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martedì 22 ottobre 2024

LEGITTIMA MENZOGNA (Prima parte)


Non avrei mai immaginato di ritrovarmi in una situazione simile. Non fino a qualche tempo fa, almeno. Eppure l’incubo, quella visione angosciosa che, presto o tardi, opprime l’esistenza di ogni politico, si è materializzato. E adesso sono in questo luogo lugubre, l’aula di un tribunale, ad assistere impotente alla mia lapidazione. Sono alla sbarra, e contro la mia persona gravano accuse che, alla luce di ciò che si è verificato nei mesi scorsi, appaiono infamanti. Biasimi gravi, in grado di offuscare la mia intera carriera di apprezzato uomo delle istituzioni e, come se questo non bastasse, la mia stessa personale onorabilità.

Lo ammetto, non ritengo di essere del tutto esente da colpe e da responsabilità. In ogni caso, nel corso della mia attività come nella vita di tutti i giorni, ho sempre agito secondo i principi ai quali mi ispiro, fondati innanzitutto sulla praticità e sulla estrema concretezza delle azioni. Presupposti dai quali sono sempre derivati stima e rispetto da parte dei cittadini, nonché ammirazione incondizionata da parte dei miei familiari.

In realtà l’unica cosa che davvero mi rimprovero, e che mi rende tormentato e insofferente, è di essere stato io stesso causa della mia attuale sventura. La mia ottusità è stata tale da spingermi a essere addirittura il principale sostenitore della nuova legge, quella che sanziona penalmente la menzogna. Così, ne sono stato anche la prima vittima eccellente.

Chi è il politico che, nel suo operato, non ha mai omesso informazioni ai cittadini? Esiste un uomo di governo che, gravato dai suoi pesanti incarichi, non ha mai fatto promesse che non era in grado di mantenere o, ed è stato proprio questo che mi ha incastrato, ha mentito a fin di bene ai suoi elettori?

Ciò che più mi angustia, tuttavia, è il pensiero di non essere riuscito, per la prima volta nella mia ventennale attività politica, a interpretare l’umore dei cittadini. Sostenendo senza riserve la famigerata legge, credevo invece di esserci riuscito anche questa volta. Ero convinto, a ogni modo, che quelle norme non sarebbero mai state applicate nella loro tremenda severità, che pure quella sarebbe stata una delle tante leggi di facciata, approvata con il solo scopo di attenuare, o meglio ancora far scomparire, il risentimento di chi si riteneva ingannato e oltraggiato dalla condotta dei propri governanti. È stato quello il mio errore fatale: l’avere sottovalutato il punto a cui era arrivata la fame di giustizia da parte del popolo. Un popolo che, all’improvviso, decide di non concedere più sconti, che stabilisce dall’oggi al domani che il credito concesso ai politici non è più illimitato.

Il mio riconosciuto istinto politico mi ha tradito e non riesco a farmene una ragione. L’inevitabile conseguenza è che tutto il mio mondo è crollato. Un qualcosa di solido che di colpo si sgretola e si frantuma in mille pezzi. Da questo scaturiscono il mio abbattimento e la mia depressione, condizioni dalle quali non riesco a uscire, in aggiunta alla tremenda consapevolezza che l’ultimo atto non è ancora stato scritto. Lo sarà tra poco, quando il collegio giudicante avrà stabilito le sue punitive risoluzioni.

Subito dopo l’approvazione della legge, con mio grande stupore, le denunce nei miei confronti sono arrivate a centinaia. Tutte accuse presentate da semplici cittadini, tra di loro di sicuro anche miei fedeli sostenitori, che non vedevano l’ora di avere la loro agognata vendetta.

Mi chiedo dove erano prima, tutti questi implacabili accusatori e falsi moralizzatori. La risposta è semplice: erano impegnati a godere dei favori di qualche politico, erano occupati a diffondere le loro menzogne o, al più, a ignorarle volutamente perché da ciò ne sarebbe comunque derivato un beneficio.

 

                                                  (continua)

martedì 15 ottobre 2024

CON LE BUONE O CON LE CATTIVE (Seconda e ultima parte)

 

Il commissariato è proprio uno schifo di posto. I muri sono scrostati, ovunque c’è sporcizia, sento pure odore di fogna. Per non parlare dei tipi che, come me, attendono il proprio turno per parlare con qualcuno. A quello imprigionato da giacca e cravatta e tutto sudato di sicuro hanno fottuto il suv, tanto è agitato. La ragazza seduta nell’angolo, con quella gonna così corta, è certamente una puttana. E la vecchietta accanto a me, con le gambe gonfie, si sarà fatta fregare il portafogli sul bus.

Non riesco a capire perché mi abbiano convocato. Mica sono un delinquente. Io lavoro, non vado in giro a spacciare merda o a rapinare banche. Ho dovuto anche prendere un permesso per essere qui, puntuale come mi è stato raccomandato.

"Venga, signor Lauri".

Il poliziotto sbarbatello mi introduce in un minuscolo ufficio ingombro di scartoffie. C’è tanfo di fumo. Alzo gli occhi e quasi mi sganascio dal ridere. Quello seduto dietro alla scrivania è uguale sputato al commissario Basettoni. Le chiazze di sudore sotto le sue ascelle sono spettacolari.

"Si sieda, signor Lauri" mi fa con voce cavernosa. "Sono il sovrintendente Parrella" aggiunge.

Lo affronto subito. "Mi scusi, sovrintendente, ma non riesco a capire per quale ragione…"

"Signor Lauri, lei è nei guai" mi interrompe lo sbirro. Ammutolisco. "Vede, nei suoi confronti è stata inoltrata una specie di denuncia" mi spiega.

"Eh?"

"Mi lasci finire. In realtà non si tratta di una vera e propria denuncia, bensì di una richiesta di ammonimento".

"Ammonizione? Mica stiamo giocando a calcio".

L’altro fa una faccia brutta. Per un attimo riesce a intimidirmi. "Guardi che non è proprio il caso di scherzare, signor Lauri. Prima le ho detto che lei si trova nei guai e adesso glielo ribadisco. Conosce la nuova normativa riguardo le molestie persecutorie?"

"No" rispondo. Non è del tutto vero, ma il mio sesto senso mi consiglia di apparire ignorante di fronte a questo energumeno.

"La richiesta di ammonimento è stata presentata da sua moglie".

"Mia moglie?"

Picchia il pugno sul tavolo. Cazzo, che spavento.

"Stia zitto, signor Lauri, e mi lasci finire. Il questore ha esaminato l’istanza e ha deciso di accoglierla, dal momento che sua moglie, a supporto della stessa, ha prodotto una grande quantità di validi elementi".

"Quindi?" Provo fastidio per la mia voce pigolante. Non mi sono ancora del tutto ripreso, anche se in fondo temevo qualcosa del genere.

"Quindi se lei reitererà le sue azioni persecutorie, minacciose e intimidatorie, interverremo d’ufficio, senza che sia necessario un ulteriore esposto. In questi casi è previsto l’arresto, signor Lauri, è bene che se ne renda conto".

Mi produco in un’espressione stupita, che mi viene abbastanza bene. "Ma io non ho fatto nulla" dico allargando le braccia. "Sto pure andando dallo psicologo".

L’altro sbuffa, infastidito. Poi inarca un sopracciglio cespuglioso e sogghigna, da vera carogna. "Lei non deve più avere alcun tipo di contatto con sua moglie. Questo, per ora, è un semplice invito a rispettare la legge. Se però persisterà nel suo scriteriato comportamento…"

"Sarò ancora più nei guai" dico interrompendo Basettoni con soddisfazione.

Mi aspetto un’altra mazzata sul tavolo, invece il poliziotto mi porge dei fogli che devo firmare. Scarabocchio, ne prendo una copia e mi alzo.

"Sì, se ne vada, signor Lauri. Spero di non vederla più".

I rami degli alberi che mi circondano sono cosparsi da minuscole e tenere foglie di un bel verde brillante. Piego il giornale e lo infilo nella tasca della giacca. Da troppo tempo sono seduto su questa panchina, tanto che il culo mi si è appiattito. Sono stanco di aspettare e nauseato dalle troppe sigarette. Guardo l’orologio, valuto che ho ancora qualche minuto prima che lei esca. Allora estraggo il cellulare e inizio a digitare un messaggio. Dopo avere composto, con la solita fatica, alcune stentate parole, rinuncio. No, di messaggi ne ho mandati molti, ma non ho mai avuto alcuna risposta. E la stessa sorte è toccata alle mail che ho inviato. Tempo sprecato. In realtà le devo parlare di nuovo a tu per tu, la devo guardare negli occhi. Non importa se, come le altre volte, alla fine dell’incontro quegli occhi saranno sbarrati per la paura. Mi alzo, determinato, e mi avvio. Giunto in prossimità dello stabile dove lei lavora, la vedo affacciarsi al portone. Guarda prima da una parte, poi dall’altra, infine attraversa la strada con passo incerto. Ha il volto teso, e ovviamente è vestita come una gran zoccola. Non mi stupisco, perché quando gli uomini non hanno la possibilità di esercitare un minimo di controllo su di loro, certe donne vanno subito alla deriva. Ma adesso la fermerò e la costringerò a parlarmi. La convincerò a tornare con me. Sì, perché lei deve tornare con me. Le conviene farlo. E lo farà, con le buone o con le cattive.

                                                                                                                (FINE)

martedì 8 ottobre 2024

CON LE BUONE O CON LE CATTIVE (Prima parte)

Lo studio è molto elegante. Alle pareti dell’ampio ingresso sono appese maschere tribali africane, scudi dipinti e zagaglie. Questo mi fotterà un sacco di soldi, considero tra me. Anche per la segretaria non si è badato a spese: è una brunona mozzafiato, tutta curve e con un viso da bambola. Eppure non saprei che farmene di una simile puledra. Con una così finirei cornificato dopo tre giorni. No, io preferisco le donne poco appariscenti, che sanno stare al loro posto.

Mi accomodo in sala d’attesa su una sontuosa poltrona. Sono solo. In questi posti di merda si è sempre soli. Si entra da una parte e si esce da un’altra. Tra i pazienti (o clienti?) non ci deve essere alcun tipo di contatto. Sul tavolino basso di fronte ai miei piedi c’è una pila di riviste. Ne prendo una a caso e la sfoglio: case lussuose, giardini incantevoli. Tutte stronzate da gente ricca. La sbatto sul tavolo, stizzito, e la stangona seduta dietro alla scrivania di vetro non batte ciglio. Troia.

Si apre una porta e compare il dottore. Alto, con il muso lampadato e le tempie brizzolate. Un bell’uomo.

"Prego, signor Lauri".

Entro in una stanza enorme che puzza di dopobarba. Su un lato incombe un lungo tavolo, in un angolo noto un divanetto basso. Cazzo, me la farei volentieri una pennichella su quel grazioso lettuccio. Invece il dottore si sistema dietro il tavolaccio e mi indica di sedermi dinnanzi a lui. Appoggio il culo sull’unica sedia scomoda dell’intero studio. Dura, con lo schienale alto e troppo dritto. 'Fanculo! Eppure pago.

"Alla fine è venuto da solo" dice il dottore, picchiettando una penna sul piano. Già mi dà sui nervi.

"Non sono riuscito a convincerla. Vede, lei non crede molto in queste cose. Dice che la sua mente è a posto, che cosa ci va a fare da un medico dei pazzi?"

Quello fa una smorfia che lo imbruttisce, poi si schiarisce la voce. "È sicuro di avere spiegato bene a sua moglie di che cosa si tratta? Io non mi occupo di pazzi, come li chiama lei, e inoltre non sono neppure un medico".

"Certo che le ho spiegato tutto bene, ma quella è una testa dura, quando si impunta non c’è verso di farle cambiare opinione".

"Che cosa intende fare, signor Lauri?"

"Eh? Non capisco".

"Cioè, vuole intraprendere ugualmente il percorso terapeutico, anche da solo?"

"Sì dottore".

"Bene. In ogni caso si renderà conto che dovremo lavorare su qualcosa di diverso. Lei mi ha parlato, inizialmente, dell’intenzione comune, sua e di sua moglie, di intraprendere una terapia di coppia. Mi ha accennato a difficoltà di comunicazione e ad altri vari problemi. Insomma, a una semplice crisi. Ora la situazione sembra diversa: sua moglie non ha intenzione di collaborare. È così, signor Lauri?"

"Il fatto è che mia moglie mi ha lasciato".

"Ah! Questo pone il tutto sotto una luce diversa. Da quanto tempo la sua consorte ha assunto tale risoluzione?"

"Eh? Come dice?"

"In altre parole: quando vi siete separati?"

"Be’, non è che siamo proprio separati".

"Si spieghi meglio, signor Lauri. Per poterla aiutare ho bisogno di capire".

Questo non capisce un cazzo, e io ci godo a fare il finto tonto. "Vede, mia moglie è andata via".

"Quando?" mi interrompe il coglione.

"Che importanza ha?" sbotto. "In realtà vuole tornare con me, ed è questa la cosa importante".

"Si calmi, signor Lauri. E non sia reticente, non è così che funziona. Il terapeuta deve possedere più informazioni possibili per poter essere utile. Allora, per quale motivo lei afferma che sua moglie desidererebbe tornare con lei?"

"Perché ci amiamo! Lei non può fare a meno di me. In questo momento è un po’ confusa, ma prima o poi di sicuro rinsavirà".

"Mi ascolti bene, signor Lauri, e mi risponda in piena sincerità. Che cosa pensa io possa fare per aiutarla, se è questa la sua convinzione?"

"Eh? Non lo so. Forse, nell’attesa, potrebbe cercare di tranquillizzarmi".

"Si tratta di un compito che potrebbe essere svolto anche da un amico. Perché ricorre a me?"

"Gli amici? Quelli sono tutti dei gran bastardi! Stanno tutti dalla sua parte, lei sa come vanno queste cose, vero? Io non ho più amici".

"Non deve isolarsi, signor Lauri".

Alzo le spalle. So io che cosa devo fare, non me lo devi dire certo tu, pezzo di cretino.

Al mio silenzio, l’altro sospira e poi riprende la cantilena. "Sa, lei dovrebbe cominciare a rassegnarsi. Ha mai pensato all’evenienza che sua moglie non intenda più tornare a stare con lei? Cioè, che la sua sia una scelta definitiva?"

Sorrido. "Impossibile, dottore. Lei tornerà. Lei deve tornare"

"Vede, la separazione è come un lutto, e come tale necessita di elaborazione".

"Lutto? Che dice, dottore?" Inavvertitamente faccio le corna con entrambe le mani.

Lo scemo si esibisce nella consueta sgradevole smorfia, poi subito si ricompone. "D’accordo, credo di avere capito quale sia la sua situazione. Se davvero lo ritiene opportuno fisseremo altri incontri. Avremo bisogno di parlare molto".

"Va bene, dottore".

"Arrivederci, signor Lauri".

Esco e parlo con la cavallona, che mi fissa due appuntamenti. Poi mi accompagna alla porta sul retro. Con la mano le sfioro un fianco. Quanta roba! Però mi disgusto subito perché quella puzza proprio come una troia.


                                                 (continua)

martedì 1 ottobre 2024

L' AULA (Seconda e ultima parte)


Mi dirigo con passo spedito verso la sala riunioni, oltrepassando corridoi deserti, e di colpo me li trovo tutti di fronte, seduti intorno al grande tavolo ovale. Ci sono i miei compagni di partito, che mai come in questo momento sento così vicini, e ci sono i miei ministri, diventati i ministri del nulla nonostante le pompose deleghe che ho loro assegnato. Senza dire niente mi accomodo, mesto quanto loro. So già che questa riunione sarà molto breve. C’è ben poco che io possa dire, e niente che possa fare.

"Ragazzi, ci sono novità?" domando, anche se conosco già la risposta.

Tutti scuotono il capo, all’unisono, sconsolati.

"Perché la polizia non interviene, perché non fa nulla?" Mi rivolgo al mio ministro dell’Interno. Non ho mai potuto soffrire quel tipo, pure se sono stato costretto a collaborare con lui. Non sopporto i suoi occhi bombati e falsi, i suoi incisivi da roditore. Eppure adesso per lui provo quasi pena, tale è il suo disorientamento, la sua evidente inadeguatezza.

"Gli agenti dicono che non interverranno mai contro i cittadini" risponde con un filo di voce.

"E la magistratura?" Interpello il ministro della Giustizia, un bravo ragazzo del mio stesso partito.

"Tutto fermo, tutto immobile. I magistrati vogliono capire, attendono l’evolversi della situazione".

"E da oltre confine?"

"Osservano con apprensione, ma non c’è ancora stata nessuna presa di posizione ufficiale. Si tratta di questioni interne, dicono. Nessuno ha intenzione di ingerire". La giovane ministra degli Esteri è livida in volto, ha profonde occhiaie.

Annuisco. "Qualcuno di voi ha parlato con il Presidente?"

Il mio sottosegretario si schiarisce la voce prima di intervenire: "È rintanato da giorni nei suoi alloggi. Non vuole parlare con nessuno. È deluso e scoraggiato. Mai avrebbe pensato di vivere una simile situazione. Si sente soprattutto tradito, tradito dai cittadini".

Sospiro. "Bene, a questo punto non mi rimane che andare là".

"No! Non farlo, può essere pericoloso".

Scrollo le spalle, indirizzo a tutti un saluto e mi avvio verso l’uscita. Nessuno tenta di fermarmi.

Esco in strada, scorgo i due poliziotti seduti su un gradino. Stanno giocando a carte.

Cammino in direzione del Parlamento. Almeno, di quel che ne è rimasto. L’aula del Senato non esiste più, è andata a fuoco ed è completamente distrutta. In fondo è stato semplice ridurre il numero dei parlamentari. È bastato incenerire i loro poggiaculo e tutti i senatori sono spariti come per incanto.

È facile ormai entrare a Montecitorio. Non ci sono più controlli, non ci sono più neppure le porte.

L’emiciclo appare buio e quasi deserto. Dopo i primi giorni, quando i cittadini si sono riversati in massa nell’aula spinti soprattutto dalla curiosità, seguiti dai turisti intenti a scattare fotografie, l’interesse è presto scemato. Sul banco della presidenza c’è una donna anziana e malvestita che sta arringando un gruppo di disgraziati. Parla di pensioni, infarcendo il suo sconclusionato discorso di innumerevoli luoghi comuni. Le stesse argomentazioni che, fino a poco tempo fa, si ascoltavano soltanto al bar.

In un angolo, accovacciati intorno a un barbecue improvvisato, ci sono alcuni deputati. Stanno arrostendo salsicce. Riconosco tra loro l’avvocato Lo Russo, uno degli esponenti di spicco dell’altra opposizione. Adesso però fa comunella con loro. Mi abbottono la giacca – sono l’unico che la indossa – e mi avvicino. L’avvocato appare male in arnese, il suo pizzetto non è curato come di solito, i suoi abiti sportivi sono stazzonati e sporchi.

"Che cazzo ti guardi?" mi apostrofa. Finge di non conoscermi. Mi allontano, desolato.

Che ci faccio qui? Ormai è tutto inutile. Mentre sto per uscire scorgo lui, l’attore riccioluto. I suoi occhi lampeggiano. Mi viene incontro, combattivo come sempre.

"Siete finiti! Finiti!" strepita. "Statevene a casa! Il vostro tempo è scaduto!" Alcune gocce di saliva si depositano sui risvolti della mia giacca. Non indietreggio, so che questa è la mia ultima possibilità di dialogare con lui.

"Ascolta…" tento di dire, accennando un sorriso.

"Vaffanculo!" mi urla con un ghigno. Poi mi volta le spalle, si sbottona i calzoni e piscia contro uno scranno.

                                                  FINE


martedì 24 settembre 2024

L' AULA (Prima parte)


 "Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli".

Lo aveva detto, e lo aveva fatto. Non come quell’altro, quello pelato, che tanti anni prima aveva proferito la medesima minaccia ma non l’aveva attuata, anche se poi si era macchiato di nefandezze ben peggiori. A modo loro, si tratta comunque di due sbruffoni, di due pericolosi gradassi. In ogni caso tocca a me affrontare quest’ultimo, l’attore riccioluto.

Percorro a piedi le vie della Città Eterna che, come sempre, pare indifferente alle miserie umane. Ne ha viste troppe ormai, ha perso la capacità di stupirsi, preferisce sonnecchiare in paziente attesa che anche ciò che sta accadendo in questi giorni cupi trascorra e si trasformi con rapidità in storia.

Cammino da solo, privo di scorta, perché non l’ho mai voluta e ora comunque non l’avrei più. Nessuna persona amica mi accompagna. Tra i passanti che incrocio, tra quelli che mi riconoscono, colgo sguardi di ostilità, quando non sono di odio puro. Eppure non ho fatto nulla di male. Al contrario, i miei propositi erano positivi, sono sicuro che avrei potuto dare il mio significativo contributo alla rinascita di questa nazione disgraziata. Lo giuro, la mia non era soltanto ambizione sfrenata. Certamente c’era pure quella, non lo nascondo, ma ho sempre nutrito grande fiducia nelle mie capacità, non vedevo l’ora di mettermi alla prova. Non ne ho avuto il tempo, perché tutto è accaduto così in fretta, in maniera del tutto imprevedibile, che anch’io, che mi sono sempre vantato di vivere a velocità doppia rispetto a tutti gli altri, ne sono stato dapprima sorpreso e poi travolto.

Tengo gli occhi bassi, non voglio che la mia espressione, di solito un po’ sfrontata, possa apparire come una provocazione. Ignoro gli insulti che mi vengono rivolti e tiro dritto.

"Stronzo!"

 "Sei un pezzo di merda!"

 "Vattene a casa!"

 "Vaffanculo!"

Mi avvicino alla sede del partito, dove mi staranno tutti aspettando. È in quell’edificio che adesso si riunisce il governo, il mio governo, quello che è durato un solo giorno. Che nessuno sa se sia ancora in carica o meno. A me piace pensare che lo sia ancora, anche se ciò rappresenta più che altro un’illusione.

Di fronte al palazzo ci sono due poliziotti. Hanno le giubbe slacciate, parlano e fumano. Il loro atteggiamento è rilassato e strafottente. So bene che, se ci fossero dei disordini, non interverrebbero. Proprio ieri sera un gruppo di scalmanati ha tentato di occupare la sede del partito e la polizia non si è intromessa. Gli agenti sono rimasti a guardare. Se non fosse stato per i nostri ragazzi, quelli del nostro servizio d’ordine improvvisato, ora non avremmo neppure un luogo dove riunirci. Saremmo ridotti alla clandestinità.

"Tanto non siete stati eletti! Che volete?" direbbero i cittadini, ormai trasformati in un branco di esaltati, di minacciosi fanatici.

All’ingresso ci sono due robusti giovanotti. Mi riconoscono, mi fanno un cenno di saluto e mi permettono di entrare. I loro sguardi sono affranti, quasi rassegnati.

                                                                                                         (Continua)

martedì 17 settembre 2024

L' ARMADIO

Il nostro dirigente ha appena ottenuto una promozione. Un’altra. È sempre la stessa storia: chi non merita progredisce mentre gli altri, ad esempio il sottoscritto, rimangono fermi al palo. Purtroppo è così, le ingiustizie tendono a perpetuarsi. Non c’è proprio nulla da fare.

A differenza delle altre volte, però, il comportamento del nostro responsabile è stato differente.

Dovete sapere che sto parlando di un uomo molto riservato, qualcuno dice addirittura villano, che non ama il contatto con la gente, e ancora meno con i suoi sottoposti. Che se ne sta tutto il giorno chiuso nel suo elegante ufficio a impartire direttive attraverso il telefono.

Quindi siamo rimasti tutti piuttosto sorpresi quando, di buon mattino, si è presentato nella nostra stanza. Erano trascorsi anni dall’ultima volta che l’aveva fatto.

Immediatamente abbiamo smesso di parlare, abbiamo chinato la testa e abbiamo finto di lavorare. Ma lui non ha badato a questo aspetto della nostra attività lavorativa, alludo alla eccessiva indolenza, bensì ha sorriso e annunciato che ci sarebbe stata una piccola festa. Il dirigente è un uomo di alta statura, rigido nei movimenti, con una gran testa. Mi riferisco alle dimensioni del cranio, ovviamente. I suoi pochi e sottili capelli, dall’attaccatura arretrata sulla fronte ampia, sono sempre arruffati e bisognosi di pettine.

Ha comunicato che ci sarebbe stato un rinfresco per festeggiare il suo avanzamento di carriera. Rilassati ma non troppo, io e i miei colleghi ci siamo alzati dalle scrivanie e lo abbiamo attorniato. Io gli ho stretto la mano senza dire nulla, e mi sono sentito alquanto stupido. La mia collega Maria, più espansiva, ha pronunciato ingarbugliate parole di congratulazione e poi lo ha baciato sulle guance. Lui dapprima si è ritratto, poi si è sottomesso a quella inaspettata violenza anche se è arrossito come un pomodoro.

Subito dopo, a sorpresa, sono entrati due camerieri. Li abbiamo riconosciuti come tali perché indossavano una giacca uguale, di un tremendo colore giallognolo. Con gesti svelti e precisi hanno steso una tovaglia di carta sul nostro inutilizzato e impolverato tavolo per riunioni.

Al loro successivo ingresso hanno portato le bevande: acqua naturale, acqua gassata e… acqua lievemente frizzante. C’è stato un generale sospiro di delusione. D’altra parte, si sa che non è consentito bere alcolici durante l’orario di lavoro. Tuttavia avremmo gradito volentieri un’eccezione alla regola, anche se era mattino. Poi è arrivato il primo vassoio, non tanto grande, per la verità. Conteneva dei pasticcini di svariati colori, troppi colori, e perciò non molto invitanti. Ne abbiamo consumato uno a testa, cercando di masticare in silenzio e facendo bene attenzione a non spandere crema su giacche, cravatte e camicette. Lui non ha mangiato. Poi i camerieri sono di nuovo usciti e hanno fatto ritorno dopo alcuni secondi con un piccolo vassoio di pizzette e salatini. Io e i miei colleghi abbiamo scambiato uno sguardo obliquo. Perché servire le paste salate dopo quelle dolci? Un vero e proprio orrore alimentare. Ci siamo domandato, stando muti, se quel deficiente l’avesse fatto apposta. Se la sua intenzione fosse la solita, cioè quella di umiliarci. Non pareva così. Il dirigente ha continuato a dispensare sorrisi. Mi ha invitato a prendere un secondo salatino, raccomandandomi di scegliere quello con le alici piccanti, un’autentica delizia, a suo dire. Vincendo la nausea e i conati di vomito, l’ho accontentato. Come prima, lui non ha consumato nulla. A un tratto ha avvicinato alle labbra il bicchiere di plastica pieno a metà di acqua naturale, ma non ha bevuto. Nessuno se n’è accorto, tranne me.

Poi, all’improvviso, ha detto che la festa era finita. Ha aggiunto che per noi ci sarebbe stata ancora un’ultima sorpresa. Aveva deciso di farci un regalo. Qualcosa di utile, ha precisato.

La porta dell’ufficio si è spalancata di colpo, e due facchini sudati hanno trascinato all’interno un grosso armadio. Badate bene, non un mobile da ufficio, di quelli in lamiera sottile e con i battenti di vetro. No, si trattava invece di un ingombrante armadio di legno, usato ma di certo non un pezzo di antiquariato. Enorme, marrone scuro, cupo e opprimente.

Il dirigente ha impartito comando ai due uomini di collocare l’armadio accanto alla mia scrivania. Loro hanno risposto con un grugnito e hanno eseguito. Il grosso mobile ha ostruito per metà la finestra, l’unica presente nel locale. Non ho osato esprimere rimostranze. Nessuno ne ha avuto il coraggio. Qualcuno, forse quel cretino di Pino, ha pure ringraziato. Ci siamo guardati in faccia, depressi e allibiti.

Quando ci siamo voltati, il dirigente non c’era più.

Ormai è trascorso un po’ di tempo. Da quando sono costretto a convivere con quel catafalco al mio fianco, voglio dire. La luce sul mio piano di lavoro è scarsa. Non ci vedo bene, e sono stato obbligato a procurarmi un nuovo paio di occhiali. Nessuno di noi ha mai aperto l’armadio. Non ne abbiamo mai avuto il coraggio. E non sappiamo se dentro ci sia qualcosa. Né lo abbiamo utilizzato per riporre le nostre pratiche. In verità ne abbiamo paura. Io ne sono terrorizzato. Perché di quell’uomo, del nostro dirigente, non mi sono mai fidato.



 

martedì 10 settembre 2024

LA CHIAVE (Seconda e ultima parte)


I due uomini scesero una lunga serie di scale che, a mano a mano che si procedeva, si facevano sempre più strette e buie. Sembrava quasi che mancasse l’aria. Il vescovo sudava e sbuffava, affaticato. Giunsero infine di fronte a una piccola porta di legno, rinforzata da sbarre di metallo arrugginite. Ad attenderli trovarono tre uomini: due giovani guardie, che non riuscivano a celare il loro sbalordimento, e un individuo dall’aria stanca e rassegnata, l’indagato.

Pedro Guerrero infilò la chiave nella toppa. Con un grande sforzo riuscì a farla ruotare, più volte. Aiutandosi con la possente spalla, scostò la porta che si aprì cigolando. Il primo ad entrare fu il comandante Frisch. Si trovò di fronte a un buio impenetrabile. Tastando il muro con la mano, prima a destra e poi a sinistra, cercò inutilmente l’interruttore, che non c’era. Sorpreso, si voltò e incrociò lo sguardo sorridente e gioviale di Pedro Guerrero.

“Comandante, a quei tempi l’elettricità non esisteva” disse il vescovo, che poi si rivolse a una delle guardie.

“Presto, vai a prendere dei ceri, molti ceri. Mi raccomando, che alcuni siano grossi, perché mi serviranno per…” Quindi si interruppe, mentre già il ragazzo scattava per eseguire l’ordine, e iniziò a rovistare nell’ampio vestito finché non recuperò una torcia elettrica. La accese.

Immersi nel cono di luce, i due uomini penetrarono nella stanza. C’era molta polvere, e odore di muffa.

“Portate dentro anche il prigioniero” disse il vescovo. Questi non oppose la minima resistenza. Aveva la bocca spalancata, ma non emetteva alcun suono. I suoi occhi sembravano dover schizzare fuori dalle orbite da un momento all’altro. Era terrorizzato.

“Eccellenza, le ricordo che si tratta del maggiordomo del Santo Padre” riuscì a dire Frisch. L’altro non rispose. Illuminò con la torcia alcuni attrezzi che si trovavano all’interno della stanza. Prima una garrotta, poi un rullo, quindi delle zampe di gatto, una culla di Giuda e uno schiacciatesta. Ne provò il funzionamento e annuì tra sé, soddisfatto. Appoggiate su un bancone corroso dai tarli c’erano pinze e tenaglie ricoperte di ruggine e rivestite da soffici ragnatele.

Il comandante delle guardie fissò quegli strumenti, agghiacciato.

“Non si preoccupi, comandate. Prima di utilizzarle le sterilizzerò. Con il fuoco” disse il vescovo. Il suo sorriso si era trasformato in un orribile sogghigno. Il colonnello Frisch rabbrividì ancora di più.

Tornò la giovane guardia e furono accesi innumerevoli ceri. La stanza assunse un aspetto inquietante. Il vescovo congedò i due militari e rimase solo con il comandante e l’accusato, che fu fatto stendere su un tavolaccio e fissato ad esso per mezzo di rigide cinghie di cuoio. Il malcapitato iniziò a piangere, in silenzio.

“Colonnello Frisch, avrei bisogno di un testimone per l’interrogatorio e quindi le chiederei di rimanere. Tuttavia se proprio non se la sente…”

Il comandante uscì quasi di corsa dalla stanza e si catapultò su per le scale. Il vescovo sorrise e iniziò la sua inchiesta.

Dopo circa un’ora il piantone irruppe di nuovo nell’ufficio del capo della gendarmeria.

Frisch alzò stancamente il capo.

“Che succede ancora?” domandò.

“C’è… c’è… lui!”

“Chi? Che cosa stai dicendo?”

Proprio in quel momento comparve una figura che indossava una candida veste bianca, accompagnata da un ometto dall’aspetto dimesso, il suo segretario particolare.

Il colonnello Frisch balzò in piedi, aggirò la scrivania, si inginocchiò e baciò il grosso anello.

“Santo Padre!” disse, ancora meravigliato.

L’altro gli sorrise e gli toccò il capo con una mano. Una benedizione?

“Come procede interrogatorio?” domandò l’uomo in bianco, con il suo forte accento straniero.

Il comandante trasalì.

“Eh?”

“Mio incaricato stare lavorando?” domandò ancora il Pontefice.

In quell’attimo si udirono delle urla disumane, che provenivano dai sotterranei.

“Sì, sta lavorando, sta lavorando bene” disse il comandante, sbiancando.

Il Papa annuì, beato.

“Non sia così turbato, colonnello. Verità è spesso accompagnata da dolore” pronunciò solenne.


                                                            FINE