudice, sorridendo per la facezia. E se ne andò senza salutare, seguito dal capitano Gallego e dal giovane Ramirez, pallido in volto.
"Pedro! Hai sentito?" ruggì Carlos. "Diamoci da fare".
I due richiusero la botola del patibolo e, con fatica, staccarono il corpo senza vita dal cappio e lo adagiarono a terra.
"Tolgo il cappuccio?" domandò Pedro, sperando ardentemente in un diniego.
"Lo farà Ortega domani. Piuttosto, vai a prendere la carriola".
Pedro ubbidì e dopo un po' fu di ritorno portando una vecchia carriola arrugginita. Aiutato da Carlos, vi sistemò il cadavere incappucciato e, lentamente, si diresse verso il capanno degli attrezzi.
"Lascialo sopra! Domani ci penserà Ortega" gridò Carlos al collega, poi tornò di fretta nella baracca. Afferrò il cappello e si apprestò a tornare finalmente a casa. Vide Pedro che stava arrivando.
"Pedro, ricordati di timbrare lo straordinario, altrimenti ci fottono i soldi!" disse.
"Grazie per avermelo ricordato, Carlos" rispose l'altro. "Sei un vero amico".

(fine)

lunedì 3 luglio 2017

IL PANE QUOTIDIANO - 2° PARTE


Pedro abbassò lo sguardo, un po' mortificato ma comunque soddisfatto. Silenzio. Nella baracca si udiva soltanto il ronzio insistente di un moscone. Pedro lo seguì a lungo con lo sguardo. Poi all'improvviso scattò. La sua grossa mano si abbatté con sorprendente rapidità sul piano del tavolo producendo un tonfo secco. E l'insetto fu poltiglia. L'uomo si pulì il palmo della mano sulla camicia. Carlos lo guardò disgustato, e lui accennò un timido sorriso, poco più di una smorfia grottesca.
"Pedro" disse Carlos. "All'inizio del prossimo mese prenderò le ferie".
"Lo so, e mi lascerai da solo per almeno due settimane. Spero di cavarmela".
"Certo che te la caverai! E poi in quel periodo non dovrebbe esserci troppo lavoro. Anche la legge riposa, e mi auguro lo facciano pure i delinquenti".
"Che cosa farai? Andrai da qualche parte?" domandò Pedro al collega.
"Sì, spero proprio di sì. Vorrei fare qualcosa che non ho mai fatto in vita mia. Prenderò la mia vecchia e andremo al mare, noi due da soli. Pensa Pedro, nessuno dei due ha mai visto il mare".
"Dici sul serio? Non avete mai visto il mare?"
"Perché? Tu per caso ci sei stato?" disse Carlos, con un tono di voce lievemente alterato.
"No" fu la dimessa risposta dell'altro.
"E tu, quando pensi di fare le ferie, sempre se ciò sarà possibile?"
"Non preoccuparti, per quest'anno niente vacanze. Ho deciso di farmele pagare, le ferie. Ho bisogno di soldi. In autunno si sposerà mia figlia Marianna. Abbiamo deciso di aggiungere una stanza alla casa, per lei e il marito, e le spese sono tante".
"Marianna, una gran bella ragazza".
"Come dici, Carlos?"
"Nulla, lascia stare".
Di nuovo silenzio. Pedro, nervosamente, si servì un'altra generosa dose di tequila.
"Pedro! Finirai per sbronzarti! Ti rammento che stai lavorando".
"Non preoccuparti, Carlos. Soltanto un ultimo bicchierino, poi..."
I due all'improvviso si zittirono. Avevano udito dei rumori provenire dall'esterno della baracca. Passi, e voci.
"Il capitano Gallego!" esclamò Carlos e subito si alzò in piedi. Poi si diresse verso la porta. Il collega scostò in maniera precipitosa la sedia e lo seguì. Uscirono. Carlos non si era sbagliato. Era davvero il capitano Gallego, il comandante della locale stazione di polizia. Lo videro che stava avanzando verso il centro del cortile. Non era solo. Si trattava di un gruppo di uomini, dalla composizione piuttosto eterogenea. Davanti a tutti procedeva un individuo sconosciuto. I suoi abiti, una camicia sbiadita e dei pantaloni di tela grezza, erano sporchi e laceri. L'uomo dimostrava circa quarant'anni anche se era difficile attribuirgli un'età precisa. Il suo volto era gonfio e tumefatto. Sullo zigomo sinistro spiccava un taglio profondo, dal quale fuoriusciva sangue. Camminava zoppicando perché uno dei suoi stivali aveva perso il tacco. Le mani erano serrate da pesanti manette di ferro. Dietro di lui c'era Ramirez, una giovane guardia. E poi il capitano Gallego, sudato e stravolto per il gran caldo. La giubba dell'ufficiale era sbottonata e impolverata, così come coperti di polvere erano i suoi stivali. Completava il singolare quartetto il giudice Mendoza che, al contrario degli altri, appariva decisamente a proprio agio, fresco e in ordine. Indossava un impeccabile completo nero, con una camicia bianca dal colletto completamente abbottonato e un cravattino rosso.
"Carlos! Pedro!" urlò Gallego, anche se aveva già individuato i due, in attesa fuori dalla baracca.
"Comandi!" rispose Carlos. Pedro si limitò ad annuire.
"Mi dispiace per voi, ma ne abbiamo ancora uno" disse il capitano.
Pedro guardò l'orologio e poi indirizzò uno sguardo implorante al collega, che gli fece cenno di aver compreso.
"Vedo, signor capitano" disse Carlos. "E buonasera a voi, signor giudice. Scusatemi, ma permettetemi di far notare che io e il mio collega stiamo per smontare. Mi chiedo se non sarebbe possibile rimandare. Magari a domani mattina, quando sarà più fresco".
"Qual è il problema?" ruggì il giudice.
Un'espressione di imbarazzo si dipinse sul volto del capitano Gallego.
"Sarebbe che non ci sono più soldi..." iniziò a dire, mentre Carlos e Pedro assentivano energicamente.
"Quali soldi? Di cosa state parlando?" disse Mendoza.
"...per pagare gli straordinari" ultimò in tutta fretta l'ufficiale.
"Tutto qua? È questo il problema? I soldi?" gridò il giudice, alterato.
Carlos cercò di rimediare.
"Signor giudice, non dovete pensare che noi..."
"Zitto! Voi fate il vostro lavoro e il vostro dovere, in fretta e senza discutere. Ai soldi penserò io. Parlerò con il governatore e vi farò avere la vostra dannata ora di straordinario!"
"Grazie, signor giudice".
"Sbrigatevi! Procedete senza ulteriori indugi".
A queste ultime parole del giudice l'uomo ammanettato, che fino a quell'istante non aveva aperto bocca, reagì in maniera strana. Iniziò a singhiozzare, sussultando in maniera convulsa ma senza emettere alcun suono.
"Merda! Si è pisciato addosso!" esclamò il giovane Ramirez indicando una chiazza scura che si stava allargando sul cavallo dei pantaloni del prigioniero.
"Meglio così. Almeno non lo farà dopo" sentenziò aspro il giudice.
"Forza ragazzi, datevi da fare" incitò il capitano Gallego rivolgendosi a Carlos e Pedro.
"Niente prete?" domandò Carlos con un riacquistato tono professionale.
"No. Ho mandato un ragazzo a cercare don Benito. Alla fine lo ha trovato, ma era completamente sbronzo e non in grado di camminare. Quindi, faremo senza".
(continua)

domenica 2 luglio 2017

IL PANE QUOTIDIANO - 1° PARTE


L'uomo appoggiò la caffettiera sul fornello e accese il fuoco.
"Un altro?" domandò Pedro.
"L'ultimo" rispose Carlos. "Me lo voglio proprio gustare".
"Tra mezz'ora si smonta" disse l'altro.
"Appunto. Ascolta, tieni d'occhio la caffettiera mentre esco un attimo".
"D'accordo, vai pure".
Carlos aprì la porta della baracca e subito fu investito da una vampata di calore. Indietreggiò, infastidito. Si guardò attorno, afferrò un cappello dalle larghe tese e se lo calcò in testa, poi uscì. Lentamente, l'uomo si accese un sigaro e si inoltrò nell'ampio cortile, dove non c'era la minima traccia di ombra. Carlos iniziò a sudare copiosamente. Si passò una mano sulla fronte, poi sul lungo naso, per asciugarsi. Con un movimento inconsapevole si lisciò i folti baffi neri. Giunse in prossimità di una massiccia struttura posta proprio nel centro dello spiazzo. La osservò dal basso: una grande pedana di legno, rialzata, alla quale era possibile accedere attraverso una ripida scaletta. Sopra, due travi verticali, affiancate e unite alla sommità da una barra trasversale dalla quale pendeva una corda con un cappio. L'uomo sputò a terra, quindi aspirò un'ultima voluttuosa boccata, poi gettò il sigaro. Guardò verso gli uffici che circondavano il cortile: il tribunale, la stazione di polizia. Da una finestra, lasciata aperta, provenivano voci e grida soffocate. Gemiti e lamenti. Tornò indietro, verso la baracca, e vi rientrò.
"Cristo! Che caldo infernale. È pronto il caffè?"
Una tazzina sbeccata e la caffettiera erano già sul tavolo.
"E tu? Niente?" domandò Carlos.
"No. Non so proprio come diavolo riesci a buttare giù roba calda. Preferisco bere qualcos'altro". E si servì una robusta dose di tequila.
"Diciamo che ognuno si scalda a modo suo" disse Carlos, poi sogghignò.
Pedro tracannò il liquido ardente tutto di un fiato. In un attimo la pelle del suo viso da bruna si fece paonazza. L'uomo schioccò più volte la lingua, soddisfatto. Anche lui, come il collega, portava i baffi, i quali tuttavia non spiccavano a sufficienza, quasi persi in quel tondo faccione che sembrava ancora più ampio per via di un accentuato doppio mento. Gli occhi erano piccoli e scuri, e troppo distanti l'uno dall'altro. Pedro risistemò sulla sedia il suo corpo pingue, alla ricerca di una posizione più confortevole. Nello stesso tempo Carlos, sempre stando in piedi, terminò di sorseggiare il caffè. Poi, finalmente, andò a occupare l'altra sedia, al tavolo. Oltre a quel misero tavolino e alle traballanti a scombinate seggiole, nella baracca non c'era molto di più: un lavello di pietra sorretto da due staffe di ferro, una piccola stufa che non veniva accesa neppure in inverno, il fornello, un armadietto privo di un battente e uno schedario colmo di carte. Il pavimento e le pareti della casupola erano di legno.
"Carlos..."
Nessuna risposta.
"Ehi, Carlos!"
L'altro sobbalzò. Stordito dal caldo, si era per un attimo assopito.
"Eh? Che cosa c'è?" disse, tornando improvvisamente alla realtà.
"Scusami, Carlos. Non intendevo svegliarti" disse Pedro. "Volevo soltanto dirti di mio figlio".
Carlos si era svegliato male.
"Figlio? Quale figlio? Cazzo! Ti ricordo che di figli ne hai cinque!"
"Sì, hai ragione. Scusa. Scusami tanto. Mi riferivo a Ricardito".
"Ricardito? Quel buono a nulla? Che cosa diavolo ha di nuovo combinato?"
Pedro era imbarazzato.
"Nulla, non ha combinato nulla. Lo sai che adesso sta rigando dritto. Ha avuto qualche problema, ma ora è tutto sistemato. In fondo è un bravo ragazzo".
"Guarda che Ricardito non è del tutto finito..." riprese in tono aggressivo Carlos.
"No, amico. Ti dico che ti sbagli. È un giovane molto volenteroso, con lui bisogna soltanto avere un po' di pazienza. È vero, è un po' lento di testa, ma poi alla fine ci arriva. Però qualcuno gli deve dare una possibilità. Mi chiedevo se tu potresti parlare con il capitano Gallego".
"Sei pazzo? Vuoi farlo entrare in polizia?"
"È lui che lo vuole! Le divise gli sono sempre piaciute. E poi predilige obbedire agli ordini".
"Già, ma gli ordini occorre anche comprenderli" brontolò Carlos a bassa voce.
"Come dici?"
"Niente, niente. Vedremo se si può fare qualcosa. In effetti tuo figlio una qualità la possiede: è grande e grosso e Gallego ha di sicuro necessità di qualcuno che sappia pestare come si deve. Non è così Pedro?"
L'altro sorrise nervosamente.
"Grazie Carlos, mi piacerebbe se Ricardito si sistemasse come ha fatto il tuo Mario".
"Che cazzo dici? Mario ha studiato. Ha frequentato la scuola per sottufficiali. Infatti adesso è in città e non in questa merda di paese!"
"Sì, è vero. Hai ragione. Intendevo soltanto dire che..."
"Lascia stare, Pedro. Ho capito. Vedremo che cosa si può fare per quel testone. Te lo prometto".
"Grazie Carlos".
"Cristo, Pedro! Mi hai già ringraziato! Non c'è bisogno di strisciare come un verme quando si domanda un favore a qualcuno. D'accordo, sono il tuo superiore ma ci conosciamo da tanto tempo e si può dire che siamo amici. Quindi, per favore, falla finita".
(continua)

sabato 20 maggio 2017

SPLENDORE (E MISERIA) NELL'ERBA


Che cosa hanno in comune Torino e Venezia? Be', niente, direte voi. E invece no. Nella città lagunare, soprattutto nel tardo autunno, si verifica il fenomeno dell'acqua alta. L'innalzamento del livello dell'acqua in laguna causa l'allagamento di piazze e calli e cittadini e turisti sono costretti a transitare su passerelle di legno e a indossare alti stivali. Nel capoluogo subalpino l'evento, diverso ma pur sempre dovuto a cause naturali e sulle quali l'uomo non ha nessun influenza, si verifica invece in tarda primavera: l'erba inizia a crescere a dismisura e diventa sempre più alta, invadendo parchi, aiuole e anche qualche piazza. Di fronte a tale fatto le amministrazioni cittadine sembrano essere del tutto impotenti. Anzi, il fenomeno dell'erba alta è stato addirittura fatale a una di esse.
"L'erba non è affatto alta" affermava l'allampanato vecchio sindaco, provocando costernazione tra i suoi sostenitori.
"L'erba non è per niente alta" dice la nuova sindaca spilungona, suscitando approvazione tra i suoi seguaci.
E di nuovo si rischia di cadere nell'erba, un tuffo in quel manto abbondante e in apparenza morbido che si può invece rivelare assai coriaceo.
Transito in una via di periferia, proprio una di quella periferie che, a dispetto delle tante promesse, non ha ancora intrapreso un percorso di rinascita. Scorgo una minuscola e malinconica aiuola. In mezzo c'è un'unica panchina, sbiadita e in parte rotta, sulla quale sonnecchia un signore anziano. Il poveretto è completamente circondato dall'erba, alta più di un metro. Mi allontano triste da quello spettacolo di desolazione.
Si sa, è inutile fare denunce se queste non sono accompagnate da proposte. Che cosa si può fare, in concreto, per combattere e sconfiggere questo fenomeno che da troppo tempo accompagna le primavere torinesi? Per prima cosa occorre rivolgersi agli esperti. Interpello a tale proposito il professor Caproni, docente di zoologia rupestre all'Università di Capri, il quale spiattella la sua soluzione.
"Capre" dice lo studioso. "Le capre brucano l'erba" spiega.
Sono perplesso. Secondo lo specialista, per una città come Torino occorrerebbero circa novecentomila capre, una per ogni abitante, per risolvere il problema. Troppe, in ogni caso, per le esigue finanze cittadine. E poi sorgerebbe la questione della collocazione degli ovini durante il periodo invernale. Le capre dovrebbero essere ospitate negli appartamenti privati, nelle scuole e negli uffici pubblici. Ho l'impressione che non si possa fare. Ci dovremo tenere l'erba alta, e ricorrere ai soliti e ormai collaudati accorgimenti: quando ci si reca in aiuole e parchi pubblici bisogna sempre essere muniti di panga o machete,  i cani devono essere tenuti al guinzaglio e i bambini assicurati con una robusta fune, per evitare di smarrirli tra il manto erboso.
Chiudiamo con una piccola consolazione e con un proposito per il futuro. La ragione di conforto: Torino è una tra le città più verdi d'Europa (grazie all'erba). L'intendimento: il prossimo sindaco dovrà essere di bassa statura.

venerdì 19 maggio 2017

CONTAR PECORE


Sarà di sicuro capitato a tutti, una volta o l'altra, di dover soffrire di insonnia. Si tratta, senza dubbio, di una esperienza per nulla gradevole. Ci si gira e ci si rigira da un lato all'altro del letto, le lenzuola diventano roventi. Un minuto dopo l'altro aumentano l'apprensione e l'ansia per il mancato riposo e per la conseguente impossibilità di essere in condizione di affrontare la giornata successiva. Insomma, un vero e proprio incubo a occhi, purtroppo, spalancati.
Che cosa si può fare in questi casi? Si ricorre ai soliti accorgimenti. Ci si alza dal letto, si bevono uno o più bicchieri d'acqua, ci si mette a leggere oppure ad ascoltare musica, ci si affaccia alla finestra e si assiste, sempre più turbati, alla serenità della città che dorme. Alla fine, in ogni caso, tutto si rivela inutile. Abbattuti, ormai disperati, si torna a letto sconfitti e ci si accinge a ricominciare la dura battaglia contro le coperte e l'abbandono che non vuole arrivare.
Quando poi lo sconforto raggiunge il suo culmine arriva improvvisa l'illuminazione. Per quale ragione non avvalersi di quell'antico metodo per prendere sonno, sempre deriso e vituperato, vale a dire contare le pecore? Allora ci si concentra, o si tenta di farlo. Ci si immagina un recinto, all'interno del quale c'è un numeroso gregge di pecore ben pasciute, belanti e con il vello generoso. Tuttavia le bestie lanose proprio non ne vogliono sapere di saltare lo steccato. Sono troppo pesanti, non ce la fanno. Si cerca di controllare il nervosismo subentrante e si cerca una soluzione. Il recinto, guarda caso, ha una porta. Mentalmente la si apre e si invita il primo animale ad oltrepassarne la soglia. La pecora esce, subito seguita da un'altra, e poi da un'altra ancora. Inizia il conteggio, quel magico computo che dovrebbe assicurare l'oblio. Ci si comincia a rilassare. Ma poi qualcosa va storto. La prima pecora uscita torna indietro, si scontra con quella che la segue. La maledetta vuole tornare nel recinto! Nel giro di pochi secondi nell'ammasso di ovini belanti si crea il caos, il gregge si trasforma in un inestricabile garbuglio. Il conteggio è ormai compromesso. La pecora con il muso nero è già stata contata oppure no? E quella con il manto giallastro? E l'ariete, da dove diavolo è spuntato l'ariete? Si inizia di nuovo a sudare, a rivoltarsi da una parte all'altra del letto, l'affanno torna ad aumentare e il temuto trillo della sveglia si avvicina sempre di più. Ci assale il panico. Nulla da fare, anche contare le pecore non è servito. Poi subentra un pensiero, una riflessione sciocca eppure curiosa. E una domanda: chi o che cosa contano le pecore quando soffrono di insonnia? Nessuno si è mai posto tale interrogativo. Eppure si tratta di qualcosa di intrigante, addirittura affascinante. E dunque lo si immagina sotto tutti i suoi aspetti, tutte le sue numerose e complesse implicazioni. E a questo punto, di colpo e del tutto inaspettato, subentra finalmente il sonno.   

domenica 14 maggio 2017

PALLA AL PIEDE


Alcune brevi considerazioni su Maria Elena Boschi, ex ministra del governo Renzi e attuale sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio del gabinetto Gentiloni, riguardo a quanto affermato nel suo nuovo libro dal giornalista Ferruccio De Bortoli. La questione è il presunto interessamento, della Boschi presso Unicredit, circa l'eventuale acquisto di Banca Etruria da parte di quest'ultima. L'ex amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, tirato in ballo, non ha smentito né ha confermato, si è limitato a tacere. Sembra tuttavia confermato che incontri tra la ministra e l'AD di Unicredit ci siano stati, tanto che la banca (uno tra i primi gruppi di credito italiani ed europei) avviò delle valutazioni su tale possibile acquisizione che però si conclusero con un nulla di fatto. 
Intendiamoci, che il governo intervenga per cercare di risolvere delle situazioni di crisi (Banca Etruria stava fallendo) che, come in questo caso, avrebbero potuto mettere a rischio risparmiatori e lavoratori, è del tutto lecito e doveroso. Che sia opportuno che questa operazione sia stata messa in atto dall'allora ministra Boschi è tutt'altro paio di maniche. Vediamo il perché.
Maria Elena Boschi fu nominata ministra nel febbraio del 2014. Il padre Pier Luigi, fino ad allora consigliere di amministrazione della banca toscana, due mesi dopo è promosso alla vice-presidenza della stessa. A quel punto si viene a creare un conflitto di interessi significativo, che probabilmente toccava al genitore risolvere immediatamente, rifiutando la carica. Questo non è avvenuto.
Poco tempo dopo, nel pieno delle varie crisi bancarie, la ministra Boschi interviene in Parlamento negando ogni suo interessamento a proposito di qualsiasi questione a riguardo. La Boschi, d'altra parte, ricopriva l'incarico di ministra delle Riforme e dei Rapporti con il Parlamento, ruolo che ben poco aveva a che fare con temi di banche e finanza.
Ricapitolando: un conflitto di interessi evidente, una probabile ingerenza (pur senza pressioni) non giustificata, una affermazione non veritiera fatta in Parlamento, di fronte a tutti i cittadini.
Il risultato finale di tutto ciò è che Maria Elena Boschi si è trasformata in poco tempo da ambiziosa e brillante donna in carriera in palla al piede per il Partito democratico e in special modo per l'appena rieletto segretario Matteo Renzi, con il quale ha sempre avuto un rapporto privilegiato, e quest'ultimo si viene a trovare nella scomoda posizione di doverla difendere ancora una volta, pagando però un costo politico che potrebbe essere rilevante.