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martedì 8 marzo 2011

IL TRAMONTO



C’era una volta un popolo che chiedeva più autonomia, più attenzione al territorio, maggiore partecipazione e più libertà dai lacci della politica centralista. Sono trascorsi venticinque anni, che cosa è rimasto di quei nobili intenti?
All’inizio degli Anni Novanta, le inchieste giudiziarie di Mani Pulite hanno spazzato via, hanno demolito l’intero sistema dei partiti del nostro Paese. Movimenti politici che avevano contribuito, dal dopoguerra in poi, alla stupefacente ripresa economica e sociale dell’Italia sono scomparsi, sono stati annientati da un giorno all’altro, caduti sotto il peso della corruzione e del mal governo. Il nuovo movimento del nord, la Lega, è stato pronto ad andare a occupare uno spazio che, all’epoca, sembrava infinito. È cominciata la conquista e l’occupazione delle amministrazioni locali, nel nome di una rinnovata politica, fresca e portatrice di nuovi valori e di rinnovati ideali. Uomini finalmente nuovi, e nuove visioni, dopo una stagnazione e un immobilismo che si erano protratti per decenni.
Chi è rimasto, di quel periodo d’oro dell’autonomismo, di chi vedeva, nella riorganizzazione amministrativa dello Stato, la soluzione degli annosi problemi dell’Italia?
Chi si ricorda di Formentini, primo e unico sindaco leghista di Milano? Del politologo-ideologo Miglio? Di Pagliarini,  primo e unico Ministro delle Finanze leghista? Del precursore Leoni, di Tabladini e di tanti altri? Per non parlare della pasionaria Irene Pivetti ridotta, ai giorni nostri, ad animatrice di beceri salotti televisivi.
È rimasto lui, il condottiero, il guerriero ferito, Umberto Bossi, ed è rimasto Roberto Maroni, estroso politico di indubbie capacità e di gran senso pratico, ancora oggi il volto più presentabile della Lega, l’uomo incline al dialogo con la sinistra ma comunque sempre pronto, alla fine, ad adeguarsi alla linea del partito.
Con il passare del tempo la spinta di innovazione della Lega è rallentata sempre più, fino ad arrestarsi del tutto. La sempre più stretta contiguità con la politica “del Palazzo” ha decretato la fine di quello che, per molti elettori del nord, è stato un sogno. Eppure il peso politico del raggruppamento di Bossi è cresciuto fino a diventare determinante per gli equilibri politici del Paese, e ciò è avvenuto di pari passo con lo svuotamento e il progressivo annullamento dei principi e dei contenuti che ne avevano determinato l’impulso iniziale.
L’abbraccio con Berlusconi è stato fatale. Il patto con il diavolo ha privato la Lega della suo vero soffio vitale, della sua autentica essenza. Sono diventati prevalenti, all’interno del partito e tra gli elettori, le rappresentazioni legate alla destra più volgare e impresentabile, non ultimi bigottismo e razzismo.
Tutto ciò in cambio di cosa? In nome di cosa è stata scambiata, anzi svenduta, l’anima leghista? Lo sappiamo, perché è stato ripetuto innumerevoli volte, fino alla noia, fino allo sfinimento: il federalismo.
In cambio di ciò, per anni sono state votate, a testa bassa, leggi vergognose e obbrobriose, che hanno gradualmente minato l’architettura istituzionale dello Stato, che hanno alterato i valori comuni di riferimento, che hanno garantito a una persona sola privilegi e impunità.
Alla fine, la montagna ha partorito il topolino, vale a dire una forma spuria di federalismo che di certo non risolverà i problemi del Nord e che di sicuro aggraverà quelli del Sud, che metterà, tra l’altro, in discussione la compattezza e l’unità nazionale.
Un lungo cammino che, finora, ha portato al nulla e che in futuro potrebbe condurre al disfacimento.
C’era una volta un popolo che è stato ingannato.

domenica 6 marzo 2011

L'UNICO



Fu identificata e perquisita, all’ingresso dell’Istituto, da una corpulenta poliziotta. Poi fu accompagnata al piano superiore da un’altra donna, che indossava un’uniforme gialla. Una delle tante assistenti, pensò. Dopo avere percorso un interminabile corridoio, giunsero di fronte a una porta. La donna bussò.
“Signor Last!” urlò. Poi entrò mentre la ragazza rimase fuori. Uscì dopo un paio di minuti.
“Può entrare” disse, con voce roca. “Il signor Last non si ricordava più dell’appuntamento ma ha detto che la riceverà ugualmente.”
“Grazie” rispose la ragazza, ed entrò nella camera.
“Vi lascio soli, se ha bisogno di qualcosa suoni il campanello” aggiunse la custode, che poi si allontanò sbattendo i tacchi.
La stanza era in penombra. La ragazza intravide la figura di un uomo seduto accanto alla finestra.
“Accenda pure la luce” disse il vecchio.
L’ambiente si illuminò. La ragazza riuscì così a distinguere meglio i lineamenti del viso di quella persona molto anziana. L’uomo indossava una lunga vestaglia e delle pantofole di stoffa. Con una certa fatica, si alzò e le venne incontro. Aveva una barba bianca e molto lunga, perfettamente curata, e il volto solcato da rughe profonde.
“Mi scusi, mi ero scordato dell’intervista” disse.
La ragazza sorrise. Era molto giovane e la microgonna trasparente e il minuscolo top che indossava esaltavano le sue forme prepotenti.
“Lei scrive per un giornale importante?” domandò il vecchio.
“No, lavoro per una rivista, una rivista femminile…”  Poi si bloccò, consapevole dell’assurdità che aveva appena pronunciato. Il signor Last sogghignò.
“Mi scusi…” balbettò la giovane.
“Non si preoccupi. Su, procediamo. Che cosa desidera chiedermi? Le spiace se rimango in piedi? Sa, le mie ossa…”
“No, prego. Vede, dovendo scrivere un pezzo sulla festa dell’8 Marzo, ho pensato a lei…”
“Pochi, ormai, pensano a me” la interruppe il vecchio. “Comunque, presumo che lei sappia, anche se è così giovane, che una volta la festa aveva un altro significato.”
“Certo, signor Last, era la Festa delle Donne.”
 “Esatto. Dopo la Selezione, tuttavia, la sua accezione è cambiata, e non poteva essere altrimenti.”
“E infatti è diventata la festa della Selezione!” esclamò la ragazza.
Il signor Last annuì, si massaggiò le tempie ed emise un profondo sospiro che esprimeva tutta la sua rassegnazione.
“Allora, mia bella giovane, le domande?”
“Certo. Signor Last, è vero che nessuno conosce la sua vera età?”
Il vecchio scoppiò a ridere, una risata che ben presto si trasformò in un accesso di tosse.
“I medici che mi curano e che mi tengono in vita la conoscono benissimo. E io pure. Tutto il resto rientra nella leggenda, se così si può dire.”
“Ah! Quindi può essere vero che lei abbia più di centocinquant’anni?”
“Può essere vero” rispose il vecchio, quasi divertito. “Ma che importanza ha?”
“Lei soffre molto la sua attuale condizione? Intendo dire la solitudine di…”
“E lei? Non soffrirebbe al pensiero di essere rimasta… lasciamo perdere!”
“Mi scusi, signor Last, non volevo turbarla. Comprendo perfettamente la sua situazione emotiva.”
“Non ci badi, signorina. È passato ormai tanto tempo, ma non mi ci sono mai abituato.”
“Posso chiederle come trascorre le sue giornate?”
“Mangio, dormo e penso. Al mattino cerco di fare una breve passeggiata, e poi ci sono le cure…”
“Sono molto impegnative?” domandò la ragazza.
“Un vero tormento.”
“E poi?”
“Leggo, leggo molto, anche se odio questi strumenti di lettura.” Il vecchio indicò un lettore di e-book appoggiato sul letto. “Vorrei avere ancora tra le mani un vero libro, di quelli di carta, sfogliarlo, sgualcirlo, annusarlo…”
“Sono tutti conservati nei musei…”
“Già, purtroppo.”
La ragazza iniziò a prendere appunti su una piccola tavoletta elettronica. Scrisse per alcuni minuti, poi la ripose nella borsetta.
“Non ha più niente da chiedermi?” chiese il signor Last. Cominciava a sentirsi stanco. L’ora delle cure si stava avvicinando.
“Le vorrei chiedere un favore personale” disse la ragazza, esitante.
“Mi dica.”
“Mi tocchi.”
“Che cosa?” Il vecchio era sbalordito da quella inaspettata e incomprensibile richiesta.
“Così.”
La ragazza si avvicinò, gli prese le mani e  le appoggiò sulle proprie spalle nude.
“Mi accarezzi” aggiunse con un filo di voce.
Il vecchio, tremando, le fece scorrere le mani sul seno, morbido ed elastico; quando percepì l’impeto dei capezzoli spostò le dita sui fianchi e subito dopo sul ventre piatto e sodo. Infine  poggiò le sue grosse mani sulle natiche della giovane e si fermò.
“Grazie, basta così” disse la ragazza riaprendo gli occhi. Poi si voltò all’improvviso, imbarazzata, e si diresse di corsa verso la porta.
“Non temere, ragazza. Non ti giudico, comprendo la tua curiosità” le gridò dietro il vecchio signor Last, il sopravvissuto alla Selezione. L’unico uomo. L’ultimo.

venerdì 4 marzo 2011

L'INTERROGATORIO



“Chi sei? Perché mi hai portato qui? Che cosa vuoi da me?” domandò a raffica l’uomo.
Si trovava in uno scantinato, umido e semibuio. Era seduto su una vecchia sedia, alla quale era legato con robusti nodi. Non riusciva praticamente a muoversi e faticava a respirare. Sul viso aveva un livido, proprio all’altezza dello zigomo destro, ma non aveva perso del tutto la sua baldanza. E l’arroganza che gli era propria.
“Hai fatto tutto da solo?” aggiunse.
Il giovane sorrise. Un sorriso amaro, però, che gli tendeva in maniera innaturale i lineamenti del viso, rendendo l’ovale, altrimenti gradevole, simile a una maschera grottesca.
“Quasi. Da solo non ci sarei riuscito” disse.
“Che cosa vuoi farmi?”
“Parlare.”
“Allora non c’era bisogno di tutta questa sceneggiata.”
“Ti sbagli. Tu, per noi, sei irraggiungibile. Parli e parli, ma non ascolti nessuno. Ti piace udire la tua voce, te ne compiaci, ma in realtà non dici nulla. Non ti importa niente dei nostri bisogni perché pensi soltanto a te stesso.”
“Che dici? Guarda che la gente mi ama.”
“Quale gente? Se ti riferisci ai tuoi servi, ti dico che quella non è la gente.”
“Sai bene che mi riferisco al popolo.”
Il giovane esplose in una risata sprezzante.
“Quella massa di indottrinati ai quali hai fatto il lavaggio del cervello? Quello sarebbe il popolo? Quei poveracci, quegli ignoranti, quegli esseri privi di coscienza?”
“Ho sempre lavorato per loro. Solo per loro. Gli altri - e tu sai bene di chi parlo - quei pochi che mi hanno sempre osteggiato, hanno tentato invece di sbarazzarsi di me in tutti i modi, ma non ci sono riusciti. Tu li rappresenti, forse?”
“Rappresento solo me stesso.”
“Chi sei, allora? Il vendicatore solitario?”
Il giovane gli sferrò un violento calcio su un ginocchio. L’uomo emise un gemito soffocato, i suoi occhi divennero lucidi.
“Perché sei così malvagio? Perché hai sempre mentito e ingannato? Dimmelo!”
“Mi dispiace, non capiresti.”
“Per quale motivo non ti sei accontentato di accumulare ricchezze? Non ti bastava? Perché hai voluto avere qualcosa di più, a scapito nostro?”
“Non c’è nulla di paragonabile al potere. Quando l’ho ottenuto, ho capito che non avrei più potuto farne a meno. Non lo lascerò mai. Piuttosto, preferirei morire.”
“Hai usato il potere per favorire i tuoi interessi privati, per sfuggire alla giustizia.”
“No.”
"No? Spiegati!"
“Ti sbagli di nuovo. All’inizio, forse, è stato così. Dopo non più. Ho imparato a nutrirmi del potere stesso e tutto il resto mi è sembrato insignificante, soprattutto i sentimenti. E considero l’etica e la morale come un qualcosa di ridicolo.”
“Sei malato.”
“No, sono un essere superiore, nato per comandare, e la gente lo ha capito.”
“Non essere blasfemo.”
“Mi consenti di dirti una cosa?”
“Dimmi, brutto bastardo.”
“Sei buffo, e mi fai pena perché non hai capito nulla.”
Il giovane gli assestò un tremendo schiaffone. La testa dell’uomo ebbe un brusco sussulto, i radi capelli, che parevano incollati o addirittura dipinti sul cranio, rimasero tuttavia in perfetto ordine.
“Sei violento. Tu e la tua gente sapete soltanto praticare la violenza, verbale e fisica. Non possedete altri strumenti.”
“Vecchio bavoso, hai  paura?”
“Paura? Sono terrorizzato. Ho sempre temuto la violenza fisica. So che potrei perdere tutto da un momento all’altro, all’improvviso, e ciò mi angoscia. Hai capito? Non ho paura di morire, ho paura di perdere tutto. E sai che cosa intendo per tutto. Questo pensiero è per me insopportabile, più forte del pensiero stesso della morte.”
“Adesso ne sono sicuro, sei malato.”
“Che cosa vuoi veramente da me?”
“Volevo conoscerti meglio e poi punirti per tutte le tue nefandezze.”
L’uomo sospirò e il ragazzo riprese a parlare.
“Però sei stato sincero. L’unica volta nella tua sudicia vita.”
Il ragazzo si avvicinò all’uomo seduto.
“Intendi uccidermi, vero?”
Il ragazzo slegò i nodi.
“Sì, volevo farlo, era la cosa che più desideravo. Avevo sognato per anni questo momento, ma mi sono reso conto che non c’è speranza, che tutto sarebbe inutile. Ho perso. Abbiamo perso.”




lunedì 28 febbraio 2011

L'ORCO



Mi guardo allo specchio e cerco di capire se sono cambiato.
Osservo con attenzione il mio viso riflesso. Noto la pelle smorta, gli occhi arrossati, i capelli arruffati e un impercettibile tic nervoso che mi deforma, a intermittenza, l’angolo sinistro della bocca, dove le labbra si congiungono. Sempre stando immobile, mi sforzo di percepire segnali insoliti che possano provenire da dentro il mio corpo, perché qualcosa in me deve essere di sicuro mutato. Allora mi rendo conto che il mio respiro è strano, corto e affannoso. E il cuore picchia con forza. Gli echi delle secche contrazioni mi rimbalzano alle tempie e mi stordiscono. Ho l’impressione che a volte, nella sua corsa sfrenata, il muscolo che porto racchiuso nel petto inciampi e salti un passo.
Contemplo le mie mani, grandi e scarne, dalle dita affusolate come quelle di un pianista. Sono pulite. Le ho sfregate a lungo, sotto l’acqua, in maniera ossessiva, senza che ve ne fosse la reale necessità.
Tra poco più di un’ora torneranno i miei genitori. Rincasano sempre tardi perché i loro pensieri sono unicamente rivolti al lavoro. Per quel momento dovrò essere pronto, il profondo turbamento che ancora provo non dovrà trasparire e sarò il figlio modello di sempre.
Quella ragazzina mi piace. Mi piaceva.
Domani andrò all’università. Ho una lezione importante, che non posso perdere, e l’esame si avvicina. Nel fine settimana invece mi unirò a quelli che la staranno cercando, mi renderò utile e fornirò il mio contributo, doveroso, alla comunità.
Io la guardo ogni volta, quando esce, e lei ricambia il mio sguardo. Ricambiava.
Mi siedo perché sono molto stanco.
Non so bene che cosa volessi fare, e non capisco per quale ragione ho portato con me il coltello. Adesso l’ho gettato, in un posto dove nessuno lo troverà mai. E ciò mi dispiace, dal momento che ero molto affezionato a quel coltello. L’avevo comprato alcuni anni fa, quando ero poco più di un bambino, e per tutto questo tempo è rimasto chiuso nel mio comodino, infilato nel suo fodero di cuoio grezzo. Ogni tanto lo estraevo e lo ammiravo. Perché l’ho preso? Perché, senza pensarci, me lo sono messo in tasca? Queste domande mi assillano e mi tormentano, ma non riesco a dar loro una risposta. Penso che io sono una persona adulta mentre lei è ancora piccola. Era piccola. Che bisogno avevo di usare quell’arma? Sarebbe stato sufficiente parlare, se voglio so essere molto convincente e persuasivo.
Forse sono stati i suoi occhi. Sono molto belli i suoi occhi, di color blu cobalto, vivaci e brillanti. Erano belli ma pieni di paura, e questo non l’ho potuto sopportare. La paura è contagiosa e, poco alla volta, ha iniziato a invadere anche il mio corpo, si è trasformata in terrore.  
Non ricordo che cosa ho detto, non ricordo che cosa ho sentito. Le urla, le mie e le sue, si sono unite, si sono fuse, come provenienti da un’unica bocca.
Mi alzo dalla sedia in preda all’ansia. Sudo e tremo. No, non posso fare così, devo calmarmi.
Non ho più di fronte a me un corpo che desidero, che desideravo, ma un essere dalla forma indefinita, che si dibatte e strepita. Che grida. Che gridava. E allora colpisco, con forza, con il pugno, e quasi non mi avvedo che il mio pugno stringe il coltello. Mi pare impossibile che una lama tanto affilata possa produrre, su quell’esile figura, dei suoni così sordi. Una lama dovrebbe affondare, penetrare e lacerare in assoluto silenzio. Invece non è così, e inorridisco.
Mi scosto, mi sono scostato, in tutta fretta e i miei vestiti non si sono sporcati. Sono sorpreso.
E poi… poi non rammento altro. All’improvviso mi sono ritrovato qui, a casa. Soltanto una parte dei miei ricordi è stata rimossa, e questo mi angoscia.
Perché prima o poi mi chiameranno mostro.
Prima o dopo diventerò l’orco.
Non volevo uccidere. Credo proprio di no.

domenica 27 febbraio 2011

LA TARA



La situazione: una economia immobile, che non cresce, e con prospettive, sul breve e medio periodo, disastrose. Un aumento della divaricazione sociale, con preoccupanti innalzamenti dei livelli di disoccupazione, in particolare nel mondo giovanile, con lavoratori che continuano a perdere il lavoro o costretti alla cassa integrazione. Precari senza alcuna possibilità di raggiungere un’occupazione stabile. La scuola ormai distrutta da anni di riforme e controriforme dissennate. La giustizia in crisi profonda, privata di mezzi e risorse, e incapace di dare risposte rapide ai bisogni dei cittadini. Una classe politica indegna, di continuo derisa e sbeffeggiata dagli osservatori esterni, piegata ai voleri e alle esigenze di un Primo Ministro ridicolo, impegnato solamente a sfuggire alla Magistratura, a destabilizzare le istituzioni, e a perseguire interessi privati. Una persona senza scrupoli, dissoluta, immorale, che non rifugge dall’utilizzo dei notevoli mezzi finanziari per asservire ai propri turpi scopi lo stesso Parlamento, corrompendo i rappresentanti del popolo, non eletti ma nominati. Una politica estera incerta e ambigua, disonorevole per un grande Paese quale siamo, quale eravamo.
Dici: ma lui è stato voluto dai cittadini, che gli hanno confermato più volte il loro sostegno e che continuano, in misura quasi immutata, a fidarsi del suo racconto falso e ingannevole, slegato dalla realtà e dalle vere, oggettive difficoltà del Paese.
Ecco, è proprio questo il problema.
Innanzitutto, occorre sfatare l’assunto che l’attuale Governo sia sostenuto dalla maggioranza dei cittadini. L’effettivo consenso riguarda non più di un quarto degli elettori. Una quantità altrettanto consistente di potenziali votanti è disinteressata, in modo colpevole, alle questioni pubbliche, alle faccende della politica. Un’ulteriore minoranza lotta invece, in maniera affannosa, per far prevalere le ragioni del buon senso, della normalità.
Dici: ma non esiste un’autentica alternativa, chi rappresenta l’opposizione non detiene, non propone una valida opzione, non c’è unità d’intenti, non sussiste una linea condivisa, manca l’offerta di progetti politici adeguati, e i leader appaiono deboli.
È naturale rispondere che, di fronte a una situazione incerta e disastrosa quale si presenta quella attuale, qualsiasi soluzione sarebbe preferibile. Durante le crisi di sistema, la ragionevolezza dovrebbe rendere automatico il ricorso a espedienti che garantiscano comunque l’autoconservazione del sistema stesso. Da qui il via libera, senza ulteriori indugi, al consenso nei confronti di una classe dirigente che, seppure fiacca e poco brillante, possa in ogni modo garantire la sopravvivenza della struttura di valori democratici. Ma così non è.
Dici: è possibile che i cittadini non si rendano conto di tutto ciò? Saranno mica stupidi?
Il discorso diventa complesso. A favore degli elettori ottusi esistono innumerevoli attenuanti: la scarsa cultura politica, dovuta al progressivo degrado delle istituzioni scolastiche, il perdurare, da molto tempo ormai, di una condizione permanente di conflitto di interessi che consente, attraverso la concentrazione della proprietà dei media, di manipolare l’informazione, di condizionare le opinioni e le scelte.
Tuttavia i cittadini sono dotati di libero arbitrio e, pur nell’attuale difficile situazione, si trovano ancora nella condizione di poterlo esercitare. I livelli minimi di democrazia, per fortuna, ancora esistono, così come è presente una pluralità di soggetti politici, e la stampa e l’informazione antagonista hanno ancora la possibilità di far sentire la loro voce.
Dici: e allora, dove vuoi andare a parare?
Il popolo italiano è quel popolo che ha acconsentito all’avvento del fascismo. In seguito, dopo i tragici avvenimenti del Ventennio, si sono sviluppati degli anticorpi che hanno permesso l’instaurarsi della democrazia. Col tempo, tuttavia, questi anticorpi si sono rivelati deboli e, poco alla volta è nuovamente prevalsa quella tara culturale che da sempre accompagna il nostro popolo, da ricondursi a manifestazioni di furbizia, di scarso o nullo senso civico, di adulazione nei confronti dell’Uomo Solo.
È possibile sfuggire a questa maledizione di imperscrutabile origine? Facendo riferimento ai ricorsi storici, probabilmente no. È però necessario fare in modo che la tenue fiammella della ragione, del buon senso e della speranza non si spenga del tutto. Chi ritiene di poterlo fare, pur appartenendo a una esigua minoranza, lo faccia. Al più presto.   
  

venerdì 25 febbraio 2011

LA MELODIA



Si svegliò di soprassalto nel cuore della notte. Ancora turbato, ripensò a quello strano sogno. Si era trattato di un viaggio onirico piacevole, tutt’altro che un incubo, e allora perché si era destato così all’improvviso? Fece un lungo respiro, attese che il cuore riprendesse il suo ritmo normale, poi scese dal letto, senza accendere la luce. Non voleva distrazioni, intendeva conservare a lungo, in maniera nitida nella sua mente sconcertata, quella traccia di pensiero, quel concetto, quell’incredibile ricordo. Tutto ciò perché si proponeva di riprodurre, questa volta nella realtà, le stupefacenti sensazioni provate durante il sonno. Avanzò quasi a tentoni nella stanza fredda. Aiutandosi con le mani, che faceva scorrere lungo le pareti, oltrepassò l’ingresso ed entrò nel salone. Si avvicinò al pianoforte a gran coda, oscura ma rassicurante presenza posta proprio nel mezzo di quell’ampio ambiente, e si sedette sullo sgabello. Si passò le mani sul viso, si stropicciò gli occhi e si concentrò a lungo. Poi le sue agili mani, addomesticate dai tanti anni di esperienza, si avventarono sui tasti e le dita iniziarono a correre veloci su di essi. Dopo pochi istanti non pensò più a nulla. Ecco, era lei! Aveva ritrovato, come per incanto, quella melodia che aveva piacevolmente tormentato il suo sonno. E subito si rese conto che non si trattava di un motivo qualsiasi, bensì della melodia perfetta. Non poté fare a meno di accorgersene. Tutto il suo corpo fu immediatamente scosso da fremiti e sussulti. Teneva gli occhi chiusi, ma di fronte a lui si  materializzarono lampi di luce di ogni colore dello spettro. Durante pochi brevi attimi avvertì, in rapida successione, caldo, freddo, gioia, dolore, solitudine, malinconia, amore, odio: l’intera gamma delle sensazioni, delle emozioni e dei sentimenti umani. Sollevò le mani dalla tastiera e cominciò a piangere a dirotto. I singulti lo scossero per alcuni minuti poi, lentamente, si riprese. Ma era disorientato e sconvolto. Per cercare di arrestare il tremito delle mani ricominciò a suonare. Da principio un breve pezzo di Mozart, quindi passò al suo compositore preferito, Chopin, e infine a un motivo di Bach, che però non ultimò. Si interruppe e colpì con un pugno, con rabbia, gli incolpevoli tasti bianchi e neri. Quella musica era ridicola, messa a confronto con la sua melodia! Spazzatura, suoni immondi che ferivano i timpani. Una musica che ormai non aveva più alcun senso, priva di significato, senza vita. Quei compositori, la cui arte era considerata immortale erano in realtà degli autentici dilettanti, musicisti incompetenti e superficiali. Veri impostori. Per non parlare di tutto ciò che era seguito dopo: il rock, il jazz, il blues. Tutte accozzaglie di suoni senz’anima. Si rimise in posizione e accennò qualche battuta della sua melodia, ma non resse all’immenso struggimento e si alzò. Vagò nel salone per alcuni minuti, sempre al buio, inciampando e urtando mobili e suppellettili, in preda all’angoscia. Si era ormai reso conto che la musica era finita, e che era stato lui ad apporre il sigillo mortuario. In preda a una profonda e crescente afflizione, si avvicinò al bordo del pianoforte e vi appoggiò il capo, poi diede un colpo secco all’asticella di sostegno e il pesante coperchio precipitò di botto sul suo esile collo.
La musica era salva.

domenica 20 febbraio 2011

L'INCARICO



Ho sempre votato per lui perché è ricco, e chi è ricco non ruba. Lui mi piace, ha fatto tutto da solo, partendo dal nulla e alla fine, con grande spirito di sacrificio, ha deciso di mettersi al servizio del suo paese, che ama. Adoro il suo ottimismo, e il suo sorriso. Mi incantano la sua innata eleganza e i suoi modi distinti e sempre amichevoli. La sua affabilità è proverbiale, le sue barzellette sono sempre divertenti. È amico fraterno di tutti i grandi della Terra, e questo ha accresciuto il prestigio del mio paese. Mi rende orgoglioso di essere italiano. Perché lui, in fondo, è uno di noi.
Lo hanno ostacolato in tutti i modi, facendo ricorso ai mezzi più spregevoli, gli hanno impedito di lavorare per la sua gente. Ma lui non si è fermato, è un uomo dalle mille risorse ed è sempre riuscito a risollevarsi. È circondato da amici fedeli, che condividono le sue idee e  il suo destino e che non lo abbandoneranno mai, per fortuna.
L’odio nei suoi confronti, da parte di chi proprio non capisce, una piccola parte, è cresciuto sempre di più. Lo perseguitano e lo vogliono annientare. I giudici si sono messi al servizio di queste forze oscure e si accaniscono senza tregua nei suoi confronti, lo inseguono e intendono braccarlo. I comunisti, quei bastardi,  lo vogliono morto.
Perché dico questo? Semplice, perché ne ho avuto la prova.
Sono venuti da me, proprio loro, qualche tempo fa. No, non quelli che vediamo sempre in televisione o che lo vessano attraverso i giornali che controllano. Quelli non si espongono in prima persona, non si occupano dei lavori sporchi. Hanno mandato altri ad agire per loro conto, questi loro emissari sono stati ambigui ma io ho capito tutto, non sono riusciti a ingannarmi.
Hanno detto che la situazione è insostenibile, che così non si può andare avanti. Il paese è ormai distrutto, sono state minate le basi della convivenza civile, i valori di riferimento sono stati alterati, la democrazia sta morendo lentamente. Così si sono espressi, con le solite affermazioni trite e ritrite che non mi interessano, che sono tutte false e alle quali non credo. Perché hanno tentato di convincermi? Sarebbe stato meglio se avessero subito parlato chiaro. In fondo, io sono un professionista e comprendo bene le esigenze del cliente, senza che queste siano ammantate di vuota ideologia.
Confesso che sono stato titubante, prima di accettare, per la prima volta nella mia vita, quella professionale intendo. Ma, nonostante i dubbi e le riserve, sono stato costretto ad assumere l'incarico, seppure a malincuore. Ho bisogno di lavorare, perché c’è la crisi. Non che questa situazione sia colpa sua. Anzi, lui ha fatto il possibile per portarci fuori da questa condizione, si è battuto come un leone contro l’intero mondo globalizzato, la vera causa di queste difficoltà, e ci è quasi riuscito. E poi, lo ammetto, ho accettato perché quelli pagano bene, e comunque io sono un professionista serio, che non delude mai.
E adesso sono qui, confuso tra la folla, in questa piazza gioiosa, in parte anche rabbiosa, che rivendica i meriti di quel grande uomo, contro tutti quegli oppositori che non riusciti a realizzare i loro disonesti intenti.
Ora però non mi devo distrarre, mi devo concentrare soltanto sul mio compito, che è molto delicato. Il Presidente si avvicina al palco, vi sale sopra. Senza fretta, mi accosto anch’io, mentre ficco la mano nella tasca e impugno la pistola.
Il mio dispiacere più grande è che, da domani, non saprò più a chi dare il voto.