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domenica 3 giugno 2012

DUE O PIU' DI DUE



Ti svegli con un pensiero fisso. Un pensiero che può essere sintetizzato in una sola parola: monogamia. Ti alzi senza fare rumore e, nella penombra mattutina, scorri le pagine del vocabolario finché non la trovi. Monogamia: unione di un solo uomo con una sola donna.
Adesso che ne hai avuto la conferma ti soffermi a osservare quella figura che, fino a pochi istanti prima, era distesa accanto a te nel letto. Quella donna. Ti immagini che al suo posto ce ne sia un’altra. Diversa. E domani una differente ancora. E perché non due? O tre?
Colto da una inspiegabile frenesia riprendi in mano il grosso volume. Poligamia: unione di un individuo con due o più individui dell’altro sesso. A quel punto ti domandi perché non ci hai mai pensato prima. La tua riflessione è interrotta da una voce assonnata. Trasali.
“Che cosa stai facendo?” È quella donna, proprio quella che fino a pochi minuti prima stava distesa nel letto vicino a te.
“Sto cercando delle parole sul vocabolario” dici, colmo d’imbarazzo.
“A quest’ora?”
“Era quasi ora di alzarsi” cerchi di spiegare, fingendo noncuranza.
“Quali parole?” Il dialogo si sta trasformando in un interrogatorio.
“Monogamia, poligamia” confessi senza opporre la minima resistenza. Sai che sarebbe inutile.
“Hai un’amante?”
Ecco, lo sapevi che si sarebbe arrivati a questo. Con le mogli e con le compagne certi argomenti non possono essere affrontati.
“No” rispondi. Non ancora, pensi subito dopo.
“Sei un bugiardo! Tutti gli uomini sono dei bugiardi!” Adesso il tono è decisamente ostile.
“Bastardo! Lurido maiale!” rinforza lei alla grande.
Ormai il litigio, terrificante, non può più essere evitato. Così ti rassegni a recitare la tua parte. Poi, durante una breve tregua dovuta allo sfinimento di entrambi gli antagonisti, ti prepari per andare al lavoro ed esci.
Appena giunto in strada cambi immediatamente idea. Chiami in ufficio e dici di essere ammalato e poi telefoni al tuo amico Carlo, lo psicologo. Speri che almeno lui possa aiutarti. Ti invita a raggiungerlo subito nello studio, ha la possibilità di dedicarti un po’ di tempo tra due pazienti.
Soltanto quando sei seduto di fronte a lui, rassicurato dal suo sguardo amichevole e misurato, finalmente ti rilassi un po’. 
“Perché tutta questa fretta di vedermi?” ti domanda, curioso.
“Mi interessa un tuo parere.”
“Ah!”
“Che ne pensi della monogamia? E della poligamia?”
Lui si fa serio.
“In che senso, scusa?”
Sospiri, poi tenti di spiegare. Le tue fauci ridiventano asciutte.
“Ci penso e ci ripenso, a questi concetti, intendo. Non vorrei che tale assillo si trasformasse in una ossessione.”
Carlo ti scruta a lungo, adesso con un’espressione furba.
“Hai un’amante!” esclama di botto.
“No!” Il tuo è quasi un grido.
“Calma! Ti credo. Dimmi che cosa vorresti sapere.”
“L’essere umano è naturalmente monogamo? Oppure no?”
“Ehi! E io che c’entro? Una valutazione simile esula dalle mie competenze. Prima hai parlato di una ossessione. Se così fosse forse potrei aiutarti, per il resto dovresti rivolgerti a un altro specialista. Che so, un antropologo per esempio.”
Scuoti violentemente il capo.
“Voglio sapere che cosa pensi tu. L’opinione di un amico, oltre che di un medico.”
“D’accordo, come vuoi tu. Dimmi, ti tenti per caso in gabbia?”
“Come?”
“Cioè, ti senti prigioniero? Insomma, ti piacerebbe frequentare liberamente altre donne, oltre a tua moglie?”
“No.”
“Benissimo. Escludiamo quindi che la tua sia una patetica crisi da… età matura” dice Carlo. “E poi ti conosco da tanto tempo e posso dire che non hai mai avuto la stoffa del libertino, giusto?”
“È così. Affermativo.”
“E allora che diavolo vorresti, se non ti interessa scopare a destra e a manca?”
Carlo ha alzato il tono di voce e ti senti un po’ intimidito.
“Mi domando perché non sia possibile, non sia lecito a livello sociale e legale, condividere la propria vita sentimentale con più persone nello stesso tempo.”
“Uff! Il tuo quindi è un rifiuto della monogamia. La vedi come una costrizione, un’ingiusta imposizione, un qualcosa contro natura, che non ti consente di essere pienamente te stesso.”
“Bersaglio centrato.”
“Per quel che conosco io nel tuo caso sarebbe più corretto parlare di poliginia.”
“Come?”
“Poligamia è un termine con un significato ampio, che comprende appunto sia la poliginia, cioè un uomo unito con più donne, che la poliandria, vale a dire il legame tra una donna e diversi uomini. Ci hai mai pensato? Tua moglie con più uomini! Ah! Ah!”
“No, non ci ho mai pensato” dici, serissimo.
Carlo, da buon psicologo, si rende conto del tuo turbamento.
“Vabbé, non è questo il tuo caso. Comunque ti posso dire che forme diffuse di poligamia sono sempre esistite nell’antichità e ancora esistono. La nostra società, e mi riferisco a quella occidentale, le ha tuttavia progressivamente eliminate e proibite, le ha stigmatizzate. Insomma, la poligamia non può più essere praticata.”
“Perché?” domandi.
“Non lo so. Le motivazioni possono essere tante, non ultime quelle di ordine religioso. Ma sono tante anche le ragioni pratiche, in gran parte legate al controllo della paternità.”
“Io non ho figli.” Carlo fa finta di non aver sentito, e prosegue.
“Nei grandi agglomerati urbani è diventato impossibile, per un maschio, provvedere a più donne e a troppi figli. Si tratta di una questione puramente economica, capisci? E poi ci sono i problemi legati ai diritti di successione, all’educazione stessa dei figli, troppo dispersiva in un nucleo familiare di tipo poligamico. Un solo padre da condividere tra venti figli, ci pensi?”
Per tutta risposta scrolli le spalle.
“In fondo si è arrivati al rifiuto della poligamia anche per una scelta delle donne” prosegue Carlo.
“Delle donne?”
“Sì, pare che le donne preferiscano avere un maschio tutto per loro, anche se sfigato, piuttosto che doverne condividere uno che ha avuto maggiore successo nella vita. Ed è un bene che sia così, aggiungo io, perché altrimenti molti maschi, quelli sfigati per l’appunto, non troverebbero mai una compagna. Diciamo che, in tale direzione, c’è stata una specie di evoluzione, e ne dobbiamo tenere conto. Il tuo modo di pensare, la tua presunta ossessione, hanno un sapore un po’… antico.”
“Ma l’Islam…” tenti di obiettare.
“Hai intenzione di convertirti?” ti interrompe Carlo.
“No! Non sono neppure religioso, in verità…”
“Appunto…”
Qualcuno bussa alla porta. Una biondina piuttosto graziosa, l’assistente del medico. Subito la immagini accanto a tua moglie, in cucina, poi scacci quel pensiero.
“Dottore, è arrivata la signora Contorti. Mi sembra più agitata del solito…”
“Grazie Giulia. Tra un minuto puoi farla entrare” dice il tuo amico. Quella Giulia sarà la sua amante?
“Adesso ti devo proprio lasciare. Mi auguro di esserti stato di aiuto.”
Carlo si alza e ti porge la mano.
“Senti, ma davvero a farti un’amante non ci hai pensato?” dice sorridente.
Lo saluti e sorridi anche tu, ma il tuo è un sorriso amaro.
Esci dallo studio e sei sempre più confuso. Tra l’altro non puoi tornare a casa, perché tua moglie ti crede al lavoro. Allora vaghi per la città. Cammini e cammini. Entri in un grande magazzino. Mangi un panino seduto su una panchina del parco. Osservi i bambini giocare, i cani correre. Osservi le giovani madri dei bambini che giocano. Così, tanto per ingannare il tempo, ti diverti a sceglierne qualcuna, sempre a coppie, e ad immaginarle a casa tua.
Alla fine, mesto, ti avvii verso casa. Ci arrivi, sali le scale con passo pesante, tenti di infilare la chiave nella serratura e ti accorgi che non entra. Provi e riprovi, ma è tutto inutile. È inutile perché qualcuno, e non può essere stata che tua moglie, la serratura l’ha sostituita. Suoni il campanello più volte, disperato. Niente.
Allora torni in strada e ti siedi sul marciapiede. E di colpo ti rendi conto che non si tratta più di aggiungere, ma di ripartire da zero.

venerdì 1 giugno 2012

IL RITORNO



L’uomo con la barba apparve di fronte a lui all’improvviso. Cioè, un attimo prima non c’era e subito dopo sì. Il ragazzo notò la sua aria smarrita ma soprattutto il suo strano abbigliamento. Osservò la lunga tunica marrone, un po’ lisa, e i sandali di cuoio dalla foggia singolare. Si avvicinò di più a lui.
“Hai bisogno di aiuto?” domandò all’uomo, che trasalì.
“Eh? Scusa?”
“Non volevo spaventarti. Mi chiedevo se tu avessi… necessità di assistenza.”
“Non lo so. Sono tornato qui dopo tanto tempo e mi sento un po’ spaesato. Forse ho addirittura sbagliato luogo.”
“Dove pensi di essere?”
“Nel posto dove tutto ha avuto fine e dove tutto ha avuto un nuovo inizio.”
“Ah, capisco…”
Quell’uomo sembrava un po’ strambo, ma del tutto innocuo, così il ragazzo decise di insistere.
“Ascolta, l’associazione a cui appartengo fornisce aiuto a chi si trova in situazione di disagio. Come te in questo momento, vero?”
“Che cos’è un’associazione?”
“Uff! Mi stai prendendo in giro? Come ti chiami?”
“Probabilmente il mio nome non ti direbbe nulla…”
“Ho capito, non intendi sbottonarti. Hai avuto guai con la legge?”
“Un tempo sì, ma ti assicuro che ero innocente.”
“Già, dite tutti così. Comunque a me non importa ciò che hai fatto in passato. Ho detto che voglio aiutarti e lo farò. A proposito, io sono Paul.”
Il ragazzo porse la mano all’uomo con la barba. L’altro ignorò il gesto ma fece un lieve inchino, tenendo le mani giunte.
“Seguimi” aggiunse il giovane.
“Dove mi porti?” chiese l’uomo.
“In sede. Cercheremo di trovare qualche vestito più adatto. Ci stanno guardando tutti.”
“Mi piace che la gente mi guardi.”
“A me non tanto. Ti dispiace se camminiamo un po’?”
“No, assolutamente. Non usate più i muli?”
“Eh? I muli? Abbiamo la metropolitana più moderna al mondo e dovremmo usare i muli?”
“Che cos’è la metropolitana?”
“Sei un po’ troppo spiritoso per i miei gusti, amico, ma non riuscirai a farmi desistere dal mio proposito. Su, acceleriamo il passo. Ehi! Fai attenzione alle macchine!”
“Ho capito, sai?”
“Che cosa?”
“Quali sono le macchine.”
“Uff! Sbrigati o faremo notte.”
I due camminarono a lungo per le vie trafficate della grande città.
“Subito ti ho scambiato per un arabo” disse a un tratto il ragazzo, voltandosi per assicurarsi che l’uomo con la barba lo seguisse.
“Arabo?”
“Sì, per via della carnagione scura, e i capelli neri.”
“No, non credo di essere un arabo, se non sbaglio sono un palestinese.”
“Se non sbagli? Smettila di farti beffe di me! In fondo sto cercando di aiutarti…”
“Non volevo farti arrabbiare…”
“Scusa, sono un po’ stanco. Senti, immagino che tu sia appena arrivato e che non abbia un lavoro, vero?”
“È così” confermò l’uomo con la barba, che camminava con il naso all’insù, scrutando quelle strane case molto alte e ricoperte di vetro.
“Che cosa sai fare? Che lavoro facevi al tuo Paese?”
“È da tanto tempo che non lavoro. Da ragazzo aiutavo mio padre. Era un falegname, però in realtà lui non era il mio vero padre.”
“Capisco. Problemi familiari fin da piccolo…”
“Ti assicuro che era una brava persona.”
“Certo, certo…”
“È la verità!”
“Falla finita, palestinese. Ti credo. Toglimi invece una curiosità: come fai a conoscere così bene la mia lingua?”
“Uh? Io ho il dono delle lingue, le parlo tutte.”
“Tutte! Adesso non esageriamo. Sei vestito di miseri stracci ma non sai proprio che cosa sia la modestia, eh? Va be’, scusa…”
“La modestia è una qualità importante.”
“Già, a te del tutto sconosciuta. Senti, hai mai pensato di fare l’interprete? O il traduttore? Tu di sicuro hai studiato e…”
“Interprete? Traduttore? Che cosa sono?”
“Palestinese, sai che ti dico? Vaffanculo!”
“No, questa parola proprio non la conosco…”
“Ma chi me l’ha fatto fare?” sbottò il ragazzo, che poi aumentò ancora di più l’andatura.
La strana coppia arrivò in un quartiere meno elegante di tutti gli altri che avevano attraversato. Il giovane si arrestò di fronte a un portone grigio.
“Vieni, entriamo” disse.
Si ritrovarono in una specie di grande capannone. Addossati alle pareti c’erano degli alti scaffali, sui quali erano riposti, ben ordinati, indumenti di tutti i tipi.
“Paul, sei tu?” disse una vecchia signora, che indossava un lungo grembiule blu. Il suo respiro era affannoso, le sue caviglie gonfie.
“Ciao Mary. Riusciamo a trovare qualcosa di decente da mettere addosso a questo signore?”
La donna sorrise e annuì. L’uomo con la barba si inchinò di fronte a lei.
“Mary? Anche mia madre si chiamava così…”
“Ah!” esclamò la donna, che subito dopo si voltò e diresse verso una vicina pila di vestiti. Tornò, camminando a fatica, con un mucchio di indumenti.
“Qui troveremo di sicuro qualcosa che fa per lui. Lo trasformeremo in un giovanotto non soltanto bello ma anche elegante!” disse. Poi fu assalita da un accesso di tosse.
“Lascia stare, Mary, me ne occupo io, tu riposati” intervenne il ragazzo.
Dopo averlo condotto in un rudimentale camerino fece indossare all’uomo con la barba un paio di jeans neri a tubo e una felpa. Poi gli porse degli scarponcini gialli che sembravano come nuovi.
“Potrei anche camminare scalzo…” disse lui.
“Infila quelle dannate scarpe!” disse il ragazzo, che cominciava a spazientirsi. L’altro ubbidì, docile.
“Non lasciarti mai vincere dall’ira” aggiunse subito dopo l’uomo.
Il ragazzo lo guardò fisso negli occhi.
“Scusa…” disse, con un filo di voce.
L’altro sorrise e gli appoggiò una mano sulla spalla.
“Tu sei una persona buona” sussurrò l’uomo con la barba. “Non hai certamente bisogno del mio perdono.”
Il giovane avvertì una sensazione di pace e di assoluta beatitudine, come non aveva mai provato in tutta la sua vita. Né la provò mai più.
A turbare quell’attimo magico ci fu l’irruzione di un uomo corpulento.
“Paul! Accidenti! Un altro! La devi smettere di raccattare tutti i vagabondi che trovi! Non possiamo fare tutto noi! E poi non abbiamo più posto! Perché non ti preoccupi di trovare qualche soldo in più? Mi riferisco alle offerte, naturalmente… Mi manderete in rovina!”
“Ma…”
“Che sia l’ultima volta! E tu, Mary, non potevi dare a questo stracc… a questo signore qualcosa di più… vissuto? Sono circondato da incapaci! Oh Signore, aiutami tu!”
Poi l’uomo si allontanò, ancora brontolando tra sé.
Il ragazzo era mortificato.
“Chi è?” domandò l’uomo con la barba.
“È Padre Joseph.”
“È un mercante?”
“Un mercante? Ma che cosa dici! È un prete.”
“Che cos’è un prete? Una specie di sacerdote?”
“Una specie? È un sacerdote! È il parroco di St. George, la chiesa che hai visto qui accanto.”
“Lui abita lì dentro? Da solo?”
“Ehi! Ma sai che cos’è una chiesa? Conosci la sua funzione?”
“Pensavo che la parola chiesa avesse un altro significato. Almeno, una volta era così. Comunque, se quello è una specie di tempio… be’… i mercanti dovrebbero stare fuori.”
“Ancora con la storia dei mercanti!”
“Sono triste” disse all’improvviso l’uomo con la barba.
“Come dici?”
“No, niente…”
“Ascolta, adesso vedo se riesco a trovarti una sistemazione nel dormitorio, anche se Padre Joseph…”
“No, non voglio rimanere qui” disse l’uomo con la barba.
“Perché no? Ehi! Che stai facendo?”
L’uomo con la barba si tolse i vestiti e riprese la sua tunica.
“Dateli a chi ne ha più bisogno di me” disse.
“Ma tu ne hai bisogno!” disse il ragazzo, affranto.
“I miei bisogni non sono materiali. E temo che non riuscirò a soddisfarli. Addio, ragazzo. E ricorda ciò che ti ho detto: tu sei una persona buona. Rimani sempre così e ti salverai.”
“Mi salverò da cosa?”
“Addio, giovane Paul.”
L’uomo con la barba uscì dal capannone, sotto lo sguardo attonito del ragazzo, e ricominciò a vagare per la città, tra la gente. Tra la gente che lo ignorava, che lo derideva o che lo insultava. La sua gente.
“Susan! Non fare la tirchia! Tira fuori qualche spicciolo per quel povero cristo!” disse un giovane uomo che camminava sottobraccio a una anziana signora truccata e abbigliata in maniera vistosa.
Sì, alla fine qualcuno lo aveva pure riconosciuto, considerò tra sé l’uomo con la barba. Decise comunque di andarsene lo stesso, forse per non tornare mai più.

mercoledì 30 maggio 2012

VITA PARALLELA



Solo in ufficio, per almeno un’ora. Lo ammetto, è uno sforzo terribile alzarsi all’alba. Be’… quasi all’alba. Alle otto, più o meno. In ogni caso si tratta di una incredibile sofferenza. Però ne vale la pena, perché ho la possibilità di stare per un po’ di tempo in completa e perfetta solitudine. Prima che arrivino tutti gli altri rompiballe, e mi riferisco a colleghi e colleghe. Non perdo tempo e ancora prima di sedermi accendo il computer. Sapeste quanto mi fa incazzare questa vecchia carretta! Per avviarsi impiega una vita, ed io sempre lì, in piedi, in apprensione, in attesa che si illumini il maledetto schermo. Quando vedo le familiari icone inizio a rilassarmi un po’, e finalmente appoggio le terga sulla sedia. Il dito indice si precipita sul mouse unto e lo martella con violenza. La sequenza è sempre la stessa, ormai ben scolpita nella mia mente. Apro Facebook, poi Twitter e Google Plus. Quindi passo a My Space, Messenger, Badoo e LinkedIn. Prendo fiato e libero My Life, i tre indirizzi di posta elettronica e, perché no, pure Surfpeople, al quale sono iscritto da poco. Alla fine clicco su un paio di quotidiani on-line, sempre gli stessi, ma leggo soltanto i titoli di alcuni articoli, di sfuggita, poiché i testi mi annoiano. Tutto fermo. Nessuno mi ha scritto, nessun nuovo contatto o proposte di amicizia, tweet insignificanti e incomprensibili e, comunque, mai indirizzati direttamente a me. Sono deluso, e il senso di frustrazione mi induce a non fare nulla, a non agire. Rimango passivo, come sempre. Certo, è trascorso troppo poco tempo da quando ho visitato tutti i siti, che cosa pretendo? Era mezzanotte, o forse l’una. Oppure le due? La convinzione che in questi cazzo di social network non accada mai nulla tuttavia si rafforza. A ogni buon conto ne apprezzo l’unico aspetto positivo: è trascorsa più di mezz’ora ed è l’ora del caffè. Via, verso il bar, in compagnia dei soliti vecchi sfigati. Cornetto d’annata, caffè freddo ma non ordinato come tale, tavolino ricoperto di briciole, trambusto, stupida musica sparata ad volume. Ma chi se ne frega? Non siamo mica qui per questo. L’unica ragione della nostra presenza sono le cameriere. Ne abbiamo viste invecchiare molte, in locali diversi. Forse siamo invecchiati anche noi. Forse, ma non ci voglio pensare. Le bariste, occupiamoci delle bariste. Le guardiamo, le osserviamo, le valutiamo, le soppesiamo, le misuriamo, le analizziamo, le esaltiamo e, all’occorrenza, le denigriamo. Sbavare no, però. Il residuo di dignità che siamo riusciti a conservare ce lo impedisce. L’apice è raggiunto quando una delle ragazze si avvicina al tavolo per servire i caffè. L’azione di chinarsi è inevitabile. Occhi avidi scrutano la scollatura, si intrufolano in essa. Quando c’é. Non c’è nulla di peggio di una cameriera con una maglietta accollata. Giornata persa, in pratica. Uno sguardo stanco sulle forme prosperose della stessa, quasi un obbligo, ed è già ora di andare via, di salutare i compagni di sventura e di rituffarsi nella claustrofobica vita d’ufficio.
Di nuovo seduto. Le dita ora snobbano mouse e tastiera e ghermiscono invece la cornetta del telefono. Chiamo Mara. Merda, non risponde. Non risponde quasi mai e in più non mi richiama. Merita di essere inserita in fondo alla sequenza, per punizione. Ci penso un attimo e poi considero che sarebbe più che altro una auto-punizione. Non faccio modifiche, vuol dire la richiamerò più tardi, cioè tra cinque minuti. Passo a Chiara, che è ben lieta di sentirmi. Non so che dirle e dopo un minuto di semi-silenzio riattacco. Sto per fare il numero di Nunzia ma, proprio in quel momento, la mia collega Alessia transita nelle accanto a me, completamente assorta, con un foglio tra le mani. Con noncuranza, senza che lei se ne avveda, tento di annusarla. Lei non si accorge di nulla, ma il mio obiettivo è raggiunto solo in parte. Profuma di buono, credo.
Decido di sgranchirmi le gambe. Mi alzo, vago per un po’ per il corridoio e poi mi dirigo nell’ufficio di Gisella. Mi siedo di fronte a lei, che sembra molto occupata. La guardo lavorare, ammiro la sua solita e grande efficienza. Concentro lo sguardo sul suo braccio, la parte di lei che amo di più. La spalla nuda, il bicipite magro e scolpito, l’avambraccio tonico e sottile, ricoperto da una quasi invisibile peluria nera. La mano affusolata e nervosa, le unghie dipinte di verde e con la punta lilla. Che cosa può esserci di più sensuale? La mia condizione di estasi dura poco perché trovo subito una risposta alla mia domanda. Il fondoschiena di Liliana! Completamente perso nel turpe pensiero, senza salutare Gisella, mi fiondo verso la stanza della bionda collega. Durante il tragitto penso a qualcosa che potrei dire per  indurla ad alzarsi dalla sedia, a voltarsi, a rivolgermi quel lato che più apprezzo di lei… Quasi mi schianto contro la porta del suo ufficio. Chiusa a chiave.
“È in ferie!”
 Imbarazzato, mi volto. Quella voce stridula appartiene ad Egle, la pettegola segretaria del capo.
“Non importa, tornerò domani” dico, ancora a disagio.
“È in ferie per tre giorni” dice ancora lei. E sembra soddisfatta, la stronza.
Con la coda tra le gambe, torno in ufficio e mi attacco al telefono. Miriam, che c’è. Laura, che non c’è. Due parole con Domenica. Invito Lucia per un caffè, il giorno dopo. Rifiuta, come sempre. Ma che si crede di essere? Potrei chiamare Anna, ma non la sento da tempo e potrebbe non riconoscermi. Basta figure di merda, per oggi. Mi appoggio allo schienale e rifletto. Sulla mia misera esistenza? No, su come riuscire ad avvicinarmi il più possibile ad Alessia per completare l’annusata. Mi perdo in quell’odoroso pensiero.
Quasi non me ne sono reso conto e la giornata è ormai trascorsa.
Che dite? Avete l’impressione che io non abbia lavorato? Che abbia rubato lo stipendio? Che sia un parassita? Un fannullone?
No, vi sbagliate.
Vi assicuro che ho lavorato molto. Con impegno, con il solito calvinista senso del dovere. E sono stanco, sono davvero molto stanco.
Non fatevi ingannare da ciò che ho raccontato. Ho riferito soltanto una piccola parte di ciò che è avvenuto oggi. La mia vita lavorativa parallela. L’unica che ricordo. L’unica che sia veramente importante. Di tutto il resto, che pure c’è stato in abbondanza, non ricordo nulla.
Che ci crediate o no.  

lunedì 28 maggio 2012

MAGNÌN E IL FURTO NELLA CHIESETTA



Un lungo attimo di concentrazione. Uno, due e tre passi, in pieno slancio. Poi la boccia si staccò dalla mano, concluse una traiettoria lunga e tesa e ne andò a colpire un’altra. Piombò addosso alla sventurata prescelta e, con un cozzo secco, la scagliò lontano e ne prese il posto.
“Fermo! Punto e partita!” esclamò Giors, che non riuscì a trattenere l’entusiasmo.
Il suo compagno di gioco, Magnìn, rimase invece del tutto imperturbabile. Lui non sbagliava mai una bocciata. Quindi, perché stupirsi tanto?
I giocatori raccolsero in tutta fretta bocce, pallino, stracci e bacchette. L’intero armamentario, insomma. I volti apparivano stanchi e accaldati e in tutti si poteva scorgere la medesima espressione. Una maschera tragica e disperata, quella di chi da giorni sta vagando nel deserto, trafitto dai raggi incandescenti di un sole implacabile. Di chi si ritrova ormai allo stremo delle forze, con la bocca riarsa e la pelle ustionata. Una smorfia che poco alla volta però si modifica, finché i tratti del viso ridiventano normali, alla vista di quel liquido elemento che rappresenta la salvezza. E da quella gola ormai arida fuoriesce rauco e strozzato un grido di pura gioia: vino!
E vino fu. La solita quantità. Un litro a testa tanto per cominciare. Da assaporare seduti attorno al vecchio tavolo di pietra, all’ombra dell’enorme platano.
Ai quattro giocatori si unì anche Dolfo, il corpulento camionista.
“Dolfo! Oggi non lavori?” domandò Giors, gioviale come sempre. L’altro lo guardò ma non rispose.
“Perché non dice niente?” chiese Sergio, rivolgendosi agli altri.
Luigino scosse il capo, sconfortato.
“Non parla perché non ha ancora bevuto” spiegò.
“Ah!”
Arrivò subito un bicchiere, portato da un trafelato Albino, l’oste. Tutti guardarono Dolfo riempirlo tre volte e, ogni volta, lo videro scolare il vino tutto di un fiato.
“Allora?” lo interrogò Giors, impaziente.
Dolfo scrollò le spalle.
“Il mio camion ha preso una giornata di ferie. Era stanco” disse infine.
Tutti annuirono, seri. Magnìn propose un brindisi in onore del saggio veicolo dell’amico. Si alzarono i bicchieri colmi di vino scuro, si sollevò il bicchierino di liquore alla prugna di Luigino. E subito dopo fu proprio Luigino ad emettere un gemito di dolore.
“Che c’è? Il liquore non è abbastanza forte?”
“Stai male?”
“Ho un tremendo mal di schiena” sibilò tra i denti Luigino.
“Saranno le bocciate.”
“Che dici? Luigino è un puntatore puro!”
“Ungila” propose Sergio.
“Eh?”
“Ti porto io il grasso, lo prendo in fabbrica. Se funziona con il tornio, che tra l’altro è fatto di ferro, funziona anche con te.”
“No! Devi fare degli impacchi con l’acqua arnica!”
Alla parola acqua tutti si zittirono. Sguardi torvi. Dolfo, che aveva pronunciato quel termine proibito, si guardò attorno imbarazzato.
“Scusate…” balbettò. Le sue giustificazioni furono accettate, e la ritrovata armonia fu sancita da un nuovo brindisi. Albino portò altre bottiglie. Il robusto oste era madido di sudore. Si fermò per un attimo vicino al tavolo, e scrutò Luigino con occhio esperto.
“La bacchetta! Hai tolto la bacchetta dal taschino prima di sederti?” disse.
Luigino girò su se stesso e sfilò dalla tasca posteriore dei pantaloni la bacchetta telescopica, quella di riserva. La appoggiò sul tavolo, la osservò a lungo e poi, lentamente, la ripiegò. La schiena non doleva più. Per ringraziare l’oste scolò con gusto, proprio di fronte a lui, il terzo cicchetto di liquore.
“Oggi fa molto caldo” esclamò Giors all’improvviso. “Mi piacerebbe essere sul K2! Lì sì che si sta al fresco!”
“Cos’è il K2?” domandò Sergio.
“Ma come! È la seconda montagna più alta del mondo! Quella dove sono arrivati per primi i nostri, Compagnoni e Lacedelli, qualche anno fa. Pensate, più di ottomila metri!”
“Chi è arrivato secondo? Bartali? È lui il più forte in montagna!” disse Albino, che stava servendo un altro tavolo e non aveva inteso bene. Magnìn e tutta la banda lo ignorarono.
“Però sono andati su con l’ossigeno” disse Dolfo, malizioso.
“Dolfo ha ragione. Per andare in montagna basta avere un buon bastone. E poi, a cosa gli serviva l’ossigeno a quei due? Io lo uso per saldare…” intervenne Sergio.
“Ottomila metri? Con la moto ci avrei impiegato dieci minuti al massimo” disse Luigino.
“Ma è in salita!” lo rimbeccò Giors.
“Dodici minuti, allora.” Luigino era serissimo.
“Hanno barato” intervenne con decisione Magnìn. “Io sarei andato su e giù in un giorno solo. E senza ossigeno, idrogeno o altre diavolerie!”
“Bravo Magnìn!”
“Sei tu l’unico vero montanaro!”
L’atmosfera esaltata che si stava creando fu irrimediabilmente rovinata da Sergio.
“Sapete mica se sul K2 quelli hanno trovato dei funghi? O non era stagione?”
A quel punto non rimase altro da fare se non ordinare un altro giro di bottiglie.
A un tratto si sentì qualcuno gridare. Allarmati, tutti rivolsero lo sguardo in direzione della strada. Videro arrivare di corsa il vecchio Giuàn del Torchio, chiamato così perché possedeva un torchio vinario, e che per tale ragione era rispettato dall’intero paese. L’anziano contadino si lasciò cadere su una panca, esausto. Tutti lo circondarono.
“Da bere! Portate subito da bere!”
Si materializzò all’istante un affannato Albino. Porse al vecchio un bicchiere (un bicchiere!) di grappa. Scambiandola forse per acqua, o forse no, l’altro ingollò comunque il liquido in tre lunghi sorsi. In ogni caso, non fece una piega.
“Accidenti che stomaco!” esclamò Sergio, sbalordito.
“È tutto bruciato, ormai” sentenziò Luigino.
Rifocillato, Giuàn iniziò finalmente a parlare. Anzi, a urlare.
“Hanno portato via tutto! Le immagini, la croce…”
Magnìn gli si avvicinò.
“Dove? Dove hanno portato via tutto?” domandò, dopo essersi acceso una sigaretta senza filtro.
“La chiesetta! Quella di Logna! Ci sono stati i ladri!”
Logna era una frazione del paese, la più distante dal centro, la più isolata.
Magnin dovette allontanarsi, per mettere in salvo i timpani. Il vecchio continuava a gridare come un’aquila.
“Hai avvisato don Felice?” chiese Giors.
Il vecchio contadino strabuzzò gli occhi.
“Sei matto? Sono andato da lui ma stava coltivando l’orto, quando zappa non vuole essere disturbato altrimenti diventa una bestia!”
Tutti i presenti annuirono. Nutrivano grande ammirazione per il sacerdote, e l’affermazione di Giuàn rafforzò ancora di più la loro stima nei suoi confronti.
“E i carabinieri? Li avete avvisati?” Giuàn annuì.
Un po’ discosto dal gruppo, Magnìn stava già indossando gli occhiali scuri, quelli da moto. Completò la tenuta legandosi al collo un fazzoletto rosso, di seta. Anche se faceva molto caldo, era comunque conveniente proteggersi dall’aria.
“Vado a vedere” disse appena fu pronto, cioè nel giro di qualche secondo.
“Vengo anch’io” comunicò Luigino.
“Ma oggi sei in bicicletta” gli fece notare Magnìn.
“Ti vengo dietro.”
Magnìn rifletté un attimo.
“Dietro? Aspetta.”
Si avvicinò alla sua moto, una Itom Sirio, frugò in una delle capienti sacche laterali ed estrasse una fune. Legò un capo al retro del sellino e l’altro al manubrio della bicicletta di Luigino.
“Andiamo” disse, aprendo la chiavetta della benzina e scalciando come un forsennato sulla leva di avviamento.
Luigino montò in sella. Sembrava un po’ malfermo sulle gambe. Troppe prugne, forse.
Albino, il premuroso oste, se ne avvide.
“Non è che voi due ragazzi avete bevuto un po’ troppo?” domandò, con la sua voce sottile che produceva un gran contrasto con il suo grosso corpo.
“Tanto la moto conosce la strada” gridò Magnìn per sovrastare il rombo del motore. Accelerò ancora di più e partì, come al solito, con un’impennata. Lo strattone fu molto violento. Luigino fu scaraventato giù dalla bicicletta, rotolò a terra alcune volte e infine arrestò la sua corsa tra le gambe di uno stupito Dolfo. Tempo alcuni decimi di secondo e già stava russando.
Magnìn, invece, non si era accorto di nulla. Per miracolo la bicicletta era rimasta in piedi e ora seguiva la moto lanciata a folle velocità.
In un baleno Magnìn giunse sul posto. Vide la chiesetta con un attimo di ritardo e pigiò a fondo sul pedale del freno. Urlò a Luigino di fare la stessa la cosa, ma Luigino non c’era. La moto inchiodò di colpo. Il figlio dello stagnino riuscì a controllare la sbandata sulla ghiaia ma subito dopo fu investito dalla bicicletta. Un colpo tremendo. Magnìn, la moto e la bicicletta finirono la loro corsa in un fosso. Magnìn non si scompose, né si domandò come mai Luigino non ci fosse. Pensò che  fosse smontato dalla bici per andare a bere un goccio all’Osteria del Picchio, che era sulla strada. Con calma tirò fuori dal canale prima la moto e poi la bicicletta. L’Itom non aveva un graffio, mentre il veicolo di Luigino aveva una ruota completamente deformata. Si addolorò pensando ai rimproveri che il povero Luigino avrebbe ricevuto dall’arcigna madre. La donna aveva ottant’anni ma comandava il figlio a bacchetta. Tutti temevano la sua ira.
Completamente inzuppato, Magnìn entrò nella chiesetta. Notò che la serratura della porta era stata forzata con molta destrezza. Si sedette su un banco e osservò le pareti. Erano completamente spoglie. Era stato sottratto tutto. Sia le immagini sacre che il grande crocifisso di legno. Sospirò, poi rovistò a lungo nelle tasche bagnate dei pantaloni. Estrasse un pacchetto di sigarette, fradicio, del tutto rovinato. Le cicche erano ridotte in poltiglia. Considerò che la chiesa, priva di tutti gli ornamenti, dovesse essere ritenuta ormai sconsacrata. Allora imprecò e bestemmiò ad alta voce per quasi dieci minuti. Esaurito il vasto e colorito repertorio di invettive, cominciò a spogliarsi. Appese i suoi abiti al piccolo altare di marmo, ad asciugare, e rimase completamente nudo. In fondo, quel povero Cristo che fino al giorno prima stava lì appeso in croce non era vestito molto di più. Era sicuro che non se la sarebbe presa.
Magnìn sentì il rumore di un’automobile. Sbirciò fuori e vide che si trattava dei carabinieri. Il giovane appuntato Varvello scese dall’auto ed entrò in chiesa. Lanciò un urlo disumano e scappò fuori.
“Maresciallo! Maresciallo! In chiesa c’è un uomo nudo!”
Magnìn si alzò in piedi, pronto ad accogliere il maresciallo Sotgiu, sua vecchia conoscenza. Il militare comparve quasi subito. Cercò di nascondere il suo stupore, ma non riuscì a dissimularlo troppo bene.
“Magnìn! Che cosa ci fai qui?” disse.
Il figlio dello stagnino gli andò incontro, una mano alla fronte in un irridente saluto, l’altra in basso a coprire l'attrezzatura.
“Sono passato a dare un’occhiata” disse, tranquillo.
“L’occhiata la sto dando io a te, purtroppo” rispose il maresciallo, squadrandolo. “Allora, come te la passi? Stai lavorando?”
Magnìn si sfilò gli occhiali scuri e scosse il capo.
“No, non ho ancora finito i soldi.”
“Come sarebbe a dire?”
“Si lavora per avere dei soldi. Quando poi si hanno i soldi è inutile lavorare. Comunque il prossimo mese ricomincio.”
“Bravo, bella filosofia! Ah, ricordati di passare in caserma, uno di questi giorni. Mi devi firmare un verbale, quello dell’incidente.”
“Quale incidente?”
“Il penultimo, mi pare…”
“Maresciallo, hai da accendere?” domandò Magnìn.
“Certamente.” Sotgiu tirò fuori una luccicante macchinetta a benzina.
“Hai anche da fumare, per caso?”
Il maresciallo sbuffò e porse a Magnìn un pacchetto di Turmac.
L’altro si servì. Mise una sigaretta tra le labbra, poi ne prese un’altra e la sistemò dietro l’orecchio.
“Per dopo” spiegò. Sotgiu annuì, rassegnato.
“Allora, che ne dici? Del furto, intendo. Chi può essere stato? Zingari?”
Magnìn, avvolto da una nube di fumo blu, scosse il capo con energia.
“Che cosa accadrà alla chiesetta?” domandò al carabiniere.
“Non lo so. Temo che farà una brutta fine. Comincerà a essere frequentata da coppiette, e da vagabondi che la useranno per dormire. Non è neppure troppo vecchia. Alla fine sarà sconsacrata e abbattuta.”
Magnìn annuì. Condivideva in pieno il ragionamento del maresciallo.
“Sai a chi appartengono tutti i terreni qui attorno?”
“No.”
“All’ingegner Nobili.”
“Ah! Vuoi dire Guglielmo Nobili, l’impresario edile?”
“Proprio lui” confermò Magnìn.
“E questo che cosa vuol dire?”
“Vuol dire che l’ingegnere riuscirà finalmente a realizzare il suo progetto, cioè costruire due palazzi. L’unico impedimento finora è stato proprio questa povera chiesetta. Se non ci fosse più…”
“Come fai a sapere queste cose?” chiese Sotgiu, ormai incuriosito.
“Mi è stato detto da amici in Comune…”
“Magnìn! Guarda che ti sbagli. Io e te non abbiamo nessun amico in comune.”
“Mi riferivo al Municipio.”
“Ah!”
“Che cosa ne deduci, maresciallo?” domandò Magnìn con aria furba, mentre schiacciava sotto il piede il mozzicone di sigaretta. Troppo tardi si rese conto di non avere le scarpe. Non gli sfuggì il minimo lamento.
“Vorresti forse accusare l’ingegnere del furto? Sei pazzo?” rispose Sotgiu, leggermente infastidito dall’odore di carne bruciata che si stava diffondendo nella chiesetta.
“Perché non gli vai a parlare?”
“Non ho nessun motivo di ritenere che…”
“Così gli potresti restituire questo, deve averlo perso lui l’altra notte.” E Magnìn porse al carabiniere uno scintillante fermacravatta d’oro, sul quale erano ben visibili le iniziali ‘G. N.’
“L’ho trovato ai piedi dell’altare. Sai, a volte la fretta…”
Il viso del maresciallo si illuminò di colpo. Intascò il gingillo.
“Grazie, Magnìn. Mi sei stato di grande aiuto” disse. “Andremo subito a parlare con l’ingegnere.”
Magnìn sfilò l’altra sigaretta dall’orecchio e, come aveva fatto prima, con un morso staccò il filtro. Poi chiese fuoco e lo ottenne.
“Maresciallo, posso chiederti un favore? In fondo me lo devi.”
“D’accordo, ma questo è proprio l’ultimo.”
“Potete riportare la bicicletta all’osteria di Albino, in paese? Il mio amico Luigino sarà in pensiero. Ah! Non scordarti di lasciare un litro pagato!”
“E tu che ne dici di rivestirti, adesso?”
 “Aspetto ancora un po’. Hai mai provato ad andare in moto con le mutande bagnate?”
Magnìn soffiò una boccata di fumo in faccia a Sotgiu che, tossendo, uscì dalla chiesetta e andò a raggiungere il suo appuntato, che trovò chiuso in macchina, ancora terrorizzato.

sabato 26 maggio 2012

LA MALATTIA



Mi piace pensare mentre cammino, anche se spesso i pensieri mi sfuggono. Non riesco a trattenerli a lungo, scivolano via, come se fossero ricoperti di sapone. Arrivano, si sovrappongono e si confondono, tutto dura un attimo e nulla si fissa nella mia mente. A meno che le mie riflessioni riguardino qualcosa di ossessivo, di tormentoso, che mi provoca dolore. In tal caso tutta la mia forza di volontà e la mia concentrazione non sono sufficienti a scacciare ciò che mi assilla. Dopo un po’, quando mi rendo conto che la mia lotta è vana, mi arrendo. Accetto la sconfitta, e mi rassegno a soccombere sotto il peso di elucubrazioni che mi trafiggono così come il coltello penetra il burro. Con facilità, senza che sia opposta la minima resistenza. Sintomi, questi sono soltanto i sintomi, gli indizi di una malattia che, proprio quando sono più debole, più indifeso, a volte mi colpisce. Per questa patologia non esiste cura immediata, né definitiva, dice il mio medico. Bisogna essere pazienti, saper aspettare. È necessario attendere lo scorrere del tempo, il solo elemento in grado di lenire tale affezione, aggiunge. Ogni volta non gli credo e pretendo una cura. Si tratta di una malattia antica quanto l’umanità, e non è possibile che non esista un rimedio, qualcosa che mi possa guarire subito, qualcosa che impedisca al male di ritornare. Quando sarai vecchio, dice sempre il mio medico, quando sarai vecchio non ti capiterà più e potrai finalmente vivere in pace. Allora sarai finalmente immune, non dovrai più temere niente. Se non la morte, aggiungo io prima di congedarmi da lui, sconsolato. Ma io non intendo aspettare di essere anziano per guarire, voglio vivere sereno fin da ora, voglio gustarmi ogni attimo della mia vita presente senza il continuo incubo di una possibile ricaduta.
Non mi sento bene, da qualche giorno accuso i soliti sintomi, quelli che ormai ho imparato a riconoscere. Sto andando da lui, dal medico. E questa volta dovrà aiutarmi, perché lo pretendo. Non mi potrà liquidare con le solite scontate parole, mi dovrà curare seriamente, una volta per tutte. Mi dovrà prescrivere dei farmaci efficaci, che possano risanarmi in breve tempo. So che esistono, e non riesco a comprendere perché mi siano negati. È proprio necessario che io soffra? A quale scopo? Non mi interessa se la malattia che mi affligge sia piuttosto comune, come ripete il medico, ciò che conta per me è liberarmi per sempre da questa condizione di estrema sofferenza, che mi provoca sia euforia che tristezza, ma soprattutto tanta indicibile tristezza. Il dispiacere, la pena e la prostrazione, se duraturi, sono tutti segnali positivi, afferma il mio medico, perché indicano l’avvenuta guarigione. Già, la guarigione. Ma fino a quando potrò considerarmi ristabilito? Al prossimo mese? Al prossimo anno? Fino a domani? È proprio questa incertezza che mi uccide poco alla volta.
Cammino e penso. Anzi, cammino e subisco i miei pensieri. Sorrido, e l’istante successivo mi incupisco, vedo tutto nero. Poi mi riprendo, e per qualche momento sono felice, prima di ripiombare nella più tetra disperazione.
Sto camminando troppo in fretta. Rallento il passo, non vorrei arrivare in anticipo, quando l’ambulatorio è ancora chiuso. Non voglio sostare sul marciapiede, attorniato da tutti quei vecchi. Quei logori fantasmi dal corpo minato ma con l’animo quieto, perché loro non possono più ammalarsi. Mi riferisco alla mia malattia, naturalmente. Chissà se davvero è così, se è proprio come dice il medico. Forse lo dice soltanto per consolarmi, per farmi stare tranquillo. Forse si possono ammalare anche loro, i vecchi. Mi è difficile immaginarlo, ma ciò non vuol dire che non sia possibile. A tale pensiero rabbrividisco, mi auguro che il mio medico sia una persona sincera, e che non mi inganni.
Adesso mi torna in mente Patrizia. Tutte le volte che sto male penso sempre a lei. Mi sono ammalato la prima volta proprio quando l’ho incontrata. Allora ero molto giovane, e lei lo era ancora di più. Mi è accaduta la stessa cosa quando stavo con Erika, anche se in quel caso l’affezione è stata più leggera, quasi sopportabile. Non è andata così con Gianna, con Francesca e con Michela. Per non parlare di Fulvia. Ricordo con angoscia quel lungo periodo di tempo, durante il quale sono stato malissimo. E poi... poi tante altre volte. Tanti nomi, ma sempre la stessa terribile malattia.
Sono arrivato. Entro con decisione nello studio medico. Sono stufo, non ne posso più. Voglio guarire. Esigo di essere guarito. Non voglio più stare male, non voglio più soffrire. Mai più.
Non mi voglio più innamorare.