Ero un tipo abitudinario. Lo ero in tutto, sul lavoro, a casa, nel mio
tempo libero. Per me non si trattava di una questione di noia, e neppure di
maniacalità, ma di sopravvivenza. La mia mente era un campo di battaglia, una
terra inquieta dove non c'era mai pace. La consuetudine era il mio scudo, il
mio modo per mantenere un minimo controllo su quel caos interiore che mi
tormentava senza sosta. Non stavo bene da nessuna parte, ma almeno nella routine trovavo un rifugio, una certezza in un mondo che sentivo sempre
precario.
Tre volte alla settimana andavo a correre, un rito che non potevo saltare.
Il luogo era sempre lo stesso: un parco cittadino. Percorrevo sempre l'identico tragitto, seguendo il medesimo sentiero. Quel giorno, poco prima di terminare, il
mio sguardo, come sempre fisso a terra, notò qualcosa. Una piccola buca,
scavata in maniera obliqua accanto al sentiero. Sembrava il lavoretto di un
cane, forse per nascondere un osso, o la tana di qualche piccolo animale. La
notai, ma non mi ci soffermai più di tanto. Avevo problemi ben più grandi per
la testa.
Due giorni dopo, rifacendo il mio solito percorso, la vidi di nuovo. Questa
volta era impossibile ignorarla. Era tre o quattro volte più grande, anche se
la forma era la stessa. Ebbi un attimo di sorpresa, ma subito dopo la mia mente
tornò a galoppare sulle consuete preoccupazioni, quelle che ero abile a crearmi
anche quando non esistevano.
La volta successiva, quando tornai al parco, provai una curiosità strana,
quasi morbosa. Volevo vedere se la buca c'era ancora, o se era stata riempita.
Poteva essere pericolosa per chi andava in bicicletta, pensavo. Quando arrivai,
rimasi sconvolto. La buca era ancora lì, ma adesso aveva quasi un metro di
circonferenza. Era enorme. Per un attimo pensai di segnalarlo a qualcuno, ma
non sapevo a chi. Scacciai l'idea e continuai la mia corsa. Non volevo rompermi
la testa anche con quello.
Per qualche giorno non ci pensai, ma quando tornai a correre feci una cosa
che per me era quasi un atto di ribellione: cambiai percorso. Non passai nel
punto in cui c'era la buca. Non compresi subito il motivo, forse avevo paura di
vederla ancora più grande, di scoprire qualcosa che mi avrebbe turbato ancora
di più.
Trascorsero un paio di settimane, o forse addirittura tre. Alla fine, la
curiosità prevalse sul timore. Decisi di tornare sul vecchio percorso. Per
tutta la corsa, non riuscii a pensare ad altro che a quella buca. Ero quasi
sicuro che non ci sarebbe più stata, che fosse stata finalmente colmata.
Eppure, un'ansia profonda e inspiegabile mi attanagliava. La mia apprensione
era più che giustificata.
Quando arrivai nel solito punto, la buca era ancora lì. Era immensa,
trasformata in una gigantesca tana. Ci si poteva entrare in tutta comodità. Non
so perché, ma mi fermai. Tutte le altre volte avevo soltanto rallentato, ma mai
mi ero arrestato del tutto. Questa volta, invece, lo feci. La buca mi attirava
in un modo che non riuscivo a comprendere.
Scesi senza indugio, notando che si inoltrava in profondità, in leggera discesa.
L'interno si restringeva man mano che avanzavo. Per un po' camminai a quattro
zampe, spingendomi nel ventre della terra. Poi giunsi alla fine del tunnel.
L'aria era rarefatta, odorava di terra e radici, ma per la prima volta nella
mia vita mi sentivo calmo. Tranquillo. Rilassato. Lì sotto, mi sentivo protetto
da tutto e da tutti. Persino da me stesso.
Decisi che non sarei più uscito.


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