La
campagna, in ottobre, aveva un odore particolare: foglie marce, pioggia
imminente e il fumo acre delle stufe a legna che si alzava dai camini. Fabio,
sei anni e una salopette di velluto a coste ormai troppo corta, si guardava
allo specchio del bagno. Il vuoto nelle gengive inferiori era un vallone rosa e
umido. I primi due denti da latte erano caduti.
"Ne
cresceranno altri, campione. Più bianchi, più forti. Come zanne di lupo"
aveva detto suo padre poco prima, senza alzare lo sguardo dal giornale.
Ma la
nonna, con quel suo inconfondibile odore di lavanda, gli aveva fatto cenno di avvicinarsi. Gli
aveva preso il mento con le sue dita nodose. "Metti i denti sotto il
cuscino, Fabio. L’Uomo dei Denti paga bene. Due monete per i tuoi piccoli
tesori. Però ricorda: devi dormire sodo. Lui non ama essere guardato".
Quella
notte, il buio nella cameretta sembrava più denso del solito, un fluido nero
che premeva contro le pareti. Fabio sentiva i due dentini sotto il cotone del
cuscino: erano piccoli, duri, simili a grani di riso. Il bambino era molto
eccitato, non riusciva a dormire. Poi il sonno lo afferrò e lo trascinò giù, in
un pozzo senza fondo.
Il
sogno arrivò quasi subito. Fabio si vide nel letto, immobile. Qualcosa grattava
contro il vetro della finestra. Tic. Tic. Tic. Come l’unghia di un morto
su una lapide. Lì, contro il blu elettrico della notte, svettava una sagoma.
Era un uomo immenso, avvolto in un cappotto grigio che pareva fatto di nebbia e
polvere. Il viso era una tabula rasa di pelle pallida e tesa: niente naso,
niente bocca. Solo due occhi, gialli e infossati.
"I denti" gracchiò una voce. Non veniva dall'aria, ma riverberava
direttamente nelle ossa del cranio di Fabio. "Dammi i tuoi denti, bambino".
Nel
sogno, Fabio allungò la mano tremante sotto il cuscino e offrì i due incisivi.
L'Uomo senza Bocca li prese. Le sue dita erano lunghe, gelide, e terminavano
con unghie grigiastre. "Soltanto
due?" La voce era una vibrazione di delusione che fece tremare
i vetri. "Così pochi, e così
piccoli?".
Fabio
scrollò le spalle, il cuore che batteva forte. "Perché non me li dai tutti? Adesso. Perché aspettare?" L'Uomo
allungò una mano verso il viso di Fabio, le dita che cercavano il calore della
sua bocca chiusa.
Fabio
si svegliò con un urlo strozzato in gola. Era inzuppato di sudore, le lenzuola
attorcigliate intorno alle gambe come serpenti. I suoi genitori non accorsero.
Nella casa regnava un silenzio di tomba. Con il cuore in gola, il bambino infilò
la mano sotto il cuscino. I denti erano spariti. Al loro posto, due monete
luccicanti, fredde e pesanti.
"Allora
è tutto vero" sussurrò tra sé, e per un istante l'avidità infantile
scacciò il terrore. "L'Uomo dei Denti esiste davvero".
Si
mise a sedere, rigirando il metallo tra le dita. Ma poi, un riflesso lo gelò.
Uno sguardo alla finestra. L’Uomo era ancora lì. Non era più un sogno. La sua
mole oscurava le stelle. Teneva le mani a coppa contro il vetro, piene, colme
fino a traboccare di monete che brillavano di una luce malvagia.
"Non voglio soltanto i denti". La voce, che adesso era cavernosa, gli
vibrò nel petto. "Voglio tutto.
Voglio te".
L'uomo
sollevò un mucchio di monete, facendole tintinnare contro il vetro con un suono
metallico e ipnotico. Fabio era paralizzato, una statua di sale. Voleva gridare
"Mamma!", voleva correre, ma i suoi muscoli erano diventati di
piombo.
Poi,
con un cigolio lento e tormentato, la chiusura della finestra cedette. Il
gancio di sicurezza saltò come un bottone troppo teso. Il vetro scivolò verso
l'alto e l'aria gelida della notte invase la stanza, portando con sé l'odore di
terra smossa.
L'Uomo
senza Bocca si sporse all'interno, le sue dita lunghe già protese verso il
bambino.
Il
mattino dopo, Fabio era sparito. Al suo posto, sul letto sfatto, un mucchio di
monete.


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