Powered By Blogger

sabato 9 aprile 2016

SACCHI DI GRANO



Quando mi recavo da lui - e lo facevo quasi tutti giorni - lo trovavo sempre nel magazzino, disteso sui sacchi di grano e intento a leggere un libro. Suo padre era proprietario di un negozio di prodotti agricoli e lui, il mio amico, preferiva trascorrere i pomeriggi in quell'ampio e disordinato ambiente invece che nel contiguo e tetro alloggio. In estate, quando il caldo era davvero importuno, prediligeva indossare soltanto un paio di sdruciti pantaloncini, o addirittura delle vecchie mutande, e il suo corpo snello e flessuoso e madido era ricoperto da un sottile strato di polvere bianca.
"Sei pronto per essere passato in padella" gli dicevo, scherzando. Lui accennava soltanto un sorriso, poi iniziava a descrivermi con entusiasmo, gesticolando e alzando la voce, il libro che stava leggendo.
Dopodiché anch'io gli parlavo delle mie letture, e lui ribatteva concitato; in tal modo trascorrevano ore e ore senza che nessuno dei due avesse alcuna percezione del tempo passato.
I nostri discorsi spaziavano dalla letteratura alla musica al cinema alla politica e a qualunque argomento ritenuto di un qualche interesse. Eravamo invece più reticenti su tutto ciò che era giudicato di natura più personale: i rapporti con i genitori, con le ragazze, le nostre aspirazioni, i nostri pensieri più intimi e inconfessabili. Bloccati da eccessivo pudore, da una indefinita riservatezza, da semplice timidezza.
Ci conoscevamo fin dai tempi della scuola elementare. Il nostro rapporto si rafforzò poco alla volta, quando scoprimmo tutto ciò che ci accomunava. Dapprima furono i fumetti. Entrambi eravamo cultori di quella forma di espressione, all'epoca non troppo considerata. Leggevamo con avidità tutti quelli che riuscivamo a procurarci, ed erano davvero molti, di ogni genere, e per farlo non badavamo ai mezzi impiegati.. In seguito ci dilettammo entrambi a produrli, i fumetti. Tutti e due discreti disegnatori, ci sfidavamo a creare sempre nuovi personaggi, fossero essi spie imbranate o preti gaudenti, e li facevamo vivere in decine e decine di strisce che uno sottoponeva all'analisi critica dell'altro.
Trascorsero così molti piacevoli anni, gli interessi condivisi aumentarono, tra i quali anche la pratica ossessiva di alcune attività sportive.
Il suo aspetto, anche quando era ormai un giovanotto, rimase sempre trasandato. Lui aveva grande cura dell'igiene personale, ma per nulla di quanto riguardava l'immagine estetica. Non si pettinava mai, i suoi pantaloni erano sempre sdruciti o scuciti, la maglie vecchie e senza forma, le camicie non erano mai abbottonate in maniera giusta, le scarpe fruste e sporche. Quasi sempre, quando si usciva per andare al cinema o in qualche altro luogo di divertimento, la sua patta dei pantaloni era aperta. Questo stato di cose precludeva la sua (e di riflesso anche la mia) vita sociale, e soprattutto i rapporti con l'altro sesso. Iniziai, a sua insaputa, a frequentare alcune ragazze. Lui non sembrava interessato, non ne voleva parlare, finché a un certo punto si innamorò. Lei era una giovane della borgata, piuttosto graziosa. Ero costretto, tutti i giorni, ad aspettare che lei passasse, di ritorno dal lavoro sulla sua Cinquecento blu, di fronte a casa sua. Durante l'attesa era molto agitato, irrequieto. Quando l'evento finalmente si compiva allora si rilassava e potevamo ritornare alle nostre abituali attività. Lui e la ragazza non si parlarono mai. Non ho più assistito a un sentimento così intenso e, per forza di cose, non corrisposto.
Le vicende della vita, il trascorrere del tempo, l'età sempre più adulta, alla fine ci hanno allontanati.
L'ho rivisto qualche giorno fa. Indossava una impeccabile divisa.

domenica 3 aprile 2016

QUESTA E' CASA MIA!


La convivenza, fin da subito, si era rivelata difficile. Erano venuti a stare da noi perché non avevano altro posto dove andare. Lei aveva perso il lavoro - li perdeva tutti - e avevano dovuto lasciare la casa dove abitavano. Lui, invece, un lavoro non l'aveva mai avuto.
Ornella e Bruno si conoscevano dai tempi in cui quest'ultimo era il fidanzato mia moglie. Poi quella storia era finita, dopo un po' i due si erano di nuovo incontrati e si erano messi insieme.
Fino a poco tempo prima non avevo mai visto Bruno, ne avevo soltanto sentito parlare. Adesso addirittura me lo ritrovavo in casa. Ciò aveva scatenato in me una certa irritazione e, lo ammetto, anche un po' di gelosia. A fare le spese di questo risentimento era soprattutto mia moglie, che non mancavo mai di tormentare.
"Com'è possibile che tu abbia potuto frequentare un individuo simile?" domandavo con rancore.
"Un tempo non era così" si difendeva lei, con scarsa convinzione.
"È completamente svitato. È poco più di una bestia" continuavo a infierire sulla povera donna.
Quel giorno sentimmo dei forti rumori provenire dalla stanza accanto, quella che occupavano i nostri ospiti. Trambusto di mobili che venivano spostati, grida.
"Che stanno facendo quei due idioti?" dissi.
"Lascia stare" rispose mia moglie. Sul suo viso era disegnata una certa apprensione.
"Non lascio stare affatto! Questa è casa mia!"
Mi alzai dal divano e irruppi nella loro camera.
"Che cazzo state facendo?" urlai.
Ornella e Bruno si immobilizzarono all'istante. E tacquero. Osservai quel ridicolo fermo immagine.
Lui, grande e grosso e tutto sudato, stava trascinando una libreria colma cercando di spostarla. Lei, di sicuro, fino a qualche istante prima stava zampettando attorno a quel deficiente come una cavalletta e strepitando con la sua vocetta stridula.
"Volevamo spostare la libreria lontano dalla finestra" disse infine Ornella. "Toglie energia".
"Non potevate prima svuotarla?"
"Non ci abbiamo pensato" grugnì Bruno.
I montanti del mobile si stavano piegando, i libri minacciavano di cadere. Il pavimento era tutto graffiato. Uscii sbattendo la porta e imprecando. Mi ributtai sul divano, furibondo. Mia moglie non disse nulla, continuò a lavare i piatti, perché tutti i lavori domestici li svolgeva lei, quei due parassiti non muovevano un dito.
Dopo alcuni minuti Ornella mi raggiunse. Era una donna di corporatura minuta, completamente diversa dalla sorella. Aveva capelli lunghi e sottili, disordinati, la pelle diafana. Quel giorno indossava una maglietta bianca, non stirata, che le lasciava scoperta la pancia, e dei pantaloni larghi che a stento stavano su reggendosi alle sporgenze delle anche. Si acciambellò sul sofà e si accese una sigaretta. Fumava di continuo, pur sapendo quanto mi provocasse fastidio.
"Ti sei arrabbiato, stronzetto?"
"Non chiamarmi in quel modo!"
"Non essere così irritato" aggiunse, soffiandomi il fumo addosso. Poi mi toccò un braccio.
"Non mi toccare!"
"Ehi, stronzetto. Si può sapere che cazzo hai?"
Prima di esplodere, ebbi il tempo di vedere mia moglie che si portava le mani alle orecchie.
"Ascoltami bene" urlai. "Non sono un medico né un assistente sociale, ma ho capito che voi due avete dei seri problemi psichiatrici. Dovete farvi curare, intesi? Non ne posso più di sopportare le vostre continue stronzate, i vostri litigi, la vostra sciatteria. Dovete trovare qualcosa da fare oppure, meglio ancora, ve ne dovete andare fuori dai coglioni. Basta, non ne posso più!"
Ornella assistette divertita al mio sfogo, e fece cadere la cenere sul divano.
"Però, lo stronzetto!" disse.
In quel momento si aprì la porta della camera. Apparve l'enorme sagoma di Bruno. Con passi da elefante raggiunse il centro del soggiorno, incrociò le braccia possenti.
"Invece di stare qui a fare un cazzo, perché non venite a darmi una mano a spostare quella maledetta libreria?"


sabato 2 aprile 2016

LILLI E IL VAGABONDO




Ritorno al mio posto. Un angolo di cemento, sotto il porticato della piazza. Mi avvicino lentamente, la stampella rallenta il mio passo. Sul mio materasso, sulla mia coperta di lana, quella calda, è seduta una ragazza. Comprendo subito che è una di noi. Gambe lunghe magre nei pantaloni di una logora tuta. Macchie. Capelli lunghi incolti e sporchi e labbra screpolate. Occhi infiammati.
"Chi sei?" dico e lei non risponde, distoglie lo sguardo.
Appoggio la stampella e mi siedo con un sospiro.
"Non puoi stare qui" dico.
Lei si volta. Siamo spalla a spalla, e sento una puzza che non è la mia.
"Non so dove andare" dice in un soffio.
Sistemo la borsa che ho con me. Liscio la coperta poi torno a osservarla.
"Come ti chiami?" chiedo.
"Liliana, ma gli amici mi chiamano Lilli" risponde.
"Quali amici?"
Lei alza le spalle.
"Io sono Bartolomeo". Porgo la mano sudicia che si intreccia con la sua, altrettanto sporca. Le sue unghie sono sozze e rovinate, la pelle del palmo ruvida.
Silenzio. Guardiamo per un po' sfilare la gente. Appoggio un bicchiere di plastica sul marciapiede. Rimane vuoto.
"Devi trovare un posto per dormire" dico infine.
"Credevo di averlo trovato" dice.
Mi arrabbio. Alzo la voce.
"Questo materasso è mio, non c'è posto per tutti e due. Vattene".
"Aiutami".
Frugo nel mio zaino, tiro fuori mezza pagnotta. La mia cena.
"Tieni, mangia".
Lei obbedisce, dopo aver spezzato il tozzo in due parti uguali.
"Hai del vino?" domanda.
"È finito tutto qua dentro" dico, accarezzandomi lo stomaco incavato.
"Non importa".
"Da dove vieni?" domando.
"Da lontano" dice, poi volta il capo. Non vuole parlare di ciò che è sgradevole. Così come non lo voglio io.
"Quanti anni hai?" domanda all'improvviso.
"Più di sessanta".
"Non li dimostri" dice.
"È vero, ne dimostro dieci di più".
Scoppiamo a ridere. Poi, con fatica, mi alzo e afferro la stampella.
"Dove vai?" dice.
"Alzati anche tu e prendi la tua roba. Ti accompagno a un dormitorio, non è lontano".
"Ma io non voglio andare al dormitorio, voglio stare con te" protesta.
La fulmino con un'occhiata e finalmente si alza.
"Non è male" dico.
"E perché tu non ci vai?" chiede con tono di sfida.
"Per gli uomini è diverso. Devono stare soli" dico, e non aggiungo altro.
"Sono stanca" dice dopo un po'.
"Io lo sono ancora più di te. Dove hai passato l'ultima notte?"
"Nei giardinetti, ormai non fa più freddo".
"Sei pazza, è un luogo pericoloso per una donna".
Lei alza di nuovo le spalle. Siamo arrivati. La lascio al dormitorio, una volontaria si prende cura di lei. Stremato, torno al mio posto e mi fumo e mi gusto una mezza cicca che ho raccolto alla fermata del tram. Mi stendo e mi addormento subito. Dormo bene, dormo davvero bene.
Quando è già mattino una voce mi sveglia. Qualcuno mi tocca.
"Ciao, sono Lilli. Guarda che cosa ti ho portato".
La ragazza, un po' ripulita, mi porge un dolce. Lo prendo e inizio a mangiare.
"Ho delle monete, ti offro un caffè" dice, con un sorriso.
"La nostra presenza non è molto gradita nei bar" dico.
"Me ne fotto" dice lei, mi aiuta ad alzarmi e poi mi prende sottobraccio.
"Da quanti anni fai questa vita?" chiede mentre camminiamo.
"Tanti" rispondo. "E tu?"
"Pochi" dice lei.
"Non puoi continuare così, sei troppo giovane. Devi trovare una soluzione, e sono sicuro che nel tuo caso ci sia. Per me è diverso".
"Diverso?"
"Non ho più voglia di cambiare."
La ragazza annuisce, comprensiva.
"Io scrivo poesie" dico all'improvviso.
"Davvero? Recitane una, per me!"
"No".
"Perché?"
"Non me le ricordo".
"Oh..."
"Se vuoi le potrai leggere. E tu, che cosa facevi... prima?"
Lei diventa triste, le sue labbra inaridite assumono di colpo una piega amara.
"Non ne voglio parlare" dice.
"D'accordo" dico. Entriamo nel bar e tutti si scostano. Hanno ragione, puzziamo.
Trascorrono tre mesi. Lilli mi raggiunge tutte le mattine e trascorriamo tutto il tempo insieme. Diventiamo amici. Alla fine le racconto tutta la mia triste storia, e lei la sua.
"Secondo te che cosa pensano le persone di noi? Credono che sia tua figlia? Oppure che scopiamo?"
Ride, maliziosa.
"La gente non pensa nulla di noi perché non ci vede" rispondo sempre a quella sua domanda.
Finché, una mattina, lei non viene. E non si fa vedere neppure nei giorni successivi. Al dormitorio mi dicono che è stata da loro soltanto una notte. Forse, perché non se la ricordano quasi più. Lilli è sparita. Il fatto mi addolora. Poi, poco alla volta, non ci penso più. Sono sempre più stanco e consumato.
Un giorno, in piena estate, risento la sua voce. Mi sollevo a sedere sul mio giaciglio e vedo due gambe lunghe e abbronzate. Sollevo il capo. È lei, è Lilli, anche se è molto cambiata. La voce è l'unica cosa che riconosco. È più in carne, i capelli sono biondi e luminosi, è vestita con cura. Truccata.
"Ciao Bartolomeo" dice.
"Perché sei sparita senza dire nulla?" domando. La mia voce è ancora impastata dal sonno.
"Ti devo chiedere scusa, Bartolomeo. Ti ho mentito".
"Mentito?"
"Sì, non sono mai stata una senzatetto. Ho finto di esserlo".
"Che cosa?" Adesso sono del tutto sveglio.
"Sono una giornalista. Una scrittrice, come te" dice, un po' imbarazzata.
"Non capisco".
"Volevo scrivere un libro sulle condizioni di vita dei barboni" dice.
"Ah!" Sono sorpreso, stupito.
"Guarda" dice, e mi porge un volumetto.
"Il mio libro. È stato pubblicato e ha avuto un buon successo. Te lo regalo."
"Grazie" dico. Apro il libro, ne strappo una pagina e vi avvolgo una mela tutta avvizzita che ho raccattato il giorno prima al mercato.
"Così si conserverà meglio" dico. 

domenica 27 marzo 2016

SOGNO O SON DESTO?


Il convegno sta volgendo alla fine. Mi trascino stancamente nella sala cinema dove stanno proiettando un film. Tutti i posti sono occupati. Mi rassegno a stare in piedi, quando un collega mi fa un cenno.
"Laggiù c'è un posto libero" mi dice, e indica una direzione. Lo ringrazio e finalmente mi siedo. Sono stanco, i miei piedi sono doloranti. Accanto a me c'è una ragazza, alla quale non rivolgo nemmeno un'occhiata. Il film è interessante, anche se è quasi terminato. Dopo poco tempo si accendono le luci. Quello è il mio ultimo ricordo della giornata.
Quando mi sveglio, il mattino dopo, mi ritrovo in una vasca da bagno. Non sono solo. Percepisco l'acqua tiepida e soprattutto il calore di un altro corpo. Le mie gambe e i miei piedi sono intrecciati con quelli di una donna, che sta ancora dormendo. Entrambi siamo nudi.
Meravigliato, stupito, attonito, rimango immobile per un lungo istante. Poi il mio corpo inizia a reagire, stimolato da quella sensuale e calda presenza. La donna, senza risvegliarsi, inizia a muoversi. I suoi non sono, tuttavia, i movimenti di chi è pronto ad accogliere, ma di chi respinge. Non mi vuole.
Mi divincolo, mi alzo in piedi, scavalco con una certa difficoltà le alte pareti della vasca da bagno ed esco fuori. Mi dirigo nell'ambiente attiguo, una minuscola stanza con un letto, che è intatto. Voglio andare via, e mi metto alla ricerca dei miei vestiti. Che non riesco a trovare.
"Vieni qui". La donna, che deve essersi svegliata.
Obbedisco - che altro posso fare? - e ritorno da lei.
La guardo. Si sta stiracchiando con voluttà. Esegue delle piccole mosse, quasi una specie di ginnastica dolce. Ha i capelli lunghi, leggermente umidi, il corpo bianco e snello. I suoi occhi brillano.
Mi avvicino, allungo un braccio, e la tocco. Lei sembra gradire. Accarezzo le sue cosce, il ventre, infine i seni, che sono morbidi, quasi privi di reale consistenza. Lei chiude gli occhi e si passa più volte la lingua sulle labbra.
"Proviamo a fare l'amore" dice.
Annuisco.
"Lì dentro?" domando.
"No, andiamo sul letto" risponde lei. "Prima aiutami a svuotare la vasca" aggiunge.
"D'accordo" rispondo. "Dimmi che cosa devo fare".
Lei si mette a sedere. Poi inizia a dare spiegazioni.
"Sui due lati, proprio di fronte te, ci sono delle leve. Devi sganciarle, entrambe, e poi farle scorrere verso il basso. Lei hai trovate? Ecco, così. Giù, fino in fondo. Bene. Adesso devi smuovere il pannello, quello che ricopre lo smalto. No, non così, tiralo verso di te. Piano. Vedi quella piccola fessura? Guarda bene. All'interno c'è un telo. Afferralo in alto e in basso e poi sfilalo lentamente. Piano, con calma, altrimenti si può strappare. Adesso puoi rimuovere completamente il pannello. Appoggialo dietro di te. In fondo, sulla sinistra, c'è uno sportello. Sì, proprio quello. Devi fare leva e aprirlo. Non ci riesci? Prova di nuovo".
Ne ho abbastanza. Mi rialzo dalla posizione accovacciata in cui mi trovo.
"Che cosa fai, rinunci?" dice la donna. Nella sua voce c'è delusione.
"Non amo i preliminari troppo lunghi" dico, prima di lasciare la stanza. Nudo.

domenica 20 marzo 2016

AUSTRALOPITECHI



Non sono affatto estinti. No, sono ancora tra noi, anche se sono rimasti in pochi. Mi riferisco a quelli che, in maniera un po' scherzosa, mi piace chiamare australopitechi, dal nome di un genere di ominidi che si ritiene essere appartenuti alla linea evolutiva dell'uomo.
A volte succede di incontrare qualcuno di loro.
Mi è capitato proprio la settimana scorsa mentre stavo viaggiando in treno. Negli ultimi tempi, per i miei spostamenti di affari, preferisco l'utilizzo di tale mezzo. In parte perché il treno, a differenza dell'automobile, permette di rilassarsi, leggere un libro, sfogliare una rivista, sonnecchiare oppure di perdersi nei propri pensieri; in parte perché, da quando ho avuto un brutto rovescio finanziario, la macchina l'ho dovuta vendere.
Poco dopo che il treno si è avviato dalla stazione ho notato quell'esemplare di australopiteco. Stava dall'altra parte del corridoio, un paio di posti davanti al mio. Appena l'ho visto, compreso chi fosse, ho iniziato a osservarlo con morbosa curiosità. Era rannicchiato sul sedile, e stringeva qualcosa tra le grosse mani. A intervalli regolari emetteva dei piccoli grugniti di fastidio e di insofferenza. Inoltre non riusciva a stare fermo, si agitava di continuo, cambiava posizione, pareva quasi che il comodo sedile del treno ad alta velocità gli scottasse le natiche. Sono convinto che, se al posto del sedile ergonomico ci fosse stato uno scranno di pietra, quell'infelice avrebbe sofferto di meno. A un certo punto mi sono sporto di più dal mio posto per riuscire a scrutare meglio e ho finalmente capito quale fosse l'oggetto che il primitivo teneva tra le mani: si trattava di un moderno smartphone. L'australopiteco picchiava con forza sul display dell'apparecchio, pensando forse che fosse dotato di tasti. Oppure, altra ipotesi, pur conoscendo l'esistenza dello schermo touch screen (forse qualcuno, dotato di infinita pazienza, glielo aveva spiegato) le sue dita troppo grosse non avevano la necessaria sensibilità per attivare le varie funzioni dell'aggeggio.
Così l'ominide si innervosiva sempre di più, disturbando, tra l'altro, lo sventurato passeggero seduto accanto a lui. La scena, dunque, è diventata penosa. Insostenibile, per il mio animo sensibile, la visione dei vani sforzi di quel disgraziato. Non ho retto più e mi sono spostato in prima classe, pur non avendo il biglietto, per non soffrire più.
Avevo assistito a una scena simile appena qualche mese prima. Mi trovavo in un bar per il consueto tè delle cinque. Quando arrivò il cameriere con l'ordinazione rimasi raggelato: era di sicuro uno di loro. Lo sciagurato avanzava con passi insicuri sul lucido pavimento di marmo. Si trattava di un grosso esemplare, stretto in una giacchetta che minacciava di esplodere da un momento all'altro. Il palmo della sua mano era più grande del vassoio che reggeva teiera e tazza. Quando posò con movimenti incerti e legnosi quest'ultima sul tavolo chiusi gli occhi: una piccola pressione di quelle dita tozze e robuste avrebbe potuto stritolarla senza difficoltà. Esaurito il suo compito mi fece un cenno di saluto. Cercò anche di sorridere, ma il suo sorriso non era altro che uno spaventoso ghigno. Mentre si allontanava gli lanciai un'ultima occhiata. Era completamente fradicio di sudore: sulla fronte, sul naso, dal collo colavano rivoli d'acqua che si insinuavano nello stretto colletto. Sulla sua mascella quadrata si intravedeva un'ombra di barba (per questi individui primordiali non sono sufficienti neppure tre rasature giornaliere).
Finalmente mi rilassai e sorseggiai il mio tè. Mi augurai di non imbattermi mai più in un individuo di quella specie perché tali incontri mi provocano sempre un profondo turbamento. Invece, come si è visto, mi è accaduto di nuovo, in treno.
Sono rimasti in pochi, è vero, ma possono essere ovunque.

mercoledì 9 marzo 2016

SUPERCHEF


Mi domando: che cosa rimane da fare a un giovane di bell'aspetto e di belle speranze, da tempo in cerca di lavoro, se non tentare la strada della notorietà televisiva?
Ho provato a partecipare ai provini per il Grande Fratello. Sono rimasto per tre giorni sotto il sole e la pioggia senza mangiare né bere. Alla fine ho dovuto rinunciare per sfinimento. La fila non era avanzata di un solo metro. Ho dovuto ripiegare su X Factor. Il canto non è la mia attitudine principale tuttavia ho azzardato lo stesso. Se si è disperati occorre mettersi in gioco senza esitazioni. Quando ho cantato, urlando a squarciagola, "...e se io muoiooo da artigianooo..." sono stato cacciato a pedate. Niente da fare. Non rimaneva che un'ultima possibilità: la famosa gara culinaria proposta dalla Pay Tv Earth, Superchef. Ovviamente io non so cucinare. Anzi, odio tutto ciò che ha a che fare con la cucina, tranne mangiare. Con mia grande sorpresa ho superato la pre-selezione, che consisteva semplicemente in un colloquio (mi è stato domandato, tra l'altro, se sul pesce si può grattugiare il formaggio. Ho tirato a indovinare e ho azzeccato la risposta esatta).
E adesso il gran giorno è arrivato. Mi trovo qui, pronto a partecipare alla selezione vera e propria, alla prova che potrebbe garantirmi un posto tra i concorrenti di Superchef. Prova che consiste nella preparazione di un piatto a scelta da sottoporre alla valutazione dei terribili giudici. Ed eccoli, i tremendi esaminatori, schierati proprio di fronte a me.
Ecco Giancarlo Bracco, il super figo, l'idolo delle donne. Le sue due stelle sono ormai ammuffite perché da almeno dieci anni non cucina più, i maligni dicono che non ne è più capace, ha dimenticato tutto ciò che conosceva. Trascorre tutto il suo tempo nei salotti televisivi, partecipando a party, eventi vari e presentazioni di suoi libri, tutti di grande successo, tra i quali ricordo Il filetto perfetto e Il pasto rimasto - l'arte di cucinare con gli avanzi. Accanto a lui c'è Giacomo Barbera. Di lui si dice che sia un gran bevitore e soprattutto che sia gay. Lui non lo ha mai ammesso. Quando, durante le interviste alle quali si sottopone di continuo, gli viene domandato con malizia quali siano i suoi rapporti con le donne, risponde immancabilmente: "Da quando sono diventato un personaggio noto, volo di fiore in fiore. Sapete, io sono scapolo". Barbera dimentica di precisare che i fiori di cui parla non sono orchidee, margherite o primule, bensì narcisi, gerani e caprifogli. Appuntate sul vezzoso e attillato maglioncino porta le sue tre stelle di cartone, che lo fanno sembrare uno sceriffo bulimico. Poi c'è Mino Turacciuolo, due chef in uno tanto è grosso. Un autentico armadio. Pure lui non si cimenta con i fornelli da tanto tempo, anche se continua a recarsi ogni giorno nella cucina del suo elegante ristorante. Va in cucina soltanto per mangiare, e spazzola tutto quanto trova a portata di fauci: cibi cucinati, pre-cotti e crudi. Una volta è stato sorpreso nella cella frigorifera mentre succhiava con avidità un grosso pezzo di manzo. L'ultimo giudice non è uno chef, bensì un imprenditore nel campo della ristorazione e dell'industria vinicola. È italo-americano e si chiama John Bastacosich, detto Bastian Contrario. Nel corso della sua carriera pare abbia aperto quindici ristoranti e ne abbia chiusi più di venti. Lo so, i conti non tornano, ma sulle riviste di gossip (sulle quali è sempre presente, insieme alla mamma, alla nonna e alla bis-nonna) sta scritto così.
Ci siamo, tocca a me, devo presentare il piatto che ho cucinato, dal quale dipenderà il mio destino.
"Vieni avanti" dice Bracco con un ghigno.
Sposto il carrello e mi posiziono di fronte ai quattro carnefici.
"Come ti chiami?"
"Natale" rispondo.
"Sei nato a Pasqua?" dice Bastian Contrario. Tutti ridono.
"Che cosa fai nella vita?" chiede Barbera.
"Sono disoccupato".
"Non hai voglia di lavorare?" chiede l'odioso italo-americano. Nuove sghignazzate del quartetto.
"Sono perito elettrotecnico" dico, in un sussulto di dignità.
"Bene, allora ci presenterai un piatto elitri...zante!" Ancora il ripugnante ristoratore, che mi ha preso di mira. Cerco di mantenermi calmo.
"La mia filosofia di cucina si impronta sulla estrema semplicità" dico. "Pochi ingredienti, e una ricerca ossessiva del sapore attraverso la loro esaltazione" aggiungo.
"Bene, allora non resta che assaggiare. Qual è il nome di piatto?" dice Bastian Contrario, che poi si avvicina.
"Pasta in bianco" annuncio, serio. Lui fa una smorfia, poi afferra una forchetta. e infilza alcune penne.
Porta alla bocca, altra smorfia.
"Questo piatto..."
"...è una merda" concludo io.
"Stop!" interviene il regista.
"Quello lo doveva dire il signor Bastacosich, non lei!"
"E perché non me l'avete detto?"
"Pensavamo avesse visto le altre edizioni del programma. Su, riprendiamo."
Bastian Contrario, come da copione, sputa la mia pasta in un bidone e poi ritorna al suo posto scuotendo la testa.
È la volta di Barbera. Assaggia il mio piatto, e anche lui scuote il testone.
"È un piatto triste" dice, con espressione desolata. "La pasta è scotta, troppo peperoncino, e poi questa erba cipollina secca suscita malinconia". Se ne va e lascia il posto a Turacciuolo, il quale assaggia a sua volta. Poi, continuando a masticare, mi guarda.
"In questo piatto non c'è amore" dice.
"Chef..." dico io.
"Eh?"
"Anche se non c'è amore se la sta mangiando tutta, ne lasci un po' per chef Bracco".
Lui piega con le mani la forchetta, la butta e poi se ne va. Il pavimento trema.
Bracco mi si mette di fronte, avvicina il suo viso al mio, mi squadra fisso a lungo con i suoi occhi gelidi.
"Non ho nessuna intenzione di assaggiare" dice alzando la voce. "Tu ci stai prendendo in girooo!" urla.
"Il mio verdetto è no" dice Barbera.
"No" dice Turacciuolo. "Ed era anche poca" aggiunge.
"Anche per me è no" dice Bracco.
"Questo ci ha preso per culo" dice Bastian Contrario. "Vai via!"
"Posso dire una cosa?" domando.
"Vuoi salutare mamma e fidanzata?" dice Bastacosich, beffardo.
"No, volevo dirvi di andare affanculo!"
"Stop!" interviene il regista. "Tagliate!"
Esco dallo studio. Purtroppo è andata male. Non tutto è perduto, però. Ho sentito dire da un tecnico delle luci che stanno per iniziare le selezioni per un nuovo programma, L'isola degli sconosciuti, vuol dire che proverò lì. Mai arrendersi.

domenica 6 marzo 2016

IL CANNIBALE


Dura la vita da scapolo. Giorno dopo giorno si cerca di protrarre il più possibile l'ora di uscita dal lavoro, dove si è in piacevole compagnia, dopodiché si vagabonda a vuoto attraverso la città per almeno un paio di ore, tanto che si esaurisce la voglia di andare in qualche supermercato allo scopo di raccattare a casaccio cibo spazzatura destinato a occupare in maniera triste i ripiani del frigorifero, luogo freddo e desolato.
Adesso sono quasi le otto di sera, ho una fame tremenda, dunque non mi rimane che recarmi dal mio amico Oreste, il gestore dell'omonimo bar-trattoria. Un epilogo scontato, ormai abituale, delle mie giornate.
Il locale è rumoroso, pieno di gente, caotico, ammorbato da odore di cibo. Mi avvicino al bancone dietro al quale Oreste dirige la sua dissonante orchestra.
"È rimasto un posticino per me?" gli domando.
Lui mi guarda preoccupato, poi dà un'occhiata verso i tavoli, sempre più corrucciato.
"È pieno zeppo" dice. "Non sei capitato in un bel momento".
"Merda, ma io ho fame!" mi lamento con tono infantile.
Oreste mi zittisce con un gesto.
"Aspetta, potresti chiedere a quel signore che sta cenando da solo se è disposto a ospitarti al suo tavolo".
"Chi è?"
"Oh, è uno di quelli" dice il mio amico, abbassando la voce.
"Un omosessuale?"
"Ma no! È un mangiatore d'erba".
"Un vegetariano? Un vegano?" domando, curioso.
"Non chiedere a me, di quelle cose non capisco nulla. So soltanto che non mangia né carne né pesce né uova né formaggio. Mi limito a servirgli roba verde e lui sembra soddisfatto. Non ho mai capito se mangia le patate oppure no e non ho mai avuto il coraggio di chiedere".
"Credo le mangi, e pure le carote" inizio a dire quando intravedo Marzia, la giovane cuoca di Oreste, che sbuca dall'inferno della cucina. Il suo viso, sebbene sudato e congestionato, è grazioso come sempre. La ragazza si sporge dal bancone e mi stampa un bacio in fronte. Poi appoggia le mani ai fianchi.
"Allora, che cosa ti preparo?" chiede.
Sorrido.
"Il solito: una bistecca enorme, spessa tre dita e cotta al sangue, con una montagna di patatine fritte".
Lei annuisce, allunga la linguetta maliziosa e sparisce in cucina, di corsa.
Mi reco al tavolo indicato da Oreste.
"Buonasera" dico. "Mi ospiterebbe al suo tavolo? Sa, il locale è pieno e..."
L'uomo smette di masticare, posa la forchetta e mi guarda. Avrà cinquant'anni, i tratti del viso affilati, i capelli radi e già grigi, una barbetta a punta della stesso colore. Sembra una capra.
"Volentieri" dice con voce sottile e dal timbro metallico. "È sempre piacevole mangiare in compagnia".
Lo ringrazio.
"Le devo dire una cosa" aggiungo. "Io non sono vegetariano, o vegano, spero quindi non le dia fastidio se..."
Mi zittisce con un cenno.
"Non ho nessun problema" dice. Rincuorato, mi siedo.
"Lei è molto tollerante" dico.
"Perché?" chiede lui inforcando delle foglie di insalata.
"Di solito chi non mangia carne assume posizioni integraliste, stigmatizza i comportamenti diversi dai suoi, tenta di insinuare negli altri sensi di colpa, oppure cerca di fare proseliti".
"Non è il mio caso" dice, attaccando un enorme piatto di spinaci. "Mi limito a non cibarmi di alcuna specie animale, le altre persone sono libere di fare quel che meglio credono".
Annuisco compiaciuto. Il cameriere, trafelato, mi porta il piatto. Dalla mia bistecca si spande un profumo invitante. Per me. Sbircio un po' allarmato il mio commensale: è impassibile. Taglio la spessa fetta di carne a metà, vedo minuscole gocce di sangue che trasudano dalla polpa, giudico la cottura perfetta. Brava Marzia. Porto alla bocca un grosso pezzo di carne, mastico estasiato. E poi le patatine, fritte nel grasso, e una lunga sorsata di birra ghiacciata.
"È da tanti anni che non mangia carne?" domando al mio compagno di tavolo dopo aver inghiottito il boccone.
"Sì, tanti" risponde lui rimanendo con la forchetta a mezz'aria, colma di zucchine.
"Quindi non si ricorda più com'é il sapore".
"No, non me lo ricordo più".
"E dunque non si ricorda nemmeno più se un tempo le piaceva" aggiungo.
Lui smette di masticare, posa forchetta e coltello con un gesto brusco e mi pianta gli occhi addosso.
"Certo che mi piaceva" dice alzando un po' la voce. "E mi piace tutt'ora! Non ho mai detto che non mi piace la carne! Ho detto soltanto che non mangio carne di alcuna specie animale!"
Alcuni avventori si girano a guardare. Mi sento un po' in imbarazzo.
"Io amo la carne umana!" prosegue faccia di capra, sempre più infervorato. "La adoro! Il fatto è che non la posso mangiare. No, non la posso mangiare, purtroppo. È proibito, dicono". Poi rivolge il suo sguardo a un piattino colmo di cetrioli, ne infilza uno con rabbia e lo porta alla bocca.
Colto da nausea improvvisa, mi alzo e scappo di corsa verso la toilette.