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sabato 19 settembre 2015

NEL CIELO


Non la vedo da cinque anni. Adesso è tornata, ed è qui di fronte a me. Sono sempre stato innamorato di mia cugina Lilla. Un amore senza speranza che non è mai stato ricambiato. Lei è più grande di me e non credo si sia mai accorta del mio folle e disperato interesse. Lilla si avvicina, mi abbraccia con trasporto, io mi incollo al suo corpo caldo. Poi ci stacchiamo e, sempre senza parlare, ci osserviamo.
Lilla è cambiata. È ancora più bella, tuttavia gli evidenti mutamenti un po’ mi disturbano. Ho l’impressione che sia più alta, le sue spalle sono più robuste. I suoi capelli, che prima erano scuri, adesso sono biondi.
“È così che li dobbiamo portare” dice, notando dove punta il mio sguardo. Sono le sue prime parole.
“Sono contento di rivederti” rispondo. Lei annuisce.
“Vieni, sediamoci” dico, e indico una panchina. Ci troviamo in un parco, all’insaputa dei nostri genitori. I miei, in particolare, non vogliono che io la veda. Non dopo ciò che ha fatto.
È quasi buio e nel parco non c’è più nessuno.
“Anche tu sei cresciuto” dice Lilla.
“Avrei voluto rimanere in contatto con te, ma non è stato possibile” dico.
“No, non è proprio possibile. Non ho mai sentito neppure papà e mamma. Si tratta di una regola che non prevede deroghe.”
“Perché lo hai fatto? I tuoi non erano d’accordo.”
Lilla si stringe nelle spalle, sorride.
“Non lo so” dice. “Ne ho avuto la possibilità, e l’ho fatto. Era un’occasione incredibile, che capita a pochi. Mi sembrava assurdo lasciarla sfuggire.”
La guardo.
“Tutto qui?”
“No, in realtà l’ho sempre voluto.”
“Già, era il tuo sogno, fin da bambina.”
“È vero, anche se allora mi sembrava qualcosa di impossibile. Invece quel sogno si è avverato.”
“E come è stato l'intervento?” domando. La mia voce è incerta. Mi ero ripromesso di non farle questa domanda ma non ho resistito. È tardi per pentirsi.
Lilla fa una smorfia. Forse ripensa al dolore e alla sofferenza che ha provato.
“È difficile per me parlarne. Sono stati momenti pieni d’angoscia. All’inizio credevo di non farcela, anche perché non sapevo più chi fossi. Mi sentivo un mostro. Poi, poco alla volta, mi sono abituata alla mia nuova condizione. Dopo sono iniziati i lunghi anni di studio e le esercitazioni pratiche. Quando l’ho fatto per la prima volta, anche se è stato un mezzo disastro, tutti i miei dubbi sono svaniti. Ero felice.”
Lilla sorride. Credo dica la verità e che sia davvero felice.
“E adesso? Che cosa farai?” chiedo.
“Non ci ho ancora pensato. Sai, per quelle come me le occasioni non mancano. Mentre frequentavo gli ultimi mesi all’Accademia ho ricevuto alcune proposte.”
“Sul serio? Quali?”
“Be’… testimonial in alcune importanti campagne pubblicitarie, sfilate di moda, televisione…”
“E l’esercito?” domando. Ho avuto la soffiata da mio fratello.
“Sì, anche l’esercito, anche se non dovrei dirlo. Vuoi ridere? Ho ricevuto una proposta di lavoro pure da un circo!”
“Un circo! Credevo non esistessero più.”
Lilla diventa seria all’improvviso.
“Ehi! Guarda che mi hanno proposto di fare l’acrobata, non il fenomeno da baraccone!” dice.
“Non l’avevo assolutamente pensato” dico, mentendo.
Lilla si sposta sulla panchina. Per lei non è molto agevole stare seduta.
“Adesso basta parlare di me, dimmi ciò che hai fatto tu in questi anni” dice.
“Io? Nulla, a parte la scuola.”
“Che cosa studi?”
“Geografia.”
Lilla scoppia a ridere.
“Non c’è più nessuno che studia geografia! No, scusami, sto scherzando.”
“Se avrò bisogno di qualche lezione sui venti potrò contare su di te?” chiedo, cercando di non mostrarmi offeso.
“I venti non hanno più segreti per me” dice Lilla.
Rimaniamo per alcuni istanti in silenzio. Avrei ancora tante cose da chiedere a Lilla ma sono un po’ bloccato. La nuova Lilla mi intimidisce.
“Per caso sei ancora innamorato di me?” chiede a bruciapelo. Avvampo, e c’è ancora troppa luce affinché la mia reazione passi inosservata.
“Ma…” balbetto.
“Non negare, l’ho sempre saputo che eri innamorato di me. Non ti ho mai assecondato perché ti consideravo ancora un bambino.”
“Avevo quindici anni…” La mia voce trema.
“Appunto, un bambino. Io ne avevo venti.”
“Vuoi dire che anche tu provavi qualcosa per me?” riesco a domandare.
“Qualcosa, sì.”
“E adesso?”
Lilla mi prende le mani.
“Adesso? Guardami bene, adesso tutto è cambiato.”
Annuisco sconsolato.
“Ti posso chiedere una cosa?” dico.
“Dimmi.”
“Lo faresti? Solo per me.”
Lilla scuote il capo. I suoi capelli mi sfiorano il volto.
“Le esibizioni sono proibite.”
“Pochi secondi, in cambio dell’amore che mi hai negato.” La mia è quasi una supplica.
Lilla mi scruta a lungo con i suoi stupendi occhi blu. Poi si alza in piedi e prende una breve rincorsa. Sento i suoi passi rapidi, accompagnati da uno strofinio di seta. Vedo Lilla che spiega le sue grandi ali bianche e che si libra nel cielo.


sabato 12 settembre 2015

COPRIFUOCO


Lo andarono a prendere alle prime luci dell’alba. Lui se lo aspettava, sapeva di avere trasgredito, tuttavia per qualche ora aveva sperato di averla fatta franca, come già era accaduto un paio di anni prima. Erano in due, ed erano grossi da far paura e di poche parole. Lo strattonarono, lo ammanettarono e poi lo trascinarono giù dalle scale, incuranti del fatto che non aveva opposto alcuna resistenza. Lo fecero sfilare tra i suoi vicini di casa che scuotevano il capo, increduli, combattuti tra commiserazione e condanna. Lo introdussero strattonandolo in una lunga automobile nera che partì sgommando. Lo condussero alla stazione di polizia, un tetro edificio situato in periferia, dove rimase quasi tre ore ad aspettare, seduto su una scomoda sedia e sempre con le manette ai polsi, sorvegliato da un agente che puzzava di cipolla. Finalmente lo accompagnarono nella stanza degli interrogatori, dove trovò ad aspettarlo due uomini senza divisa. Il primo, di corporatura robusta, completamente calvo e con lo sguardo cattivo, era sistemato dietro a una scrivania scura con il piano completamente sgombro. L’altro, secco e dall’aria patibolare, era quasi nascosto dietro al video del computer. Gli tolsero le manette, gli offrirono un bicchiere d’acqua. Il liquido, un po’ torbido, sapeva di marcio. Lo bevve ugualmente perché aveva la gola secca. Il poliziotto in divisa uscì e lui rimase in balìa dei due uomini.
“Io sono Ciop” disse quello calvo. “E lui è Cip” aggiunse indicando il compare. Poi sfilò da un cassetto della scrivania un unico foglio, sul quale comparivano delle annotazioni scritte a mano.
“Romeo Saltinbeni, che cazzo di nome” disse ridacchiando. La sua voce era bassa, catarrosa.
“Il reato di cui sei accusato non prevede la presenza di un avvocato durante il primo interrogatorio. Puoi scegliere se rispondere oppure no. Il tuo eventuale silenzio sarà considerato ammissione di colpa. Allora?”
“Scelgo di rispondere.”
“Bene. Che cosa hai fatto questa notte?”
“Niente, ho dormito.”
Ciop vibrò una gran manata sulla scrivania.
“Ragazzo, non ti conviene mentire. Abbiamo un filmato. Alle due e trentaquattro minuti le luci di casa tua erano accese, e lo sono state per dodici lunghi minuti.”
“È vero” ammise Saltinbeni chinando il capo.
“Perché lo hai fatto?” lo incalzò Ciop.
“Un bisogno fisiologico.”
“Che cosa? Parla più forte, cazzo! Cip deve verbalizzare.”
Saltinbeni si schiarì la gola.
“Dovevo pisciare” disse.
Ciop scoppiò a ridere in maniera sguaiata.
“Dovevi pisciare!” ripeté. “Quindi vorresti dire che tu preferisci fare vent’anni di galera piuttosto che pisciare nel letto?”
“Mi disgusta pisciare nel letto. La vescica mi scoppiava, mi sono dovuto alzare.”
Ciop lo scrutò a lungo prima di parlare.
“Perché non ti sei alzato al buio?” domandò.
“Non lo so, è stato un riflesso condizionato. E poi non riesco a muovermi per casa al buio.”
“Ah! Perché non riesci a muoverti per casa al buio e non, invece, perché è proibito alzarsi.”
“Non volevo dire questo.”
“Però lo hai detto.”
Ciop sospirò.
“Sei nei guai, ragazzo. Dunque, ricapitoliamo: tu accendi la luce della stanza da letto, quella dell’ingresso e infine quella del bagno.”
“Sì”.
“E raggiungi la tazza e inizi a pisciare. Dico bene?”
“Sì.”
“E rimani per ben dodici minuti con il tuo minuscolo uccello in mano.”
“No, ho fatto ciò che dovevo fare e poi mi sono lavato le mani” disse Saltinbeni, che era sempre più pallido in volto.
Ciop scoppiò di nuovo a ridere.
“Ehi! Cip, hai sentito? Questo frocetto è un maniaco dell’igiene!”
Cip sogghignò e poi riprese a picchiare sulla tastiera. Il compare ritornò serio di colpo e assunse un’espressione truce.
“E poi? Che cosa hai fatto dopo? Dal filmato si vede accendersi anche la luce del soggiorno. A quel punto il tuo appartamento era ormai simile a un fottuto albero di Natale! Che cosa credevi di fare, piccolo stronzo?”
“Mi è venuta voglia di bere un bicchiere d’acqua, e l’ho fatto” disse Saltinbeni.
“Non potevi aspettare il mattino, come fanno tutti?”
“Non ci ho pensato. Ormai ero alzato e…”
“Sei un coglione, Romeo Saltinbeni, e sei in guai grossi come una casa” lo interruppe Ciop.
“Mi spiace…” tentò di dire il ragazzo.
“A me non spiace affatto” disse l’altro, compiaciuto. “E poi, che cosa hai fatto? Dopo che ti sei abbeverato, intendo” aggiunse.
“Ho spento le luci e sono tornato a dormire.”
“E dopo aver commesso un tale crimine tu sei riuscito a dormire tranquillamente?”
“No, non sono più riuscito a prendere sonno. Avevo paura.”
“E lo credo! Se hai detto la verità, pur applicando tutte le attenuanti, te la caverai con una quindicina d’anni di gabbio, altrimenti…” Ciop lasciò in sospeso la minaccia, poi riprese a parlare.
“Adesso ti sbattiamo dentro, nei prossimi giorni potrai consultare un avvocato. Hai fatto una grossa cazzata, ragazzo. Hai violato la notte, e la notte è sacra, la notte è fatta per dormire.”
Romeo Saltinbeni cominciò a piangere, prima in maniera sommessa, poi con rumorosi singhiozzi.

sabato 5 settembre 2015

FUOCO SELVAGGIO


L’uomo all’improvviso posa la tazzina.
“Ahi!”
“Roberto, che cosa c’è?” domanda la moglie.
“La schiena, mi fa male.”
“La schiena? Hai fatto qualcosa? Qualche sforzo particolare?”
“No, non ho fatto nulla. Accidenti, che dolore.”
“Fammi vedere.”
La donna si avvicina al marito e gli solleva la maglietta.
“Ehi! Ci sono delle strisce rosse.”
“Eh?”
“Sì, su tutta la schiena. Sembra che ti abbiano frustato!”
“Non scherzare, che cosa può essere?”
“Sai che ti dico? Potrebbe essere fuoco di Sant’Antonio.”
“Sei sicura?”
“Sì, ricordo che l’ha avuto anche mio padre. Devi andare subito dal medico.”
L’uomo, tra una smorfia e l’altra, guarda la moglie.
“Dal medico? E perché?”
“Roberto, che cosa stai dicendo? Quando si è ammalati si va dal medico.” La donna non riesce a nascondere l’evidente stupore.
“Certo, quando si è ammalati, non quando si ha il fuoco di Sant’Antonio.”
“Roberto…”
“Andrò da Michëina.”
“E chi sarebbe? Una dottoressa?”
L’uomo, nonostante il dolore, riesce a sorridere.
“Beh, non proprio.”
“Allora?” lo incalza la moglie.
“È quella vecchietta che abita in fondo al paese. Hai presente? Vicino alla stazione di servizio.”
“Quella casa mezzo diroccata?”
“Proprio quella.”
“Quella vecchia è una strega!” esclama di colpo un ragazzino di circa dieci anni che fino a quel momento aveva assistito in silenzio al dialogo dei genitori.
“Marco! Che dici?” lo rimprovera la madre.
Il bambino solleva le spalle.
“A scuola dicono tutti così.”
“Smettila.”
“Non è una strega, è una specie di guaritrice” dice l’uomo. “Scaccia il fuoco di Sant’Antonio.”
“Ma tu sei pazzo! Vuoi dirmi che credi a queste cose?”
“Certo”
“Non voglio più sentire questi discorsi! Tu andrai dal medico, intesi?”
“Mmm…”
“Prometti!”
“Vedremo…”
“Incredibile! Mio marito che crede alle fattucchiere!”
“Michëina non è una fattucchiera.”
“Basta così!”
La donna, alterata, esce dalla cucina.


L’uomo bussa alla porta.
“Avanti, è aperto.” Una voce sottile, un po’ stridula.
L’uomo entra e si trova in penombra. La vecchia è seduta. È piccola e magra, quasi rinsecchita. È vestita di nero, porta un fazzoletto in testa dal quale scappano alcune ciocche bianche, il viso è solcato da un dedalo di rughe antiche. Nell’unica stanza della misera casetta, dove c’è pure il letto, ristagna un odore di cipolle.
“Hai il fuoco di Sant’Antonio” dice la vecchia scrutando l’uomo.
“Come ha fatto a capirlo?”
Lei non risponde, scuote il capo e fa un gesto con la mano, come a scacciare una mosca che non c’è.
“Siediti su quello sgabello e togliti la camicia” ordina. L’uomo, un po’ intimorito, ubbidisce.
La vecchia gli si avvicina e gli unge la schiena con qualcosa che sembra olio. Poi prende una pezza imbevuta di qualche liquido, la accende con un fiammifero di legno, e inizia a passare la fiamma a pochi centimetri dalla pelle.
“Stai fermo” intima all’uomo. Poi inizia a recitare una strana formula, più volte.
Feu servaj scàpis che l’ot feu te ciàpis!” E poi ancora e ancora. L’uomo sembra sempre più impaurito ma non osa muoversi. Finalmente il rito termina.
“Adesso puoi andare” dice la vecchia, che appare esausta.
“Grazie” dice l’uomo, che si riveste e mette mano al portafoglio.
“No! Non mi devi niente” quasi lo aggredisce la vecchia.
“È per il disturbo…”
“Non posso accettare nulla, altrimenti il dono svanisce” dice lei. Poi si siede. L’uomo ringrazia ancora, saluta ed esce.


“Capisco, signora” dice il medico. “Vede, il fuoco di Sant’Antonio, o per meglio dire l’Herpes Zooster, è una malattia insidiosa che richiede cure specifiche. È necessario impiegare farmaci antivirali per cercare di assicurare una piena e definitiva guarigione. E quasi sempre tali farmaci danno ottimi risultati. In caso contrario c’è il rischio che l’affezione si cronicizzi. Comunque non si deve preoccupare, mi mandi suo marito al più presto e vedrà che risolveremo tutto.”
La donna guarda a lungo il medico prima di parlare.
“Sa qual è la cosa che mi preoccupa davvero?”
“Mi dica, signora.”
“Il giorno dopo essere andato da quella vegliarda mio marito era guarito, completamente guarito.”
“Il giorno dopo? È impossibile!”
“Pensavo che lei potesse darmi una spiegazione” dice la donna.
“Mi dispiace…” Il medico allarga le braccia, la donna si alza e se ne va, rassegnata e delusa.
Il medico si passa più volte le dita sulle palpebre. Poi alza lo sguardo e vede il suo diploma di laurea incorniciato e appeso sul muro di fronte. Scuote il capo più volte, sconsolato. Poi si ricorda di sua nonna. La vecchietta riceveva spesso uomini e donne a casa sua, a tutte le ore del giorno, persone giovani e meno giovani. All’improvviso il medico rammenta anche le parole che a volte sentiva pronunciare dall’anziana donna e che a lui, bambino, risultavano del tutto prive di significato e alle quali non badava più di tanto. Ed è come se le risentisse proprio in quel momento, forti e chiare.
Feu servaj scàpis che l’ot feu te ciàpis!”
“Avanti il prossimo!” dice il medico, che è fradicio di sudore.

VIDEOCLIP


Scendo le scale di un piano, poi busso. Dopo qualche istante sulla soglia appare un ragazzo. È alto e sottile, e sorride.
“Ciao, sono il tuo vicino. Quello del piano di sopra” dico.
“Oh, ciao.”
“Ascolta, vorrei dirti che…”
“Perché non entri?” mi interrompe.
“No, il fatto è che...”
“Vieni” dice. Poi mi volta le spalle ed entra nell’appartamento. Sono costretto a seguirlo.
Subito mi trovo di fronte un enorme televisore, sul quale scorrono le immagini di un video musicale di un gruppo hip-hop, e dal quale proviene un grande baccano, proprio ciò che mi ha costretto a quella visita.
“Aspetta” dice il ragazzo, prima di abbassare completamente il volume.
Mi guarda, e la sua espressione è disarmante.
“Dimmi tutto.”
Scuoto il capo. La mia irritazione scema.
“Ecco, il problema era proprio questo. Il volume. Era troppo alto e mi disturbava.”
“Oh, ti chiedo scusa, non me ne ero accorto. Mi ero lasciato trascinare dalla musica. A te non piacciono i videoclip?”
Non ha capito nulla. Sospiro.
“Vedi, la questione non è se mi piacciono o meno i video, ma che il volume eccessivo può infastidire.”
“Ah, però non ti piacciono, vero?”
“Se proprio lo vuoi sapere no, non mi piacciono.”
Lui riflette un attimo.
“Forse perché non ti piace la musica, oppure…”
“Oppure perché sono vecchio” lo blocco.
Sul suo bel viso si forma un’espressione di sincero stupore.
“Vecchio? Ma che dici?”
“Guarda che ho quasi cinquant’anni”.
“E con ciò? È un’età bellissima. Li vorrei avere io cinquant’anni.”
“Non sono per niente d’accordo. E comunque io amo la musica.”
“Ah!”
“Sei sorpreso? Il fatto è che la musica io preferisco ascoltarla e basta. Le immagini mi distraggono, mi impediscono di concentrarmi. Tutto qua.”
“Capisco. Sai, è interessante quello che dici. Non ci avevo mai riflettuto. Ehi, perché non ti siedi?”
Lui lo fa, e mi invita con un cenno ad accomodarmi accanto a lui, su un vecchio divano. Proprio in quel momento vedo spuntare un minuscolo bassotto che si avvicina guardingo alle mie gambe e le annusa. Io lo accarezzo e subito la bestiola si stende sulla schiena e mi offre il ventre.
“Si chiama Fanny, è una femmina” dice il ragazzo.
“È tuo?” domando.
“Oh no! È di Adriana.”
“La tua ragazza?”
“No, la mia compagna di appartamento. Siamo studenti. E poi c’è pure Alberto. Lui e Adriana sono…beh…sono una coppia.”
“Capisco. E tu non hai una ragazza.”
“No, assolutamente no.”
Annuisco.
“Ti posso chiedere una cosa?” dico.
“Certo.”
“Perché ti trucchi gli occhi?”
Il ragazzo scoppia a ridere. Poi si distende sul divano, si stiracchia come un gatto. La maglietta si solleva e intravedo il suo addome abbronzato, piatto e completamente glabro. Lui ridiventa serio.
“Non lo so. Mi piaccio di più.”
“E credi di piacere di più anche alle altre persone?”
“No, quello non mi interessa.”
“Scusa le mie domande da vecchio” dico.
“Smettila, tu non sei affatto vecchio. Anzi, sei un bell’uomo.”
Quelle parole mi imbarazzano, provocano un disagio che fatico a nascondere. Quelle parole, allo stesso tempo, mi fanno piacere. Di scatto mi alzo. Devo assolutamente andarmene.
“Vado” dico, fingendo indifferenza.
“Di già?” chiede il ragazzo, alzandosi a sua volta. Guardo i suoi capelli, lunghi e morbidi, ho la tentazione di farvi scorrere le dita. Ho il desiderio di accarezzare le sue guance lisce.
“Devo proprio” dico, e la mia voce trema.
“Va bene, però prometti che se esagererò con il volume tu verrai ancora a bussare alla mia porta e me lo dirai.”
“Verrò ancora a bussare alla tua porta” ripeto, come in trance. Poi esco, e sono davvero molto confuso.

giovedì 3 settembre 2015

IL CARNEVALE DI GIACOMINO



Cammino tra gli spaziosi ambienti del Museo del Carnevale stringendo la manina di mio figlio. Abbiamo quasi terminato la visita, non rimane che un’ultima sala, la più piccola. Cerco di evitarla, invano.
“Voglio vedere Giacomino!” strilla mio figlio. Mi abbasso e lo guardo negli occhi.
“Sei sicuro? Non avrai paura?”
Lui scuote il capo.
“Lo voglio vedere” ribadisce. È un ragazzino coraggioso.
“Va bene, andiamo.”
Il locale è in penombra. Addossata a una parete c’è un’alta teca di cristalla collocata in verticale. Al suo interno c’è Giacomino. Sembra che dorma, invece è morto. Meglio, è disattivato per sempre.
Sento le unghiette di mio figlio premere sul palmo della mia mano. Osserva spaventato quell’essere enorme che incombe su di noi. Si stringe a me mentre prosegue a guardare, attento. Per lui si tratta della prima volta, ma non per me. Anche se è passato parecchio tempo da quanto sono stato qui l’ultima volta, Giacomino non cessa mai di stupirmi. Fisso il suo grosso cranio, i ciuffi di capelli, il naso pronunciato, gli occhi uno diverso dall’altro e, soprattutto, le minuscole suture che uniscono la pelle del suo viso, quelle sotto la gola, sui suoi polsi. Rimpiango di non averlo mai visto quando era attivato.
Giacomino è stato prodotto alcuni anni fa nei laboratori di ingegneria biologica della nostra città. È alto quasi tre metri. Perché così alto? Per meglio distinguerlo dagli altri individui, da noi, disse una volta scherzando il professor B., il suo creatore, intervistato da una televisione locale. Il mostro, il bestione, Frankenstein, così era chiamato dalla gente. Soltanto in seguito si cominciò a chiamarlo Giacomino, il nome del contadino che più aveva contribuito alla sua creazione, donando l’intero suo corpo alla scienza. Il corpo di Giacomino era perfetto, la sua mente no. Era difficile interagire con lui, impossibile comprendere i suoi processi mentali. Un successo a metà, insomma. Alla fine fu disattivato, fino al momento in cui a qualcuno venne l’idea di utilizzarlo per il Carnevale. Una volta l’anno, il giorno di Martedì Grasso, l’essere gigantesco dalla mente di bambino veniva riportato in vita e obbligato a girovagare per la città. La gente lo affrontava, da soli o a gruppi, a mani nude. Per provare la propria forza, il proprio coraggio, per divertirsi. Dopotutto si trattava del Carnevale. Tutto ciò aveva comunque anche tremendi effetti negativi, per cui dopo otto anni si decise di porre fine per sempre a quel rito stravagante e violento. Si ritornò a festeggiare il Carnevale alla maniera classica, Giacomino fu disattivato in via definitiva e posto nella sua teca al Museo del Carnevale. Adesso è morto, morto per sempre, così come sono morti per sempre quei quattrocentoventotto sciagurati che lo hanno affrontato e hanno avuto la peggio. I loro nomi sono incisi sulle pareti della sala.
“Possiamo rimanere ancora un po’?” domanda mio figlio.
“Va bene, ma soltanto qualche minuto, altrimenti Giacomino si arrabbia” dico sorridendo.

domenica 16 agosto 2015

MIGRANTI



È dura la critica della Conferenza Episcopale Italiana nei confronti di opportunisti politici e demagoghi vari che utilizzano la questione dei migranti per beceri scopi propagandistici ed elettorali. Ma lo è altrettanto nei confronti del governo accusato di completa inerzia nell’affrontare un problema così spinoso. Allora, si sa che spesso gli alti prelati della CEI sono abituati a farla fuori dal vaso, a ingerire in maniera indebita, ma questa volta no. Hanno ragione. Lo stato italiano, riguardo il tema in oggetto, appare completamente impreparato e inadeguato, si limita a lanciare accuse all’Europa (solo in piccola parte vere) e a tentare di coinvolgere, in maniera goffa, le amministrazioni locali, nel tentativo di smistare confusamente gli sventurati profughi sull’intero territorio nazionale, coinvolgendo e mettendo spesso in difficoltà sindaci e presidenti di regione che non dispongono di risorse necessarie per garantire una dignitosa accoglienza ai migranti. Lo stato è colpevole, dunque, ma è soprattutto colpevole (l’attuale governo ma pure tutti gli altri che lo hanno preceduto) di non aver mai messo a punto a una seria politica sull’immigrazione. L’attuale caos è inevitabile.
Parliamoci chiaro: la maggior parte dei migranti arrivati finora sul territorio nazionale rimarranno nel nostro paese (e molti altri ne arriveranno finché non saranno risolte alcune complicate situazioni politiche in Siria, in Libia e in altri paesi). Le azioni di respingimento, si sa, non sono facilmente attuabili e, in ogni caso, rischiano di essere disumane. Anche sul fronte dei soccorsi in mare (da quando non è più attiva l’operazione Mare Nostrum) la situazione non è buona, anche se negli ultimi tempi è lievemente migliorata con il maggiore impegno dell’Unione Europea. Ciò non è comunque sufficiente per scongiurare nuove vittime tutti i giorni. È indispensabile creare al più presto corridoi umanitari legali per consentire a chi fugge da guerre e persecuzioni di cadere nelle mani dei cinici scafisti e di non rischiare la vita.
E dopo, che fare? Come detto prima è necessario affrontare la questione in maniera diversa. Mettere mano a politiche che non guardano solo l’emergenza, o il mese dopo. No, tali politiche devono essere a lungo termine, dieci anni, vent’anni e più. I migranti devono diventare da problema a risorsa. Servono politiche di integrazione efficaci che, necessariamente, devono passare da casa, scuola, lavoro e ridefinizione delle norme per l’acquisizione della cittadinanza.
Non importa se lo dice pure la CEI, in ogni caso facciamolo.



venerdì 14 agosto 2015

LE BELVE DI DON BOSCO



Torino, la città post-industriale, della Mole, della Sindone. Torino, la città dei caffè, dell’esoterismo, dei santi. Già, dei santi. Proprio in questi giorni, in pieno agosto, si festeggiano i duecento anni dalla nascita di don Bosco. Per l’occasione sono arrivati in città giovani (e meno giovani) da tutta Italia, da tutto il mondo. Un appuntamento pacifico e gioioso (in teoria). E li vedo, questi ragazzi colorati, e finalmente mi capita anche di incontrarli da vicino.
È tardo pomeriggio, ed è in corso un violento temporale. Vedo arrivare il bus e mi precipito, inseguito da un branco di selvaggi urlanti. Eh sì, sono proprio loro, i famosi (famigerati?) ragazzi di don Bosco. Saliamo sul mezzo, e quelli iniziano a spintonare, ad accalcarsi, a ignorare la presenza degli altri pochi passeggeri. Saturano il bus con la loro chiassosa e incivile presenza. Le urla, le grida, gli strepiti aumentano sempre più di volume. Qualcuno canta a squarciagola, canzoni di matrice religiosa che appaiono incongrue, sguaiate. Nessun rispetto per nessuno, esistono soltanto loro, gli altri passeggeri sbalorditi irritati atterriti storditi non contano nulla. Non esistono. Una delle belve non esita a promuovere il luogo di provenienza del branco. Non dirò qual è, non vorrei essere accusato di intolleranza, razzismo o peggio. Dirò soltanto che si trova in Italia, e che è il capoluogo di una regione del sud. Un’isola. Basta così o divento politicamente scorretto.
Il percorso di poco più di un quarto d’ora si trasforma in un incubo infinito. Alla fine, giunti in prossimità di una stazione, le porte si spalancano e i primitivi sciamano fuori, continuando a urlare. 
Caro don Bosco, povero don Bosco, ti chiedo scusa perché loro, le belve, non lo faranno mai.