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sabato 12 maggio 2012

SALONE DEL LIBRO (2): LA PRESENTAZIONE



Venerdì 11 maggio ho avuto il piacere di presentare, su invito dell’editore Simplicissimus Book Farm, il mio romanzo “Un anno diverso” al Salone del Libro di Torino.
Il libro è stato di recente pubblicato in formato digitale (e-book).
Ecco la trascrizione  del mio intervento.

Vorrei iniziare la presentazione partendo dalla genesi del romanzo, dal momento che la considero, in particolare per un suo aspetto, piuttosto curiosa.
Dovete sapere che questo libro è stato scritto in poco più di un mese. Si tratta di un periodo di tempo abbastanza breve, soprattutto per chi, come me, svolge un’attività lavorativa abbastanza impegnativa. Infatti mi posso dedicare alla scrittura soltanto nei ritagli di tempo, e facendo bene attenzione a non sottrarre troppo spazio all’altra mia grande passione, la lettura.
Ebbene, la domanda che mi sono posto è stata quindi la seguente: a che cosa era dovuta questa mia sconosciuta e quasi febbrile rapidità di scrittura? Oltretutto devo confessare che, in seguito, questo fatto non si è più ripetuto. Sono tornato ad essere un normale scrittore, che soffre e si tormenta a lungo sulle parole, e sempre alquanto insoddisfatto del proprio lavoro.
Alla fine quell’interrogativo che mi assillava ha trovato una risposta. Mi sono reso conto che, in verità, per anni avevo immaginato questa storia e, anche se non l’avevo mai scritta, era ormai ben fissata nella mia mente. Nella sua totalità. Non ho dovuto fare altro che trasformarla in un testo. Perché tutto era già delineato. Sia la trama, che i temi, le descrizioni. Persino i dialoghi. Mi sono limitato soltanto a meglio definire e rifinire i vari personaggi. Anche questa, comunque, non è stata un’attività troppo impegnativa.
“Un anno diverso” è un romanzo ambientato nel mondo della scuola. Proprio a questo proposito, vi voglio rivelare una curiosità. Alcuni tra coloro che hanno letto il libro mi hanno scritto. Ho scoperto così che la maggior parte di questi lettori aveva dato per scontato che io fossi in insegnante. Questo non corrisponde al vero e, quasi con un po’ di rammarico, ho dovuto dire loro che si erano sbagliati. In fondo, però, questo piccolo equivoco mi ha gratificato.
In realtà ho frequentato l’ambiente scolastico soltanto in qualità di studente. In più, da quando ho lasciato la scuola sono trascorsi ormai parecchi anni. Di quella mia ormai lontana esperienza ho comunque conservato un piacevole ricordo, unito al rimpianto e ad una certa nostalgia.
Posso dire di essere stato, all’inizio della carriera scolastica, un discreto studente. Nulla di più.
Con il trascorrere degli anni è però maturata in me, poco per volta, una nuova consapevolezza. Spesso mi domandavo a che cosa potesse servire imparare tante svariate nozioni che, dopo un po’, puntualmente dimenticavo. La vera illuminazione l’ho avuta quando ho compreso che quella scolastica non sarebbe stata un’esperienza destinata ad avere un termine. O meglio, ho capito che, al di là degli anni della scuola, sarei stato uno studente per tutta la vita. E da quel momento il mio sforzo è stato rivolto soprattutto all’apprendimento degli strumenti dello studio. In altre parole avevo inteso che il mio impegno doveva essere indirizzato a imparare un mestiere, quello dello studente, appunto. Inutile dire che da allora il mio rendimento scolastico è decisamente migliorato.
Per questo e per altri motivi ho quindi sempre guardato al mondo della scuola con grande simpatia e con grande interesse. Una scuola che si trova attualmente in notevole difficoltà, martoriata dalla cronica mancanza di risorse, da discutibili scelte della politica, da continue riforme e controriforme che finiscono con l’accentuarne la fragilità.
La scuola rimane tuttavia un mondo che merita il massimo rispetto e la massima considerazione da parte di tutti. Perché riguarda un passaggio formativo fondamentale per le giovani generazioni, nel quale avviene il primo autentico impatto con elementi quali la conoscenza, la socializzazione, il confronto con gli altri. Tutti componenti di primaria importanza per la vita futura dei ragazzi, destinati ad avere rilevanti ripercussioni sulla società intera. In conseguenza di ciò, è doveroso avere un occhio di riguardo nei confronti della scuola. Non sempre, purtroppo, questo accade.
Torniamo al libro.
Il titolo, “Un anno diverso”, è naturalmente riferito a un anno scolastico particolare, del tutto differente dai soliti. Ed è proprio ciò che si ritroveranno a vivere gli studenti protagonisti del romanzo. Loro malgrado, direi.
Come avrete già capito, il mondo della scuola è il tema principale del libro, ma non è l’unico. L’altro tema di rilievo è il concetto di democrazia. In particolare, la domanda che mi sono posto e alla quale ho cercato di dare risposta è la seguente: la democrazia può essere insegnata come sono insegnate tutte le altre materie?
Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a innumerevoli tentativi di esportare la democrazia, laddove non c’è mai stata. Questi tentativi hanno prodotto risultati ben miseri, e spesso hanno portato a conseguenze tragiche. A questo punto dovremmo ormai  avere compreso come la democrazia non sia esportabile. Al massimo può essere favorita e assecondata, tentando di creare le condizioni socio-economiche necessarie alla sua nascita e alla sua conservazione. E proprio questo dovrebbe essere il compito degli organismi sovranazionali e diretta responsabilità dei grandi stati democratici occidentali. Le imposizioni e l’impiego della forza con occupazioni e interventi militari si sono rivelati inutili e comunque sempre deleteri.
La spinta alla democrazia deve nascere dal basso, generata dalla presa di coscienza dei singoli individui. Deve essere un’aspirazione all’ottenimento di diritti in cambio dell’assolvimento di doveri. A tale proposito devono essere ben chiari i concetti di ricerca del consenso e di rappresentanza, quello di governo della maggioranza. Occorre perseguire, attraverso lo sforzo e l’impegno delle persone, la libertà di espressione, la libera e incondizionata circolazione delle informazioni e delle idee, la libertà di associazione in una pluralità di soggetti politici, i partiti, fondamentali per il corretto funzionamento di un sistema politico democratico.
Ecco, sono proprio queste alcune delle idee che, sotto forma di nozioni,  possono essere insegnate. In tutto ciò, il ruolo della scuola può e deve essere determinante. Una funzione civica alla quale la scuola ha un po’ abdicato. Occorre ritrovarla al più presto, anche perché la democrazia può rivelarsi assai fragile. Soltanto in questo modo, e proprio durante il percorso scolastico, i ragazzi potranno avviarsi a diventare cittadini consapevoli.
Questo discorso ci riporta inevitabilmente al romanzo. Un romanzo che è innanzitutto un’opera corale. I protagonisti infatti sono tutti gli studenti, e tutti in uguale maniera, di questa classe liceale, una classe come ce ne sono tante, scelta a caso.
Soltanto un personaggio spicca rispetto a tutti gli altri. Ed è la figura professor Sentieri, il nuovo insegnante di storia e filosofia di questa classe.
Il professor Sentieri è senza dubbio un tipo un po’ stravagante, eccentrico e bizzarro. Forse addirittura strambo. Veste in maniera piuttosto scombinata, i suoi abiti sono sempre stazzonati, la cura per la sua persona è minima e lascia sempre un po’ a desiderare.
Ecco come lui stesso si vede, di fronte allo specchio:

“Si ritrovò di fronte allo specchio e si osservò. Capelli castani ancora folti, guance scavate ricoperte da una barbetta rada. Sguardo malinconico. Fece una smorfia. Non si era mai piaciuto, ma ormai si era abituato al suo aspetto insignificante. Il suo viso e la sua figura gli erano ormai del tutto indifferenti.”

Un uomo triste e solitario, dunque, addirittura asociale. Di sé non lascia trapelare nulla, nessuno conosce le sue passioni, i suoi interessi, che poi non sono altro che la letteratura, il cinema e la musica. Lui non frequenta i colleghi, i suoi rapporti con loro sono limitati all’indispensabile, e non compie alcun sforzo per conoscerli meglio. Anzi, cerca di passare il più possibile inosservato, fa di tutto per mimetizzarsi. L’unica eccezione è forse rappresentata da una giovane insegnante di scienze, anche lei nuova nella scuola, una ragazza un po’ spaesata e impaurita e, forse proprio per questo, meritevole di maggiore attenzione e solidarietà. I rapporti di Sentieri con il dirigente scolastico, un uomo severo, all’antica, attento soltanto alla forma, inutile dirlo, sono burrascosi. Tra i due non esiste e non può esistere il minimo punto di contatto.
Il passato del professore è oscuro, sconosciuto e misterioso. Dai suoi comportamenti tuttavia si intuisce che si tratta di un uomo profondamente segnato dai suoi trascorsi di vita. Un passato, con tutta probabilità, contrassegnato da delusioni e fallimenti. Sia a livello personale che professionale. Eppure lui non si considera uno sconfitto. Anzi, approfitta di questa esperienza – una nuova scuola, una nuova classe – per mettersi in gioco ancora una volta. Nessuno lo conosce, nessuno lo può giudicare per ciò che è avvenuto in passato, e quindi lui intravede la possibilità di attuare quello che chiama semplicemente “il progetto”.  Un piano da attuare, tra l’altro, all’insaputa delle famiglie dei ragazzi e all’insaputa delle autorità scolastiche. E alla fine lo fa. Gli studenti, all’inizio, sono perplessi e faticano a comprendere dove voglia andare a parare quel bislacco insegnante. Capiranno soltanto in seguito, quando ne saranno ormai pienamente coinvolti. Invece lui, il professor Sentieri, come sempre ha le idee molto chiare: si tratta, in fondo, di dar corpo a quella che è diventata un’autentica ossessione, vale a dire l’insegnamento della democrazia, per poter così trasformare i ragazzi in cittadini informati e consapevoli del loro importante ruolo futuro. Il suo è un metodo basato sulla pratica. La democrazia, a suo parere, si può imparare soltanto praticandola, ed proprio questa la chiave del suo misterioso progetto: la pratica.
Il professor Sentieri è comunque l’insegnante di storia e filosofia. Nondimeno anche l’approccio all’insegnamento di queste materie è, nel suo caso, piuttosto originale.
Sentieri ignora i registri di classe e tutte quelle che lui ritiene inutili scartoffie e banali incombenze burocratiche. Mettere voti è una pratica che lo infastidisce molto. Non lo fa quasi mai. Le sue interrogazioni sono stravaganti almeno quanto lui. Inoltre è contrario all’adozione di libri di testo. Perché non lo ritiene necessario. Tocca agli studenti ingegnarsi nella scelta dello strumento o degli strumenti ritenuti più utili per lo studio delle sue materie. Un modo per stimolare e responsabilizzare fino all’estremo i ragazzi.
Vi leggo quelle che, per il professore, sono le definizioni delle materie che insegna, la storia e la filosofia, così come lui le illustra ai suoi studenti durante la prima ora di lezione di quel nuovo, singolare anno scolastico:

“La storia è la disciplina più semplice che esista. Fatti, eventi, fonti, testimonianze: ciò che  sta avvenendo, ciò che è già avvenuto. Tutto ciò che riguarda noi e chi ci ha  preceduto. Tutto qui! Chiaro, elementare. Voi non dovrete fare altro che mettere un po’ d’ordine tra questi elementi, analizzarli, porli in relazione tra loro e rivolgervi delle domande; infine, tentare di dare delle risposte.”

“La filosofia! È nata con l’essere umano. Da sempre gli uomini pensano. Cercano di trovare soluzioni a interrogativi legati alla natura stessa dell’esistenza. Ma questo non è possibile! Tuttavia noi siamo testardi. Proviamo e riproviamo. Ci ostiniamo. Senza approdare ad alcun risultato. Voi non dovrete fare altro che perpetuare questo antico gioco. Naturalmente non otterrete nulla. Nel frattempo, però, avrete imparato a ragionare. Perché avrete attinto alla conoscenza e al sapere di grandi pensatori, di menti acute e profonde, arrivando a comprendere come sia possibile collegare questa disciplina alla storia stessa, alla politica, all’etica e, perché no, alle scienze naturali.”

Questo, naturalmente, non è che l’inizio della vicenda.
La storia è ambientata, in gran parte e per forza di cose, tra i muri di un vecchio liceo. Nel romanzo, tuttavia, si avvicendano anche altri scenari. La grande città, innanzitutto, con il suo respiro corto, con il degrado delle sue periferie cementificate e tutte uguali, e con le sue storie di disagio e di emarginazione: la povertà, l’immigrazione, i problemi legati al lavoro. Ma anche la grande città con il suo centro elegante e allettante. Insomma, una città che potrebbe benissimo essere Torino, ma pure qualsiasi altro grande agglomerato urbano. Tutti questi diversi aspetti si intrecciano inevitabilmente con la quotidianità dei ragazzi, e determinano o condizionano i comportamenti degli stessi. Condotte che, di riflesso, si ripercuotono in maniera profonda sulla vita di ognuno di loro e delle loro famiglie e poi sulle vicende scolastiche di tutti.
Parlando ancora di ambientazione, in un romanzo incentrato principalmente sulla scuola non può di certo mancare l’episodio ludico per eccellenza, vale a dire la gita scolastica. Un momento ricreativo, certamente di svago, ma anche un’occasione formativa, utile per consolidare rapporti di amicizia e piccoli affetti, per approfondire conoscenze. I ragazzi, ognuno nel proprio singolare modo, scoprono così le bellezze e le insidie di Parigi. Il professor Sentieri, naturalmente, vive il suo ruolo di forzato accompagnatore con tragica rassegnazione. Anche per lui, però, la gita costituisce un’occasione per scoprire meglio le qualità di una persona, dell’unica persona adulta che nutra per lui una certa simpatia, o forse anche qualcosa di più. Ma anche un’occasione per constatare, allo stesso tempo, e ancora una volta di più, la sua inadeguatezza di fronte ai semplici accadimenti della vita.
Un anno scolastico, comunque, non è composto soltanto da studio, impegno, fatica e piccoli drammi. Gli studenti, i ragazzi in genere sanno essere, durante la maggior parte del tempo, lievi e spensierati. Una piacevole caratteristica legata senza dubbio alla giovane età, alla vitalità che è loro propria, alla incredibile capacità di sviare e rimuovere le difficoltà semplicemente pensando ad altro, e alla loro inesauribile voglia di divertimento. Non mancano quindi, nel romanzo, le vicende buffe o addirittura venate di comicità, i dialoghi leggeri, ironici o pungenti. Gli scherzi, le prese in giro e le immancabili goliardate.
Giunti a questo punto è inutile dilungarsi ulteriormente sulle vicende del libro. Gli avvenimenti che si succedono sono vari e numerosi e riguardano sia episodi personali della vita degli studenti che vicissitudini legate all’ambiente scolastico e in gran parte connesse con l’attuazione del famoso progetto educativo del professor Sentieri.
Così come accade in tutte le storie si giunge inevitabilmente ad un epilogo.  Un epilogo soltanto in parte definitivo. Ciò che davvero interessa, in conclusione, è che tutti i protagonisti del romanzo – e mi riferisco in particolar modo agli studenti - alla fine si ritrovano cambiati. E, soprattutto, arricchiti e migliori. Chi più maturo, chi più consapevole, chi più responsabile. E così via.
E questo mutamento positivo riguarda davvero tutti, sia quelli che, pur avendo vinto, in realtà hanno perso. Sia quelli che, pur avendo perso, hanno invece vinto.
In ogni caso, per tutti sarà stato un… anno diverso!







SALONE DEL LIBRO (1): LA VERITA' DELLO SCRITTORE



Ho assistito alla presentazione dell’ultimo libro di Gianrico Carofiglio, “Il silenzio dell’onda”, al Salone del Libro di Torino. Durante l’incontro, lo scrittore pugliese - nonché senatore del Partito Democratico ed ex-magistrato – ha introdotto uno spunto di riflessione molto interessante per chi segue e pratica la  scrittura. In sintesi ha ribadito il dovere, da parte dello scrittore, di dire sempre la verità e di non abbandonarsi mai alla falsità. Naturalmente, affermando ciò, non ci si riferisce all’obbligo di riportare un fatto nella sua esattezza. Ciò non avrebbe senso, dal momento  che la letteratura - per definizione – è sempre finzione, cioè un qualcosa di inventato. No, l’onestà di chi scrive riguarda il non omettere, il non ricorrere a costruzioni, situazioni ed espressioni che risultino ipocrite e bugiarde.
Riflettendo su questo aspetto del linguaggio scritto ho ripensato al mio primo romanzo, “Un anno diverso”, da poco pubblicato anche in formato digitale e che ho tra l’altro presentato proprio alla fiera torinese. Alcuni lettori, sebbene con gentilezza ed estremo garbo, mi avevano fatto notare un uso eccessivo di “parolacce”. Insomma, di termini non del tutto eleganti. Questo piccolo appunto, a suo tempo, aveva provocato in me non più di un benevolo sorriso. Adesso vorrei riprendere tale argomentazione e spingerla più in profondità.
Personalmente sono del tutto avverso all’utilizzo, nel linguaggio verbale e scritto, di epiteti “rafforzativi” del discorso. Ritengo infatti, con estrema convinzione, che questa abitudine contribuisca in maniera significativa all’impoverimento del linguaggio stesso e che lo renda misero e debole. Ricorro a un crudo esempio. La diffusa interlocuzione “cazzo” - tanto di moda in particolare tra le giovani generazioni - io non la uso mai. Bigottismo? Moralismo? Snobismo? Nulla di tutto questo. Semplicemente per me non ha alcun senso l’impiego dell’espressione “che cazzo vuoi?” quando posso ricorrere al ben più aggraziato “che cosa desideri?” Si tratta, nel primo caso, di un vero e proprio schiaffo linguistico, del tutto indegno di una persona mediamente colta. Ovviamente potrei uniformarmi facilmente al becero linguaggio corrente. Sarebbe soltanto necessario un minimo sforzo, una maggiore attenzione. E mi trasformerei in ciò che non sono. Invece preferisco non dover compiere alcuno sforzo, non omologarmi, e mi limito a essere me stesso, a comportarmi in modo naturale. Perché compiere inutili fatiche quando se ne può benissimo fare a meno?
Al contrario, quando si assume il ruolo di scrittore, il discorso cambia. Riprendendo l’esortazione di Carofiglio e tornando per un istante al mio citato romanzo (ambientato nella scuola contemporanea e i cui protagonisti principali sono quasi tutti ragazzi) mi pongo, inevitabile, una domanda. Che giro a tutti. È più opportuno che una dolce e soave (si fa per dire…) fanciulla sedicenne, nel manifestare stupore, esclami Perbacco! oppure un decisamente meno falso, più veritiero Cazzo!?
Questa è la verità dello scrittore…

domenica 6 maggio 2012

POST TO POST



(Cento e più storie brevi)
Storie brevi, così è preferibile definirle. Perché non si tratta di racconti veri e propri. Sono piuttosto pensieri, riflessioni e considerazioni di imprecisata natura in forma di spunti narrativi compiuti, rapidi e corti, che durano il tempo di alcuni respiri. Storie brevi, dunque. Di volta in volta surreali e bizzarre, comiche e ironiche, tristi e malinconiche, oppure tragiche e dolorose. Storie brevi, con protagonisti minimi. Per condividere fugaci attimi di svago e cupi momenti di sconforto.

Il libro è nato raccogliendo i post più “letterari” apparsi su questo blog dal gennaio 2011 ad aprile 2012. I testi, per l’occasione, sono stati rivisti e rifiniti.

“Questo libro è una raccolta di racconti brevi. Il primo è dedicato ai fantasmi, entità di persone trapassate che hanno lasciato, in vita, qualcosa in sospeso. Questo racconto, riveduto e corretto, potrebbe anche essere raccontato ai bambini, che spesso, la notte, hanno paura dei "mostri", mentre i fantasmi erano persone come noi, e non devono farci paura, ma compagnia. Come noi abbiamo bisogno di essere rassicurati, anche loro, per trovare la loro pace, hanno bisogno, come entità, del nostro amore. A volte basta una preghiera, detta col cuore, per far trovare la pace a chi non è più tra noi. La seconda storia parla del più famoso network, parla di Facebook, ambiente "magico" nel quale ho trovato un cugino che non ho mai conosciuto, che vive in Canada e che pensavo spesso, con malinconia, proprio per non averlo mai conosciuto, ma è bello sapere che c’è, anche se è dall’altra parte del mondo, ora lo sento più vicino. Nel terzo racconto è descritto un ambiente. Mi complimento con l’autore, in questo caso, perché l’ha descritto così bene che mi sembrava di esserci, in quel luogo. Bravo. Il terzo racconto è un’analisi di un determinato stato che mi porta a rispettare le idee dell’autore, perché le ragiona bene, le valuta, le scompone, come ogni persona rispettosa ed intelligente sa fare. Il quarto racconto è davvero divertente, per assurdo, però, può capitare veramente. Parla di una persona che ama circondarsi di oggetti vari ed anche di libri, al punto tale da riempire casa ed alla fine non potersi più muovere, tanto la casa è piena di cose. Questa è una storia, ma io personalmente ho conosciuto una persona che così lo è veramente. Quando frequentavo la sua casa, mi mancava il respiro, vedendo di quante cose si era circondata. Aveva acquistato gli oggetti più disparati, senza gusto e logica, solo perché in quel momento ne era attratta. Una casa che non aveva stile, sembrava solo un grande bazar dove si poteva trovare di tutto. Ed andiamo avanti con i racconti, quello successivo è di una bellezza straordinaria, ma mi sorge un dubbio: "Può, la Befana, rivolgersi ai sindacati per risolvere un suo problema e questi le garantiscono la risoluzione dei problemi? Non sarà l’ennesima truffa?". Che fantasia, questo autore, riesce ad intrattenere il lettore, toccando vari argomenti, raccontando storie, che, come avete appena letto nella recensione, si pone delle domande, ragiona, tutto serve per distrarci un attimo dalla vita monotona di tutti i giorni, per staccare dalla vita frenetica che conduciamo tutti i giorni, per renderci più lieti e lamentarci un po’ meno. Cosa c’è di meglio di una sana, allegra lettura, ma anche se è una lettura impegnata, va bene lo stesso, sarà servita, almeno per un attimo, a non pensare ai problemi che ci affliggono. Ecco, lo sapevo che prima o poi... Il recensore dovrebbe essere una persona obiettiva, nello scrivere una recensione, allo scopo di promuovere un libro. Ho letto la storia "Il cacciatore". Ho pianto come una bambina, non mi vergogna a confessarlo. Del resto sono una persona sensibile. Non vi racconto la storia, ho già detto il titolo, dovete comprare questo libro e leggerla, questa storia che parla di un cacciatore, è davvero bella ed emozionante. Non si può restare insensibili, nel leggerla. Grazie, Enzo per averla scritta, magari può insegnare qualcosa a qualcuno. Il racconto successivo è una storia davvero interessante, fatta tutta di dialoghi, ben costruita, che andrebbe benissimo per i giovani di oggi.” (Recensione di Maria Teresa Albanelli)

“Straordinariamente accattivante. Brevi storie cesellate con oro fino. Lo stile, la proprietà del linguaggio, personaggi, cose, accadimenti, sentimenti: tutto è una sorpresa, una piacevole sorpresa, che si presenta una pagina dopo l’altra, con un ritmo che non lascia spazio alla distrazione.” (Bruno Cascianelli)

“Una collana di perle, che fanno sorridere e riflettere, sempre condite con la giusta dose di ironia.” (Gian Paolo Toschi)

“Lampi di riflessive rimembranze che si riflettono su di uno specchio in frantumi, frammenti in cui ogni lettore può, su e giù attraverso ciascuno di essi, riflettersi a sua volta.” (Kim Davis)
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Il libro può essere reperito, in formato cartaceo, sul sito ilmiolibro.it e, in formato e-book (tra pochi giorni) sul sito ultimabooks.it e in altre librerie virtuali.

venerdì 4 maggio 2012

I VECCHI


Vecchi fantasmi che si trascinano per le strade affollate.


Respiri, ansimi, gemiti, lamenti.


Il tempo è cambiato, il tempo li ha mutati.


Vecchi fantasmi logori.



martedì 1 maggio 2012

DEMAGOGHI



È di pochi giorni fa il forte e accorato appello del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a non inseguire, lungo la loro azzardata e dannosa strada, nuovi e vecchi demagoghi.
Per demagogia si intende il decadimento dell’idea di democrazia, cioè il ricercare l’approvazione delle masse popolari attraverso l’emotività, cavalcando i pregiudizi e le suggestioni piuttosto che puntare sulla partecipazione rappresentativa, che è la caratteristica tipica di un sistema democratico sano.
Nel nostro Paese, storicamente, è sempre esistita una parte di elettorato – dal cinque al dieci per cento – disposta a seguire l’arruffapopoli di turno. Benito Mussolini ne è un solido e tragico esempio. Oppure, nell’immediato dopoguerra, il Fronte dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini. E così via.
Tornando ai nostri giorni, chi sono veramente i nuovi demagoghi, quelli che turbano i sonni del Capo dello Stato?
Rilanciato dalla crisi della politica, il primo tra tutti è di sicuro Beppe Grillo, il mediocre comico genovese ora a capo del Movimento Cinque Stelle. Autentico agitatore da palco, propone idee, progetti e programmi alquanto confusi, in gran parte irrealizzabili e, in alcuni casi, anche pericolosi. Ciò non toglie che nel suo movimento siano presenti persone serie e preparate, dotate di ottime intenzioni e di buona volontà, destinate però a veder svanire le loro illusioni. Beppe Grillo riuscirà comunque, nell’immediato futuro, a convogliare su di sé una significativa fetta del voto di protesta. Un consenso destinato a non essere speso, quindi inutile.
Un altro politico, nondimeno di tutt’altra natura, che ha fondato le sue fortune sul populismo e sulla facile propaganda è Antonio Di Pietro. L’ex magistrato da anni porta avanti la sua strategia basata sull’opposizione ad ogni costo. È difficile comprendere quanto tale atteggiamento possa essere utile per il Paese. In ogni caso è sempre bene diffidare di chi, per presentare la sua offerta politica, si affida a un partito personale, vizio d’origine che annulla qualsiasi prospettiva.
Non è per nulla sbiadito il ricordo di un altro partito personale, anzi di un vero e proprio partito-azienda che, nei due decenni appena trascorsi, ha rischiato di trascinare alla completa rovina il nostro Paese. Ci si riferisce evidentemente a Silvio Berlusconi, sobillatore-soft ma non per questo meno nocivo. I risultati del suo operato sono sotto gli occhi di tutti, e devono rappresentare un chiaro monito indirizzato a chi, nonostante tutto, continua a ricercare e auspicare soluzioni facili basate sulla pura promozione, se non su una vera e propria corruzione del popolo.
Per non parlare, infine, di ciò che ha rappresentato nel panorama politico italiano il movimento (poi diventato partito) della Lega Nord, guidato in maniera spregiudicata da quel vero istigatore che è stato Umberto Bossi. Inutile, alla luce di ciò che è emerso negli ultimi tempi, spendere ulteriori parole per quello che è stato il più grande fallimento politico della cosiddetta Seconda Repubblica. Un vero disastro. La fine di un sogno ventennale per milioni di ingenui militanti, ai quali rimane, invece del promesso federalismo, soltanto… un pugno di diamanti.
Occorre comunque sempre vigilare, facendo ricorso a equilibrio, buon senso e saggezza, affinché tali spinte populiste non possano mai prevalere e rimangano invece marginali, piccole e irrilevanti patologie del sistema politico, dalle quali sia possibile guarire senza subire danni permanenti.

domenica 29 aprile 2012

LA CAVIA



“Prepara la cavia” ordinò l’anziano medico affacciandosi alla porta del laboratorio.
Il suo assistente chiuse il giornale. Si alzò. Controllò che il tavolo di dissezione fosse in ordine, verificò che tutti gli strumenti fossero al loro posto e poi si diresse verso le celle. Si fece accompagnare da una guardia in divisa. Il giovane la riteneva una precauzione del tutto inutile, tuttavia era quanto previsto dal protocollo e lui risolse di attenersi alle regole.
La guardia inserì una tessera magnetica in una fessura e la pesante porta si aprì. All’interno del piccolo locale c’era odore di chiuso. E di sudore stantio. Accesero la luce.
La ragazza si destò all’improvviso. Seduta sulla misera branda, sbatté più volte gli occhi, abbagliata dal violento chiarore.
“In piedi! Sbrigati!” intimò la guardia.
“Che succede?” domandò lei, con aria smarrita. Ma ubbidì. L’uomo la guardò e rinunciò ad ammanettarle i polsi.
A quel punto si fece avanti il giovane che indossava il camice bianco.
“Devi venire con noi, subito. È arrivato il tuo turno” disse, con tono impersonale. Poi si voltò.
“Perché non sono stata avvisata?” domandò la ragazza. Faticava a trattenere le lacrime.
Il ragazzo girò su se stesso e fece un passo.
“Il dottor Pain preferisce che le cavie siano rilassate e non intossicate dalle paura. Spogliati.”
Sotto gli occhi indifferenti dei due uomini, la giovane si sfilò il camicione grigio e poi si fermò.
“Tutto” ribadì l’assistente. In lui si percepiva impazienza.
“È proprio necessario? Perché volete umiliarmi?” gridò la donna.
La guardia sogghignò mentre il giovane emise un sospiro.
“Non ricordo di avere mai visto dei topi con le mutande…” disse quest’ultimo. L’altro scoppiò a ridere.
“Bastardi!” urlò la ragazza. Piangendo si tolse gli slip e li gettò a terra. Erano logori e sporchi.
La robusta guardia l’afferrò per un braccio e la trascinò attraverso un lungo corridoio. Giunsero infine al laboratorio. La giovane fu sistemata sul lettino. Le mani furono bloccate con delle robuste cinghie. E anche i piedi.
Il giovane assistente fece un cenno alla guardia.
“Posso andare?” L’altro annuì.
Rimasto solo con la ragazza, iniziò la preparazione. Nessuno dei due disse una parola. La giovane aveva lo sguardo spento, rassegnato. L’uomo procedette rapido, con grande professionalità. La vista del corpo nudo della ragazza non suscitava in lui alcuna reazione. Era abituato. Notò soltanto che il soggetto appariva alquanto debilitato. Braccia e gambe erano molto esili, e il tronco di una magrezza spaventosa. Scosse il capo.
“È da tempo che non mangiò più” disse lei con un filo di voce, intuendo i pensieri dell'uomo.
“Avevo suggerito al dottor Pain l’alimentazione forzata. Non mi ha dato ascolto.”
L’assistente sistemò con cura alcuni elettrodi, verificò un’ultima volta tutti gli strumenti poi, soddisfatto, si scostò dal tavolo operatorio.
“Perché?” disse la ragazza. Sembrava ormai rassegnata alla sua triste sorte. L’altro non rispose.
“Tu non sai che cosa ho fatto, immagino. Lascia che ti spieghi e forse avrai un po’ di pietà” aggiunse lei.
“Non mi interessa, non lo  voglio sapere” disse il giovane medico. “Se sei stata condannata alla vivisezione un motivo ci sarà. Qualcuno lo ha deciso, e non tocca certamente a me mettere in discussione tale scelta. Mi limito a fare il mio lavoro.”
“Che cosa mi farete?” domandò lei. Lui fece una smorfia, poi la osservò con attenzione.
“Che importanza ha saperlo? Tanto lo vedrai. Eseguiremo soltanto delle anestesie parziali. Non proverai dolore, non tanto, credo…”
“Dimmelo, ti prego!”
L’uomo prima sbuffò, poi rispose.
“D’accordo. Ti estrarremo i polmoni, proveremo a farli vivere in ambiente esterno. È questo il campo di specializzazione del dottor Pain, la respirazione.”
“E poi?” chiese la ragazza. Il suo volto, un tempo grazioso, si era trasformato in una maschera di terrore.
“Vuoi che sia sincero? Non credo molto negli esperimenti del mio capo. A volte ho l’impressione che pensi di essere la reincarnazione del dottor Mengele!” Il ragazzo sorrise compiaciuto per la battuta. Poi tornò serio.
“Come finirà? Non lo so come finirà. Temo che alla fine ci tocchi buttare via tutto, come è successo tante altre volte.”
“Buttare via tutto?” soffiò la ragazza. Era trasfigurata, non sembrava più un essere umano.
“Lasciamo stare.”
La giovane iniziò ad urlare. Un urlo che si trasformò presto in un gemito sommesso. Poi, di colpo, si calmò. Cercò lo sguardo del giovane assistente.
“Guardami” disse. “Davvero non vedi in me una persona ma soltanto una cavia da laboratorio? Lo voglio sapere…”
Lui la squadrò a lungo. Notò, chissà perché soltanto in quel momento, che la ragazza aveva un piccolo tatuaggio ormai sbiadito sul seno sinistro. Poi scrollò le spalle.
“Vedo un organismo vivente. Per ora.”
Si voltò di schiena e allineò alcuni strumenti chirurgici su un piano.

mercoledì 25 aprile 2012

LIBERTA'



Si incontrarono nel fienile. Avrebbero potuto farlo nell’adiacente casolare, che era disabitato da quando, alcuni mesi prima, i nazisti avevano ucciso i proprietari. Tuttavia nessuno dei due aveva trovato il coraggio di farlo. E neppure di proporlo. I campi attorno al podere apparivano incolti e trascurati, avvolti da un’atmosfera di tristezza e abbandono. Alla morte dei due contadini era seguita la fine di tutto il resto.
Il ragazzo si tolse la giubba scura, la piegò con cura e la ripose su una vecchia carriola. Dopo qualche istante anche la ragazza svestì il giaccone e lo gettò sul fieno. Entrambi senza dire nulla. I loro occhi si cercavano, sguardi amorevoli e disperati.  Ognuno osservava i movimenti dell’altro. Gesti abituali, conosciuti, compiuti tante altre volte. Quel giorno, però, tutto sembrava diverso. Nell’aria polverosa dell’antica costruzione si percepiva un’inconsueta tensione.
Alla fine fu il ragazzo a rompere per primo quel silenzio ormai pesante.
“Per ciò che stiamo facendo potrei essere fucilato” disse, in maniera nervosa. Subito dopo ridacchiò.
“Perché sei venuto, allora?” rispose lei, con tono di sfida.
Lui abbassò lo sguardo, colpito.
“Lo sai bene il perché” rispose.
“Voglio sentirtelo dire.”
Il giovane deglutì.
“Ti voglio bene” mormorò.
La ragazza annuì. Poi, all’improvviso, scalciò un secchio arrugginito e lo mandò a sbattere contro il muro.
“Tu pensi solo a te stesso. Ti rendi conto che anch’io potrei subire la stessa sorte? Cosa credi farebbero i miei compagni se sapessero che mi incontro con te? Mi sparerebbero alla schiena, senza pietà. E avrebbero tutti i motivi per farlo.” Nella voce della ragazza c’era rabbia, ma anche sconforto e rassegnazione.
“La guerra prima o poi finirà” disse lui senza troppa convinzione. Poi fece un passo avanti.
“A quale guerra ti riferisci?” ribatté la giovane. “La mia o la tua?”
“È la stessa. Entrambi lottiamo per un ideale.”
“Il mio è la libertà? E il tuo?”
“È anche il mio” rispose lui.
La ragazza scoppiò a ridere. Una risata amara.
“Non può esistere libertà in assenza di ordine e di disciplina..” cercò di spiegare il giovane.
“Quanto sei ingenuo!” lo interruppe lei. “Stai combattendo dalla parte sbagliata e non te ne rendi neppure conto.” Scosse il capo e agitò i lunghi capelli. Li aveva appena slegati.
Il ragazzo sospirò.
“Entrambi abbiamo fatto una scelta. Non possiamo dire quale sia quella giusta e quella sbagliata. A me pare dissennata la tua. Stai in montagna, insieme a dei ribelli, a dei balordi…”
“Basta!” disse con veemenza la giovane partigiana. Poi la sua voce si addolcì.
“Davvero mi vuoi bene?” domandò.
“Sì.”
“Non ti sembra tutto così assurdo? La nostra situazione, intendo dire.”
Lui si limitò a scrollare le spalle. Quel gesto esprimeva il suo fatalismo.
“Abbracciami” aggiunse la ragazza. Lui ubbidì. Era abituato a farlo, ma non tutti gli ordini che riceveva erano così piacevoli…
In un angolo del fienile c’erano le armi dei due giovani. Due fucili mitragliatori uguali, appoggiati uno sull’altro. Uniti e intrecciati come sarebbero stati di lì a qualche attimo i due ragazzi.
L’estasi il piacere furono intensi ma di breve durata. Il ritorno alla realtà, alla tragica realtà di quei giorni fu brusco. In più, tra i due amanti c’era qualcosa di non detto, che faticava a emergere.
Fu lei, come sempre, la più coraggiosa.
“Non dobbiamo incontrarci più” disse tutto di un fiato.
Lui la scrutò a lungo, come se volesse imprimere per sempre nella sua memoria i tratti del suo viso, quelle sembianze tanto amate.
“Hai paura?” rispose infine, con un filo di voce. Un tono sommesso, dal quale già traspariva una sensazione di perdita.
“No. Ho riflettuto a lungo, sai. Ho deciso che non voglio più essere toccata da te. Ti voglio bene, ma nello stesso tempo so che le tue mani sono lorde di sangue e questo pensiero mi fa inorridire, provoca in me…”
“Anche le tue lo sono!” disse lui, adesso quasi con rabbia.
“Non si tratta dello stesso sangue” rispose la ragazza. Poi si voltò, raccolse il fucile e uscì dal fienile senza più dire una parola, senza un’ultima occhiata all’amato. Che si era trasformato in pietra.

I primi partigiani fanno il loro ingresso in città all’alba. Marciano in corteo, fieri e determinati. La gente entusiasta accompagna e applaude i liberatori. Si intonano dei canti. Qualcuno spara in aria. Una gioia genuina, contagiosa. È l’inizio della fine di un incubo durato troppo a lungo.
Il ragazzo assiste a tutto ciò con un groppo in gola. Collera, rabbia, frustrazione, senso di sconfitta. Un insieme indistinto di sentimenti gli agita l’animo fin nel profondo. Nessuno di essi riesce a prevalere. È nascosto in una soffitta che si affaccia sulla piazza. La lunga canna del suo fucile sbuca da una feritoia. Inquadra nel mirino ora uno ora l’altro degli odiati avversari. Non sa decidersi, finché non vede lei. Scorge il suo sorriso radioso, la sua felicità. Prende la mira, ma non spara.
Poi si domanda se davvero lui non abbia lottato per una causa sbagliata. Quel pensiero lo tormenta da tempo, gli toglie il respiro.
Sfila il fucile dal pertugio e lo getta a terra. Poi inizia a spogliarsi, lentamente, proprio come faceva prima di fare l’amore con lei, nel vecchio fienile. Osserva la giubba nera tra la polvere della soffitta. Ha deciso che farà l’amore un’ultima volta. Stavolta la sua compagna sarà la morte.
Il ragazzo impugna la pistola e la appoggia alla tempia.