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sabato 30 maggio 2015

TUTTO BENE, O QUASI


Il mio giornale è una merda. Lo penso ma non lo posso dire perché io al giornale ci lavoro. E in redazione sono pure l’ultimo arrivato. Nascosto dietro lo schermo del computer scorro l’edizione on-line del quotidiano.
Fuori dalla crisi? Le solite bugie del governo. Questo è il titolo principale. Ti pareva. Subito dopo uno si aspetterebbe, che so, un articolo sulle guerre in Libia, Siria, Yemen, Ucraina, eccetera. Oppure qualcosa sulla distensione tra Stati Uniti e Cuba, sui disperati che muoiono affogati attraversando il canale di Sicilia. E invece no.
Alice Scalzi: lato b da urlo! Chi cazzo è Alice Scalzi? L’articolo (cinque righe in tutto e non firmato) è accompagnato da una nutrita serie di immagini, tutte alquanto esplicite. Le scorro pigramente mentre apprendo che la suddetta annovera quale suo unico merito quello di avere partecipato di recente a un reality show.
“Fortini! Ti vuole il direttore!”
Sussulto, alzo appena lo sguardo e intravedo un paio di robuste cosce. Sono quelle della signorina Tozzi, la segretaria del direttore.
La stronza sbircia lo schermo.
“Tutti uguali voi uomini. Dei veri porci, sempre a guardare i siti porno.”
“Guarda che…” tento di replicare, paonazzo in viso.
“Sbrigati! Alza le chiappe che a quello non piace aspettare.”
Senza guardarla in faccia (non ne ho il coraggio e poi è pure brutta) mi alzo, infilo la giacca e vado dal direttore. Busso e, senza aspettare risposta, entro.
Pallusti emette un grugnito e poi mi fa cenno di accomodarmi. Il direttore del giornale è un tipo pelato, segaligno, con grosse labbra sempre umide. E la erre moscia. Da giovane è stato nei parà: una specie di fascista che ha fatto carriera nella carta stampata grazie a leccate, spinte e calci in culo.
“Hai visto il giornale di oggi?” dice, senza neppure salutare.
“Ho dato un’occhiata all’edizione on-line. Niente da dire, un gran bel culo”.
Il rospo strabuzza gli occhi.
“Eh? Che stai dicendo?”
Credo di avere toppato, allora borbotto qualcosa di incomprensibile.
“L’economia, Fortini. L’economia.”
“Certo, direttore. L’economia.”
“Bene. Come al solito sono stati diffusi dati falsi. Tutto sta andando di nuovo bene, dicono. E invece sono tutte menzogne! Pura propaganda. Avrai letto l’articolo di Banfoni, che sputtana alla grande quegli spudorati mentitori. Ottimo lavoro, ma non mi basta. Bisogna stare sul pezzo, e domani ho intenzione di rincarare la dose. Bisogna insistere, soltanto ripetendo la gente si ficca in testa i concetti. Dire, ribadire, reiterare, come dice il Grande Capo. E stavolta l’articolo lo scriverai tu.”
“Io?”
“Sei laureato in economia, no? Vuoi fare il giornalista, vero?”
“Sì a tutte e due le domande” rispondo, sempre più perplesso. È la prima volta che mi si chiede di scrivere qualcosa. Finora ho unicamente corretto bozze.
“Bene, e allora qual è il problema?” mi domanda Pallusti, che si sta incazzando.
“E Banfoni? Che cosa dirà Banfoni? È lui il giornalista economico.”
“Banfoni è già impegnato. Adesso alza il culo, voglio l’articolo per oggi pomeriggio.”
“Ve bene, direttore. Come vuoi tu.”
“Adesso fila che ho da fare.” Sempre gentile, il coglione.
Ritorno nel salone. C’è un capannello attorno a Banfoni, proprio lui, che sta intrattenendo i colleghi.
“La crisi? Di nuovo sulla crisi?” gli ho detto. “Ne ho le palle piene della tua crisi! Questa volta l’articolo lo fai scrivere a qualcun altro! E lui ci è rimasto di merda. Era tutto verde, peggio di Hulk. E poi me ne sono andato sbattendo la porta. Basta con queste menate!”
Banfoni è scatenato. E tutti lo stanno ad ascoltare e gli danno pacche sulle spalle. La Tozzi ha lo sguardo languido. Adora quel demente mentre lui non la considera neppure di striscio. Ben le sta.
Ho capito. Pallusti si è rivolto a me affinché faccia da tappabuchi. Un semplice ripiego. Non importa, gli dimostrerò che sono un vero giornalista. Torno alla mia scrivania ma non mi siedo, afferro un blocco per appunti ed esco, senza che nessuno se ne accorga. Non ho alcuna intenzione di scrivere il pezzo seduto in poltrona, scopiazzando qua e là, facendo copia e incolla. No, io andrò sul campo, come si faceva una volta.
Se vuoi capire davvero che cosa pensa la gente vai al mercato, mi diceva il mio vecchio mèntore Collinelli. Ed è proprio ciò che farò.
Appena scendo dal tram mi trovo immerso in una grande confusione. Non sono più abituato a frequentare luoghi così affollati. Ho un po’ di timore a inoltrarmi in mezzo alle bancarelle, anche perché dietro ai banchi vedo solo arabi e cinesi. E tutti urlano a squarciagola. Scorgo una signora anziana che cammina verso di me, appesantita da due enormi sporte. La fermo e mi presento. Lei accetta di parlare, se non altro per riposarsi un attimo.
“Vedo che ha fatto una grossa spesa” dico.
“Ma va là! È tutta roba mezza marcia che ho raccolto sotto ai banchi. Quella che buttano via.”
“Ah! Allora non è vero che c’è la ripresa.”
La donna riflette un attimo, poi inizia a frugare dentro una borsa e dopo un po’ estrae due zucchine.
“Guardi come sono belle. Queste le ho comprate” dice, orgogliosa.
“Sul serio?”
“Certo, fino a qualche mese fa non me lo sarei potuto permettere. Ma adesso le cose stanno andando meglio, sono riuscita a risparmiare qualcosa e mi posso finalmente permettere un po’ di verdura sana.”
La donna, sbuffando, riprende il suo faticoso cammino. Prendo nota di ciò che ho appena sentito.
Un ragazzo mi urta e si ferma per scusarsi. Ne approfitto.
“Sono un giornalista, ti posso fare una domanda?”
“Quale giornale?” chiede.
Lo dico, a bassa voce.
Sul volto del ragazzo si disegna una smorfia di disprezzo.
“Va bene” risponde a malincuore. Se potesse mi sputerebbe in faccia.
“Qual era la tua condizione all’inizio della crisi economica, e qual è quella attuale?”
“Beh… all’inizio ero in cerca di lavoro, ma non si riusciva a trovare nulla.”
“Già, purtroppo. E adesso?”
“Sono disoccupato.”
“Ma allora non è cambiato nulla! È tutto uguale.”
“Non vero.”
“Per quale motivo?” lo incalzo, come devono fare i veri giornalisti.
“Perché ora ho qualcosa in più.”
“Cioè?”
“La speranza. Prima c’era solo disperazione.”
“Interessante” commento mentre scrivo sul notes.
“Ehi, posso dirti una cosa?”
“Certo, ragazzo.”
“Il tuo giornale è una merda.” E poi se ne va.
Ah, quanto è dura svolgere il lavoro sul campo! In ogni caso non mi scoraggio e proseguo la mia indagine. Sto apprendendo informazioni molto utili, anche se in contrasto con il punto di vista del mio direttore. È dovere del giornalista intellettualmente onesto dire comunque la verità.
Mi avvicino a un tipo che sta fumando appoggiato a un enorme SUV. Indossa occhiali a specchio e un abito molto elegante.
“Scusi, lei che lavoro fa?” lo abbordo. Giornalista d’assalto!
“Non ho capito” risponde.
“Le ho chiesto qual è la sua occupazione.”
“Che cosa sta dicendo? E che domande fa? Non vedo che sono ricco?”
“Ah, chiedo perdono.” Questo è scemo.
“Lei è per caso un pennivendolo?” mi chiede.
“Come ha fatto a capirlo?”
“Ce l’ha stampato in faccia! Ah! Ah! Buona vero? E poi quel ridicolo taccuino!”
Cerco di ricompormi.
“Dunque, lei mi stava dicendo che è ricco.”
“In realtà sono molto ricco, per la precisione.”
“Chiedo scusa. Sarei interessato a un suo parere riguardo la crisi economica. Negli ultimi tempi ha notato un miglioramento? Le cose stanno andando meglio?”
“Macché!”
“Per quale motivo?”
“È tutta colpa del bonus.”
“Ah, interessante. Lei crede che la corresponsione del bonus non abbia provocato la prevista ricaduta, vale a dire l’aumento dei consumi? Si tratta di un incentivo troppo esiguo? Mi dica.”
“A quanti l’hanno dato ‘sto bonus del cazzo?”
“Beh, ha interessato un’ampia platea di cittadini” rispondo.
“Appunto, troppo poco a troppi.”
“Quindi?”
“Lo dovevano dare a noi ricchi, il bonus.”
“Eh?”
“Certo, dovevano dare tanto a pochi. Come crede lo abbiano impiegato quei pezzenti che lo hanno ricevuto?”
“Lo avranno accantonato per utilizzarlo per pagare le bollette o le rate del mutuo.”
“Bravo! Lei per caso è laureato in economia?”
Tento di rispondere ma mi accorgo che quella del tizio è una domanda retorica, perché subito prosegue.
“Se a me avessero dato un bonus di, diciamo mille euro, mica l’avrei messo sotto il materasso! Me lo sarei bevuto subito. Champagne! È così che si incrementano i consumi.”
“Ma i profitti sarebbero andati ai produttori francesi.”
“E chi se ne frega! Ho l’impressione che lei non sia affatto laureato in economia. Comunque adesso devo andare. Ehi, le piace il mio SUV nuovo di zecca? Sessantamila euro sull’unghia!”
“Sì.”
“E allora se lo compri anche lei! Mi stia bene, pennivendolo.”
Si è fatto tardi e decido di rientrare in redazione. Ormai ho le idee chiare su ciò che scriverò. Alla faccia di Pallusti e delle sue psicosi complottiste. Quando arrivo il salone è quasi deserto. Ma i miei colleghi non lavorano mai? Chi è che fa il giornale, in realtà?
Per circa un’ora maltratto la tastiera. Poi rileggo e stampo. Ottimo lavoro, Fortini! E adesso subito da quell’imbecille del direttore.
La Tozzi naturalmente è presente. Non si scolla quasi mai dalla sedia, per questo ha il culo grosso.
“Mi dispiace, Pallusti non ti può ricevere. È impegnato con il Grande Capo” dice bisbigliando.
Proprio in quell’attimo la porta del direttore si spalanca ed esce proprio lui, il Grande Capo. Strano, qui non si fa mai vedere.
Mi si avvicina traballando sui tacchi (ha il complesso della statura) e mi appoggia le manacce sulle spalle.
“Bravo! C’è bisogno di giovani in gamba come lei!” dice alitandomi in faccia. Una fogna.
Non mi conosce, non mi ha mai visto prima. Penso che se fossi stato il ragazzo che ci consegna le pizze mi avrebbe detto la stessa cosa. Che bastardo. Ancora schifato mi infilo nell’ufficio di Pallusti. Il suo volto da Nosferatu ha un’espressione preoccupata.
“Siediti, Fortini” biascica. Ubbidisco e nel frattempo gli porgo il mio articolo. L’ho consegnato con diverse ore di anticipo. Lui non lo degna di uno sguardo.
“Hai visto?” dice. “C’era il Grande Capo in persona.”
“L’ho visto e l’ho sentito” dico.
“Le cose non vanno affatto bene.”
“Non capisco.”
“I processi! Sai quanto ha speso in avvocati quella povera vittima delle persecuzioni dei giudici politicizzati?”
“No.”
“Una enormità! E poi quella causa che ha perso contro quel gruppo editoriale nostro concorrente lo ha proprio messo in ginocchio. Tutto ciò, purtroppo, avrà delle ricadute sul suo impero economico. Anche sul ramo editoriale.”
“E io che cosa ci posso fare?” chiedo, incerto.
“Tu? Nulla, se non subirne le conseguenze.”
“Sarebbe?”
“Anche noi dobbiamo fare la nostra parte. In parole povere ci sarà un ridimensionamento dell’organico al giornale.”
“E in parole ancora più povere?”
Il teschio mi fissa e tenta di assumere un atteggiamento dolente. Non ci riesce.
“Sei licenziato, Fortini.”
Mi affloscio.
“Non te la prendere, tanto conoscevi bene la situazione. Sei l’ennesima vittima della crisi. È proprio come dico io, le cose non vanno bene, non vanno affatto bene. Il resto sono tutte panzane.”



domenica 17 maggio 2015

LA STANZA


L’uomo e la donna si trovano in una stanza. Prima di qualche giorno fa non si erano mai visti, mai incontrati, neppure per caso. L’ambiente è piccolo, con pochi mobili: un letto, un comodino, un armadio. Oltre al bagno c’è anche uno stretto ripostiglio, ed è proprio in questo spazio minuscolo che i due preferiscono trascorre la maggior parte del loro tempo. Stanno seduti, uno di fronte all’altro, e non parlano quasi mai. Non c’è molto da fare in quella stanza spoglia. L’uomo e la donna, che sono giovani, sani e vigorosi, potrebbero trascorrere parte del loro tempo facendo l’amore, ma ciò non avviene mai. Non amano il contatto, preferiscono soddisfarsi da soli, mentre l’altro assiste. I due, in realtà, non sono prigionieri, perché la porta non è chiusa a chiave. Potrebbero uscire in qualsiasi momento, ma non lo fanno. Fuori è accaduto qualcosa di spaventoso, ed è preferibile rimanere dentro ad aspettare. Una volta al giorno la porta si socchiude. Loro intravedono un braccio bianco e glabro che butta qualcosa all’interno della stanza. Quasi sempre cibo, anche se oggi è stata la volta di una spessa coperta. Quando ciò accade l’uomo dice: “Sono i soccorsi”. La donna annuisce, poi torna a fissare il vuoto.

lunedì 27 aprile 2015

DA GINO


“Se trovo chi ha inventato il lavoro lo ammazzo di botte!”
Povero vecchio Giacomo. Tutti i giorni, durante la pausa dal lavoro, faceva il suo rumoroso ingresso da Gino scandendo bene quelle parole che da sempre accompagnavano la sua presenza.
“Se lo ammazzi ci fai un gran favore” era l’immancabile risposta di qualche altro avventore.
Giacomo lavorava in una piccola fabbrica che produceva coloranti all’anilina. Sostanze tossiche, puro veleno. Le sue mani grosse e nodose erano macchiate di rosso perché lui diceva che era impossibile svolgere la sua mansione indossando i guanti protettivi. E così facevano tutti gli altri. Per non parlare di ciò che quei poveri lavoratori respiravano tutto il giorno. Eppure Giacomo era sempre scherzoso, elargiva battute a getto continuo, aveva una buona parola per tutti. Si rendeva ben conto della nocività dell’ambiente in cui svolgeva la sua attività lavorativa ma, allo stesso tempo, era consapevole di non avere alternative.
“Devo pur mangiare” diceva. “E poi il lavoro mi prenderà il corpo, ma non l’anima” aggiungeva con un tono più amaro. Il colore del suo viso era giallo smorto, profonde rughe incidevano quella pelle fiacca.
Anche se ero ancora un ragazzo avevo preso l’abitudine di fare tutti i giorni un salto da Gino, tornando a casa da scuola. Ordinavo un’aranciata, oppure un ghiacciolo nella stagione calda, e poi trascorrevo un po’ di tempo stando ad ascoltare quegli uomini che, invece di andare a casa a pranzare, preferivano passare in piola per scambiare due parole con i loro compagni di sventura.
“Ti va un bicchiere di latte?” domandava ogni volta Gino a Giacomo, prendendolo in giro. Il medico della fabbrica in cui lavorava Giacomo consigliava agli operai di bere molto latte. In tal modo non avrebbero avuto problemi, diceva. La magica bevanda bianca avrebbe contrastato tutta la nocività delle sostanze tossiche maneggiate e inalate. Tutte balle, naturalmente.
Tra l’altro nella sua piola Gino non lo teneva neppure, il latte. Chi l’avrebbe mai ordinato? Termini assurdi come caffè macchiato e cappuccino erano quasi sconosciuti e in ogni caso in quel posto sarebbero stati banditi.
Allora, attenendosi scrupolosamente al copione, Giacomo staccava una gran bestemmia e, con voce stentorea, comandava un grigioverde, vale a dire grappa e menta.
“Questo brucia tutto, il buono e il brutto” diceva ingollando la prima sorsata di mistura. Tutti ridevano.
A un certo punto, ritenendomi ormai sufficientemente cresciuto, lasciai perdere bibite e dolciumi e iniziai anch’io a consumare qualcosa di più dignitoso, un buon bicchiere di vino bianco frizzante, per esempio. Da quel momento tutti i clienti di Gino presero a osservarmi con maggiore interesse, a coinvolgermi nei loro discorsi. Non potevo ancora essere considerato uno di loro, poiché per mia fortuna non lavoravo, tuttavia avevo ormai conquistato la loro benevolenza.
Di quel periodo mi ricordo soprattutto i camionisti: Dolfo, Sandro e tutti gli altri. Erano gli unici che mangiassero qualcosa. Pane e salame, pane e mortadella, enormi panini con acciughe in salsa verde. E almeno mezzo litro di vino a testa. Rammento i loro discorsi coloriti, i loro interminabili racconti dove le protagoniste indiscusse erano sempre le donne. Così come di enormi manifesti raffiguranti donne nude erano tappezzate le cabine dei loro camion. Ascoltavo spacconate, enormi fanfaronate, comunque necessarie per alleviare almeno un po’ la fatica del loro duro lavoro. Ricordo soprattutto le loro impressionanti pance, quegli addomi e ventri lievitati a dismisura, forse a causa dell’attività sedentaria, prominenze che loro ostentavano con fierezza.
E poi c’erano i contadini. Arrivavano parcheggiando il trattore a pochi metri dalla porta d’ingresso della piola. Con un gran baccano e sbuffi di fumo nero e puzzolente. I loro stivali di gomma erano sempre incrostati di terra e di letame secco. In qualsiasi stagione dell’anno indossavano il solito cappello di paglia oppure, i più giovani, un berretto dal colore sgargiante con in evidenza la scritta pubblicitaria di qualche marca di mangime. I contadini erano molto parsimoniosi. Ordinavano al più un bicchiere di vino rosso, che facevano durare a lungo. Non perché non fossero grandi bevitori. Altroché se lo erano, ma preferivano bere a casa, oppure quando erano impegnati nel lavoro nei campi. E poi, oltre che un po’ spilorci, erano diffidenti riguardo qualsiasi vino che non fosse stato prodotto da loro stessi. In verità trovavo i loro discorsi un po’ noiosi. Quando parlavano di Bianca, Nerina e Alpina sapevo che non citavano nomi di donne affascinanti o prosperose, ma semplicemente discorrevano delle loro amate mucche. Inoltre i campagnoli erano sempre così lamentosi! Pioveva poco, pioveva troppo, il raccolto non era andato bene, era morto un vitello, sai che danno, il prezzo della nafta era aumentato, quello del grano era calato, e così via. Un pianto unico.
La piola di Gino era pure frequentata da altri lavoratori che non si può dire si ammazzassero di fatica. C’era il messo comunale, per esempio. Strizzato nella sua elegante divisa blu scuro con i bottoni dorati, si sedeva tutto solo a un tavolo nell’angolo e passava ore a sfogliare i quotidiani sportivi, bevendo e non parlando con nessuno. Forse non aveva niente da dire, oppure si rendeva conto di non avere nulla da condividere con quegli omoni dai vestiti e dalla pelle inzaccherata che concionavano di grandi imprese muscolari o che stavano imprigionati tutto il giorno in una fabbrica. A volte passava in piola anche il maestro elementare. Era sempre tutto lustro, vestito elegante, i baffetti ben spuntati, mai un capello fuori posto. Lui arrivava dal sud, non comprendeva nulla di tutto quel berciare a squarciagola in dialetto stretto. Nessuno lo coinvolgeva, quasi fosse invisibile. Il maestro si limitava così a sorseggiare in tutta fretta il suo caffè e poi scappava a casa. Semplicemente, non era considerato dagli altri un vero lavoratore.
Il becchino, Giovanni, era invece il più allegro di tutti. Anche lui disdegnava a parole il buon vinello di Gino. Tra un bicchiere e l’altro esaltava il suo, di vino, un terribile intruglio imbevibile corretto con il sale. In ogni caso, da dove derivasse tutta la sua contentezza era un mistero per tutti dal momento che il suo era un lavoro tutt’altro che divertente.
Bei tempi, quelli! Ormai da allora sono trascorsi molti anni. La piola di Gino non c’è più. Al suo posto c’è il Bar Devil, (che cazzo vuol dire Devil?), un locale tutto luccicante con tavolini e sedie di acciaio. A volte ci passo a sorseggiare una grappa ma subito scappo perché non mi sento molto a mio agio. È frequentato soprattutto da giovani, ragazzi e ragazze, tutti tatuati e con gli anelli al naso ma soprattutto tutti disoccupati. E quei poveretti si lamentano pure della loro condizione, perché vorrebbero lavorare.
“Mi sbatto di qua e di là ma non riesco a trovare niente. Il lavoro non c’è!” dicono rassegnati, alzando le spalle, mentre tutti gli altri annuiscono solidali. Che ingenui, non sanno apprezzare la loro enorme fortuna! I soldi per bere qualcosa comunque li hanno, quindi perché andare a complicarsi e a rovinarsi l’esistenza? Beata gioventù.
Io invece lavoro da più di trent’anni e non ne posso più. La mia schiena è a pezzi e la mia testa non sta meglio. Il lavoro è un diritto. Il lavoro nobilita l’uomo. Il lavoro rende liberi (i crucchi nazisti, pur nel loro beffardo e crudele dileggio, l’avevano vista giusta!). In realtà il lavoro abbrutisce, il lavoro rende schiavi.
Ancora una volta ripenso alle parole del povero Giacomo: “Se trovo chi ha inventato il lavoro lo ammazzo di botte!”
Giacomo, che è morto tra atroci sofferenze ancora prima di arrivare alla pensione, avvelenato da quelle sostanze che avevano per anni penetrato il suo corpo e che alla fine gli avevano rubato non solo il corpo ma pure l’anima.
Chi ha inventato il lavoro purtroppo non è ancora stato individuato. L’ho cercato anch’io, a lungo, ma non l’ho trovato. Forse quello sciagurato è addirittura morto. In ogni caso il suo malvagio seme si è perpetuato, sarebbero troppi ormai quelli da punire e io non ho la forza e neppure il tempo per poterlo fare. Mi dovrò limitare a mettere in atto un gesto simbolico. Il medico, quello della fabbrica di Giacomo, è ancora vivo. Ha più di novant’anni. È riuscito a conservarsi, il vecchio bastardo! Ogni tanto lo vedo che arranca per il paese con il suo bastone, con lo sguardo appannato ma sempre sprezzante. So dove abita, lo sanno tutti, la sua è la casa più bella del paese. Le mie mani sono rovinate, devastate dalla fatica, ma sono ancora in grado di ammazzare di botte quella vecchia carcassa fragile e rinsecchita.
Finisco di bere e poi vado da lui, a lavorare.


sabato 18 aprile 2015

BANDITO



Sono nato bandito 
Fuorilegge che spara 
Artista della lupara 
Da sempre inseguito 
Marcito in galera 
Insieme ai delinquenti 
Stringendo i denti 
Mai era sera
Mi sono pentito
Cancellato il reato
Pietà dello Stato
Ma un uomo finito




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lunedì 6 aprile 2015

FISCHIA PER NOI



“Stai andando alla riunione?”
L’onorevole Belli trasalì. Stava camminando nel Vascello, l’ampio corridoio che conduceva alla Sala del Fante, quando il senatore Venditti gli sfiorò la spalla da dietro e lo apostrofò con quelle parole. Belli, in quel momento, non stava affatto pensando a ciò che si sarebbe dovuto decidere in quell’importante incontro, bensì al regalo che avrebbe dovuto fare alla moglie per l’anniversario di matrimonio. Due giorni dopo, così come due giorni dopo avrebbero avuto inizio le votazioni. Una sgradevole coincidenza. Il parlamentare si arrestò e strinse la mano al collega grande elettore.
“Ciao Manlio. Su, sbrighiamoci che siamo in ritardo. E poi quello chi lo sente?”
“Aspetta un attimo, devo dirti una cosa importante.”
“Dimmi.”
“Ho fatto il tuo nome” disse tutto di un fiato il senatore Venditti.
“Che cosa?”
“È accaduto ieri sera, sul tardi. Mi trovavo in uno dei soliti capannelli, sai come succede in questi giorni, e ho detto che tu saresti stato uno dei nostri candidati.”
“Cazzo, mi hai bruciato!” esplose Belli.
“Temo di sì” rispose con falsa mestizia il senatore.
“Perché l’hai fatto?”
“Beh, fa parte del fuoco di interdizione, come lo chiama il nostro segretario. Per alimentare la confusione, per gettare un po’ di fumo…” Venditti non seppe più proseguire.
“Porca puttana!”
“Aspetta, non è tutto. Non mi sono reso conto che era presente anche Servetti, il giornalista del Corriere del Mattino. Quello è come il prezzemolo.”
“No!”
“Purtroppo sì. Hai letto i giornali di oggi?”
“Non ho fatto in tempo” disse Belli, che era impallidito.
“Allora non farlo, se non vuoi vedere il tuo nome in prima pagina scritto a caratteri cubitali.”
“Ma vaffanculo!”
“Non te la prendere. Sei giovane, tra sette anni sarai un candidato perfetto.”
“E… come hanno reagito gli altri?”
“A chi ti riferisci?” domandò Venditti.
“Quelli ai quali l’hai detto.”
“Ah! Nessuno ha battuto ciglio, tranne Merloni che si è messo a sghignazzare.”
“Stronzo.”
“Su, andiamo. Adesso ci stiamo davvero attardando.”
I due ripresero a camminare, uno sottobraccio all’altro.
“Dimmi ancora una cosa” fece all’improvviso Venditti.
“Uh?”
“Tu ci credevi veramente? Voglio dire… nel caso in cui si fosse profilata sul serio la tua candidatura.”
Il collega lo guardò.
“Non lo so. In fondo si tratta di un incarico estremamente impegnativo. E tu, piuttosto? In quanto a carte in regola…”
“No! Zitto! Non lo dire neppure! Porta male!” scattò l’altro.
“Ho capito. Dai, entriamo che la riunione è già iniziata.”
La sontuosa sala era affollata. Da qualche istante il giovane segretario del partito, Romeo Lorenzi, aveva iniziato a parlare.
“…non possiamo e, soprattutto, non dobbiamo sbagliare. L’intero Paese ci sta osservando e ci giudica. Indugi, giochetti, furberie: tutti artifici inutili che non ci saranno perdonati. Abbiamo di fronte una enorme responsabilità alla quale non possiamo sottrarci. La nostra scelta dovrà essere la migliore possibile e anzitutto dovrà essere rapida. Non vi nascondo la grande soddisfazione, mia, vostra e dei cittadini, nel caso di successo al primo scrutinio. Devo purtroppo constatare come, al momento attuale, le idee non siano molto chiare. Non si è in sintonia sul metodo, all’interno del partito, e ancora non abbiamo preso in considerazione eventuali nomi, a parte alcune sciagurate e presuntuose autocandidature.”
Pronunciando quelle ultime parole il segretario lanciò uno sguardo beffardo in direzione dell’onorevole Belli, il quale arrossì e si voltò verso il senatore Venditti impegnato, a occhi bassi, a lisciarsi la cravatta.
“Mi aspetto da voi proposte e idee, sia sul metodo che sulle candidature. Queste ultime dovranno essere riferite a persone autorevoli, competenti e degne di rappresentare il nostro Paese a livello internazionale. Il tempo stringe, abbiamo bisogno di certezze.”
Lorenzi tacque, compiaciuto, e si versò un bicchiere d’acqua. In sala erano tutti in silenzio. Fu il senatore Lapilli a interrompere la quiete.
“Segretario, perché all’incontro non è stato invitato nessuno della minoranza interna?”
Lorenzi si produsse in una smorfia.
“Perché tanto quelli sono quattro gatti e non contano un cazzo e possiamo benissimo fare a meno dei loro voti. E poi, se ciò non bastasse, vi dico che sono degli autentici rompicoglioni. Pensate, non sono neppure d’accordo tra loro, e ribadisco che sono davvero in pochi! Qualcuno di loro ha proposto la candidatura di Cuzzi, altri quella di Cozzo, e altri ancora quella di…”
“Cazzo!” urlò Bonsignori, un rubizzo deputato siciliano. L’intera sala scoppiò a ridere, tutti tranne il segretario Lorenzi, che rimase invece imperturbabile.
“Già tanto che non abbiano suggerito un idraulico, quelli!” bofonchiò un grande elettore seduto in prima fila.
“…altri ancora quella di Pallavicino” concluse il segretario. “Vi invito a essere seri, il momento è molto delicato.”
Di nuovo tutti zitti.
“C’è l’intenzione di coinvolgere anche le altre forze politiche? L’opposizione?” domandò una giovane deputata.
“Ottima osservazione, Rondelli” rispose Lorenzi. “Sarebbe infatti auspicabile perseguire la massima condivisione, dopotutto stiamo per eleggere il Capo dello Stato, tuttavia dove ci condurrebbe una simile strategia? Ve lo spiego in poche parole: si tratterebbe di lasciare l’iniziativa alla maggiore forza di opposizione, la quale proporrebbe un nome di sicuro a noi sgradito e che saremmo costretti a bocciare. Ciò significa soltanto perdere tempo, e noi non ce lo possiamo permettere. Quindi il Presidente ce lo eleggeremo noi. Da soli.”
“Ma… i voti?”
“Li abbiamo, non preoccupatevi. I pochi che mancano alla fine arriveranno, ve lo assicuro. A questo punto, definito il metodo, dobbiamo pensare al nome. Aspetto i vostri suggerimenti.”
Lorenzi incrociò le braccia sul petto.
“Pennino!” disse qualcuno. Molti assentirono con deciso convincimento.
Il segretario scosse il capo. Poi intervenne.
“Quella del senatore a vita Pennino, che oggi non è potuto essere tra noi, è una candidatura autorevole, di grande prestigio, di alto profilo…
“È stato presidente del Senato!”
“Più volte ministro!”
“Giudice costituzionale!”
“Presidente dell’Antitrust!”
“Deputato regionale!
“Sindaco!”
“Segretario del partito!”
“…ma ricordo a tutti voi che il senatore ha appena compiuto novantadue anni” terminò Lorenzi.
“Beh? Qual è il problema?Alla conclusione del mandato non avrà neppure cent’anni” disse un anziano e decrepito delegato regionale abruzzese.
“Segretario, posso andare io da lui e cercare di convincerlo. So in quale ospedale è ricoverato”.
“Mi dispiace” disse Lorenzi. “Pur con tutto il rispetto per la notevole storia del senatore e per il suo… attaccamento alle istituzioni, non posso sostenere la sua candidatura. Ho improntato tutta la mia azione politica sul rinnovamento e i cittadini non gradirebbero una soluzione di questo tipo.”
“Puzzoni!” urlò una deputata veneta.
“No, da troppi anni è fuori dai giochi” disse il segretario. “E poi con quel nome…”
L’onorevole Belli, che finalmente era riuscito a ridarsi un contegno, prese la parola.
“Dobbiamo allargare la nostra visione alla società civile. È proprio lì che potremo trovare il nostro candidato ideale, al di fuori della politica.” Si sedette soddisfatto. Se la sua proposta avesse attecchito, avrebbe definitivamente messo fuori gioco il senatore Venditti, che continuava a starsene ben coperto.
La sala fu presa dall’entusiasmo. Molti applaudirono.
“Bravo Belli!”
“Un musicista!”
“Un attore!”
“Un giornalista!”
“Un acrobata!”
“Un pittore!”
“Un architetto!”
“Uno scienziato!”
“Mi dispiace soffocare il vostro impeto ma tale proposta non è ricevibile. E, in ogni caso, è troppo vaga. Noi abbiamo bisogno di qualcuno in carne e ossa, non di una figura generica. Nomi! Voglio nomi!” Lorenzi stava cominciando a innervosirsi.
“Una donna?” disse timidamente un deputato friulano.
“Quale donna? Quale? Nome e cognome!”
Tutti zitti, comprese le donne presenti.
“Perché non Alberto Trafficoni?” propose un delegato regionale campano.
“Trafficoni? Ma non è implicato in quell’inchiesta per corruzione, concussione e abuso in atti d’ufficio?” domandò Lorenzi.
“È stato assolto due giorni fa” rispose l’altro, soddisfatto.
“Ma l’inchiesta è andata avanti per cinque anni! Per l’opinione pubblica è come se fosse colpevole” sbottò il segretario. “Amici, siamo a punto morto. L’ho detto, noi abbiamo bisogno di una figura di garanzia, qualcuno al di sopra delle parti, una specie di arbitro.”
“E allora facciamo Gervasoni” disse ridendo il senatore Colapesce.
“Gervasoni… quello?” chiese Lorenzi, serio.
“Sì, proprio quello!” Qualcuno, in sala, cominciò a sghignazzare.
Lorenzi si rivolse al sottosegretario con delega allo Sport Del Fiume, che stava seduto al suo fianco.
“Un momento. Quanti anni ha Gervasoni?”
“Cinquanta, sette mesi e undici giorni” rispose Del Fiume, molto ferrato in quel campo.
“È un tipo deciso!”
“Autorevole!”
“Sa farsi rispettare!”
“È equilibrato!”
“Imparziale!”
“Giovane!”
“È internazionale da cinque anni!”
“Lasciate fare a me” disse Lorenzi, sfoderando il suo ghigno da faina.

Luca Gervasoni ha cenato alle sette in punto: pasta al pomodoro con una spolverata di parmigiano, filetto ben cotto e insalata. Una mela. Come fa tutte le vigilie. Adesso è in camera da letto e sta preparando la sacca. Sistema la biancheria, il necessario per la toelette, le due divise, quella con la maglia rossa e quella con la maglia gialla. Perché non può più usare quella nera? Ancora la rimpiange. Per ultimo il fischietto d’argento. Chiude il borsone. Adesso andrà in salotto e ascolterà qualche aria di Mozart, per rilassarsi. Poi a letto presto, per essere ben riposato il giorno dopo.
Squilla il telefono. Un suono prolungato, insistente.
“Vai tu, per favore” dice alla moglie. “Non voglio perdere la concentrazione.”
La donna torna dopo un attimo.
“Mi dispiace, ma vogliono proprio parlare con te” dice.
“Chi è?”
“Non lo so, è da Roma.”
Gervasoni prende la telefonata. Roma? Sarà qualcuno della federazione, pensa. Che cazzo vogliono quelli a quest’ora?
Parla per qualche minuto, poi chiude la conversazione.
“Domani non andrò più a Milano, devo andare a Roma” dice alla moglie con un filo voce.
“A Roma? Ti hanno cambiato la partita? Ti hanno dato il derby?”
“No, una partita molto più importante.”
“Quale?”

“Tutti contro tutti.”

sabato 28 febbraio 2015

IL PRATO DELLE VOLPI



C’è un parco. È immenso, con ampi viali e grandi alberi rigogliosi. Le persone vi trovano rifugio per camminare e per rilassarsi. Per pensare. C’è un piccolo stagno, al quale mi avvicino. Qualcuno, seduto sulla sponda, vi ha immerso i piedi nudi. Mi guardo attorno, indugio a lungo, poi mi unisco a loro. L’acqua è fredda e leggermente torbida. Sotto la superficie liquida si intravedono delle ombre. Nutrie, e tanti pesci. Uno di loro, piuttosto grande, si avvicina alla mia caviglia e la bacia. A lungo. Percepisco il contatto di quelle labbra minuscole e gelide e rabbrividisco. Rimetto calze e scarpe e riprendo a camminare. Adesso nel parco c’è tanta gente: bambini, anziani e gruppi di studenti. Un uomo mi si avvicina. Deve essere un insegnante: indossa un abito grigio e il suo sguardo è quello di un uomo abituato a riflettere.
“È bello questo posto” dice.
Sorrido e annuisco. Sto zitto, perché non so che cosa rispondere.
“La bellezza allieta l’animo” aggiunge. “Noi vi portiamo spesso i ragazzi, affinché l’incanto della natura possa penetrare nei loro cuori”.
Lo guardo.
“Tuttavia i giovani non sono in grado di apprezzare tale magnificenza” prosegue lo strano individuo.
“Beh… sono giovani” balbetto. Comincio a sentire una strana inquietudine.
“No! Il fatto è che non possono usare il telefono, e allora si annoiano. Vogliono andare via”.
“Capisco” dico.
“Forse hanno ragione, però”.
“Dice?”
“Sì, hanno ragione, perché spesso sotto l’apparente bellezza si annida lo squallore. I ragazzi sono molto istintivi e colgono questa distorsione”.
A questo punto vorrei allontanarmi, ma l’uomo non me lo permette.
“Ha già visitato tutto il parco?” domanda, con voce all’improvviso molto gentile.
“No, non ancora”.
“Allora, se mi permette, le consiglio di recarsi al prato delle volpi”.
“Che cosa?”
“Il prato delle volpi! Non ne ha mai sentito parlare?”
“Sinceramente no” rispondo, stupito ma anche incuriosito.
“Le spiego la strada: deve proseguire diritto per quasi un chilometro, lei è giovane e non ha problemi a camminare, poi deve girare a destra, dopo la fontana, e poi ancora a destra, dopo avere oltrepassato il mulino. Ecco, lì troverà il prato delle volpi. Ci vada, mi raccomando.”
“Lo farò. Grazie e arrivederci.”
“Addio.”
Un po’ scosso per il bizzarro incontro mi incammino. Seguo le indicazioni dello strambo individuo e dopo quasi mezz’ora giungo nel luogo che mi ha indicato. Sono solo. Mi guardo un po’ attorno e poi lo vedo. Il prato. Si tratta di un rettangolo che spicca rispetto a ciò che lo circonda perché l’erba è di un colore verde smeraldo. Vedo su di esso delle macchie rossastre in movimento: le volpi. Tante volpi. Alcune sono stese al sole, altre camminano pigramente, altre ancora sono ritte sulle zampe posteriori, quella anteriori appoggiate a uno strano attrezzo che sembra un tosaerba. Avanzano lentamente, con sofferenza, da un lato all’altro del prato, rifacendo di continuo lo stesso percorso. Una delle zampe posteriori è assicurata a una fune azzurra che permette all’animale movimenti limitati. Strabiliato, mi avvicinò di più e rimango colpito dagli occhi di quelle creature impegnate in quella assurda attività: sono molto tristi.


sabato 14 febbraio 2015

LARGO AI GIOVANI



Domani avrò quarant’anni. Darò così addio alla gioventù e diventerò un vecchio.
Oggi è stato il mio ultimo giorno di lavoro. Questa mattina sono uscito da casa presto, come ho sempre fatto per tanti anni, per arrivare puntuale in ufficio. Ho svolto le mie abituali incombenze con efficienza, professionalità e precisione. Poi, al termine della giornata, ho salutato i colleghi per l’ultima volta. Sia quelli ormai prossimi alla pensione che quelli giovani. Alcuni di questi ultimi hanno appena vent’anni, di fronte a loro c’è un’intera vita lavorativa. Il tempo, tuttavia, trascorrerà in fretta e ben presto si troveranno nella mia condizione attuale. Di colpo saranno vecchi.
Mi aggiro frastornato tra le pareti della mia abitazione. Un piccolo appartamento nel quale ho vissuto a lungo e al quale devo dire addio. Nei giorni scorsi ho già raccolto la mia roba e l’ho sistemata in alcune valigie e in due grossi sacchi di plastica neri. I vestiti, alcuni libri, vari insignificanti oggetti che per me però rappresentano un ricordo, la maniera per rievocare attimi felici della mia esistenza. Da domani non abiterò più qui, sarò trasferito.
Mi lascio cadere sulla mia poltrona preferita, che ovviamente non potrò portare con me, e rifletto.
Considero che in passato le persone anziane godevano di autorità e rispetto. I vecchi erano i depositari del sapere e della saggezza. Adesso sono considerati gli elementi deboli della società, privati di ogni autorevolezza, e condannati senza appello all’emarginazione. Superata una certa soglia d’età, uomini e donne sono ritenuti non più in grado di sostenere i ritmi frenetici e competitivi del mondo del lavoro. Non più all’altezza della vita di tutti i giorni, dei suoi numerosi obblighi sociali. La conseguenza drammatica è il subentrare in questi individui di uno stato di frustrazione che conduce a una inevitabile crisi di identità. Gli esseri umani più attempati all’improvviso non sanno più quale sia il loro ruolo, da quel momento in poi la loro unica missione è quella di sopravvivere.
Fino a poco tempo fa non era così. Il prolungarsi, sempre più, della vita umana aveva comportato l’adozione di una scelta che ora appare scriteriata: l’innalzamento senza limiti dell’età della pensione. A un certo punto tutti i posti di vertice nell’industria, nella finanza e nelle istituzioni erano occupati da arzilli ottuagenari che non avevano alcuna intenzione di farsi da parte per favorire il ricambio. Così come in fabbrica gli operai con più di cinquant’anni di lavoro alle spalle rappresentavano la norma e non l’eccezione. Poi c’è stata la ribellione dei giovani, e sappiamo com’è andata a finire. D’altra parte era inevitabile che ciò accadesse. C’è stata una brusca inversione di tendenza, e tutto è stato rimesso in gioco, in virtù di quella pressione esercitata dalle masse giovanili esasperate che per poco non è sfociata in terribile violenza. Il processo, in ogni caso, è stato governato. Le misure attuate per rimediare agli errori del passato si sono però rivelate, a mio avviso, troppo drastiche. Io ne sono una vittima. Seguo con attenzione, ancora oggi, la battaglia di un piccolo movimento in cui mi riconosco affinché ci sia un ripensamento e l’età di quiescenza sia di nuovo aumentata, sebbene di poco. Per me, comunque, è ormai troppo tardi.
Domani non dovrò preoccuparmi di nulla. Aspetterò finché non mi verranno a prendere, con il furgoncino della Casa Protetta, e mi condurranno nella mia nuova abitazione, una stanzetta che dovrò condividere con un altro vecchio come me. In quel posto troverò tutto ciò che mi serve. Ci sarà il bar, dove avrò diritto a due consumazioni giornaliere, e anche il cinema. Avrò la possibilità di giocare a bocce e a carte, potrò trascorrere lunghe ore a pescare nel laghetto. Non mi toccherà preoccuparmi dei pasti, dei vestiti e della pulizia della camera. Naturalmente non potrò uscire dal perimetro della Casa, né disporrò di denaro, che comunque sarebbe del tutto inutile. Insomma, godrò di parecchi privilegi.
Il mio nuovo status purtroppo comporterà anche delle rinunce, alcune delle quali assai dolorose.
Innanzitutto non potrò più avere figli. Sarò sottoposto a un piccolo intervento chirurgico che mi renderà per sempre sterile. È ormai dimostrato che i nati da genitori troppo anziani hanno problemi di inserimento nell’attuale tessuto sociale. Io di figli non ne ho, e dunque non sarò mai genitore. L’esistenza frenetica che ho condotto nella prima parte della mia vita mi ha sempre impedito di incontrare la persona adatta con la quale poter formare una famiglia, non ho mai avuto la possibilità di fare dei progetti. Un giorno dopo l’altro sono invecchiato, e adesso è inutile abbandonarsi al rimpianto.
Tra le altre cose che perderò passando all’età senile c’è il diritto di voto. Gli anziani non possono intervenire nella vita pubblica, non hanno la prerogativa di esprimere le loro idee politiche attraverso la partecipazione al processo elettorale. La pratica degli affari collettivi è materia esclusiva dei giovani. Noi vecchi non abbiamo interesse, e necessità, che qualcosa cambi. Insomma, che ci sia un rinnovamento, perché nulla ci riguarda più. La nostra vita, dal momento in cui entriamo nella Casa, è tutta pianificata, regolata fin nelle sue minime sfaccettature. Dobbiamo pensare soltanto al riposo, poiché il nostro contributo alla società è ormai esaurito. Un periodo di ristoro e di sollievo che potrà durare anche parecchi decenni, durante il quale correremo il rischio di morire di noia, ma al quale poco per volta ci abitueremo. Diventeremo consapevoli della nostra inutilità, perché nessuno ci starà a sentire, nessuno verrà a chiedere un nostro parere. Dovremo invece pensare a rilassarci, a vivere giornate tutte uguali ma serene e tranquille, ad aver cura del nostro corpo e, impresa alquanto più impegnativa, della nostra mente. Lentamente tutte le scorie e le tossine accumulate negli anni di faticoso lavoro saranno espulse, ci trasformeremo così in esseri nuovi, distaccati dalle cose materiali, dalla lotta quotidiana, liberi dall’ambizione, non più schiavi dei sentimenti, mondati da ogni bruttura.
Domani inizierà la mia nuova vita. Vivrò fino alla fine circondato soltanto da gente della mia età o più anziana. Non avrò più alcun contatto con le nuove generazioni, che si succederanno in un processo naturale del quale non avrò percezione.
Ed è proprio questo l’aspetto positivo della mia nuova qualità di vecchio. Quello che più mi appaga e più mi gratifica: non vedrò più persone giovani, non avrò più alcun contatto con loro, nessun tipo di rapporto. E questo è un bene, perché io i giovani li odio