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mercoledì 24 gennaio 2024

QUELLA, LA BELLA


"Eccolo, il balcone è quello in alto" dice il marito indicando con il dito.

"E tu come lo sai?" domanda la moglie.
"Oh, lo sanno tutti".
"Io non lo sapevo".
"Intendevo dire che lo sanno tutti gli uomini".
La coppia, di mezz'età, è ferma sul marciapiede. La casa di fronte a loro è una modesta abitazione di quattro piani, un po' malandata. I due sono appena usciti dalla vicina chiesa, dove hanno assistito alla messa della domenica.
"Ma questa non è la casa dei Giorgis?" chiede la moglie.
"Sì" risponde il marito. "All'ultimo piano abitava la figlia, ma adesso è andata via e tutti gli appartamenti sono affittati".
"I muri sono tutti scrostati".
"Avrebbe bisogno di un po' di manutenzione, ma a quelli interessa soltanto prendere i soldi".
"Non capisco perché abbiano affittato a quella".
"Si vede che paga" dice l'uomo ridacchiando.
"Non c'è niente da ridere" ribatte la moglie. "Lo sai anche tu da dove arrivano i soldi".
"Sono cose che si dicono in paese. Come facciamo a sapere se è vero?"
"Altroché se è vero! Me l'ha detto Clelia".
"Eh, buona quella!"
"Guarda che suo nipote va a scuola con il figlio di quella, e poi Clelia è sempre bene informata".
"Lo credo, passa tutto il tempo a spettegolare".
"Povero bambino!"
"Eh?"
"Il figlio, dico. Pensa, senza padre e con una madre come quella!"
"Oh, ce l'avrà un padre".
"Sicuro che ce l'avrà, ma neppure la madre saprà chi è!"
"Ma smettila!"
"Non la smetto no. Appena crescerà chissà quanto si vergognerà, povera creatura".
"Non sono affari nostri".
"Sai, gli volevano fare cambiare classe".
"A chi?"
"Al nipote di Clelia!"
"Perché?"
"Eh, per via del figlio di quella".
"E che cosa c'entra il bambino?"
"Niente. Però, con una madre così, non si sa mai..."
"Dai, andiamo via".
"Aspetta ancora un momento. Tu l'hai mai vista?"
"Chi?"
"Quella, la bella".
L'uomo si stringe nelle spalle.
"Una volta soltanto" dice.
"Quando?"
"Oh, qualche mese fa, quando faceva ancora freddo. Pensa, aveva un cappotto lungo fino ai piedi".
"Fino ai piedi?"
"Sì, non si vedevano neppure le scarpe".
"È vero che porta sempre i tacchi?"
"Ah, non lo so. Ti ho detto che quell'unica volta le scarpe non si vedevano. Anche se, pensandoci bene, doveva avere dei tacchi molto alti".
"E come fai a saperlo?"
L'uomo si imbarazza.
"Era alta" risponde, dopo una lunga esitazione.
"Dicono che non va mai a fare spesa in paese, che non si vuole far vedere".
L'uomo non risponde.
"E che quando va a fare spesa ha sempre le unghie dipinte di rosso. E lunghe" prosegue la moglie.
"Mica se le può togliere" ribatte il marito.
La donna si accosta all'uomo.
"Riceve in casa" dice, quasi bisbigliando.
"A casa sua è padrona, può ricevere chi vuole".
"Sì, ma in quell'appartamento entrano solo uomini".
"E speriamo che ne escano soddisfatti".
"Non fare il maiale anche te".
"A proposito" dice l'uomo. "Che ne pensa il tuo amico?"
"Eh?"
"Di tutte queste faccende, che ne dice don Giulio?"
"Oh, lascia perdere, quel prete mi fa venire un nervoso!"
"Perché?"
"Perché dice che non va bene spettegolare. Che anche se quella fosse una peccatrice è comunque una figlia del Signore e che merita tutta la misericordia di questo mondo. Bella roba! Scommetto che ci va pure lui!"
"Ma smettila!"
"E la sai l'ultima? Sembra che qualche sera fa, di notte, abbiano visto salire su il marito di Clelia".
"Giovanni? Ma figurati, con la sua gamba rigida, che cosa vuoi che faccia?"
"Quello è un filibustiere. E poi, vuoi uomini, siete tutti uguali. Con la moglie non fate niente e poi appena arriva una di quelle c'è la coda. Porci!"
"Su, adesso andiamo a casa".
"A proposito, te dove sei andato l'altra sera?"
"Eh?"
"Quando sei uscito dopo cena. Non ti ricordi più?"
"Te l'ho detto! Alla riunione della bocciofila. Non mi credi? Chiedi a Gigi o a Valter".
"Non chiedo un bel niente, tanto lo so come fate, vi coprite a vicenda".
"Forza, andiamo" dice l'uomo, che sembra impaziente.
Proprio in quel momento la porta d'ingresso della casa scatta, e poi si apre. Ne esce una donna ancora giovane. Si guarda un attimo intorno, poi marcia decisa verso la strada. È di corporatura minuta, con i capelli lunghi e neri. Indossa una camicetta attillata con una profonda scollatura che evidenzia l'attaccatura del seno prosperoso, una corta gonna di pelle, calze a rete con maglie molto larghe e scarpe dal tacco vertiginoso. Ha le unghie delle mani dipinte di rosso vermiglio.
Marito e moglie si scostano per lasciarla passare, lo sguardo basso. Lei incede sicura e, quando li incrocia, fa l'occhiolino all'uomo.

lunedì 22 gennaio 2024

DA GINO

 


“Se trovo chi ha inventato il lavoro lo ammazzo di botte!”
Povero vecchio Giacomo. Tutti i giorni, durante la pausa dal lavoro, faceva il suo rumoroso ingresso da Gino scandendo bene quelle parole che da sempre accompagnavano la sua presenza.
“Se lo ammazzi ci fai un gran favore” era l’immancabile risposta di qualche altro avventore.
Giacomo lavorava in una piccola fabbrica che produceva coloranti all’anilina. Sostanze tossiche, puro veleno. Le sue mani grosse e nodose erano macchiate di rosso perché lui diceva che era impossibile svolgere la sua mansione indossando i guanti protettivi. E così facevano tutti gli altri. Per non parlare di ciò che quei poveri lavoratori respiravano tutto il giorno. Eppure Giacomo era sempre scherzoso, elargiva battute a getto continuo, aveva una buona parola per tutti. Si rendeva ben conto della nocività dell’ambiente in cui svolgeva la sua attività lavorativa ma, allo stesso tempo, era consapevole di non avere alternative.
“Devo pur mangiare” diceva. “E poi il lavoro mi prenderà il corpo, ma non l’anima” aggiungeva con un tono più amaro. Il colore del suo viso era giallo smorto, profonde rughe incidevano quella pelle fiacca.
Anche se ero ancora un ragazzo avevo preso l’abitudine di fare tutti i giorni un salto da Gino, tornando a casa da scuola. Ordinavo un’aranciata, oppure un ghiacciolo nella stagione calda, e poi trascorrevo un po’ di tempo stando ad ascoltare quegli uomini che, invece di andare a casa a pranzare, preferivano passare in piola per scambiare due parole con i loro compagni di sventura.
“Ti va un bicchiere di latte?” domandava ogni volta Gino a Giacomo, prendendolo in giro. Il medico della fabbrica in cui lavorava Giacomo consigliava agli operai di bere molto latte. In tal modo non avrebbero avuto problemi, diceva. La magica bevanda bianca avrebbe contrastato tutta la nocività delle sostanze tossiche maneggiate e inalate. Tutte balle, naturalmente.
Tra l’altro nella sua piola Gino non lo teneva neppure, il latte. Chi l’avrebbe mai ordinato? Termini assurdi come caffè macchiato e cappuccino erano quasi sconosciuti e in ogni caso in quel posto sarebbero stati banditi.
Allora, attenendosi scrupolosamente al copione, Giacomo staccava una gran bestemmia e, con voce stentorea, comandava un grigioverde, vale a dire grappa e menta.
“Questo brucia tutto, il buono e il brutto” diceva ingollando la prima sorsata di mistura. Tutti ridevano.
A un certo punto, ritenendomi ormai sufficientemente cresciuto, lasciai perdere bibite e dolciumi e iniziai anch’io a consumare qualcosa di più dignitoso, un buon bicchiere di vino bianco frizzante, per esempio. Da quel momento tutti i clienti di Gino presero a osservarmi con maggiore interesse, a coinvolgermi nei loro discorsi. Non potevo ancora essere considerato uno di loro, poiché per mia fortuna non lavoravo, tuttavia avevo ormai conquistato la loro benevolenza.
Di quel periodo mi ricordo soprattutto i camionisti: Dolfo, Sandro e tutti gli altri. Erano gli unici che mangiassero qualcosa. Pane e salame, pane e mortadella, enormi panini con acciughe in salsa verde. E almeno mezzo litro di vino a testa. Rammento i loro discorsi coloriti, i loro interminabili racconti dove le protagoniste indiscusse erano sempre le donne. Così come di enormi manifesti raffiguranti donne nude erano tappezzate le cabine dei loro camion. Ascoltavo spacconate, enormi fanfaronate, comunque necessarie per alleviare almeno un po’ la fatica del loro duro lavoro. Ricordo soprattutto le loro impressionanti pance, quegli addomi e ventri lievitati a dismisura, forse a causa dell’attività sedentaria, prominenze che loro ostentavano con fierezza.
E poi c’erano i contadini. Arrivavano parcheggiando il trattore a pochi metri dalla porta d’ingresso della piola. Con un gran baccano e sbuffi di fumo nero e puzzolente. I loro stivali di gomma erano sempre incrostati di terra e di letame secco. In qualsiasi stagione dell’anno indossavano il solito cappello di paglia oppure, i più giovani, un berretto dal colore sgargiante con in evidenza la scritta pubblicitaria di qualche marca di mangime. I contadini erano molto parsimoniosi. Ordinavano al più un bicchiere di vino rosso, che facevano durare a lungo. Non perché non fossero grandi bevitori. Altroché se lo erano, ma preferivano bere a casa, oppure quando erano impegnati nel lavoro nei campi. E poi, oltre che un po’ spilorci, erano diffidenti riguardo qualsiasi vino che non fosse stato prodotto da loro stessi. In verità trovavo i loro discorsi un po’ noiosi. Quando parlavano di Bianca, Nerina e Alpina sapevo che non citavano nomi di donne affascinanti o prosperose, ma semplicemente discorrevano delle loro amate mucche. Inoltre i campagnoli erano sempre così lamentosi! Pioveva poco, pioveva troppo, il raccolto non era andato bene, era morto un vitello, sai che danno, il prezzo della nafta era aumentato, quello del grano era calato, e così via. Un pianto unico.
La piola di Gino era pure frequentata da altri lavoratori che non si può dire si ammazzassero di fatica. C’era il messo comunale, per esempio. Strizzato nella sua elegante divisa blu scuro con i bottoni dorati, si sedeva tutto solo a un tavolo nell’angolo e passava ore a sfogliare i quotidiani sportivi, bevendo e non parlando con nessuno. Forse non aveva niente da dire, oppure si rendeva conto di non avere nulla da condividere con quegli omoni dai vestiti e dalla pelle inzaccherata che concionavano di grandi imprese muscolari o che stavano imprigionati tutto il giorno in una fabbrica. A volte passava in piola anche il maestro elementare. Era sempre tutto lustro, vestito elegante, i baffetti ben spuntati, mai un capello fuori posto. Lui arrivava dal sud, non comprendeva nulla di tutto quel berciare a squarciagola in dialetto stretto. Nessuno lo coinvolgeva, quasi fosse invisibile. Il maestro si limitava così a sorseggiare in tutta fretta il suo caffè e poi scappava a casa. Semplicemente, non era considerato dagli altri un vero lavoratore.
Il becchino, Giovanni, era invece il più allegro di tutti. Anche lui disdegnava a parole il buon vinello di Gino. Tra un bicchiere e l’altro esaltava il suo, di vino, un terribile intruglio imbevibile corretto con il sale. In ogni caso, da dove derivasse tutta la sua contentezza era un mistero per tutti dal momento che il suo era un lavoro tutt’altro che divertente.
Bei tempi, quelli! Ormai da allora sono trascorsi molti anni. La piola di Gino non c’è più. Al suo posto c’è il Bar Devil, (che cazzo vuol dire Devil?), un locale tutto luccicante con tavolini e sedie di acciaio. A volte ci passo a sorseggiare una grappa ma subito scappo perché non mi sento molto a mio agio. È frequentato soprattutto da giovani, ragazzi e ragazze, tutti tatuati e con gli anelli al naso ma soprattutto tutti disoccupati. E quei poveretti si lamentano pure della loro condizione, perché vorrebbero lavorare.
“Mi sbatto di qua e di là ma non riesco a trovare niente. Il lavoro non c’è!” dicono rassegnati, alzando le spalle, mentre tutti gli altri annuiscono solidali. Che ingenui, non sanno apprezzare la loro enorme fortuna! I soldi per bere qualcosa comunque li hanno, quindi perché andare a complicarsi e a rovinarsi l’esistenza? Beata gioventù.
Io invece lavoro da più di trent’anni e non ne posso più. La mia schiena è a pezzi e la mia testa non sta meglio. Il lavoro è un diritto. Il lavoro nobilita l’uomo. Il lavoro rende liberi. In realtà il lavoro abbrutisce, il lavoro rende schiavi.
Ancora una volta ripenso alle parole del povero Giacomo: “Se trovo chi ha inventato il lavoro lo ammazzo di botte!”
Giacomo, che è morto tra atroci sofferenze ancora prima di arrivare alla pensione, avvelenato da quelle sostanze che avevano per anni penetrato il suo corpo e che alla fine gli avevano rubato non solo il corpo ma pure l’anima.
Chi ha inventato il lavoro purtroppo non è ancora stato individuato. L’ho cercato anch’io, a lungo, ma non l’ho trovato. Forse quello sciagurato è addirittura morto. In ogni caso il suo malvagio seme si è perpetuato, sarebbero troppi ormai quelli da punire e io non ho la forza e neppure il tempo per poterlo fare. Mi dovrò limitare a mettere in atto un gesto simbolico. Il medico, quello della fabbrica di Giacomo, è ancora vivo. Ha più di novant’anni. È riuscito a conservarsi, il vecchio bastardo! Ogni tanto lo vedo che arranca per il paese con il suo bastone, con lo sguardo appannato ma sempre sprezzante. So dove abita, lo sanno tutti, la sua è la casa più bella del paese. Le mie mani sono rovinate, devastate dalla fatica, ma sono ancora in grado di ammazzare di botte quella vecchia carcassa fragile e rinsecchita.
Finisco di bere e poi vado da lui, ... a lavorare.

sabato 20 gennaio 2024

ANTIFASCISTA?


 

Ricorrono periodiche e costanti, sempre uguali, le polemiche sul fatto che il/la/lo Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e i suoi accoliti di governo e non (tra i quali troviamo faccendieri, truffatori, pistoleri, ladri di opere d'arte, ignoranti censori, garantisti da operetta, bigotti e macchinisti ferrovieri) facciano enorme fatica a definirsi antifascisti. Anzi, a dirla tutta, essi proprio non manifestano la minima intenzione di definirsi tali, né lo hanno mai fatto in passato. Antifascismo che poi non è altro che il cemento sul quale è stato fondato lo stato repubblicano, che rappresenta un insieme di valori che dovrebbero, il condizionale è d'obbligo, essere condivisi da tutti i cittadini.

Naturalmente è difficile, se non impossibile, per chi ha abbracciato in un passato più o meno lontano ideali fascisti, neofascisti o post-fascisti, considerarsi all'improvviso un paladino dell'antifascismo. Si tratta di rinnegare se stessi, la propria natura, operazione che anche il più opportunista tra gli individui proprio non riesce a mettere in pratica. E per fortuna, dico. Se da un giorno all'altro Meloni si proclamasse convinta antifascista nascerebbe qualche sospetto sulla sua sincerità e sulla sua effettiva convinzione. Meglio se continua a mantenere le sue posizioni ambigue, oppure a tacere. Almeno non si genera confusione sulla sua reale collocazione politica. In caso contrario si potrebbe pensare a una grande presa in giro, una delle tante.

 

mercoledì 3 maggio 2023

LA CAVIA

 


“Prepara la cavia” ordinò l’anziano medico affacciandosi alla porta del laboratorio.
Il suo assistente chiuse il giornale. Si alzò. Controllò che il tavolo da dissezione fosse in ordine, verificò che tutti gli strumenti fossero al loro posto e poi si diresse verso le celle. Si fece accompagnare da una guardia in divisa. Il giovane assistente la riteneva una precauzione del tutto inutile, tuttavia era quanto previsto dal protocollo e lui risolse di attenersi alle regole.
La guardia inserì una tessera magnetica in una fessura e la pesante porta si aprì. All’interno del piccolo locale c’era odore di chiuso. E di sudore stantio. Fu accesa la luce.
La ragazza si destò all’improvviso. Seduta sulla misera branda, sbatté più volte gli occhi, abbagliata dal violento chiarore.
“In piedi! Sbrigati!” intimò la guardia.
“Che succede?” domandò lei, con aria smarrita. Ma ubbidì. L’uomo la guardò e rinunciò ad ammanettarle i polsi.
A quel punto si fece avanti il giovane che indossava il camice bianco.
“Devi venire con noi, subito. È arrivato il tuo turno” disse, con tono impersonale. Poi si voltò.
“Perché non sono stata avvisata?” domandò la ragazza. Faticava a trattenere le lacrime.
Il ragazzo girò su se stesso e fece un passo.
“Il dottor Pain preferisce che le cavie siano rilassate e non intossicate dalla paura. Spogliati.”
Sotto gli occhi indifferenti dei due uomini, la giovane si sfilò il camicione grigio e poi si fermò.
“Tutto” ribadì l’assistente. In lui si percepiva impazienza.
“È proprio necessario? Perché volete umiliarmi?” gridò la donna.
La guardia sogghignò mentre il giovane emise un sospiro.
“Non ricordo di avere mai visto dei topi con le mutande…” disse quest’ultimo. L’altro scoppiò a ridere.
“Bastardi!” urlò la ragazza. Piangendo si tolse gli slip e li gettò a terra. Erano logori e sporchi.
La robusta guardia l’afferrò per un braccio e la trascinò attraverso un lungo corridoio. Giunsero infine al laboratorio. La giovane fu sistemata sul lettino. Le mani furono bloccate con delle robuste cinghie. E anche i piedi.
Il giovane assistente fece un cenno alla guardia.
“Posso andare?” L’altro annuì.
Rimasto solo con la ragazza, l'assistente iniziò la preparazione. Nessuno dei due disse una parola. La giovane aveva lo sguardo spento, rassegnato. L’uomo procedette rapido, con grande professionalità. La vista del corpo nudo della ragazza non suscitava in lui alcuna reazione. Era abituato. Notò soltanto che il soggetto appariva alquanto debilitato. Braccia e gambe erano molto esili, e il tronco di una magrezza spaventosa. Scosse il capo.
“È da tempo che non mangiò più” disse lei con un filo di voce, intuendo i pensieri dell'uomo.
“Avevo suggerito al dottor Pain l’alimentazione forzata. Non mi ha dato ascolto.”
L’assistente sistemò con cura alcuni elettrodi, verificò un’ultima volta tutti gli strumenti poi, soddisfatto, si scostò dal tavolo operatorio.
“Perché?” disse la ragazza. Sembrava ormai rassegnata alla sua triste sorte. L’altro non rispose.
“Tu non sai che cosa ho fatto, immagino. Lascia che ti spieghi e forse avrai un po’ di pietà” aggiunse lei.
“Non mi interessa, non lo  voglio sapere” disse il giovane medico. “Se sei stata condannata alla vivisezione un motivo ci sarà. Qualcuno lo ha deciso, e non tocca certamente a me mettere in discussione tale scelta. Mi limito a fare il mio lavoro.”
“Che cosa mi farete?” domandò lei. Lui fece una smorfia, poi la osservò con attenzione.
“Che importanza ha saperlo? Tanto lo vedrai. Eseguiremo soltanto delle anestesie parziali. Non proverai dolore, non tanto, credo…”
“Dimmelo, ti prego!”
L’uomo prima sbuffò, poi rispose.
“D’accordo. Ti estrarremo i polmoni, proveremo a farli vivere in ambiente esterno. È questo il campo di specializzazione del dottor Pain, la respirazione.”
“E poi?” chiese la ragazza. Il suo volto, un tempo grazioso, si era trasformato in una maschera di terrore.
“Vuoi che sia sincero? Non credo molto negli esperimenti del mio capo. A volte ho l’impressione che creda di essere la reincarnazione del dottor Mengele!” Il ragazzo sorrise compiaciuto per la battuta. Poi tornò serio.
“Come finirà? Non lo so come finirà. Temo che alla fine ci tocchi buttare via tutto, come è successo tante altre volte.”
“Buttare via tutto?” soffiò la ragazza. Era trasfigurata, non sembrava più un essere umano.
“Lasciamo stare.”
La giovane iniziò ad urlare. Un urlo che si trasformò presto in un gemito sommesso. Poi, di colpo, si calmò. Cercò lo sguardo del giovane assistente.
“Guardami” disse. “Davvero non vedi in me una persona ma soltanto una cavia da laboratorio? Lo voglio sapere…”
Lui la squadrò a lungo. Notò, chissà perché soltanto in quel momento, che la ragazza aveva un piccolo tatuaggio ormai sbiadito sul seno sinistro. Poi scrollò le spalle.
“Vedo un organismo vivente. Per il momento.”
Si voltò di schiena e allineò alcuni strumenti chirurgici su un piano.

giovedì 8 dicembre 2022

ERA D'INVERNO

 


Era d’inverno, quando lo incontrai dal medico. La sala d’attesa, piccola e opprimente, era affollata. Vidi una sola sedia libera, sulla quale era appoggiata una borsa. Un uomo la tolse, e mi fece segno di accomodarmi. Lo ringraziai, spiando appena il suo volto. Intravidi una massa di capelli castani, uno sguardo curioso posato su di me.
“Fa molto caldo” disse dopo un po’.
“Sì” risposi.
“L’attesa purtroppo sarà lunga” aggiunse lui, timidamente.
“Già” dissi, imbarazzata.
Venne il suo turno, poi finalmente il mio. La visita fu breve. Andai fuori e lo trovai sul bordo della strada. Stava aspettando proprio me. Me lo disse quando mi vide, dopo aver gettato la sigaretta che stava fumando.
“Sei a piedi?” mi domandò.
Mi rendo conto che avrei dovuto ignorarlo e tirare dritto, come avrebbe fatto chiunque. Invece il suo tono gentile, il suo lieve sorriso, il colore caldo della voce mi indussero a rispondere.
“Sì, non abito molto lontano” spiegai a quell’uomo sconosciuto.
“Scusa, io sono Marco. Ti posso accompagnare?”
Gli porsi la mano e feci segno di sì con il capo.
“Mirella” dissi. “E sono sposata.”
“Ho una compagna” rispose lui, serio. Ci guardammo per un lungo istante, poi scoppiammo a ridere. Fu uno sfogo di allegria strano, forse inopportuno, eppure nessuno dei due riuscì a frenarlo. Una risata liberatoria. Seguì un momento di imbarazzo, quindi ci incamminammo.
Era d’inverno, anche se non faceva freddo. Soffiava una leggera brezza tiepida, come accade talvolta all’inizio della primavera. Dopo un po’, camminando a passo veloce, iniziammo a provare caldo e ci sbottonammo i cappotti. Non ricordo esattamente di che parlammo durante il tragitto verso casa mia, ma la conversazione non languì mai. Rammento soltanto che lui preferì soprattutto ascoltare, si limitò a interrompermi di tanto in tanto con qualche domanda appropriata, fece qualche precisa puntualizzazione. Riuscì comunque a raccontarmi alcune cose su di sé, tutte piuttosto interessanti.
Giunti davanti al mio portone ci fermammo, stando in silenzio. Nessuno dei due aveva pensato alla circostanza del congedo, non eravamo preparati al fatto che non ci saremmo rivisti mai più. Quell’aspetto della questione ci colse alla sprovvista, ci sorprese. Fu lui il più pronto a reagire, come mezz’ora prima era stato lui a prendere l’iniziativa.
“Se vuoi ci possiamo rivedere” sussurrò con un filo di voce, colto da improvvisa emozione.
“Eh?” esclamai, fingendo stupore. In realtà lui aveva pronunciato le parole che avevo desiderato sentire.
Si passò le dita tra i capelli, più volte, un chiaro segnale di disagio. Deglutì prima di parlare.
“Ascolta, se vuoi ti posso dare il mio numero di telefono. Così, se per caso ti andasse, mi potresti chiamare…”
Scrollai le spalle, fingendo indifferenza. Invece ero preda dell’ansia.
Lui si spostò sotto a un lampione, prese una penna e un pezzetto di carta e scrisse il numero di telefono. Quasi senza guardarmi me lo porse. Lo presi e lo misi in tasca, accennai un saluto con la mano e oltrepassai il portone.
Il giorno dopo lo chiamai, e da allora è trascorso tanto tempo.
Questa sera ho indossato il mio abito migliore. Quello che mi piace di più. E l’ho fatto per me stessa, soltanto per me stessa. È un vestito verde scuro, lungo fino al ginocchio, con le maniche attillate e una profonda scollatura. Le calze sono grigio fumo, le scarpe nere con il tacco alto e sottile. Mi sono truccata con cura, in mattinata sono stata dalla parrucchiera e dall’estetista. Ho fatto di tutto per cercare di essere bella. Mi avvicino al tavolo della cucina, che è apparecchiato con eleganza. Smorzo la luce e accendo una candela. Mi siedo e mi verso mezzo bicchiere di vino bianco. Freddo e secco. E penso.
Era d’inverno, ma nonostante ciò io e Marco riuscimmo a incontrarci parecchie volte. Non sapevamo mai dove andare ma questo, invece di scoraggiarci, contribuì a rafforzare ancora di più il nostro legame. Trascorrevamo ore sulla sua macchina, al freddo, in luoghi appartati. Parlavamo, ci scambiavamo effusioni, a volte ci spingemmo oltre. Oppure ci sedevamo in qualche bar per bere qualcosa di caldo, cauti e sempre vigili, le mani tra le mani, a scambiare sguardi.
Quando arrivò la primavera, la nostra storia prese il volo. Non poteva essere altrimenti. Marco da tempo era in crisi con la sua compagna. La lasciò e si trasferì da suo fratello. Lei non fece molto per trattenerlo. Era libero, ora toccava a me. Mio marito non sospettava nulla. Non sembrava notare i miei ritardi, il mio comportamento diventato stravagante, la mia continua svagatezza. La mia freddezza nei suoi confronti, l’indifferenza. A un certo punto non fui più in grado di vivere nella doppiezza. Confessai tutto. Soltanto in quel momento, dopo l’iniziale incredulità, lui reagì. Lo fece con cattiveria, con estrema meschinità. Fece di tutto per danneggiarmi, per rendermi la vita impossibile. Sia finché continuammo per qualche tempo a vivere ancora insieme, che dopo. Mi resi conto che anche lui non mi amava più. Il mio senso di colpa si attenuò, anche se non scomparve del tutto.
Era d’inverno quando lasciai per sempre lui e la mia casa, portando con me soltanto due valigie. E nessun bel ricordo.
Finisco di bere il vino. Mi alzo. Metto in tavola l’antipasto. Ho preparato degli avocado con spuma di formaggio. Ho diviso in due i frutti tropicali, li ho sfregati con il limone per non farli annerire. Poi ho frullato ricotta e mascarpone, ho aggiunto olio, sale e pepe in abbondanza. Infine ho travasato il composto ottenuto in una terrina e ho riempito gli avocado con questa spuma. Ho cosparso il tutto con erba cipollina fresca. Inizio a mangiare, lentamente, cercando di assaporare ogni boccone. Mentre penso.
Sono andata a vivere con Marco, prima in un incantevole monolocale poi in un appartamento più spazioso. Abbiamo trascorso insieme molti anni felici. Dopo essere diventati amanti diventammo anche amici. Alla fine eravamo soprattutto amici. Era bello condividere tutto con lui, viaggiare in sua compagnia. Era un uomo poco esigente, che mai ha interferito con la mia libertà personale, che per me è tutto. Poco alla volta però il rapporto si è esaurito, giorno dopo giorno si è consumato. Avremmo potuto lasciarci da buoni conoscenti, da amichevoli compagni di vita. Invece non andò così, per causa mia.
Era d’inverno quando iniziò la mia relazione con Fulvio. Lui era un amico di Marco. Lo frequentavamo da solo, perché  la sua compagna non si univa mai a noi quando organizzavamo qualcosa: una cena, un film, uno spettacolo a teatro oppure un concerto. Quella donna, che io conoscevo appena, non amava uscire. Forse non gradiva la mia presenza e quella di Marco.
Ricordo che una sera ero sola in casa, Marco era uscito con qualche amico. Sapevo che Fulvio e Giulia, la sua compagna, erano in vacanza. In Francia, mi pare. All’improvviso fui colta da uno strano impulso. Presi il telefono e mandai un messaggio a Fulvio. Nulla di impegnativo, s’intende, solo un semplice saluto. Lui rispose subito, con parole molto affettuose. E poi continuammo, anche quando lui ritornò. Quel tipo particolare di contatto era ormai stabilito, si trattava di una nuova contiguità che non prevedeva più la presenza di Marco. Cominciammo a vederci spesso, quasi tutti i giorni, all’insaputa del mio compagno. Ci capitava ancora di ritrovarci insieme, tutti e tre, e in quei momenti io e Fulvio dovevamo fingere, dovevamo forzare il nostro comportamento, stare bene attenti a non far trapelare nulla. Dopo un po’ Marco cominciò a sospettare qualcosa, per via del mio atteggiamento distaccato, dei miei silenzi, della mia insofferenza nei suoi confronti. A quel  punto era ormai certo che avessi un amante, anche se non dubitò mai del suo amico. Una triste sera, messa alle strette dopo una estenuante discussione, fui io a confessare tutto. Per Marco fu un vero  trauma. Urlò, pianse e imprecò, completamente annientato. Mi disse che anche lui aveva una storia, con una ragazza straniera che aveva conosciuto sul lavoro. Non credo fosse vero. In ogni caso non mi importava. Implorai Marco di concedermi un periodo di riflessione. Lui oppose resistenza, poi si arrese, benché a fatica, consapevole del fatto che la nostra unione fosse ormai sfasciata, rotta senza rimedio. Andai via di casa. Dapprima mi trasferii da un’amica, quindi in un residence fatiscente. Le telefonate tra me e Marco si diradarono sempre di più. La sua voce, attraverso il telefono, era sempre spezzata, piena di risentimento. Ne aveva tutte le ragioni. Lo avevo tradito e ingannato, forse anche umiliato, eppure non riusciva a farmi sentire del tutto colpevole. Avevo seguito l’impulso del cuore e, anche se avevo rovinato tutto, sapevo bene che la mia condotta, pur detestabile ai suoi occhi, era il frutto di una scelta consapevole: la predilezione di vivere, di assecondare una spinta interiore che non possedeva nulla di razionale, il non rinunciare a vivere una storia appagante.
Dopo un solo mese, trascorso tra angoscia e speranza, tra gioia e incertezza, Fulvio mi lasciò. Non intendeva far soffrire la sua compagna, disse. Preferì il mio dolore.
Era d’inverno quando ciò accadde.
Vado ai fornelli, a rifinire il primo piatto. Ho preparato dei maccheroni alla nizzarda. Ho pelato i pomodori e li ho tagliati a piccoli pezzi. Poi ho affettato delle zucchine a rondelle. In poco olio e burro ho fatto imbiondire schegge di cipolla, ho aggiunto pomodori e zucchine, salato e pepato. Dopo venti minuti di cottura a fuoco lento ho aggiunto delle olive nere snocciolate. Ora non mi resta che scolare la pasta e condirla con la salsa. Lo faccio, e me ne servo una porzione abbondante. Porto il piatto in tavola e riprendo a mangiare. E a pensare.
Era d’inverno quando, pochi anni fa, ho incontrato Giovanni a una festa di compleanno. È lui l’uomo con il quale attualmente divido la mia esistenza. Questa sera, tuttavia, Giovanni non c’è. È andato a giocare a calcetto con i suoi colleghi di lavoro. Poi andranno a mangiare una pizza e di sicuro rientrerà tardi. Lo fa spesso, ma a me non importa. Anzi, assaporo con piena soddisfazione questi momenti di libertà. Perché l’amore tra noi due è durato poco. Unire due solitudini non è stato sufficiente per rendere solida la nostra storia. Ci siamo messi insieme per noia, per stanchezza, per sfinimento. Era normale che finisse in questo modo. In verità non litighiamo mai, perché nessuno dei due ne ha voglia, ci sembra una incombenza troppo gravosa, estenuante. Preferiamo ignorarci e condurre ognuno la propria vita, senza condividere nulla, neppure il letto. Siamo due persone di mezza età con più rimpianti che aspettative.
La pasta era davvero buona, e mi sento sazia. Chissà se riuscirò ad assaggiare anche l’ultimo piatto che ho preparato, gli spinaci gratinati. Decido di sì, poiché di sicuro ne vale la pena. Ho lavato con cura gli spinaci e poi li ho spezzettati. In una grossa padella ho fatto fondere del burro, ho aggiunto gli spinaci e, dopo averli fatti cuocere per alcuni minuti, vi ho unito del parmigiano. Poi ho messo tutto in una pirofila. Adesso la estraggo dal forno, dopo quasi mezz’ora. La gratinatura mi pare perfetta, il profumo è invitante. Mi risiedo e mangio. Mi verso ancora del vino, mi accorgo che ho quasi finito la bottiglia. Mi sento un po’ annebbiata, per nulla euforica, tormentata da mille pensieri.
Era d’inverno quando, un anno fa, mi sono innamorata di Luca. Dopo tanti mesi la mia infatuazione per lui non si è ancora attenuata. Lo incontro tutti i giorni e, per motivi di lavoro, trascorriamo insieme parecchio tempo. Non ho mai avuto il coraggio di rivelargli il mio interesse. Luca non si è accorto di niente, credo. In ogni caso non ha mai accennato a ricambiare il mio trasporto, le mie affettuosità nei suoi confronti. Non è attratto da me, non gli piaccio. Sono disperata e avvilita, spesso scoppio a piangere, come mi accade in questo momento. Sento dentro di me un grande vuoto.
È di nuovo inverno, il mio corpo è percorso da brividi. Mi sento triste e sola.   

lunedì 25 aprile 2022

LIBERAZIONE

 


Si incontrarono nel fienile. Avrebbero potuto farlo nel vicino casolare, che era disabitato da quando, alcuni mesi prima, i nazisti avevano ucciso i proprietari. Tuttavia nessuno dei due aveva trovato il coraggio di farlo. E neppure di proporlo. I campi attorno al podere apparivano incolti e trascurati, avvolti da un’atmosfera di tristezza e di abbandono. Alla morte dei due contadini era seguita la fine di tutto il resto.
Il ragazzo svestì la giubba scura, la piegò con cura e la ripose su una vecchia carriola. Dopo qualche istante anche la ragazza tolse il giaccone e lo gettò sul fieno. Entrambi senza dire nulla. I loro occhi si cercavano, sguardi amorevoli e disperati. Ognuno osservava i movimenti dell’altro. Gesti abituali, conosciuti, compiuti tante altre volte. Quel giorno, però, tutto sembrava diverso. Nell'aria polverosa dell’antica costruzione si percepiva un’inconsueta tensione.
Alla fine fu il ragazzo a rompere per primo quel silenzio, divenuto ormai pesante.
“Per ciò che stiamo facendo potrei essere fucilato” disse, in maniera nervosa. Subito dopo ridacchiò.
“Perché sei venuto, allora?” rispose lei, con tono di sfida.
Lui abbassò lo sguardo, colpito.
“Lo sai bene il perché” rispose.
“Voglio sentirtelo dire.”
Il giovane deglutì.
“Ti voglio bene” mormorò.
La ragazza annuì. Poi, all'improvviso, scalciò un secchio arrugginito e lo mandò a sbattere contro il muro.
“Tu pensi solo a te stesso. Ti rendi conto che anch'io potrei subire la stessa sorte? Cosa credi farebbero i miei compagni se sapessero che mi incontro con te? Mi sparerebbero alla schiena, senza pietà. E avrebbero tutti i motivi per farlo.” Nella voce della ragazza c’era rabbia, ma anche sconforto e rassegnazione.
“La guerra prima o poi finirà” disse lui senza troppa convinzione. Poi fece un passo avanti.
“A quale guerra ti riferisci?” ribatté la giovane. “La mia o la tua?”
“È la stessa. Entrambi lottiamo per un ideale.”
“Il mio è la libertà? E il tuo?”
“È anche il mio” rispose lui.
La ragazza scoppiò a ridere. Una risata amara.
“Non può esistere libertà in assenza di ordine e di disciplina...” cercò di spiegare il giovane.
“Quanto sei ingenuo!” lo interruppe lei. “Stai combattendo dalla parte sbagliata e non te ne rendi neppure conto.” Scosse il capo e agitò i lunghi capelli. Li aveva appena slegati.
Il ragazzo sospirò.
“Entrambi abbiamo fatto una scelta. Non possiamo dire quale sia quella giusta e quella sbagliata. A me pare dissennata la tua. Stai in montagna, insieme a dei ribelli, a dei balordi…”
“Basta!” disse con veemenza la giovane partigiana. Poi la sua voce si addolcì.
“Davvero mi vuoi bene?” domandò.
“Sì.”
“Non ti sembra tutto così assurdo? La nostra situazione, intendo dire.”
Lui si limitò a scrollare le spalle. Quel gesto esprimeva il suo fatalismo.
“Abbracciami” aggiunse la ragazza. Lui ubbidì. Era abituato a farlo, ma non tutti gli ordini che riceveva erano così piacevoli…
In un angolo del fienile c’erano le armi dei due giovani. Due fucili mitragliatori uguali, appoggiati uno sull'altro. Uniti e intrecciati come sarebbero stati di lì a qualche attimo i due ragazzi.
L’estasi e il piacere furono intensi ma di breve durata. Il ritorno alla realtà, alla tragica realtà di quei giorni fu brusco. In più, tra i due amanti c’era qualcosa di non detto, che faticava a emergere.
Fu lei, come sempre, la più coraggiosa.
“Non dobbiamo incontrarci più” disse tutto di un fiato.
Lui la scrutò a lungo, come se volesse imprimere per sempre nella sua memoria i tratti del suo viso, quelle sembianze tanto amate.
“Hai paura?” rispose infine, con un filo di voce. Un tono sommesso, dal quale già traspariva una sensazione di perdita.
“No. Ho riflettuto a lungo, sai. Ho deciso che non voglio più essere toccata da te. Ti voglio bene, ma nello stesso tempo so che le tue mani sono lorde di sangue e questo pensiero mi fa inorridire, provoca in me…”
“Anche le tue lo sono!” disse lui, quasi con rabbia.
“Non si tratta dello stesso sangue” rispose la ragazza. Poi si voltò, raccolse il fucile e uscì dal fienile senza più dire una parola, senza un’ultima occhiata all'amato. Che si era trasformato in pietra.

I primi partigiani fanno il loro ingresso in città all'alba. Marciano in corteo, fieri e determinati. La gente entusiasta accompagna e applaude i liberatori. Si intonano dei canti. Qualcuno spara in aria. Una gioia genuina, contagiosa. È l’inizio della fine di un incubo durato troppo a lungo.
Il ragazzo assiste a tutto ciò con un groppo in gola. Collera, rabbia, frustrazione, senso di sconfitta. Un insieme indistinto di sentimenti gli agita l’animo fin nel profondo. Nessuno di essi riesce a prevalere. È nascosto in una soffitta che si affaccia sulla piazza. La lunga canna del suo fucile sbuca da una feritoia. Inquadra nel mirino ora uno ora l’altro degli odiati avversari. Non sa decidersi, finché non vede lei. Scorge il suo sorriso radioso, la sua felicità. Prende la mira, ma non spara.
Poi si domanda se davvero lui non abbia lottato per una causa sbagliata. Quel pensiero lo tormenta da tempo, gli toglie il respiro.
Sfila il fucile dal pertugio e lo getta a terra. Poi inizia a spogliarsi, lentamente, proprio come faceva prima di fare l’amore con lei, nel vecchio fienile. Osserva la giubba nera tra la polvere della soffitta. Ha deciso che farà l’amore un’ultima volta. Stavolta la sua compagna sarà la morte.
Il ragazzo impugna la pistola e la appoggia alla tempia.

mercoledì 9 febbraio 2022

RAGIONE E SENTIMENTO

 

Appena seduti, ci scrutammo a lungo. Occhi negli occhi. A lungo.
Non è semplice sostenere per tanto tempo lo sguardo di un’altra persona. Quasi impossibile quando si tratta di uno sconosciuto. Oppure di una sconosciuta. Tale esercizio per riuscire richiede, da parte dei due, l’esistenza di un elevato grado di confidenza, esige intimità e complicità.
Eppure io lo stavo facendo, senza alcun timore. Assenza assoluta di smarrimento. In me, e anche in lui.
Il locale che avevamo scelto, per puro caso, era senza dubbio squallido. Nient’altro che un misero bar di periferia. Il primo che avevamo trovato dopo un prolungato girovagare. Stanchi, eravamo entrati e ci eravamo accomodati a un tavolino proprio in fondo, un po’ nascosto.
Oltre a noi due, naturalmente, non c’era nessuno. Perché era un orario particolare, un momento indefinito. Né carne né pesce. Non era mattino, quando gli avventori si precipitano al bancone ordinando brioches, caffè e cappuccini. O panini alla mortadella e un bicchiere di vino bianco, se si tratta di camionisti. Sì, quello sembrava proprio un bar per camionisti, e per  frettolosi operai. Di quelli che mentre azzannano il sandwich buttano un’occhiata distratta ai giornali sportivi, a qualche donna presente nel locale. E poi se ne vanno a lavorare compiaciuti, con lo stomaco pieno e un sorrisino sulle labbra. Un illusorio buon umore destinato a spegnersi presto, appena inizieranno a faticare.
E non era nemmeno l’ora del pranzo, con tutti quei piatti e piattini colmi di cibo di plastica malamente riscaldato che viaggiano tra un tavolo e l’altro in una immensa confusione e che vengono ingurgitati in tutta fretta.
Il bancone era vecchio, rivestito di formica di colore verde chiaro.
Era invece pomeriggio, per esattezza l’ora del tè. Ma in locali come quello nessuno beve tè. Per tale ragione eravamo soli. Il barista, al nostro ingresso, si era sforzato di essere gentile. Però si intuiva la sua fretta. Quella di chiudere, probabilmente, perché considerava la sua giornata ormai conclusa. Di sicuro il suo non era un posto da frequentare la sera. Si percepiva la sua impazienza, la sua voglia di rovesciare le sedie sui tavolini, di passare uno straccio lurido sul pavimento lercio, di rimettere al loro posto bicchieri, tazze, tazzine e bottiglie, e di abbassare finalmente la pesante serranda arrugginita. E invece no, non lo poteva fare, perché noi avevamo avuta la bella pensata di entrare proprio in quel momento cruciale. Quando non ci eravamo fermati al bancone ma ci eravamo diretti risoluti, un po’ furtivi, al tavolino nell’angolo, per un istante avevo letto nei suoi occhi sbiaditi la più limpida disperazione. Un attimo, soltanto un attimo, poi l’uomo si era ripreso, aveva atteso qualche minuto e si era avvicinato a noi per prendere le ordinazioni.
Ci eravamo rifugiati in quel bar non per desiderio di consumare qualcosa, ma perché sfiniti, non tanto nel corpo quanto nell’anima. Ci stupimmo quasi quando l’uomo si accostò. Che cosa voleva da noi quel tipo? Poi recuperammo un lembo di lucidità, ben poca in verità, il minimo necessario per ordinare due caffè. Quando si è colti alla sprovvista si finisce sempre per ordinare un caffè.
Fuori, attraverso la vetrata, vedevamo scorrere un traffico incessante di automobili. Le lame di luce dei fari fendevano lo scuro nascente del pomeriggio invernale.
Ci guardammo. Ancora e ancora, finché un lieve sorriso deformò la linea delle nostre labbra screpolate.
Lui appoggiò la sua mano sulla mia. Mi accarezzò con finta indifferenza la punta delle dita. Poi la spostò sul dorso. I suoi gesti erano incerti e impacciati, perché io stavo immobile, non reagivo e mi limitavo a fissarlo, anche se il mio corpo era percorso da brividi. Mi sistemai meglio sulla sedia. Nel farlo, mi avvicinai di più a lui, sporgendo il busto in avanti. Lui, con l’altra mano, mi scostò una ciocca di capelli. Lo fece in maniera goffa, ma con grande tenerezza. I suoi occhi chiari brillavano febbrili.
Piegai il capo di lato, imbronciai le labbra, cercai di assumere un’espressione che apparisse allo stesso tempo seducente e divertita.
“Che cosa vorresti fare?” domandai.
Mi godetti per alcuni secondi il suo stupore, il suo grande sbalordimento. Sapevo bene che cosa avrebbe voluto rispondere. Sapevo bene che non lo avrebbe fatto. E infatti.
“Non lo so” disse.
La sua mano si era spostata sulla mia coscia.
“Tu sai che cosa voglio” aggiunsi. E lui comprese. Nello stesso momento intesi il suo sconforto, il suo profondo abbattimento. Subito mi pentii della mia affermazione. Troppo diretta, addirittura crudele, ma ormai era troppo tardi.
Colpito, cercò comunque di reagire, facendo ricorso alla sua abituale elegante eloquenza. Una dote che, quando era solo con me, spesso smarriva.
“Un saggio cinese diceva che quando stai per essere travolto dagli avvenimenti della vita ti devi fermare” disse, incerto.
“Non capisco” risposi, anche se non era vero. Lui cercò di precisare, ma era in difficoltà.
“Dobbiamo smettere di correre” disse. “Cerchiamo di congelare questo momento, che dovrebbe essere bello e non doloroso, e riflettiamo. Cerchiamo di usare la ragione, non roviniamo tutto.”
“Il sentimento prevale sempre sulla ragione” dissi.
Lui mi accarezzò la spalla, la massaggiò per alcuni istanti. Poi ritirò la mano, sconfitto. Abbattuto. Annientato. Il suo volto, una maschera di dolore e tristezza.
I caffè, nel frattempo, si erano raffreddati. Li bevemmo lo stesso. Poi lui guardò l’orologio.
“Per te è tardi” disse, con un filo di voce.
“È vero, non mi ero accorta che fosse trascorso così tanto tempo”.
Presi il giaccone e lo indossai, lui fece lo stesso. I nostri gesti erano lenti, sofferti. Andò alla cassa e pagò. Il barista non riuscì a nascondere il suo sollievo. Ci diede la buonasera con eccessivo entusiasmo, e in tal modo si tradì.
Uscimmo fuori, al freddo e al buio. Il gelo autentico era però racchiuso all’interno dei nostri corpi. Fui assalita da un tremendo senso di sconforto. Nessuno dei due parlò per alcuni minuti. Infine ci lasciammo, con un saluto timido, appena sussurrato. Lo osservai sparire nella foschia, il passo trascinato, ingobbito.
Avevo recitato la mia parte, e non avevo potuto evitare di farlo. Era essenziale per conservare la stima nei confronti di me stessa. Tuttavia per lui provavo compassione. Una pena che in breve si trasformò in rinnovato affetto, forse anche qualcosa di più ma che non osavo ammettere. In fondo aveva cercato di essere leale, non aveva tentato di incantarmi. Meritava il mio rispetto.
Avrei tentato di rimediare l’indomani, quando ci saremmo rivisti. Perché era qualcosa a cui non potevo rinunciare. Almeno per il momento…