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lunedì 6 aprile 2015

FISCHIA PER NOI



“Stai andando alla riunione?”
L’onorevole Belli trasalì. Stava camminando nel Vascello, l’ampio corridoio che conduceva alla Sala del Fante, quando il senatore Venditti gli sfiorò la spalla da dietro e lo apostrofò con quelle parole. Belli, in quel momento, non stava affatto pensando a ciò che si sarebbe dovuto decidere in quell’importante incontro, bensì al regalo che avrebbe dovuto fare alla moglie per l’anniversario di matrimonio. Due giorni dopo, così come due giorni dopo avrebbero avuto inizio le votazioni. Una sgradevole coincidenza. Il parlamentare si arrestò e strinse la mano al collega grande elettore.
“Ciao Manlio. Su, sbrighiamoci che siamo in ritardo. E poi quello chi lo sente?”
“Aspetta un attimo, devo dirti una cosa importante.”
“Dimmi.”
“Ho fatto il tuo nome” disse tutto di un fiato il senatore Venditti.
“Che cosa?”
“È accaduto ieri sera, sul tardi. Mi trovavo in uno dei soliti capannelli, sai come succede in questi giorni, e ho detto che tu saresti stato uno dei nostri candidati.”
“Cazzo, mi hai bruciato!” esplose Belli.
“Temo di sì” rispose con falsa mestizia il senatore.
“Perché l’hai fatto?”
“Beh, fa parte del fuoco di interdizione, come lo chiama il nostro segretario. Per alimentare la confusione, per gettare un po’ di fumo…” Venditti non seppe più proseguire.
“Porca puttana!”
“Aspetta, non è tutto. Non mi sono reso conto che era presente anche Servetti, il giornalista del Corriere del Mattino. Quello è come il prezzemolo.”
“No!”
“Purtroppo sì. Hai letto i giornali di oggi?”
“Non ho fatto in tempo” disse Belli, che era impallidito.
“Allora non farlo, se non vuoi vedere il tuo nome in prima pagina scritto a caratteri cubitali.”
“Ma vaffanculo!”
“Non te la prendere. Sei giovane, tra sette anni sarai un candidato perfetto.”
“E… come hanno reagito gli altri?”
“A chi ti riferisci?” domandò Venditti.
“Quelli ai quali l’hai detto.”
“Ah! Nessuno ha battuto ciglio, tranne Merloni che si è messo a sghignazzare.”
“Stronzo.”
“Su, andiamo. Adesso ci stiamo davvero attardando.”
I due ripresero a camminare, uno sottobraccio all’altro.
“Dimmi ancora una cosa” fece all’improvviso Venditti.
“Uh?”
“Tu ci credevi veramente? Voglio dire… nel caso in cui si fosse profilata sul serio la tua candidatura.”
Il collega lo guardò.
“Non lo so. In fondo si tratta di un incarico estremamente impegnativo. E tu, piuttosto? In quanto a carte in regola…”
“No! Zitto! Non lo dire neppure! Porta male!” scattò l’altro.
“Ho capito. Dai, entriamo che la riunione è già iniziata.”
La sontuosa sala era affollata. Da qualche istante il giovane segretario del partito, Romeo Lorenzi, aveva iniziato a parlare.
“…non possiamo e, soprattutto, non dobbiamo sbagliare. L’intero Paese ci sta osservando e ci giudica. Indugi, giochetti, furberie: tutti artifici inutili che non ci saranno perdonati. Abbiamo di fronte una enorme responsabilità alla quale non possiamo sottrarci. La nostra scelta dovrà essere la migliore possibile e anzitutto dovrà essere rapida. Non vi nascondo la grande soddisfazione, mia, vostra e dei cittadini, nel caso di successo al primo scrutinio. Devo purtroppo constatare come, al momento attuale, le idee non siano molto chiare. Non si è in sintonia sul metodo, all’interno del partito, e ancora non abbiamo preso in considerazione eventuali nomi, a parte alcune sciagurate e presuntuose autocandidature.”
Pronunciando quelle ultime parole il segretario lanciò uno sguardo beffardo in direzione dell’onorevole Belli, il quale arrossì e si voltò verso il senatore Venditti impegnato, a occhi bassi, a lisciarsi la cravatta.
“Mi aspetto da voi proposte e idee, sia sul metodo che sulle candidature. Queste ultime dovranno essere riferite a persone autorevoli, competenti e degne di rappresentare il nostro Paese a livello internazionale. Il tempo stringe, abbiamo bisogno di certezze.”
Lorenzi tacque, compiaciuto, e si versò un bicchiere d’acqua. In sala erano tutti in silenzio. Fu il senatore Lapilli a interrompere la quiete.
“Segretario, perché all’incontro non è stato invitato nessuno della minoranza interna?”
Lorenzi si produsse in una smorfia.
“Perché tanto quelli sono quattro gatti e non contano un cazzo e possiamo benissimo fare a meno dei loro voti. E poi, se ciò non bastasse, vi dico che sono degli autentici rompicoglioni. Pensate, non sono neppure d’accordo tra loro, e ribadisco che sono davvero in pochi! Qualcuno di loro ha proposto la candidatura di Cuzzi, altri quella di Cozzo, e altri ancora quella di…”
“Cazzo!” urlò Bonsignori, un rubizzo deputato siciliano. L’intera sala scoppiò a ridere, tutti tranne il segretario Lorenzi, che rimase invece imperturbabile.
“Già tanto che non abbiano suggerito un idraulico, quelli!” bofonchiò un grande elettore seduto in prima fila.
“…altri ancora quella di Pallavicino” concluse il segretario. “Vi invito a essere seri, il momento è molto delicato.”
Di nuovo tutti zitti.
“C’è l’intenzione di coinvolgere anche le altre forze politiche? L’opposizione?” domandò una giovane deputata.
“Ottima osservazione, Rondelli” rispose Lorenzi. “Sarebbe infatti auspicabile perseguire la massima condivisione, dopotutto stiamo per eleggere il Capo dello Stato, tuttavia dove ci condurrebbe una simile strategia? Ve lo spiego in poche parole: si tratterebbe di lasciare l’iniziativa alla maggiore forza di opposizione, la quale proporrebbe un nome di sicuro a noi sgradito e che saremmo costretti a bocciare. Ciò significa soltanto perdere tempo, e noi non ce lo possiamo permettere. Quindi il Presidente ce lo eleggeremo noi. Da soli.”
“Ma… i voti?”
“Li abbiamo, non preoccupatevi. I pochi che mancano alla fine arriveranno, ve lo assicuro. A questo punto, definito il metodo, dobbiamo pensare al nome. Aspetto i vostri suggerimenti.”
Lorenzi incrociò le braccia sul petto.
“Pennino!” disse qualcuno. Molti assentirono con deciso convincimento.
Il segretario scosse il capo. Poi intervenne.
“Quella del senatore a vita Pennino, che oggi non è potuto essere tra noi, è una candidatura autorevole, di grande prestigio, di alto profilo…
“È stato presidente del Senato!”
“Più volte ministro!”
“Giudice costituzionale!”
“Presidente dell’Antitrust!”
“Deputato regionale!
“Sindaco!”
“Segretario del partito!”
“…ma ricordo a tutti voi che il senatore ha appena compiuto novantadue anni” terminò Lorenzi.
“Beh? Qual è il problema?Alla conclusione del mandato non avrà neppure cent’anni” disse un anziano e decrepito delegato regionale abruzzese.
“Segretario, posso andare io da lui e cercare di convincerlo. So in quale ospedale è ricoverato”.
“Mi dispiace” disse Lorenzi. “Pur con tutto il rispetto per la notevole storia del senatore e per il suo… attaccamento alle istituzioni, non posso sostenere la sua candidatura. Ho improntato tutta la mia azione politica sul rinnovamento e i cittadini non gradirebbero una soluzione di questo tipo.”
“Puzzoni!” urlò una deputata veneta.
“No, da troppi anni è fuori dai giochi” disse il segretario. “E poi con quel nome…”
L’onorevole Belli, che finalmente era riuscito a ridarsi un contegno, prese la parola.
“Dobbiamo allargare la nostra visione alla società civile. È proprio lì che potremo trovare il nostro candidato ideale, al di fuori della politica.” Si sedette soddisfatto. Se la sua proposta avesse attecchito, avrebbe definitivamente messo fuori gioco il senatore Venditti, che continuava a starsene ben coperto.
La sala fu presa dall’entusiasmo. Molti applaudirono.
“Bravo Belli!”
“Un musicista!”
“Un attore!”
“Un giornalista!”
“Un acrobata!”
“Un pittore!”
“Un architetto!”
“Uno scienziato!”
“Mi dispiace soffocare il vostro impeto ma tale proposta non è ricevibile. E, in ogni caso, è troppo vaga. Noi abbiamo bisogno di qualcuno in carne e ossa, non di una figura generica. Nomi! Voglio nomi!” Lorenzi stava cominciando a innervosirsi.
“Una donna?” disse timidamente un deputato friulano.
“Quale donna? Quale? Nome e cognome!”
Tutti zitti, comprese le donne presenti.
“Perché non Alberto Trafficoni?” propose un delegato regionale campano.
“Trafficoni? Ma non è implicato in quell’inchiesta per corruzione, concussione e abuso in atti d’ufficio?” domandò Lorenzi.
“È stato assolto due giorni fa” rispose l’altro, soddisfatto.
“Ma l’inchiesta è andata avanti per cinque anni! Per l’opinione pubblica è come se fosse colpevole” sbottò il segretario. “Amici, siamo a punto morto. L’ho detto, noi abbiamo bisogno di una figura di garanzia, qualcuno al di sopra delle parti, una specie di arbitro.”
“E allora facciamo Gervasoni” disse ridendo il senatore Colapesce.
“Gervasoni… quello?” chiese Lorenzi, serio.
“Sì, proprio quello!” Qualcuno, in sala, cominciò a sghignazzare.
Lorenzi si rivolse al sottosegretario con delega allo Sport Del Fiume, che stava seduto al suo fianco.
“Un momento. Quanti anni ha Gervasoni?”
“Cinquanta, sette mesi e undici giorni” rispose Del Fiume, molto ferrato in quel campo.
“È un tipo deciso!”
“Autorevole!”
“Sa farsi rispettare!”
“È equilibrato!”
“Imparziale!”
“Giovane!”
“È internazionale da cinque anni!”
“Lasciate fare a me” disse Lorenzi, sfoderando il suo ghigno da faina.

Luca Gervasoni ha cenato alle sette in punto: pasta al pomodoro con una spolverata di parmigiano, filetto ben cotto e insalata. Una mela. Come fa tutte le vigilie. Adesso è in camera da letto e sta preparando la sacca. Sistema la biancheria, il necessario per la toelette, le due divise, quella con la maglia rossa e quella con la maglia gialla. Perché non può più usare quella nera? Ancora la rimpiange. Per ultimo il fischietto d’argento. Chiude il borsone. Adesso andrà in salotto e ascolterà qualche aria di Mozart, per rilassarsi. Poi a letto presto, per essere ben riposato il giorno dopo.
Squilla il telefono. Un suono prolungato, insistente.
“Vai tu, per favore” dice alla moglie. “Non voglio perdere la concentrazione.”
La donna torna dopo un attimo.
“Mi dispiace, ma vogliono proprio parlare con te” dice.
“Chi è?”
“Non lo so, è da Roma.”
Gervasoni prende la telefonata. Roma? Sarà qualcuno della federazione, pensa. Che cazzo vogliono quelli a quest’ora?
Parla per qualche minuto, poi chiude la conversazione.
“Domani non andrò più a Milano, devo andare a Roma” dice alla moglie con un filo voce.
“A Roma? Ti hanno cambiato la partita? Ti hanno dato il derby?”
“No, una partita molto più importante.”
“Quale?”

“Tutti contro tutti.”

sabato 28 febbraio 2015

IL PRATO DELLE VOLPI



C’è un parco. È immenso, con ampi viali e grandi alberi rigogliosi. Le persone vi trovano rifugio per camminare e per rilassarsi. Per pensare. C’è un piccolo stagno, al quale mi avvicino. Qualcuno, seduto sulla sponda, vi ha immerso i piedi nudi. Mi guardo attorno, indugio a lungo, poi mi unisco a loro. L’acqua è fredda e leggermente torbida. Sotto la superficie liquida si intravedono delle ombre. Nutrie, e tanti pesci. Uno di loro, piuttosto grande, si avvicina alla mia caviglia e la bacia. A lungo. Percepisco il contatto di quelle labbra minuscole e gelide e rabbrividisco. Rimetto calze e scarpe e riprendo a camminare. Adesso nel parco c’è tanta gente: bambini, anziani e gruppi di studenti. Un uomo mi si avvicina. Deve essere un insegnante: indossa un abito grigio e il suo sguardo è quello di un uomo abituato a riflettere.
“È bello questo posto” dice.
Sorrido e annuisco. Sto zitto, perché non so che cosa rispondere.
“La bellezza allieta l’animo” aggiunge. “Noi vi portiamo spesso i ragazzi, affinché l’incanto della natura possa penetrare nei loro cuori”.
Lo guardo.
“Tuttavia i giovani non sono in grado di apprezzare tale magnificenza” prosegue lo strano individuo.
“Beh… sono giovani” balbetto. Comincio a sentire una strana inquietudine.
“No! Il fatto è che non possono usare il telefono, e allora si annoiano. Vogliono andare via”.
“Capisco” dico.
“Forse hanno ragione, però”.
“Dice?”
“Sì, hanno ragione, perché spesso sotto l’apparente bellezza si annida lo squallore. I ragazzi sono molto istintivi e colgono questa distorsione”.
A questo punto vorrei allontanarmi, ma l’uomo non me lo permette.
“Ha già visitato tutto il parco?” domanda, con voce all’improvviso molto gentile.
“No, non ancora”.
“Allora, se mi permette, le consiglio di recarsi al prato delle volpi”.
“Che cosa?”
“Il prato delle volpi! Non ne ha mai sentito parlare?”
“Sinceramente no” rispondo, stupito ma anche incuriosito.
“Le spiego la strada: deve proseguire diritto per quasi un chilometro, lei è giovane e non ha problemi a camminare, poi deve girare a destra, dopo la fontana, e poi ancora a destra, dopo avere oltrepassato il mulino. Ecco, lì troverà il prato delle volpi. Ci vada, mi raccomando.”
“Lo farò. Grazie e arrivederci.”
“Addio.”
Un po’ scosso per il bizzarro incontro mi incammino. Seguo le indicazioni dello strambo individuo e dopo quasi mezz’ora giungo nel luogo che mi ha indicato. Sono solo. Mi guardo un po’ attorno e poi lo vedo. Il prato. Si tratta di un rettangolo che spicca rispetto a ciò che lo circonda perché l’erba è di un colore verde smeraldo. Vedo su di esso delle macchie rossastre in movimento: le volpi. Tante volpi. Alcune sono stese al sole, altre camminano pigramente, altre ancora sono ritte sulle zampe posteriori, quella anteriori appoggiate a uno strano attrezzo che sembra un tosaerba. Avanzano lentamente, con sofferenza, da un lato all’altro del prato, rifacendo di continuo lo stesso percorso. Una delle zampe posteriori è assicurata a una fune azzurra che permette all’animale movimenti limitati. Strabiliato, mi avvicinò di più e rimango colpito dagli occhi di quelle creature impegnate in quella assurda attività: sono molto tristi.


sabato 14 febbraio 2015

LARGO AI GIOVANI



Domani avrò quarant’anni. Darò così addio alla gioventù e diventerò un vecchio.
Oggi è stato il mio ultimo giorno di lavoro. Questa mattina sono uscito da casa presto, come ho sempre fatto per tanti anni, per arrivare puntuale in ufficio. Ho svolto le mie abituali incombenze con efficienza, professionalità e precisione. Poi, al termine della giornata, ho salutato i colleghi per l’ultima volta. Sia quelli ormai prossimi alla pensione che quelli giovani. Alcuni di questi ultimi hanno appena vent’anni, di fronte a loro c’è un’intera vita lavorativa. Il tempo, tuttavia, trascorrerà in fretta e ben presto si troveranno nella mia condizione attuale. Di colpo saranno vecchi.
Mi aggiro frastornato tra le pareti della mia abitazione. Un piccolo appartamento nel quale ho vissuto a lungo e al quale devo dire addio. Nei giorni scorsi ho già raccolto la mia roba e l’ho sistemata in alcune valigie e in due grossi sacchi di plastica neri. I vestiti, alcuni libri, vari insignificanti oggetti che per me però rappresentano un ricordo, la maniera per rievocare attimi felici della mia esistenza. Da domani non abiterò più qui, sarò trasferito.
Mi lascio cadere sulla mia poltrona preferita, che ovviamente non potrò portare con me, e rifletto.
Considero che in passato le persone anziane godevano di autorità e rispetto. I vecchi erano i depositari del sapere e della saggezza. Adesso sono considerati gli elementi deboli della società, privati di ogni autorevolezza, e condannati senza appello all’emarginazione. Superata una certa soglia d’età, uomini e donne sono ritenuti non più in grado di sostenere i ritmi frenetici e competitivi del mondo del lavoro. Non più all’altezza della vita di tutti i giorni, dei suoi numerosi obblighi sociali. La conseguenza drammatica è il subentrare in questi individui di uno stato di frustrazione che conduce a una inevitabile crisi di identità. Gli esseri umani più attempati all’improvviso non sanno più quale sia il loro ruolo, da quel momento in poi la loro unica missione è quella di sopravvivere.
Fino a poco tempo fa non era così. Il prolungarsi, sempre più, della vita umana aveva comportato l’adozione di una scelta che ora appare scriteriata: l’innalzamento senza limiti dell’età della pensione. A un certo punto tutti i posti di vertice nell’industria, nella finanza e nelle istituzioni erano occupati da arzilli ottuagenari che non avevano alcuna intenzione di farsi da parte per favorire il ricambio. Così come in fabbrica gli operai con più di cinquant’anni di lavoro alle spalle rappresentavano la norma e non l’eccezione. Poi c’è stata la ribellione dei giovani, e sappiamo com’è andata a finire. D’altra parte era inevitabile che ciò accadesse. C’è stata una brusca inversione di tendenza, e tutto è stato rimesso in gioco, in virtù di quella pressione esercitata dalle masse giovanili esasperate che per poco non è sfociata in terribile violenza. Il processo, in ogni caso, è stato governato. Le misure attuate per rimediare agli errori del passato si sono però rivelate, a mio avviso, troppo drastiche. Io ne sono una vittima. Seguo con attenzione, ancora oggi, la battaglia di un piccolo movimento in cui mi riconosco affinché ci sia un ripensamento e l’età di quiescenza sia di nuovo aumentata, sebbene di poco. Per me, comunque, è ormai troppo tardi.
Domani non dovrò preoccuparmi di nulla. Aspetterò finché non mi verranno a prendere, con il furgoncino della Casa Protetta, e mi condurranno nella mia nuova abitazione, una stanzetta che dovrò condividere con un altro vecchio come me. In quel posto troverò tutto ciò che mi serve. Ci sarà il bar, dove avrò diritto a due consumazioni giornaliere, e anche il cinema. Avrò la possibilità di giocare a bocce e a carte, potrò trascorrere lunghe ore a pescare nel laghetto. Non mi toccherà preoccuparmi dei pasti, dei vestiti e della pulizia della camera. Naturalmente non potrò uscire dal perimetro della Casa, né disporrò di denaro, che comunque sarebbe del tutto inutile. Insomma, godrò di parecchi privilegi.
Il mio nuovo status purtroppo comporterà anche delle rinunce, alcune delle quali assai dolorose.
Innanzitutto non potrò più avere figli. Sarò sottoposto a un piccolo intervento chirurgico che mi renderà per sempre sterile. È ormai dimostrato che i nati da genitori troppo anziani hanno problemi di inserimento nell’attuale tessuto sociale. Io di figli non ne ho, e dunque non sarò mai genitore. L’esistenza frenetica che ho condotto nella prima parte della mia vita mi ha sempre impedito di incontrare la persona adatta con la quale poter formare una famiglia, non ho mai avuto la possibilità di fare dei progetti. Un giorno dopo l’altro sono invecchiato, e adesso è inutile abbandonarsi al rimpianto.
Tra le altre cose che perderò passando all’età senile c’è il diritto di voto. Gli anziani non possono intervenire nella vita pubblica, non hanno la prerogativa di esprimere le loro idee politiche attraverso la partecipazione al processo elettorale. La pratica degli affari collettivi è materia esclusiva dei giovani. Noi vecchi non abbiamo interesse, e necessità, che qualcosa cambi. Insomma, che ci sia un rinnovamento, perché nulla ci riguarda più. La nostra vita, dal momento in cui entriamo nella Casa, è tutta pianificata, regolata fin nelle sue minime sfaccettature. Dobbiamo pensare soltanto al riposo, poiché il nostro contributo alla società è ormai esaurito. Un periodo di ristoro e di sollievo che potrà durare anche parecchi decenni, durante il quale correremo il rischio di morire di noia, ma al quale poco per volta ci abitueremo. Diventeremo consapevoli della nostra inutilità, perché nessuno ci starà a sentire, nessuno verrà a chiedere un nostro parere. Dovremo invece pensare a rilassarci, a vivere giornate tutte uguali ma serene e tranquille, ad aver cura del nostro corpo e, impresa alquanto più impegnativa, della nostra mente. Lentamente tutte le scorie e le tossine accumulate negli anni di faticoso lavoro saranno espulse, ci trasformeremo così in esseri nuovi, distaccati dalle cose materiali, dalla lotta quotidiana, liberi dall’ambizione, non più schiavi dei sentimenti, mondati da ogni bruttura.
Domani inizierà la mia nuova vita. Vivrò fino alla fine circondato soltanto da gente della mia età o più anziana. Non avrò più alcun contatto con le nuove generazioni, che si succederanno in un processo naturale del quale non avrò percezione.
Ed è proprio questo l’aspetto positivo della mia nuova qualità di vecchio. Quello che più mi appaga e più mi gratifica: non vedrò più persone giovani, non avrò più alcun contatto con loro, nessun tipo di rapporto. E questo è un bene, perché io i giovani li odio

domenica 8 febbraio 2015

IL CAMPO


Il campo si intravede dietro una rete metallica, tutta rotta e arrugginita. Foglie enormi, un po’ ingiallite, un groviglio vegetale inestricabile corre sul terreno, ne ricopre ogni minimo spazio. Le zucche ormai non ci sono più. Raccolte, giustiziate spolpate incise. Forse in occasione di Halloween.
“Eccolo, lo dobbiamo ripulire”.
Annuisco dubbioso. Penso che potrei andarmene, nessuno mi obbliga a rimanere. E invece resto.
“Andiamo, sta cominciando la distribuzione degli attrezzi”.
Adesso c’è tanta gente. Tutti corrono verso un fabbricato dai muri scrostati, adiacente al campo. Mi pare di riconoscere qualcuno tra loro, ma non ne sono del tutto sicuro. Alcuni sono contadini, altri sono in giacca e cravatta, come me. Parlano un dialetto che fatico a comprendere. Sembrano contenti.
Entriamo nell’edificio. Mi metto in coda sulle scale. Il brusio è insopportabile, poi finalmente arriva il mio turno. Sono sul pianerottolo, di fronte a una porta chiusa.
“Non devi entrare. Non si può più”.
Avvicino l’orecchio allo spioncino. A stento riesco a percepire una voce che sussurra.
“Siete in tanti. I picconi sono finiti. Dovete tornare giù, a piano terra, nella grande sala, dove troverete altri attrezzi”.
Scendo le scale ed entro in una ampia stanza con il pavimento di cemento. Al centro c’è un tavolo di pietra sul cui piano sono posati strani arnesi. Non riesco a capire a che cosa possano servire. Soltanto uno di essi mi appare familiare: un calibro a nonio. Serve a misurare la larghezza di un oggetto. Forse la dimensione delle zucche, quelle zucche che ormai non ci sono più? Non lo so, poso lo strumento e mi guardo attorno. Non c’è più nessuno. Sono tutti nel campo, intenti a lavorare.
Che fare? Esco dall’edificio senza farmi notare e mi allontano con circospezione.
“Torna più tardi”.
Una voce, proprio dietro di me.

“Potrebbe esserci bisogno di te”.

giovedì 5 febbraio 2015

LEZIONE DI STORIA


Le luci della piccola aula scolastica si riaccendono.
“Allora, ragazzi? Vi è piaciuto il film? Qualcuno di voi, per caso, per puro caso, l’aveva già visto?” domanda il professor Caprotti, il docente di storia.
Silenzio.
“Dunque?”
Finalmente si alza una mano. È quella di Olimpia Melandri, una ragazzina bionda.
“Mi sembra un film per adulti” dice.
“Per adulti? Che cosa vorresti dire? Hai per caso assistito ad accoppamenti o accoppiamenti?” Il professore ridacchia per la battuta. Soltanto lui.
“No, intendevo dire che non l’ho capito” ribatte la studentessa, che indossa una camicetta trasparente.
“Ah! Vedi, in realtà non c’è nulla da capire. Si tratta di un’opera soprattutto descrittiva. Vi si rappresenta l’immagine di una città, la nostra città…”
“Io sono di Nettuno, professore” interrompe Alfio Giusti.
“Giusti, vuoi andare fuori?”
“Beh, un giretto me lo farei volentieri”.
“Taci e ascolta! Dunque, stavo dicendo che Roma, la Città Eterna, è illustrata nel film in tutto il suo splendore, in quello che era il suo splendore, per meglio dire. Voi sapete bene che oggi, purtroppo, non è più così.” Caprotti emette un lungo sospiro di nostalgia, poi riprende a parlare.
“Questo film ha vinto il Premio Oscar. Lo sapete che cos’è il Premio Oscar, vero?”
Silenzio.
“Melandri, dimmelo tu.”
“Beh… è quella cosa che fanno in televisione, dove danno i premi agli attori più belli e alle attrici più fighe…”
“Ti assicuro che i riconoscimenti assegnati non riguardano la bellezza degli attori, e che coinvolgono anche registi, sceneggiatori e tanti altri artisti che operano nel mondo del cinema.”
“Ah sì?”
“Lasciamo perdere, Melandri. Allora, la mia intenzione era quella di prendere spunto da quest’opera per parlare proprio di quel periodo storico e degli anni immediatamente successivi. Voi sapete bene come non si riesca mai a portare a termine il programma scolastico, si finisce sempre per trascurare ciò che io invece considero molto importante: il periodo storico più vicino alla nostra epoca. Quindi, ragazzi, per una volta toglietevi le cuffie e gli occhiali HW e tenete le mani lontane da tutti gli aggeggi elettronici didattici e non. Concentratevi su ciò che avete sentito dai vostri genitori, dai vostri nonni, raccogliete i vostri ricordi e discutiamo degli avvenimenti di quel periodo storico, e di come quei fatti abbiano determinato conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti noi. Il tema, naturalmente, è Roma, la nostra amata Roma”.
“Mi sento nuda senza niente addosso, professore. Non è che lei è un po’ pedofilo?” dice Alda Gentilini, una ragazza con le labbra dipinte di arancione.
“Smettila, Gentilini. Se fai ancora la spiritosa ti mando dal preside. Cortese, che vuoi?”
“Mio padre è più ‘gnorante di me, e mi’ nonno non l’ho mai conosciuto perché è schiattato tanti anni fa mentre faceva delle scommesse clandestine” dice Alvaro Cortese, un ragazzino che porta una decina di anelli al naso.
Il professor Caprotti sbuffa.
“Avrai pur letto qualche libro, no?”
“Preferirei non rispondere a questa domanda” dice Cortese, serio. “Non sono molto preparato”.
“Ragazzi, cerchiamo di essere seri. Per cominciare vi voglio fornire un indizio. Voi sapete a chi è intitolata la nostra scuola, vero?”
Silenzio.
“Come, non lo sapete? Eppure tutti i giorni, quando entrate a scuola, passate sotto quella grossa targa. Quando andate in un negozio non la guardate l’insegna?”
“No, io guardo la vetrina” dice Sebastiano Rotondi, grattandosi il capo rasato.
“Matteo Renzi! La nostra scuola è intitolata a Matteo Renzi!” sbotta Caprotti. “Chi era costui?”
“Un pittore”.
“No!”
“Uno scrittore”.
“No!”
“Un calciatore”.
“Un calciatore? Sarti, non si intitolano scuole ai calciatori!”
“Non è vero, professore” ribatte il ragazzo, risentito. “A Rosario, in Argentina, una scuola elementare è stata intitolata a Lionel Messi”.
“Davvero? E tu come lo sai?”
“M’interesso di sport, professore”.
“Ah! Bravo, è buona cosa coltivare degli interessi”.
“È vero?” bisbiglia Melandri al compagno. “Oppure è una balla?”
“Certo che è una balla!” risponde l’altro. “Chi intitolerebbe mai una scuola al più grande evasore fiscale della storia?”
“Proseguiamo” dice Caprotti. “E fate silenzio. Dunque, stavamo parlando di Matteo Renzi, vale a dire il primo ministro dell’epoca, intesi? Renzi andò al potere subito dopo le vicende, se così si può dire, narrate nel film che abbiamo appena visto. Certo, lo fece in maniera un po’ discutibile, il suo fu un vero e proprio colpo di mano, ma subito la sua azione di governo si dimostrò piuttosto innovativa e molto efficace. Purtroppo tutto si rivelò nient’altro che una pura illusione. Le forze del male tramavano nell’ombra. Il nuovo sacco di Roma aveva già avuto inizio - i lanzichenecchi questa volta erano autoctoni - e a nulla servì l’opera di moralizzazione posta in atto dal coraggioso sindaco del tempo. Vi ricordate chi era?”
“De Marino!” urla Luca Giorgini, un ragazzone con un osso di pollo infilato nel lobo dell’orecchio.
“Marino” precisa il professor Caprotti. “Giorgini, cerchiamo di non storpiare il nome di un uomo che è considerato un eroe nazionale. Se avrete la possibilità di passare di fronte al Campidoglio, e ne dubito, osservate il busto che è stato collocato sulla piazza. Si tratta proprio del grande sindaco Marino”.
“Io l’ho visto quel busto, quando ero piccolo, ed è brutto da far schifo! Mi metteva paura.”
“Luchetti smettila, per favore. Un po’ di rispetto!”
“In ogni caso, di quell’epoca, è rimasta qualche significativa testimonianza” riprende il professor Caprotti. “I monumenti, per esempio. Sapete ricordarne qualcuno?”
“Il Nuovissimo Stadio Olimpico!” esclama Sarti.
“Ah! Dimenticavo il nostro esperto di sport. È vero. Il nuovo stadio fu costruito in previsione delle Olimpiadi del 2024. Si tratta di un’opera faraonica. Pensate, dispone di quattrocentomila posti!”
“Ma adesso viene usato come discarica a cielo aperto” dice Lucia Flavi, mostrando i suoi luccicanti piercing sulla lingua.
“Purtroppo sì, tuttavia dall’esterno si rivela comunque un’opera architettonica incredibile. Altri esempi?”
“Il Colosseo!” dice Emilio Ghezzi, appena risvegliatosi da un lungo sonno.
“Ma va’! Non stiamo parlando della Roma antica. Ghezzi, cerca di prestare più attenzione. E poi il Colosseo non c’è più”.
“L’Arena Andreotti”. Ancora Sarti.
“Bravo Sarti. Anche questo imponente impianto fu edificato in occasione delle Olimpiadi. Matteo Renzi riuscì a convincere il Comitato Olimpico Internazionale a introdurre per quella volta nel programma delle gare il combattimento tra gladiatori. Qualcosa a cui non si assisteva da molto tempo. Ricordo che quella disciplina ebbe un grande successo”.
“Però vinse un ucraino.”
“Come dici Sarti?”
“Ho detto che la gara fu vinta da un ucraino, Aleksey Pavlychko, che sconfisse nella finale il gladiatore giapponese Nakamura. La grande speranza azzurra, Nando Onofri detto Maciste, si fermò in semifinale. Si trattò di una decisione arbitrale molto discussa quella che…”
“Basta così, Sarti. È inutile addentrarci in particolari tecnici che potrebbero risultare troppo complicati per i tuoi compagni. E anche per me. In ogni caso mi complimento per la tua preparazione in storia dello sport. Se fosse del medesimo livello nelle materie scolastiche saresti considerato un genio.”
“Grazie, professore.”
“Tra i monumenti di rilievo mi permetto di aggiungere il grande Centro Commerciale Aldo Moro, a Tor Vergata. Pensate, più di centomila metri quadrati di negozi, cinema, discoteche, teatri e tante altre cose. Un vero capolavoro.”
“Mi hanno detto che adesso è tutto vuoto e pieno di ratti più grossi dei gatti” dice Annabella Viviani, una ragazzina con le sopracciglia depilate e i capelli azzurri.
“Eh? Può essere, può essere…” mormora il professor Caprotti, pensieroso.
Il suono improvviso della campanella scatena il caos. Tutti gli studenti si alzano in piedi, si agitano, urlano.
“Ragazzi, dove credete di andare?” strepita Caprotti cercando di farsi sentire. “Tanto lo sapete che non potete uscire finché non arriverà la scorta a prelevarci. Nell’attesa, se volete, possiamo riguardare un pezzetto di film. Non avete voglia di rimirare ancora una volta la grande bellezza della Roma di un tempo?”
“Nooooo!”

domenica 18 gennaio 2015

L'AULA


Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli…
Lo aveva detto, e lo aveva fatto. Non come quell’altro, quello pelato, che tanti anni prima aveva proferito la medesima minaccia ma non l’aveva attuata, anche se poi si era macchiato di nefandezze ben peggiori. A modo loro, si tratta comunque di due sbruffoni, di due pericolosi gradassi. In ogni caso tocca  a me affrontare quest’ultimo, l’attore riccioluto.
Percorro a piedi le vie della Città Eterna che, come sempre, pare indifferente alle miserie umane. Ne ha viste troppe ormai, ha perso la capacità di stupirsi, preferisce sonnecchiare in paziente attesa che anche ciò che sta accadendo in questi giorni cupi trascorra e si trasformi con rapidità in storia.
Cammino da solo, privo di scorta, perché non l’ho mai voluta e ora comunque non l’avrei più. Nessuna persona amica mi accompagna. Tra i passanti che incrocio, tra quelli che mi riconoscono, colgo sguardi di ostilità e di odio puro. Eppure non ho fatto nulla di male. Al contrario, i miei propositi erano positivi, sono sicuro che avrei potuto dare il mio significativo contributo alla rinascita di questa nazione disgraziata. Lo giuro, la mia non era soltanto ambizione sfrenata. Certamente c’era pure quella, non lo nascondo, ma ho sempre nutrito grande fiducia nelle mie capacità, non vedevo l’ora mi mettermi alla prova. Non ne ho avuto il tempo perché tutto è accaduto così in fretta, in maniera del tutto imprevedibile che anch’io, che mi sono sempre vantato di vivere a velocità doppia rispetto a tutti gli altri, ne sono stato dapprima sorpreso e poi travolto.
Tengo gli occhi bassi, non voglio che la mia espressione, di solito un po’ sfrontata, possa apparire come una provocazione. Ignoro gli insulti che mi sono rivolti e tiro dritto.
“Stronzo!”
“Pezzo di merda!”
“Vattene a casa!”
“Vaffanculo!”
Mi avvicino alla sede del partito, dove mi staranno tutti aspettando. È in quell’edificio che adesso si riunisce il governo, il mio governo, quello che è durato un solo giorno. Che nessuno sa se sia ancora in carica o meno. A me piace pensare che lo sia ancora, anche se ciò rappresenta più che altro un’illusione.
Di fronte al palazzo ci sono due poliziotti. Hanno le giubbe slacciate, parlano e fumano. Il loro atteggiamento è rilassato e strafottente. So bene che, se ci fossero dei disordini, non interverrebbero. Proprio ieri sera un gruppo di scalmanati ha tentato di occupare la sede del partito e la polizia non è accorsa. Gli agenti sono rimasti a guardare. Se non fosse stato per i nostri ragazzi, quelli del nostro servizio d’ordine improvvisato, ora non avremmo neppure un luogo dove riunirci. Saremmo ridotti alla clandestinità.
“Tanto non siete stati eletti! Che volete?” direbbero i cittadini, ormai trasformati in un branco di esaltati, di minacciosi fanatici.
All’ingresso ci sono due robusti giovanotti. Mi riconoscono, mi fanno un cenno di saluto e mi permettono di entrare. I loro sguardi sono affranti, quasi rassegnati.
Mi dirigo con passo spedito verso la sala riunioni, oltrepassando corridoi deserti, e di colpo me li trovo tutti di fronte, seduti intorno al grande tavolo ovale. Ci sono i miei compagni di partito, che mai come in questo momento sento così vicini, e ci sono i miei ministri, diventati i ministri del nulla nonostante le pompose deleghe che ho loro assegnato. Senza dire nulla mi accomodo, mesto quanto loro. So già che questa riunione durerà poco. C’è ben poco che io possa dire, e niente che possa fare.
“Ragazzi, ci sono novità?” domando, anche se conosco già la risposta.
Tutti scuotono il capo, all’unisono, sconsolati.
“Perché la polizia non interviene, perché non fa nulla?” Mi rivolgo al mio ministro dell’Interno. Non ho mai potuto soffrire quel tipo, pure se sono stato costretto a collaborare con lui. Non sopporto i suoi occhi bombati e falsi, i suoi incisivi da roditore. Eppure adesso per lui provo quasi pena, tanto è il suo disorientamento, la sua evidente incapacità.
“Gli agenti dicono che non interverranno mai contro i cittadini” risponde con un filo di voce.
“E la magistratura?” Interpello il ministro della Giustizia, un bravo ragazzo del mio stesso partito.
“Tutto fermo, tutto immobile. I magistrati vogliono capire, attendono l’evolversi della situazione”.
“E da oltre confine?”
“Osservano con apprensione, ma non c’è ancora stata nessuna presa di posizione ufficiale. Si tratta di questioni interne, dicono. Nessuno ha intenzione di ingerire.” La giovane ministra degli Esteri è livida in volto, ha profonde occhiaie.
Annuisco.
“Qualcuno di voi ha parlato con il Presidente?”
Il mio sottosegretario si schiarisce la voce prima di intervenire.
“È rintanato da giorni nei suoi alloggi. Non vuole parlare con nessuno. È deluso e scoraggiato. Mai avrebbe pensato di vivere una simile situazione. Si sente soprattutto tradito, tradito dai cittadini.”
Sospiro.
“Bene, a questo punto non mi rimane che andare là”.
“No! Non farlo, può essere pericoloso.”
Scrollo le spalle, indirizzo a tutti un saluto e mi avvio verso l’uscita. Nessuno tenta di fermarmi.
Esco in strada, scorgo i due poliziotti seduti su un gradino. Stanno giocando a carte.
Cammino in direzione del Parlamento. Almeno, quel che ne è rimasto. L’aula del Senato non esiste più, è andata a fuoco ed è completamente distrutta. In fondo è stato semplice ridurre il numero dei parlamentari. È bastato incenerire i loro poggiaculo e tutti i senatori sono spariti come per incanto.
È facile ormai entrare a Montecitorio. Non ci sono più controlli, non ci sono più neppure le porte.
L’emiciclo appare buio e quasi deserto. Dopo i primi giorni, quando i cittadini si sono riversati in massa nell’aula spinti soprattutto dalla curiosità, seguiti dai turisti intenti a scattare fotografie, l’interesse è presto scemato. Sul banco della presidenza c’è una donna anziana e malvestita che sta arringando un gruppo di disgraziati. Parla di pensioni, infarcendo il suo sconclusionato discorso di innumerevoli luoghi comuni. Le stesse argomentazioni che, fino a poco tempo fa, si ascoltavano soltanto al bar.
In un angolo, accovacciati intorno a un barbecue, ci sono alcuni deputati. Stanno arrostendo salsicce. Riconosco tra loro l’avvocato Lo Russo, uno degli esponenti di spicco dell’altra opposizione. Adesso però fa comunella con loro. Mi abbottono la giacca – sono l’unico che la indossa – e mi avvicino. L’avvocato appare male in arnese, il suo pizzetto non è curato come di solito, i suoi abiti sportivi sono stazzonati e sporchi.
“Che cazzo ti guardi?” mi apostrofa. Finge di non conoscermi. Mi allontano, desolato.
Che ci faccio qui? Ormai è tutto inutile. Mentre sto per uscire scorgo lui, l’attore riccioluto. I suoi occhi lampeggiano. Mi viene incontro, combattivo come sempre.
“Siete finiti! Finiti!” strepita. “Statevene a casa! Il vostro tempo è scaduto!”. Alcune gocce di saliva si depositano sui risvolti della mia giacca. Non indietreggio, so che questa è la mia ultima possibilità di dialogare con lui.
“Ascolta…” tento di dire, accennando un sorriso.

“Vaffanculo!” mi urla con un ghigno. Poi mi volta le spalle, si sbottona i calzoni e piscia su uno scranno.

venerdì 26 dicembre 2014

DONI



Tra i tanti video che circolano su internet (in gran parte pura spazzatura) uno di essi spicca in maniera particolare. Si tratta di un filmato opera di un blogger americano trentenne, Josh Paler, nel quale viene condotto un esperimento sociale dal sapore innegabilmente “natalizio”. Il giovane avvicina un senzatetto che sta chiedendo l’elemosina e gli dona cento dollari. Dapprima la reazione dell’uomo è di stupore, di pura incredulità. In un secondo momento subentra in lui una sincera commozione. Scorre qualche lacrima. Il senzatetto infine, timidamente, chiede di poter abbracciare il suo benefattore. Quindi Josh si allontana e, da quel momento in poi, inizia a filmare di nascosto le azioni del mendicante. Quest’ultimo subito si avvia, a passo deciso, e si dirige verso un vicino emporio. Dopo un po’ ne esce recando con sé una grossa borsa (piena di bottiglie?), poi si incammina diretto a un parco dove si trovano molti altri sventurati come lui. A questo punto il senzatetto inizia a distribuire ai suoi compagni di sfortuna generi alimentari di tutti i tipi, rendendoli per una volta felici. Ogni ulteriore commento risulta essere inutile.