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domenica 22 luglio 2012

LA CHIAVE



Gli ambienti della piccola gendarmeria si animarono all’improvviso.
Il piantone fece irruzione, trafelato, nell’ufficio del comandante, il colonnello Max Frisch.
“Ehi! Che succede?” disse l’ufficiale, sollevando il volto da un’alta pila di carte.
La guardia deglutì, poi si sistemò sull’attenti di fronte all’enorme scrivania.
“Chiedo scusa, comandante. C’è un uomo che desidera incontrarla, subito.”
“Chi è?”
L’altro alzò le spalle, desolato, e solo un istante dopo si rese conto che quel suo gesto poteva apparire poco marziale. Chiese di nuovo scusa.
“Non ha voluto presentarsi” aggiunse. “Comunque si tratta di uno di loro.”
Max Frisch, un uomo non più giovane, con la pelle del viso di color rosso acceso che contrastava con i capelli grigi, irti e corti, sospirò. Poi, con un gesto di stizza inconsueto per lui, sempre dotato di grande autocontrollo, scagliò la penna con violenza sul piano del tavolo.
“Va bene, lo faccia entrare. Lo riceverò.”
La guardia salutò, con enfasi eccessiva, e uscì.
Subito dopo fu introdotto nell’ufficio del comandante un uomo molto grasso, vestito con un semplice abito scuro. Sul bavero della sua giacca spiccava, per la sua brillantezza, un minuscolo crocifisso d’argento. L’espressione del viso di quel singolare individuo era piuttosto giovale. Strinse la mano al colonnello e poi si accomodò di fronte a lui, sempre sorridendo. Si presentò.
“Un vescovo!” esclamò il colonnello. “Non avevo mai avuto il privilegio di incontrarla, prima d’ora. Presumo che lei non abbia mai prestato la sua opera in sede. Finora, almeno.”
“Esatto. Di solito i miei incarichi mi portano in giro per il mondo. Pochi giorni fa sono stato richiamato qui, e lei può ben immaginare da chi” disse l’altro, senza nascondere un certo compiacimento.
Frisch assentì, anche se in realtà non aveva ben compreso.
“In che cosa posso esserle utile?” domandò.
Il vescovo scoppiò in una fragorosa risata.
“Mi scusi, colonnello, forse mi sono espresso in maniera non sufficientemente chiara. Lei da questo momento sarà ai miei ordini, fino al termine del procedimento giudiziario.”
Il vescovo porse al comandante un plico, estratto a fatica dalla tasca interna della giacca. L’altro esaminò a lungo il carteggio, annuì, poi impallidì.
“Si tratta dell’uomo del Santo Padre? Il maggiordomo?”
Il vescovo acconsentì, esibendosi in un ennesimo sorriso.
“Vede, Eccellenza” proseguì Frisch. “La fase istruttoria è praticamente terminata. L’indagato, nel corso di tutti gli interrogatori ai quali è stato sottoposto, ha sempre negato ogni addebito. Inoltre, non siamo riusciti a raccogliere prove sufficienti a suffragare le accuse formulate nei suoi confronti. Al processo sarà inevitabile un verdetto di assoluzione. Sa, dopo tutto questo tempo mi sto convincendo anch’io che quell’uomo possa essere davvero innocente. Una vittima, probabilmente, alla mercé di qualcuno che lo ha utilizzato a sua completa insaputa. E che sta molto in alto.”
Il vescovo scosse con violenza il capo, senza però perdere la sua espressione bonaria.
“Ho l’impressione che lei si sbagli, colonnello.”
Il suo interlocutore scrollò le spalle, in segno di impotenza.
“Desidero interrogare il prigioniero di persona” disse l’alto prelato. “Immediatamente.”
“Il prigioniero?” domandò Frisch, incredulo.
Pedro Guerrero, perché era questo il nome con il quale il corpulento vescovo si era presentato, eluse la domanda.
“Faccia portare subito quell’uomo nella stanza” disse invece. Il suo era un ordine.
“Intende dire qui?”
“Colonnello, forse non ci siamo intesi. Mi riferisco a quella stanza.”
“Impossibile!” sbottò l’ufficiale. “Non è più utilizzata da… da…”
“Tale particolare non ha nessuna importanza. Esegua ciò che le ho detto, comandante.”
“Ma… noi non possediamo neppure la chiave. Quella stanza è…”
Il vescovo frugò in una tasca dei larghi pantaloni.
“Si riferisce a questa?” domandò, sorridente. Poi posò sul piano della scrivania una grossa chiave di bronzo.
Il colonnello Frisch era impietrito.
“Come se l’è procurata?” mormorò.
“L’ho avuta da lui, naturalmente. E lei sa bene a chi mi riferisco.”
“Mi scusi, Eccellenza” disse allora il comandante, prima di uscire dall’ufficio. Dopo aver impartito le necessarie istruzioni ritornò e pregò il vescovo Guerrero di seguirlo.
“I miei uomini, con l’accusato, ci aspettano di sotto.”
I due uomini scesero una lunga serie di scale che, a mano a mano che si procedeva, si facevano sempre più strette e buie. Sembrava quasi che mancasse l’aria. Il vescovo sudava e sbuffava, affaticato. Giunsero infine di fronte a una piccola porta di legno, rinforzata da sbarre di metallo, arrugginite. Ad attenderli trovarono tre uomini: due giovani guardie, che non riuscivano a celare il loro sbalordimento, e un individuo dall’aria stanca e rassegnata, l’indagato.
Pedro Guerrero infilò la chiave nella toppa. Con un grande sforzo riuscì a farla ruotare, più volte. Aiutandosi con la possente spalla, scostò la porta che si aprì cigolando. Il primo ad entrare fu il comandante Frisch. Si trovò di fronte a un buio impenetrabile. Tastando il muro con la mano, prima a destra e poi a sinistra, cercò inutilmente l’interruttore, che non c’era. Sorpreso, si voltò e incrociò lo sguardo sorridente e gioviale di Pedro Guerrero.
“Comandante, a quei tempi l’elettricità non esisteva” disse il vescovo, che poi si rivolse a una delle guardie.
“Presto, vai a prendere dei ceri, molti ceri. Mi raccomando, che alcuni siano grossi, perché mi serviranno per…” Quindi si interruppe, mentre già il ragazzo scattava per eseguire l’ordine, e iniziò a rovistare nell’ampio vestito finché non recuperò una torcia elettrica. La accese.
Immersi nel cono di luce, i due uomini penetrarono nella stanza. C’era molta polvere, e odore di muffa.
“Portate dentro anche il prigioniero” disse il vescovo. Questi non oppose la minima resistenza. Aveva la bocca spalancata, ma non emetteva alcun suono. I suoi occhi sembravano dover schizzare fuori dalle orbite da un momento all’altro. Era terrorizzato.
“Eccellenza, le ricordo che si tratta del maggiordomo del Santo Padre” riuscì a dire Frisch. L’altro non rispose. Illuminò con la torcia alcuni attrezzi che si trovavano all’interno della stanza. Prima una garrotta, poi un rullo, quindi delle zampe di gatto, una culla di Giuda e uno schiacciatesta. Ne provò il funzionamento e annuì tra sé, soddisfatto. Appoggiate su un bancone corroso dai tarli c’erano pinze e tenaglie ricoperte di ruggine e rivestite da soffici ragnatele.
Il comandante delle guardie fissò quegli strumenti, agghiacciato.
“Non si preoccupi, comandate. Prima di utilizzarle le sterilizzerò. Con il fuoco” disse il vescovo. Il suo sorriso si era trasformato in un orribile sogghigno. Il colonnello Frisch rabbrividì ancora di più.
Tornò la giovane guardia e furono accesi innumerevoli ceri. La stanza assunse un aspetto inquietante. Il vescovo congedò i due militari e rimase solo con il comandante e l’accusato, che fu fatto stendere su un tavolaccio e fissato ad esso per mezzo di rigide cinghie di cuoio. Il malcapitato iniziò a piangere, in silenzio.
“Colonnello Frisch, avrei bisogno di un testimone per l’interrogatorio e quindi le chiederei di rimanere. Tuttavia se proprio non se la sente…”
Il comandante uscì quasi di corsa dalla stanza e si catapultò su per le scale. Il vescovo sorrise e iniziò la sua inchiesta.
Dopo circa un’ora il piantone irruppe di nuovo nell’ufficio del capo della gendarmeria.
Frisch alzò stancamente il capo.
“Che succede ancora?” domandò.
“C’è… c’è… lui!”
“Chi? Che cosa stai dicendo?”
Proprio in quel momento comparve una figura che indossava una candida veste bianca, accompagnata da un ometto dall’aspetto dimesso, il suo segretario particolare.
Il colonnello Frisch balzò in piedi, aggirò la scrivania, si inginocchiò e baciò il grosso anello.
“Santo Padre!” disse, ancora meravigliato.
L’altro gli sorrise e gli toccò il capo con una mano. Una benedizione?
“Come procede interrogatorio?” domandò l’uomo in bianco, con il suo forte accento straniero.
Il comandante trasalì.
“Eh?”
“Mio incaricato stare lavorando?” domandò ancora il Pontefice.
In quell’attimo si udirono delle urla disumane, che provenivano dai sotterranei.
“Sì, sta lavorando, sta lavorando bene” disse il comandante, sbiancando.
Il Papa annuì, beato.
“Non sia così turbato, colonnello. Verità è spesso accompagnata da dolore” pronunciò, solenne. 

giovedì 19 luglio 2012

UNIVERSI DIVERSI



“Perché al telefono sei stato così sfuggente?” domandò Marta.
“Preferivo dirtelo di persona. Sai, è una cosa talmente assurda!” rispose Mario, il suo ragazzo.
“Non potevi aspettare domani? Ci saremmo visti a scuola e…”
“No, si tratta di qualcosa che va al di là di ogni immaginazione. Sono ancora sconvolto.”
“Addirittura!” disse la ragazza, sorridendo.
“Marta, ti prego… Guarda che non è uno scherzo…”
Mario parlava a bassa voce, quasi sussurrando, ed era livido in volto. Si agitò sulla sedia, mentre Marta si stese sul letto.
“Allora, ti decidi a raccontare?” lo incoraggiò. Lui si strinse il capo tra le mani e iniziò a parlare.
“Ero là, vicino alla parete, in piedi. A un certo punto ho appoggiato i palmi delle mani e la fronte sul muro, proprio in corrispondenza dell’angolo.”
“Per quale motivo?” lo interruppe Marte.
“Be’… a volte si fanno delle cose strane. Così, senza una ragione particolare…” rispose Mario, imbarazzato. La ragazza si sollevò, inclinò il capo e lo fissò a lungo.
“Prosegui” disse infine. Lui annuì, deglutì e riprese il suo racconto.
“All’improvviso mi sono ritrovato da un’altra parte.”
“Spiegati meglio.”
“Cioè, ero sempre qui, nella mia camera, ma ho percepito qualcosa di diverso, capisci?”
“No.”
“Aspetta. Mi sono guardato attorno, a lungo, ho osservato con attenzione tutto ciò che mi circondava, i miei libri, le mie cose, e alla fine ho capito…”
“Cosa hai capito?” domandò Marta, un po’ spazientita.
“Che ero passato attraverso un varco, e mi trovavo in una dimensione parallela, alternativa, chiamala come ti pare…”
Marta gli lanciò un’occhiata strana, che durò un attimo. Poi si ricompose. Che cosa stava accadendo al suo ragazzo? Perché faceva quei bizzarri discorsi? Lui, che di solito era una persona molto seria ed equilibrata?
La ragazza sospirò.
“Cosa c’era di particolare, di diverso, in quell’… universo?”
“La penna!” esclamò Marco.  
“La penna?”
“Vedi, io la appoggio sempre alla destra del computer. Invece in quel momento si trovava alla sua sinistra. Quindi si trattava senza dubbio di un universo parallelo, nel quale però la distorsione era minima. Infatti, tutto il resto era perfettamente uguale…”
“Mario!”
“Eh?”
“Ti rendi conto di ciò che stai dicendo? Per una volta, e per puro caso, avrai posato la penna dall’altra parte del computer! Che c’è di strano? Perché tutte queste baggianate su altre dimensioni e via dicendo?” Marta era decisamente irritata.
“E mi hai fatto correre fin qua, a quest’ora, per farmi ascoltare queste tue fantasie? Sei impazzito?” aggiunse ancora la ragazza, che poi si alzò e di diresse verso la porta. Mario la fermò.
“Non ti ho detto una cosa. Quando ho passato il varco ho sentito in tutto il corpo un formicolio, e la stessa sensazione l’ho provata quando ho riattraversato la breccia temporale.”
“Breccia temporale?” Marta era incredula. Mario la costrinse a sedere sul letto.
“Sono stato di là, in quell’altra dimensione, per dieci minuti esatti. Poi, spaventato, ho riappoggiato mani e fronte al muro e sono ritornato” disse il ragazzo.
“Marco, adesso devo proprio andare. Se vuoi ne riparleremo domani, quando sarai un po’ più sereno. Non so proprio che cosa ti sia preso…”
Lui la bloccò di nuovo.
“Aspetta, ti prego. Ti ho chiesto di venire qui per un motivo preciso” disse Marco.
“E quale sarebbe?” chiese Marta.
“Ci voglio riprovare. Ma non da solo, con te.”
“Ma…”
“Per favore!”
“Marco! Non ti riconosco più!”
“Non puoi abbandonarmi…” disse il ragazzo, in un soffio. Il suo sguardo era implorante. Marta ne fu impietosita.
“Va bene” disse. “Ma sappi che dopo me ne andrò subito.”
Lui annuì, poi la prese per mano e l’accompagnò verso la parete, nell’angolo. Premette le mani sul muro, e dopo anche la fronte. Marta fece lo stesso. Non accadde nulla.
“Adesso basta!” esclamò la ragazza.
Lui non si scompose.
“Proviamo in un altro modo” disse. Fece appoggiare a Marta le mani sulle sue, e la fronte alla sua nuca. Dopo alcuni istanti entrambi percepirono una lieve scossa attraversare i loro corpi. E passarono.
Un po’ storditi, si ritrovarono nella stessa camera, quella di Mario. La ragazza si guardò attorno, smarrita.
“Non è successo nulla” disse. Lui non rispose.
“Guarda!” strepitò dopo un po’.
“Che cosa? La penna? È sempre allo stesso posto, sulla destra.”
“No, il computer!”
“Non vedo niente di strano…”
“Non è il mio!”
“Eh?”
“La marca! È un’altra!”
Lei si avvicinò e constatò con i suoi occhi quella sorta di prodigio. Poi iniziò a tremare.
“Hai ragione…” sussurrò.
“Una marca del tutto sconosciuta, tra l’altro…” aggiunse il ragazzo, che poi proseguì nell’ispezione della camera. Su uno scaffale vide una fotografia incorniciata. La sollevò e fissò quel viso sconosciuto. Una ragazza bionda, con gli occhi verdi, che sorrideva. La voltò e poté leggere una scritta: da Luana con immenso amore. Mario trasalì e subito rimise la cornice al suo posto. Marta, nel frattempo, si era avvicinata a lui.
“Chi è?” domandò con voce tremante.
“Uh?”
“Quella ragazza, chi è?”
“Si tratta di… mia cugina.”
“Tua cugina? Non me ne hai mai parlato. Perché hai questa fotografia?”
“Non lo so” disse lui, a disagio. “In realtà non la vedo da anni. Forse in questa vita… parallela siamo rimasti in contatto e…”
Lei scosse il capo.
“Scusa, scusa per la domanda sciocca” disse, prima di voltarsi verso il letto.
“Marco!”
“Eh? Che c’è?”
“Guarda, il poster!”
Lui osservò il manifesto, che da tanti anni era appesa sopra la spalliera del letto. Non raffigurava i Twins, il suo gruppo musicale preferito, bensì un altro gruppo, che non conosceva.
“Hai visto la forma delle chitarre?” domandò Marta.
Mario annuì, con aria grave, poi diede un’occhiata all’orologio. Si agitò.
“Dobbiamo andare” disse alla sua ragazza, con voce piena d’apprensione.
Lei lo guardò, inebetita, e non comprese.
“Sono trascorsi più di otto minuti. La prima volta sono stato via quasi dieci minuti. Non possiamo rischiare oltre. Vieni, presto!”
La trascinò verso il muro, e si sistemarono nella stessa posizione di prima. Rifecero il viaggio, all’indietro. Per ritrovarsi di nuovo allo stesso posto. O quasi.
Ancora scossi, i due ragazzi si guardarono a lungo negli occhi, prima di parlare.
“Ora mi credi?” disse infine Mario. Lei assentì.
“Scusa” disse poi.
“È qualcosa di incredibile” aggiunse lui.
“Che cosa intendi fare?” domandò lei, ancora pallida in volto.
“Cioè?”
“A chi intendi dirlo?” aggiunse Marta.
“Ah! La mia intenzione sarebbe quella di provare ancora una volta. Sai, per essere del tutto sicuro di…”
“No!”
“Perché? Non può accaderci nulla. Non è pericoloso, l’importante è non superare la soglia dei dieci minuti. Abbiamo constatato che in tal modo non c’è alcun rischio.”
“Quale potrebbe essere l’eventuale rischio?” chiese Marta, pur conoscendo la risposta.
“Quello di non tornare?” disse Mario.
“Sì.”
“Non è possibile!” affermò lui con decisione.
“Per quale motivo?”
“Noi continueremmo in ogni caso a esistere. Da una parte e… dall’altra.”
“Sono troppo turbata, e credo di non capire…” mormorò la ragazza.
“Marta, ti fidi di me?” domandò lui all’improvviso.
Lei lo guardò intensamente.
“Sì… adesso sì” rispose.
“Vieni, allora. Soltanto una volta ancora, te lo prometto.”
 Marta, come un automa, si lasciò guidare di nuovo in direzione della parete, nell’angolo. I due giovani riassunsero la posizione che consentiva loro di penetrare il varco temporale, se di ciò veramente si trattava. Subito, la quasi impercettibile scarica elettrica trapassò i loro corpi.
Mario si riprese subito, si voltò e si rese conto di essere solo. Fu assalito dal panico.
“Marta!” La sua voce era rauca, disperata. Non badò più di tanto all’ambiente in cui si trovava. Dopotutto, era pur sempre la sua camera, anche se il letto era completamente diverso, le pareti erano dipinte di un altro colore, non c’era nessun computer sulla singolare scrivania, e i libri sugli scaffali recavano sui dorsi titoli sconosciuti. Non notò nulla di tutto ciò, perché in quel momento pensò soltanto alla sua ragazza. Dov’era finita?
Mario si sforzò di riacquistare un poco di lucidità. Udì dei rumori provenire da un’altra parte della casa. Chi poteva essere se non sua madre? Senza pensare uscì dalla stanza e si diresse verso la cucina. Vi fece irruzione, trafelato.
“Mario! Che succede?” disse la donna, spaventata da quell’improvvisa incursione.
“Mamma! Marta! Dov’è Marta?”
Sua madre scosse la testa, assunse un’aria pensierosa, afflitta.
“Siediti, Mario. E cerca di calmarti.” Il ragazzo ubbidì, e lei gli porse un bicchiere d’acqua. Poi gli si rivolse con un tono dolce.
“Mario, purtroppo devi rassegnarti. Marta non c’è più, e non tornerà. Non ricordi? Quel brutto incidente stradale…”
“No!”
“Lo so, è terribile. È qualcosa difficile da accettare, anche se speravo che ormai tu stessi un po’ meglio. Sai, negli ultimi tempi non avevi più avuto queste… crisi. Adesso ti darò un calmante e domani, se sei d’accordo, torneremo dal dottor Borghi. Lui ha fatto tanto per te e…
“No! No!”
“Mario, calmati. Mario!”
Il ragazzo, di scatto, si alzò dalla sedia e tornò, correndo e urlando, in camera sua. La madre, colta di sorpresa, lo seguì dopo un attimo. Quando si affacciò nella sua stanza, lo vide appoggiato al muro, nell’angolo, con i palmi delle mani e con la fronte. E non smetteva di gridare, di invocare Marta, la sua ragazza morta.
La donna tornò nell’ingresso e si precipitò sul telefono.

lunedì 16 luglio 2012

SENZA TITOLO (I)




Andavo e venivo, ma non piangevo

Non ci credevo, ma non temevo

Camminavo e correvo, ma non mi stancavo

Non mi voltavo, ma non lo volevo

Leggevo e ascoltavo, ma non comprendevo

Non contavo, perché non vivevo

domenica 8 luglio 2012

TRE GIORNI, E POI?



“Insomma, vai tu o vado io?” disse la donna, che appariva molto inquieta, non riusciva a stare ferma, e si spostava di continuo da un ambiente all’altro della grande casa.
L’uomo la osservò per alcuni secondi, in parte quasi divertito, ma alla fine sbottò.
“Devo uscire tra pochi minuti! E sarà una giornata tremenda. Ho in programma diverse riunioni e quindi tornerò a casa tardi. Perciò, se davvero ti interessa questa cosa, te ne dovrai occupare tu!”
Lei si bloccò all’istante, poi si imbronciò.
“Non mi aiuterai?” domandò, con la sua voce sottile.
“No, perché veramente non posso. E poi, questa cosa interessa soprattutto a te. Inoltre l’anno scorso, e ti rammento che era la prima volta che lo facevamo, te ne sei occupata tu e tutto è andato bene.”
“Ma l’avevo acquistato sul catalogo!” si lamentò la donna.
“Che importa? Questa volta lo farai di persona. Vai al negozio, scegli pure senza badare a spese e fatti consegnare tutto a casa. Mi raccomando, verifica che l’installazione sia compresa nel prezzo. L’anno passato ho dovuto fare tutto io, e non mi è piaciuto affatto, te lo assicuro. E poi, quella croce l’abbiamo persino buttata. Era troppo sporca per conservarla.”
“Uff!” esclamò lei, fingendo di essere offesa.
“Che c’è ancora? Io dovrei andare…”
“Quello dell’anno scorso non ti era piaciuto.”
“Be’? Mica era stata colpa tua! D’accordo, non era molto somigliante, ma alla fine ha svolto la sua funzione in maniera egregia. È stata ugualmente una bella Pasqua, no?”
“Era piccolo e magro…” mormorò la donna.
“Ed era asiatico!” esclamò il marito, scoppiando a ridere.
“Sì, era di sicuro un cinese, e non aveva neppure la barba!”
“Ascolta, devo lasciarti, sono già in tremendo ritardo. Scommetto che stasera quando sarò di ritorno troverò tutto fatto, vero? Ti ricordo che oggi è già giovedì. Quelli scadono alla mezzanotte di domani e quindi non ce lo potremo godere molto. Per questo motivo prova a chiedere un po’ di sconto, sono sicuro che te lo concederanno. Se può servire, fai pure il mio nome. Mi raccomando cara, massima efficienza!”
L’uomo baciò la moglie, afferrò la borsa e impugnò la maniglia della porta, per uscire. Lei lo fermò pronunciando il suo nome.
“Di nuovo? Cosa c’è?” disse lui, guardando nervosamente l’orologio. Stava cominciando a perdere la pazienza. E gli succedeva spesso.
“Posso farlo installare in giardino?”
“No!” urlò l’uomo. Lei, di fronte a quella reazione esagerata, sobbalzò impaurita.
“Per quale motivo?” ebbe comunque l’ardire di chiedere.
“Ma non capisci?” ringhiò lui. “Desidero godermi lo spettacolo da solo con te. Non voglio vicini curiosi che sbirciano dalle finestre. Senza che abbiano speso un soldo, tra l’altro…”
“D’accordo, come vuoi tu” disse la donna, rassegnata. Poi lui finalmente riuscì a uscire.
Quella sera tornò tardi, erano ormai le venti passate. Ed era stanco. Trovò sua moglie ad aspettarlo sulla soglia di casa. Sorrideva, sembrava molto allegra e soddisfatta di sé.
“Ciao! Vieni, vieni nel salone, presto!” disse con tono entusiasta.
“L’ho preso! Vieni a vedere!” proseguì la donna, sempre più eccitata.
“Uff, un attimo. Lascia che riprenda fiato. Sono sfinito.”
“Ti riposerai dopo. Su, andiamo”. Prese per mano il marito e lo trascinò nell’immenso salone.
Nel mezzo dell’elegante ambiente era stata innalzata una croce, sulla quale era stato inchiodato un uomo.
I due si avvicinarono, senza parlare. Rimasero a lungo a osservare quella tragica scena. Fu la donna a rompere il silenzio.
“Ti piace? Ho fatto una buona scelta?” domandò.
“Sì” rispose lui distrattamente, e poi continuò a scrutare quello sconosciuto, crocefisso e sofferente. Era praticamente nudo, soltanto una pezza di ruvido tessuto gli cingeva i fianchi.  Il corpo, snello ma muscoloso, era bruno. Dopo fermò lo sguardo sul suo volto dai lineamenti sottili, tratti alterati dal dolore e sui quali spiccavano striature di sangue. Notò i suoi capelli lunghi, dal colore scuro, e la folta barba. Attorno al suo capo c’era una corona di spine.  L’uomo respirava a fatica, ma era vivo. Ogni tanto socchiudeva gli occhi, per richiuderli subito dopo. Emetteva gemiti e sospiri, a volte tossiva.
“Sembra proprio lui!” disse la donna.
“Eh?”
“Forse è davvero lui!”
Finalmente il marito si riscosse.
“Ehi! Che stai dicendo?”
“Sì, sono davvero convinta che sia lui, il vero e l’unico!” ribadì la donna, con tono esaltato e con gli occhi spiritati.
“Sei impazzita? Sai bene che non è così! Si tratta di un volontario, o qualcosa di simile…”
“Gesù! Parla! Dimmi qualcosa! Dimostra a quest’uomo che sei davvero tu!”
“Adesso basta!” L’uomo uscì dal salone e si precipitò in cucina. Fu di ritorno dopo qualche istante. Impugnava un lungo e affilato coltello.
“Che cosa intendi fare?” urlò la donna. Lui si avventò contro il malcapitato in croce. Lo colpì più volte, con incredibile violenza. Al torace, all’addome, alle gambe. Il pavimento di marmo si riempì di sangue. L’uomo in croce non emise alcun suono, a eccezione di un unico soffocato lamento, l’istante prima di spirare.
“Lo hai ucciso! Lo hai ucciso! Hai ucciso Cristo! Fariseo!” La donna aveva perso del tutto il controllo. Saltellava per il salone urlando e piangendo. Il marito la rincorse, la bloccò e la costrinse a sedere sul divano. Poi le si collocò accanto.
“Quel disgraziato non è Cristo, ma un semplice para-Cristo, lo vuoi capire? Si può sapere che cosa ti è preso?”
“Sono rimasta tutto il giorno accanto a lui…” pigolò lei.
“Tanto sarebbe morto lo stesso, domani a mezzanotte” disse l’uomo, pulendosi sul vestito le mani lorde di sangue.
La donna, invece, riprese a singhiozzare.
“Non lo dovevi uccidere…” disse, con la voce rotta dal pianto.
Lui cercò di calmarla.
“Ascolta, forse ti sei lasciata coinvolgere in maniera eccessiva da questa faccenda. Sai che cosa faremo adesso? Telefonerò al negozio e dirò che provvederemo noi allo smaltimento della… struttura.”
“E poi?” chiese lei, sempre piagnucolando.
“Poi ce ne staremo seduti tranquilli qui sul divano, per tre giorni consecutivi.”
“Per quale ragione?”
“Semplice. Quando, trascorso il terzo giorno, vedrai che questo tizio non risorgerà ti convincerai finalmente che non è il vero Cristo. Allora, che ne dici?”
“Sì, l’idea mi piace” rispose lei. “Mi piace proprio.” E si acciambellò sul divano.

venerdì 6 luglio 2012

ODIO GLI IGNORANTI



Odio gli ignoranti. Ritengo che, come forse diceva Jorge Luis Borges, "esistere configuri l’essere settari". Non può esserci chi si limita a respirare, cioè gli estranei alla civiltà, gli alieni alla cultura. Chi vive davvero non può non inseguire il sapere, e parteggiare per l’erudizione. Ignoranza è mancanza di volontà, è stupidità, è pigrizia intellettuale, non è vita. Perciò odio gli ignoranti.
L'ignoranza è il greve fardello della storia. E' la zavorra di ferro per l’innovatore, è il materiale esanime nel quale si spengono spesso le passioni più luminose, è il pantano che circonda l’antica fortezza, quella dell'ignoranza, e la preserva meglio dei bastioni più robusti, meglio degli scudi dei suoi difensori, perché ingoia nei suoi vortici fangosi gli assaltatori, e li stermina e li fiacca e spesso li fa recedere dal compimento dell’intrepida azione.
L'ignoranza agisce vigorosamente nella storia. Opera senza slancio, perché ne è priva, ma agisce. E' il destino; è ciò su cui non si può fare assegnamento; è ciò che scompagina i buoni propositi, che butta all’aria i piani meglio congegnati; è l’elemento brutale che si ribella alla conoscenza e la annulla. Ciò che accade, l’inettitudine della mente che investe tutti, o quasi tutti, l’eventuale positività che un gesto rivolto a evocare la bellezza della sapienza può generare, non è tanto esito dell'iniziativa dei pochi che operano, quanto dell'ignoranza, dell'ottusità dei più. Ciò che ne deriva, non si verifica tanto perché qualcuno auspica che si verifichi, quanto perché la moltitudine degli esseri umani rinuncia alle proprie aspirazioni, permette che prevalga la barbarie dell’incultura, consente che si aggroviglino le annodature che poi soltanto la spada potrà recidere, permette che vengano pronunciate parole senza peso, dettate dall’arroganza, dalla patetica e vuota presunzione di piccoli uomini che occupano ridicoli posti di potere, uomini né temuti né rispettati, ma solamente odiati e destinati, inevitabilmente,  a scontare la loro miseria di spirito.  Il caso che pare guidare la storia non è altro che esteriorità ingannevole di questa ignoranza, di questa penosa stoltezza. Accadimenti si perfezionano nell'oscurità di solitarie stanze, poche mani, poche menti tarde, sorvegliate da nessuno,  che partoriscono mostri, che generano l’idiozia. Così come, per buona sorte, sfuggono alla guardia altre mani dalle dita agili, dita che corrono veloci sui tasti e combattono le manipolazioni e gli inganni dei falsi potenti, dei principi dell’ignoranza. E ciò fino a squarciare il velo di tenebra, a lacerare la cortina dell’imbecillità.
I destini di un'epoca, di una intera civiltà, sono maneggiati in base alle concezioni limitate e agli obiettivi subitanei e personali di piccoli gruppi di gente rozza e incolta che occupa grotteschi posti di potere. Ma le circostanze che a lungo hanno stagionato arrivano a sboccare; la tela, quella oscura, frutto della stoltezza e dell’ignavia giunge prima o poi a conclusione. Ed è proprio nel momento del trionfo della menzogna e della falsità sulla conoscenza che le fragili fondamenta dell’edificio della cultura rischiano di crollare. E allora sembra sia il fato a travolgere tutto e tutti, pare che la conoscenza non sia che un grande fenomeno naturale, uno sfogo, un sisma, nel quale a tutti tocca soccombere, chi si è impegnato per migliorarsi e chi no, chi sapeva e chi non sapeva, chi ha inseguito la cultura e chi l’ignoranza. E quest’ ultimo si stizzisce, vorrebbe scampare ai deleteri effetti, vorrebbe mostrarsi non responsabile. Alcuni frignano, altri imprecano nel loro linguaggio limitato, ma nessuno o pochi si domandano: se mi fossi impegnato di più, se avessi cercato di rifuggire dall’ignoranza, sarebbe accaduto ciò che è invece capitato? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro ignoranza, del loro scarso impegno, di non aver fatto parte di quel gruppo di individui che, appunto per impedire quel tale delitto, lottavano, e che per provvedere quel tale bene si esponevano.
Odio gli ignoranti. Anche per ciò mi dà tedio il loro mugolio di perpetui innocenti. Chiedo conto a ognuno di essi di come ha svolto l’incombenza che la vita gli ha assegnato e gli pone tutti i giorni, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E ritengo di poter essere spietato, di non dover consumare la mia compassione, di non dover condividere con loro il mio pianto. Sono settario, esisto, sento nelle coscienze giuste della mia parte già palpitare l'attività di una civiltà futura che da parte mia sto contribuendo a edificare. E in essa il vincolo sociale non grava su pochi, in essa ogni cosa che accade non è dovuta al caso, alla fatalità, ma al potere della conoscenza, all’autorevolezza della cultura. Alla sua ineguagliabile bellezza. In questo nuovo modello evolutivo non c'è nessuno che stia alla finestra a osservare mentre i pochi si sacrificano; e che colui che sta alla finestra, appostato, voglia sfruttare quel poco bene che l'operosità di pochi fornisce ed esprima la sua delusione dileggiando e irridendo l’umiliato, lo svilito perché non ha raggiunto il suo scopo.
Esisto, sono settario. Perciò odio chi non lo è, chi disprezza la conoscenza e il sapere.  Chi disdegna la bellezza della arti, tutte, chi le svilisce con aria di superiorità. Chi trae vanto dalla propria insulsaggine. Per questo odio gli ignoranti.

giovedì 5 luglio 2012

LA VOLATA



Ricorrere ad analogie tra il mondo della politica e quello dello sport può risultare, il più delle volte, assai stucchevole, soprattutto se lo sport in questione è il calcio.
Per tale motivo mi sottrarrò da questa pratica, sebbene soltanto in parte, utilizzando per la similitudine un altro sport, meno diffuso ma altrettanto affascinante: il ciclismo.
Nel ciclismo, appunto, la volata è lo scatto finale che un corridore compie in vista del traguardo.
Nel nostro caso (e torno a parlare di politica) la linea d’arrivo è rappresentata dalle elezioni politiche che si terranno nella prossima primavera. Le forze politiche, inutile negarlo, hanno già iniziato, in un modo o nell’altro, la loro lunga volata.
Qualsiasi corridore o semplice appassionato di ciclismo è perfettamente consapevole che lo sprint finale è un’azione molto delicata. Per prevalere è indispensabile possedere qualità particolari: resistenza allo sforzo prolungato, ottima capacità di distribuzione delle energie, forza pura, doti acrobatiche non comuni, sagacia tattica, scelta della miglior strategia possibile, coraggio e, infine, un pizzico di sana follia.
Come stanno interpretando i partiti politici, i movimenti che si contenderanno la vittoria elettorale, questo finale di gara estremamente delicato?
In pratica, tutti hanno già sferrato il loro attacco, scegliendo naturalmente piani d’azione differenti.
Qual è la reale situazione al momento attuale?
Il PDL appare lento. L’intera squadra (compresi i numerosi e servili gregari) è in attesa di un colpo di reni, dell’ennesimo guizzo vincente del corridore più rappresentativo, l’unico in grado di trionfare, quel Berlusconi che però appare imbolsito e piuttosto disorientato. La squadra correrà da sola, poiché la compagine alleata in tutte le passate gare sta attraversando un periodo di grande difficoltà, invischiata in turpi vicende legate al finanziamento pubblico dei partiti. Alcuni corridori (dopati dal denaro) sono stati squalificati. Il nuovo capitano appare volenteroso e determinato ma, in un attimo di scoramento, ha fatto intravedere la possibilità di rinunciare alla competizione nazionale per puntare sulle corse locali, in particolare quelle che si disputano nella inesistente regione chiamata Padania.
Il fronte degli avversari tradizionale di PDL e Lega, tuttavia, si mostra un po’ titubante e alquanto diviso.
Il PD, secondo quasi tutti gli osservatori più accreditati, sarebbe potenzialmente in grado di arrivare alla vittoria con le sue sole forze. Sta conducendo la volata, anche se il margine di vantaggio non può essere definito rassicurante. I suoi tifosi non nascondono la loro preoccupazione. Oltretutto, incognita non da poco, le regole della gara non sono certe. Ad esempio, quale sarà la legge elettorale con la quale si andrà alle urne? Buio fitto.
I sostenitori del PD, di conseguenza, sono pressoché tutti concordi nel sostenere la necessità di un’alleanza con qualche altra squadra, per meglio controllare e rintuzzare gli attacchi avversari.
Già, ma con quale altra squadra? Questo è il vero problema, ed è ciò che  provoca sofferenza nel capitano Bersani, ancora alla ricerca della sua prima prestigiosa affermazione.
Forse un accordo con l’UDC di Casini, corridore esperto anche se mai vincente? Il fatto è che Casini mal tollera, nell’ipotetica alleanza, la presenza dell’IDV di Di Pietro, quest’ultimo atleta confusionario e piuttosto indisciplinato tatticamente. E lo stesso Casini si mostra pure dubbioso riguardo la presenza di Vendola e dei suoi, vale a dire la squadra che indossa la maglietta rossa (un po’ sbiadita) di SEL. A sua volta l’ex giovane ciclista prodigio Vendola manifesta fastidio per l’eventuale presenza proprio del troppo moderato (un passista?) Casini, mentre gradirebbe avvalersi dell’apporto di Di Pietro, da impiegare, al bisogno, come guastatore.
Inoltre tutti, ma proprio tutti, si ritrovano a dover fare i conti con un corridore emergente, tale Grillo da Genova che, avvalendosi dei suoi quasi invisibili compagni di squadra, da tempo ha iniziato la volata e si trova ormai in una posizione di immediato rincalzo rispetto ai primi e quindi pronto per l’allungo finale. Il dubbio, legittimo, è se non abbia iniziato troppo presto lo sprint…
Le volate, come ben sanno gli esperti di ciclismo, possono essere molto pericolose. Gli spazi, in particolare negli ultimi metri, sono stretti. Si sgomita e spesso si commettono scorrettezze. Ci si urta, ci si spintona, si usano le spalle per farsi largo. Si può cadere. Cadute che spesso possono essere disastrose, soprattutto quando coinvolgono l’intero gruppo di atleti. In quel caso nessuno vince, e inoltre ci si può fare molto male.
Riprendendo l’analogia tra politica e ciclismo si può affermare che, nella malaugurata ipotesi di una caduta rovinosa, a ferirsi non sarebbero soltanto i corridori, ma tutti i cittadini.  

domenica 1 luglio 2012

MI AIUTI, PER FAVORE?



“Chiudi la porta e siediti!” mi ordina Valentina indicandomi la sedia imbottita posta di fronte alla sua scrivania.
Non mi decido a farlo. Mi guardo intorno, un po’ sospettoso. Sento puzza di bruciato.
“Ti vuoi sedere?” ribadisce la mia collega, spazientita.
“Uh? Sì, certo.” Finalmente obbedisco.
“Ti devo parlare” mi dice, mentre con le mani si aggiusta i capelli. Con movimenti abili e veloci li raccoglie e poi li racchiude con un grosso fermaglio. Distolgo lo sguardo, non amo assistere a gesti che considero troppo intimi.
“Non potevamo sentirci al telefono?” domando stupidamente.
“No!”
Sospiro.
“Allora dimmi.”
Lei mi guarda, e nei suoi occhi scorgo un velo di tristezza.
“Si tratta di Orlando” dice, a bassa voce.
“Ah!”
“Che c’è? Sei sorpreso?” dice lei con tono aggressivo, che mi intimidisce.
“Non capisco…” balbetto.
Valentina si sporge verso di me, e non posso fare a meno di sbirciare nella sua scollatura. Notevole. Lei dissimula, e finge di non essersi accorta della mia occhiata rapace.
“Non ti sei accorto di nulla? Lui non te ne ha parlato? In fondo siete amici da tanto tempo.”
“Anche tu sei sua amica…”
“No.”
“Che dici? D’accordo, vi frequentate da minor tempo, tuttavia…”
“No, lui non è mio amico. Tu lo sei. Lui è qualcosa di più… di diverso cioè…”
Comprendo ciò che sta tentando di dire. In sequenza arrossisco, deglutisco in maniera rumorosa e mi ritrovo con le fauci completamente riarse.  
“Vuoi dirmi che voi due…” riesco a dire, con una voce un po’ troppo acuta. Possibile che sia la mia?
“No! No!”
“Mi spiace, ma proprio non capisco.”
“Orlando mi piace! Hai capito adesso? Mi piace!”
“Ehi! Non c’è bisogno di gridare. Piuttosto, se è così parliamone.”
“Cazzo! C’è poco da dire. Ho una terribile cotta per il tuo amico ma non ho ancora capito se io piaccio a lui. Chiaro? Oppure hai bisogno di ulteriori spiegazioni?”
“Sì, penso proprio che sarebbe necessario…”
“Ma vaffanculo! Non mi importa se tu abbia compreso o no, l’importante è che tu mi aiuti! Guardami! Non vedi in che condizioni sono ridotta?”
Di fronte alla sua esplicita richiesta, mi permetto di esaminarla con attenzione. Ho di fronte la Valentina di sempre, una donna che può essere considerata bella, bella e interessante. Sul suo viso rotondo non noto particolari segni di sofferenza, se non ciò che ho già rilevato appena l’ho vista, gli occhi tristi. Comunque preferisco assecondarla.
“In effetti mi sembri un po’ sciupata” dico, con scarsa convinzione.
Lei si alza in piedi, di scatto.
“Mi vedi brutta?” mi aggredisce.
“Non ho detto questo. Sei bella e affascinante (mentre pronuncio affascinante arrossisco di nuovo) come sempre. Mi sembri soltanto un po’ malinconica…
“Sei un bugiardo schifoso, un vero pezzo di merda. Un verme! Altro che amico!”
“Valentina! Calmati! Non ti ho mai mentito e non lo sto facendo ora. E poi, perché tutte queste parolacce? Non è da te!”
“Sei un bigotto del cazzo! Moralista! Dimenticavo che tu non dici mai parolacce. Anzi, com’è che dici, quando pontifichi? Il turpiloquio impoverisce il linguaggio e lo rende vuoto!”
L’ultima frase Valentina l’ha pronunciata cercando di imitare la mia voce. Mi vergogno.
“Non è vero” cerco di difendermi. “A volte qualche parolaccia scappa anche a me.”
“Allora dinne una!”
“Eh?”
“Forza, spara una parolaccia!”
“Culo” dico, con un filo di voce, senza alcuna convinzione. Mi sento umiliato.
La mia collega gira attorno alla scrivania e mi si avvicina. Mi appoggia una mano sulla spalla. La sua espressione si addolcisce mentre la mia pelle, sotto la maglietta, scotta.
“Scusa” mormora. “Non volevo essere cattiva con te. Tu non c’entri nulla, il fatto è che sto vivendo un brutto momento. Davvero, credimi.”
“Ma io sono qui per aiutarti, ricordi? Che cosa posso fare per te?”
Lei, per fortuna, stacca la mano dal mio corpo. Ma rimane in piedi, accanto a me, persa nei suoi pensieri, nella sua evidente afflizione.
“L’altro giorno gli ho mostrato la coscia” dice all’improvviso.
Trasalgo.
“Che cosa hai fatto?”
“Ho fatto così. Guarda.”
Valentina si avvicina ancora di più, il suo fianco è all’altezza della mia spalla. Poi afferra un lembo della sua gonna, una gonna dal tessuto molto sottile, e lo solleva verso l’alto, sempre di più, fino a scoprire completamente la sua coscia. Osservo per un attimo quella pelle liscia e candida, poi distolgo bruscamente lo sguardo. Sento il fruscio dell’impalpabile tessuto che ricade.
“Lui non ha reagito così” dice, con voce affranta. “Si è alzato e si è allontanato. Poi è uscito dall’ufficio, capisci?”
Ancora sconvolto, cerco di rispondere.
“Bè… forse non se l’aspettava. Sarà rimasto sorpreso…”
“Non gli piaccio…”
“No, non credo. Si tratta di una tipica reazione di Orlando. Lui nasconde sempre le sue emozioni, fa di tutto per non palesarle. È un atteggiamento di difesa, in realtà è una persona fragile.”
“Mi ha respinto” aggiunge lei, sconfortata. Poi torna a sedersi dietro la scrivania.
“Probabilmente Orlando teme che il suo equilibrio possa essere alterato, dimostrando un interesse nei tuoi confronti. Comunque sono sicuro che tu gli piaci.”
“Te l’ha detto?” domanda lei, speranzosa.
“Non proprio, non in maniera manifesta. Però, in fondo, me lo ha fatto capire.”
“In che modo?”
“Parliamo spesso di te, e lui non ha mai nascosto la grande ammirazione che prova nei tuoi confronti.”
“Ammirazione? Che cosa vuoi dire? Spiegati meglio.”
“Be’… non ha usato proprio queste precise parole. Sai, tra uomini…”
“Ha detto che gli piacerebbe scopare con me?”
A quelle parole il mio viso si infuoca. Chino il capo e annuisco.
“Grazie” dice Valentina. Le ho ridato qualcosa in cui sperare. A questo punto, però, c’è anche il rovescio della medaglia e, in qualità di amico, non posso esimermi dal dire una certa cosa. Respiro profondamente e poi procedo. Il voler essere coraggiosi, a volte, impone scelte crudeli.
“Valentina, non devi scordarti che Orlando è sposato. La sua ritrosia potrebbe essere proprio dovuta a…”
“Che cazzo mi importa se è sposato? Anche se uno è sposato è pur sempre una persona dotata di passioni e sentimenti. Non è così? Tu che ne dici?” Di nuovo quel tono aggressivo che alimenta il mio disagio.
“Il mio parere non conta. Io non sono sposato. Sono libero, come te.”
“Tu non sei libero, sei un’autentica palla!” sbotta lei, per calmarsi subito dopo.
“Alzati e vieni qui” mi ordina. Eseguo, come sempre.
“Guarda, se mi metto in questa posizione pensi che potrei attirare l’attenzione del tuo amico Orlando? Oppure è proprio fatto di ghiaccio?”
Valentina ha scostato la poltroncina dalla scrivania. È seduta con le gambe leggermente separate. La gonna è risalita sulle sue cosce. Ed è risalita molto in alto. Le gambe in parte divaricate mi permettono di osservare, senza alcun impedimento, l’interno bianco latte di quelle belle cosce. Mi assale una vampata di calore. Uno sbalzo di pressione? È possibile.
“Valentina, non credo che questo sia il metodo giusto. Tu sei molto bella, fisicamente intendo, ma possiedi anche altre qualità. Mi sembra inutile insistere soltanto su questo aspetto.”
Mentre parlo non riesco a distogliere lo sguardo da quello spettacolo. Penso al contrasto tra il raziocinio della mentre e la stupidità del corpo. E nel frattempo continuo a guardare. Valentina non pare rendersene conto. Dopo un po’, tuttavia, si ricompone.
“Non gli parlerai, quindi?” dice, con voce da bambina. Le sue belle labbra si atteggiano in un broncio infantile.
“Certo che lo farò” dico, fingendo una determinazione che invece non possiedo.
“E poi mi riferirai?”
“Naturalmente” confermo.
“In ogni caso?”
“In ogni caso, e tu devi essere pronta a tutto. Anche a sopportare un definitivo rifiuto.”
“Lo sarò” dice con un sorriso. Ha deciso di illudersi, oppure davvero confida in me, e ciò mi inquieta. Eppure ho fatto di tutto per non creare in lei false aspettative.
“Posso domandarti ancora una cosa?” chiede Valentina.
“Tutto ciò che desideri” dico.
“A te non sono mai piaciuta?”
“Eh?” Il mio corpo, in allarme, inizia subito a rilasciare liquidi in maniera copiosa.
“Prima ho notato che osservavi le mie tette. Era soltanto uno sguardo da amico?”
“Sì” pronuncio con voce rotta.
“Fisicamente non ti attraggo?”
“Come dici? Fisicamente? Mi piaci come persona, nel suo insieme, e poi tra di noi c’è un rapporto di amicizia che va al di là…” Mi blocco, non riesco a proseguire. La mia mente è confusa.
“Quindi non ti piaccio… sessualmente intendo…”
“N-no…” Sono un perfetto cretino. Mi odio.
“Peccato, perché tu sei una persona molto interessante. Ehi! Perché stai piangendo?”