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venerdì 18 aprile 2025

CHI COMPIACE PIACE

Un'accoglienza calorosa, elogi reciproci e un'intesa politica che non sorprende: l'incontro tra la premier Giorgia Meloni e il presidente Donald Trump alla Casa Bianca si è svolto all'insegna della cordialità. Come previsto, i due leader, appartenenti alla stessa famiglia politica, hanno trovato un terreno comune su diversi temi chiave. Tutto scontato: canis canem non est.

Trump ha riservato parole di apprezzamento per Meloni, sottolineando la sua leadership e la sua visione politica. Un trattamento ben diverso da quello riservato ad altri leader internazionali, primo tra tutti il presidente ucraino Zelensky, considerati meno allineati con l'attuale amministrazione americana.

Meloni, da parte sua, ha cercato di compiacere Trump in tutti modi: ha promesso l'aumento delle spese militari per la NATO, l'acquisto di maggiori quantità di gas americano (il più costoso dell'intero globo terracqueo per via dei costi elevati dovuti al trasporto via nave) e un forte sostegno alla lotta contro l'immigrazione clandestina, in linea con le politiche di Trump (che purtroppo abbiamo cominciato a conoscere). Inoltre, la premier ha espresso la sua piena adesione alla battaglia contro la diffusione del pensiero "woke", un tema molto caro alla destra americana, e che tradotto in pratica significa meno diritti per le minoranze.

L'unico momento di leggera tensione si è verificato quando Meloni ha menzionato l'invasione russa dell'Ucraina, definendo la Russia come l'aggressore. Trump, tuttavia, ha apparentemente ignorato la dichiarazione, mentre Meloni ha rapidamente corretto il tiro, attenuando le sue parole, e togliendo addirittura la parola all'interprete.

Nonostante le preoccupazioni sui dazi commerciali, l'argomento non è stato affrontato. L'aspetto più promettente dell'intero incontro è rappresentato dalla possibilità di una futura visita di Trump a Roma per un incontro con i vertici dell'Unione Europea. Si spera che questa visita, se davvero ci sarà, possa portare a un dialogo costruttivo e che non si limiti a una semplice visita turistica alla Garbatella...

 

martedì 15 aprile 2025

PHOTOSHOP 10.0


Era una serata tranquilla nel piccolo appartamento di Marco, un ingegnere informatico appassionato di tecnologia. Aldo, il suo amico di lunga data, era venuto a trovarlo per fare due chiacchiere e scoprire le ultime novità.

"Ho saputo che hai sviluppato una nuova versione di Photoshop. Di cosa si tratta?" chiese Aldo, sistemandosi sul divano.

"È qualcosa di davvero incredibile, anche se devo ancora sistemare alcuni dettagli" rispose Marco, con un sorriso entusiasta, che però subito si spense. Poi iniziò a spiegare.

"Ho integrato un sistema di intelligenza artificiale che attinge a dati biometrici, sociali e comportamentali da tutte le banche dati disponibili in rete. Consente di creare immagini invecchiate delle persone in modo realistico".

"Come funziona?" chiese Aldo, incuriosito.

"Guarda" disse Marco, accendendo il computer. "Posso mostrarti un esempio. Ho fatto degli esperimenti su di me".

Erano state proprie quelle prove che lo avevano profondamente turbato.

Sullo schermo apparve l'immagine di Marco, visibilmente invecchiato, con capelli grigi e rughe. "Sembra quasi reale!" esclamò Aldo.

"A settantacinque anni sarò esattamente in quel modo" disse Marco.

"E cosa succede se continui a invecchiare?"

L'ingegnere eluse la domanda dell'amico. L'altro non ci badò più di tanto, tutto preso dall'eccitazione per ciò che stava vedendo.

"Posso provarlo su di me? Voglio vedere come sarò tra due anni. Aspetta, cerco una foto." Mise mano al portafoglio.

"Non c'è bisogno di foto. Come ti ho spiegato, l'applicazione si procura da sé tutte le informazioni. Devi soltanto inserire i tuoi dati anagrafici" disse Marco. L'amico procedette.

Marco annuì, poi digitò a sua volta qualcosa sulla tastiera. Dopo pochi istanti, sullo schermo apparve Aldo, leggermente invecchiato, un po' dimagrito.

"Non male! Mi aspettavo di peggio, sembro pure più in forma di adesso" rise Aldo.

"E come sarò tra cinque anni? Oppure tra dieci?" aggiunse.

Marco, un po' titubante, procedette a elaborare una nuova immagine. Ma quando il video si fermò, lo schermo era completamente nero. Tutto nero, proprio come quando, nei giorni precedenti, aveva domandato all'applicazione come sarebbe stato lui a ottant'anni. Lavorando a ritroso sulle date, con tentativi successivi, era riuscito a scoprire quale sarebbe stato il giorno della sua morte, a settantotto anni, tre mesi e dodici giorni. Il suo amico Aldo, invece, sarebbe morto entro i prossimi cinque anni.

"Aldo... no" disse Marco, turbato. Aldo stava guardando lo schermo, perplesso.

"Il programma non funziona ancora bene. Non è del tutto affidabile, per questo ho aspettato per brevettarlo" precisò l'ingegnere.

Aldo, un po' scosso - forse aveva intuito qualcosa - cercò di sdrammatizzare.

"Dai, non è la fine del mondo. Magari è solo un bug".

Marco, ancora sconvolto, si alzò per andare in cucina.

"Vuoi qualcosa da bere?" domandò all'amico.

"Volentieri," rispose Aldo, cercando di mascherare la sua inquietudine.

"Avrai tutto il tempo di migliorare il programma" aggiunse.

Marco sorrise amaro.

"Non riuscirò mai a farlo nel modo che vorrei..." disse.


martedì 8 aprile 2025

MOVIDA (CHI HA SONNO DORME)


Di nuovo!

Tutti i fine settimana è sempre la stessa storia. Gruppi di sfaticati escono ubriachi dai locali e schiamazzano in strada tutta la notte. Non ho bisogno di scostare le lenzuola perché non le uso. Da giugno a settembre si dorme sopra, questa è la regola. In verità non ero assopito, perché i vecchi dormono poco o nulla. Chi ha sonno dorme, e non si sveglia neppure con un colpo di cannone, diceva sempre mio padre. Non stavo dormendo, non sono stato svegliato, eppure le balle mi girano lo stesso. Nessuno ha il diritto di fare baccano e di disturbare le persone per bene. Adesso basta.

Scendo dal letto e sbircio tra le fessure delle persiane. Proprio di fronte a casa, sull'altro lato della via, scorgo tre persone. Si tratta di due ragazzi e di una ragazza. Parlano a voce alta, discutono tra loro, gesticolano e ridono in maniera sguaiata. Esco dalla stanza da letto e vado nel ripostiglio. Prendo la carabina, carica e sulla quale è già montato il cannocchiale a infrarossi. Avvito sulla canna il silenziatore, quello che mi ha fabbricato il mio amico Sergio nella sua officina casalinga. Non l'ho ancora provato, speriamo bene. Torno in camera, mi abbasso e striscio sul balcone. Il pavimento è sporco di merda di piccione, mi insozzo il pigiama ma non ci bado più di tanto. La ringhiera è di cemento, tutta piena, a eccezione di alcune piccole feritoie a forma di cuore. Infilo la carabina in una di esse e prendo la mira. Faccio un bel respiro e poi premo il grilletto. Ho mirato alla figura in mezzo, la ragazza, che indossa una maglietta bianca e una gonna corta, dalla quale spuntano le lunghe gambette nude. Colpisco in pieno il ginocchio, la rotula va in frantumi. La giovinetta rimane per un attimo in piedi su una gamba sola, come il fenicottero quando dorme, poi crolla a terra urlando. I due amichetti, sbronzi persi, in un primo momento non comprendono ciò che è accaduto. Si guardano intorno smarriti. Finalmente uno dei due si avvede del sangue che fuoriesce copioso dalla ragazza. Si china su lei, inginocchiandosi e mettendosi di profilo. Proprio in quell'istante sparo di nuovo. Centro il tizio sul tallone. Lui emette un gemito simile allo squittio di un topo, poi si accascia sul selciato. Dopo questo trattamento, caro mio, per stare in piedi avrai bisogno di un bel piedistallo, come quello dei soldatini di plastica. Rientro all'interno, strisciando all'indietro. In strada, nel frattempo, si è scatenato il putiferio. Gente che accorre, gente che grida, tra un po' qualcuno chiamerà ambulanze e forze dell'ordine. Ci saranno sirene e lampeggianti. Proprio un bel caos. Il momento migliore per schiacciare un bel sonnellino, prima che a qualcuno venga in mente di suonare il mio campanello. Tanto, come diceva mio padre, chi ha sonno dorme.

martedì 1 aprile 2025

LASCIARE PARIGI


"Quindici minuti sono troppo pochi per lasciare Parigi".

Il funzionario del ministero della Difesa aveva fatto irruzione nella saletta in cui ero stato fatto accomodare pronunciando quelle parole.

"Che cosa?" domandai.

"Si sieda, dottor Giorgi. Le devo comunicare qualcosa di davvero spiacevole".

Da un paio d'anni ero il corrispondente dalla capitale francese per il mio giornale. In quegli ultimi giorni frenetici, grazie alle preziose conoscenze del mio direttore, ero riuscito a ottenere un appuntamento per una breve intervista con il ministro della Difesa. La crescente ostilità della Russia per l'intera Europa era culminata in aperta minaccia nei confronti della Francia, lo stato-guida del vecchio continente. Quel colloquio con il ministro Guillame sarebbe stato un vero scoop.

"Quindici minuti sono troppo pochi per lasciare Parigi" ripeté il funzionario.

Subito dopo seguì una rapida e concitata spiegazione. Precipitai nello sconforto. Non ci sarebbe stata nessuna intervista, ma quella era la buona notizia. Il resto era che la Russia aveva lanciato un attacco nucleare contro la Francia. All'improvviso. Un missile con testata atomica stava per abbattersi sulla capitale transalpina.

"Il missile può essere intercettato?" domandai in preda all'ansia.

"Quasi impossibile" rispose il funzionario.

"Davvero non posso andarmene?" chiesi. Lui scosse il capo.

"Nessuno può lasciare il palazzo. È già stato sigillato. Per andare dove, poi?"

"Devo assolutamente avvisare i miei familiari" dissi, afferrando il cellulare.

"Loro non corrono alcun pericolo, sono in un altro stato" rispose il funzionario, che continuava a essere impassibile, anche se era molto pallido.

Anch'io, d'altra parte, faticavo sempre di più a mantenere il controllo. Non è facile farlo, quando la probabilità di essere liquefatti nei prossimi dieci minuti è molto alta, se non sicura.

"Voglio comunque parlare con loro" dissi, proprio mentre mi accorgevo che il telefono non aveva campo.

L'uomo di fronte a me scosse il capo.

"Il palazzo è stato schermato" disse. "Nessuna comunicazione civile è possibile. Mi spiace, dottor Giorgi".

Scagliai a terra il cellulare. Mi resi conto che stavo per mettermi a piangere. Mi vergognai per la mia debolezza, chinai il capo.

"A questo punto glielo posso dire, dottor Giorgi" riprese il funzionario, fingendo di non notare il mio estremo smarrimento. "Credo che la cosa non la rincuorerà più di tanto, tuttavia sappia che abbiamo risposto".

"Che cosa?" domandai. Non avevo capito, la mia mente era ormai in completa confusione.

"Un missile con cinque testate nucleari si sta dirigendo verso la Russia. Arriverà tra... (consultò l'orologio) undici minuti".

"Colpirà Mosca?" chiesi.

"Mosca e dintorni non esisteranno più. Per sempre".

"Mi scusi, dottor Giorgi, ma adesso la devo proprio lasciare" aggiunse. "Lei può rimanere qui ad attendere gli eventi. Non si muova, mi raccomando, e attenda eventuali istruzioni" disse il funzionario.

"Dopo... dopo che succederà?" chiesi, mentre lui era già voltato.

"Dopo? Non lo so, in ogni caso si tratta di una questione che ormai non riguarda più nessuno di noi due..." E uscì.

Mi avvicinai alla grande finestra. Il sole splendeva nel centro di Parigi. Un sole che tra pochi minuti sarebbe stato oscurato da una nube nera e maligna. In lontananza si intravedeva la sagoma della Torre Eiffel. La osservai mentre ormai le lacrime mi scorrevano copiose. Non l'avrei più vista, nessuno l'avrebbe più vista.

martedì 25 marzo 2025

TINA

"Giornalista! E chi l'avrebbe mai detto!" esclama Tina. Colgo un po' di ironia.

"Ricordi che ti aiutavo a scrivere i volantini? Anzi, i comunicati, come li chiamavi. Tu non avevi mai voglia di farlo, ti spazientivi subito".

"Già. A scrivere, in effetti, te la cavavi, ma su tutto il resto eri parecchio imbranato".

"Continuo a esserlo. Ho detto che lavoro in un piccolo giornale locale, non devo intervistare i capi di stato ma scrivere articoli di sport e impaginare necrologi. La tua vecchia amica Giovanna, piuttosto, ha fatto una bella carriera".

Tina volta il capo di scatto. Mi fissa per un attimo, poi i lineamenti del suo volto si sgretolano.

Giovanna era avanti di un paio d'anni rispetto a noi, ed era la migliore amica di Tina. Era una ragazza dall'intelligenza mostruosa, che preferiva il pensare all'agire. Era graziosa di aspetto, ma il suo viso era sempre troppo pallido, le sue trecce (sì, si ostinava a portare le trecce) erano sempre fatte male, i suoi pantaloni erano sempre troppo larghi e sul punto di scivolare giù. Allora non si badava più di tanto a queste cose, era più importante la sostanza dell'apparenza. E Giovanna era pura sostanza. Pochi anni dopo avere lasciato la scuola lavorava già nella redazione - cronaca cittadina - di un importante quotidiano nazionale. Quando notai e lessi un suo articolo, rimasi meravigliato. E ammirato, anche se non potei fare a meno di domandarmi, divertito, se il suo abbigliamento nel frattempo fosse cambiato oppure no. Dopo qualche anno non avevo più visto suoi pezzi. Diedi per scontato che avesse cambiato giornale.

"Giovanna è morta" dice Tina, con un sussurro.

"Che cosa?"

"È morta da quasi trent'anni".

"Per quale...".

"È morta di overdose".

Sono sbalordito.

"Tu non..." tento di chiedere.

"Certo che lo sapevo. L'ho sempre saputo. Aveva iniziato già ai tempi della scuola. Se ricordi, in quel periodo Giovanna ed io frequentavamo un sacco di gente di tutti i generi: studenti universitari, operai, attivisti di tutte le forze politiche estreme. Non tutti erano brave persone. Alcuni di loro approfittarono della fragilità di Giovanna, lei sottovalutò il problema. È sempre stata convinta di essere in grado di gestirlo, anche quando iniziò la sua attività di giornalista. Tuttavia sappiamo bene che non è così, è la merda che comanda, tutto il resto è al suo servizio. Con Alfio, in qualche maniera, sono riuscita a evitare il peggio. Con lei non c'è stato niente da fare. Non preoccuparti, mi diceva, so badare a me stessa. Stai tranquilla, insisteva, è tutto sotto controllo, mentre sotto controllo non c'era un cazzo di nulla. Alla fine se ne resero conto anche i colleghi, al giornale, e per lei iniziò la deriva finale. Preferisco non aggiungere altro, anche se ormai è trascorso molto tempo. Ricordare Giovanna è per me molto doloroso, anche perché nutro un grande senso di colpa. Soltanto io potevo salvarla, ma non ce l'ho fatta".

"Mi dispiace" riesco soltanto a dire. "Non ne sapevo nulla".

"Tranquillo" dice Tina, posandomi una mano sull'avambraccio.


Tratto dal romanzo: Un tempo ormai lontano di E. Sopegno (2024)

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martedì 18 marzo 2025

MAI FIDARSI

Mai fidarsi. Era successo proprio quello che non avrebbe mai dovuto accadere. Se la situazione non fosse stata così tragica, ci sarebbe stato quasi da ridere. Aveva sbagliato, non c'erano dubbi, e adesso non c'era più rimedio. Suo padre glielo diceva sempre: non fidarti mai degli altri. Aveva ragione, eccome se aveva ragione. Se gli avesse dato ascolto, non si sarebbe ritrovato in una circostanza così senza speranza. Tuttavia, e questo era stato il drammatico errore, aveva sempre pensato che l'ammonimento del genitore si riferisse agli altri, a quelli che non facevano parte della famiglia. Mai avrebbe potuto immaginare che a tradirlo sarebbero state proprio le persone che gli erano più vicine.

Con sua moglie, suo figlio e con i suoi fratelli era stato chiaro. Quella breve e semplice indicazione era stata ripetuta più volte nel corso degli anni. Non aveva ritenuto opportuno coinvolgere persone terze, procedere con dichiarazioni scritte da affidare a un notaio, nei suoi famigliari aveva fiducia assoluta. Che cosa era dunque capitato? Non lo sapeva, e ormai non era più interessato a saperlo. Almeno, lo credeva. Infatti continuava a rimuginare. Lo avevano fatto apposta? Lo escludeva, tutti i suoi cari gli volevano bene e lo rispettavano. Si trattava forse di una stupida dimenticanza? Certamente no. Se proprio qualcuno dei suoi era di memoria così carente, ci avrebbero comunque pensato gli altri a fare rispettare la sua volontà. Si trattava forse, e questo era il pensiero più doloroso, di semplice noncuranza, di colpevole sciatteria? No, non poteva essere. Loro erano persone per bene e responsabili che mai si sarebbero macchiate di una tale colpa. La verità, probabilmente, era un'altra. I suoi cari avevano considerato il suo un desiderio un po' eccentrico (non lo era per nulla!), lontano dalle tradizioni della famiglia, avevano acconsentito ma poi, tutti d'accordo, avevano cambiato idea. In tal modo avevano compiuto, sebbene in maniera inconsapevole, qualcosa di tremendo.

Sapeva che sarebbe finita in quel modo. Lo aveva sempre saputo e lo aveva sempre sentito. Proprio per questo aveva deciso di prendere le sue precauzioni. Invece era stato tradito, ingannato dalle persone che lo avrebbero dovuto salvaguardare. Ormai non c'era più niente da fare, non aveva più alcuna via d'uscita.

Desidero essere cremato, aveva detto e ripetuto durante l'intera sua vita. E adesso che era morto (o almeno ritenuto tale) e che il suo proposito non era stato rispettato si ritrovava ancora vivo (fino a quando?) sotto due metri di terra. Mai fidarsi.     

 

martedì 11 marzo 2025

ANNI SESSANTA

"Per prima cosa dovete dare il benvenuto ai vostri due nuovi compagni" dice la maestra, indicando Salvatore e un altro ragazzo, un tipo alto e grosso, con i capelli rasati e la pelle bianco latte.

"Giuseppe viene dalla montagna, e purtroppo deve ripetere la terza perché l'anno scorso è stato respinto. Speriamo che quest'anno si impegni di più".

Il ragazzone abbassa gli occhi e arrossisce violentemente.

"Salvatore invece arriva da più lontano" riprende l'insegnante. "Dalla Calabria, vero? Forza, prendi la bacchetta e fai vedere ai tuoi compagni, sulla cartina, dove si trova la sua regione".

Salvatore è assalito dal panico. Giù al paese, nella sua vecchia e povera scuola, cartine non ce n'erano. Lui sa di essere calabrese, ma non ha la minima idea di dove si trovi quella regione. Cerca comunque di dominarsi, esce dal banco, si dirige verso la cattedra e impugna la lunga bacchetta di legno. Si avvicina alla carta geografica dell'Italia che è appesa al muro. Sente tutti gli occhi dei compagni fissi sulla sua nuca. E poi ha un'illuminazione. Il mare, pensa. Vicino al suo paese c'è il mare. Allora guarda con attenzione la carta, ma subito lo sconforto lo paralizza. Il mare è dappertutto. La sua Calabria può essere ovunque! Non riesce neppure a distinguere i nomi che pure sono presenti in abbondanza su quella stampa colorata. L'ansia aumenta sempre di più, la vista si offusca.

"Forza, sbrigati!" lo incita la maestra.

Salvatore accosta, quasi con violenza, il bastoncino in un punto qualsiasi della cartina, quasi rischia di strapparla. Lo appoggia tra la terra e il mare, e subito sente le risate, che diventano sempre più intense.

"Quella è la Campania!" lo rimprovera l'insegnante. "Possibile che tu non sappia neppure dove sei nato? Vattene a posto!"

Un ragazzino, seduto all'ultimo banco, non riesce a smettere di ridere. Il suo volto è congestionato, gli occhi lacrimano. La maestra lo scruta accigliata. Poi si alza e si dirige a passo veloce verso il fondo dell'aula. Si accosta all'alunno e lo afferra con rabbia per un orecchio. Lo costringe ad alzarsi. Lui urla per il dolore, i suoi occhi continuano a versare lacrime che adesso non sono più di divertimento ma di sofferenza e umiliazione.