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domenica 17 febbraio 2019

CAMBIAMENTO




Siediti, gli dice.
Stai bene? aggiunge.
L'altro lo guarda, un po' smarrito, poi si siede.
Allora?
Tranquillo, dice l'altro, sto bene, ma non è più come prima.
Che cosa vuoi dire?
Niente, voglio dire che adesso è diverso.
Spiegati meglio, gli dice.
É semplice, adesso è tutto diverso perché sono cambiato.
Nel corso della vita si cambia, è normale, gli dice.
Hai ragione, ma nel mio caso il cambiamento è avvenuto all'improvviso.
Che tipo di cambiamento? gli domanda. In meglio? In peggio?
L'altro sorride. No, non si tratta di meglio o peggio, risponde. Si tratta di diverso.
Ti senti diverso? gli domanda.
Ma sì, ma sì. Ma non diverso nel senso di discriminato, gli risponde. Diverso nel senso di differente rispetto a prima. Sono cambiato, capisci? Sono cambiato.
Bene, e allora in che cosa consiste questo cambiamento? gli dice. Riesci a capirlo?
Credo di sì, risponde, se rifletto credo di proprio di sì.
Mi sembri sempre uguale, gli dice. Se proprio ti osservo con attenzione noto forse una specie di malinconica rassegnazione. Ma si tratta di qualcosa di impercettibile, che sfugge, che non riesco bene a focalizzare. Forse è soltanto un'impressione, aggiunge. Forse non è così, forse mi sbaglio, sono condizionato da ciò che mi hai detto.
No, no, no, non sbagli, dice l'altro. La tua impressione, ma di sicuro è più di una impressione, perché tu mi conosci, è corretta. Io sono diverso, sono diverso perché sono cambiato, sono profondamente cambiato, e la mia trasformazione è avvenuta in un periodo di tempo assai breve. Ecco, è così.
In cosa sei cambiato? gli domanda.
Eh? In cosa sono cambiato? Mi domandi in che cosa sono cambiato perché dall'esterno non traspare nulla, non traspare quasi nulla, se non una specie di malinconia, vero?
Sì, è così, gli dice.
Sono cambiato dentro, ecco dove sono cambiato, dentro, gli risponde.
Dentro, sei cambiato dentro, ma non si tratta del corpo, vero?
No, assolutamente no. Il corpo, il corpo segue la sua strada, che non deve essere per forza la mia, gli risponde l'altro.
Non c'è soltanto il corpo, gli dice. No, c'è anche altro, c'è soprattutto altro.
Vero, hai ragione amico mio, c'è soprattutto altro, gli risponde.
Sì, ma tu non vuoi dirlo, non vuoi dire che cosa c'è dentro di te, gli dice. Che cosa c'è dentro di te che è cambiato, che ti ha reso diverso, diverso ma non discriminato, ma semplicemente differente.
Le emozioni, gli dice l'altro abbassando lo sguardo. Le emozioni, ribadisce con un soffio di voce.
Sono diverse? Sono cambiate? gli dice. Non avere paura, non avere pudore, dimmelo, in cosa sono cambiate le tue emozioni?
No, no, no, io sono sempre lo stesso, io sono rimasto sempre lo stesso, le mie emozioni sono quelle di sempre, gli risponde.
Allora, allora? Non capisco più nulla, gli dice. Hai detto di essere cambiato, adesso mi stai dicendo di essere rimasta la stessa persona di PRIMA. No, non capisco più nulla.
Non ce l'ho più! Non ce l'ho più! QUELLO mi ha privato dello scudo, non ce l'ho più!
Che cosa non hai più? gli chiede.
Ma non capisci? Non ho più lo scudo! Non posso più ripararmi, non posso più proteggermi, tutto mi colpisce! E mi fa male...
Come? Niente scudo? Nessun filtro? Vuoi dirmi che le emozioni ti colpiscono direttamente? Nulla si frappone tra loro e te? gli domanda, sgomento.
Noooo! Nulla!
Oh, povero te... Povero amico mio...

sabato 16 febbraio 2019

LO SCRITTORE




Il telefono. Lo lascio suonare a lungo. Poi, irritato, smetto di scrivere, mi alzo e vado a rispondere.
Si tratta di Stefano, un mio caro amico. Non poteva che essere lui, dal momento che nessun altro mi chiama.
“Ehi! Finalmente ti degni di rispondere!”
“Ciao Stefano, tutto bene?”
“Sì, grazie. Che ne dici di venire con me all’inaugurazione della mostra di Desideri?”
Mi coglie di sorpresa.
“Chi è Desideri?” domando, esitante.
“Ma come! È quel giovane pittore che ti piaceva tanto. Quello delle barche, non ti ricordi?”
“Sì, certo. E quando sarebbe?”
“Questa sera.”
“No.”
“Eh?”
“Scusami, ma non me la sento. In questo periodo sono molto impegnato, credo di essere un po’ stanco.”
“Sarebbe un piacevole diversivo. La pittura non ti interessa più?”
“La pittura mi piaceva molto.”
“Ti piaceva? E adesso?”
“Non lo so…”
“Ehi! Ma stai bene?” Nella voce di Stefano c’è apprensione. Caro, buon vecchio Stefano. Unico amico.
Rido, nel tentativo di rassicurarlo.
“Non preoccuparti, sto benissimo” dico.
“Sicuro?”
“Te lo garantisco.”
“Ascolta, e se passassi a trovarti?” chiede Stefano dopo un attimo di esitazione.
“Perché no? Ti aspetto, vieni anche subito.”
“Arrivo.”
Riattacco con un sospiro. Ormai ho smarrito del tutto la concentrazione. Mi siedo comunque davanti al computer, rileggo distrattamente ciò che ho scritto oggi. Non ne sono molto soddisfatto. Spengo tutto e mi siedo sul divano. So che Stefano mi raggiungerà presto, lui mantiene sempre le sue promesse. In fondo, considero, non mi farà male scambiare due parole. Da troppo tempo non parlo con nessuno. Il contatto umano un po’ mi manca. Ma non troppo.
E dopo meno di un’ora Stefano è seduto di fronte a me. Da come è abbigliato comprendo che neppure lui andrà alla mostra. Ha deciso di sacrificarsi a mio beneficio. Forse non merito tanto.
“Ehi! Ma non apri mai le finestre?”
“Soltanto quando mi ricordo di farlo.”
Noto che il mio amico è un po’ infastidito dall’ambiente buio in cui ci troviamo, il mio studio. La luce centrale è spenta, soltanto una piccola lampada illumina in parte la stanza, creando lunghe e inquietanti ombre. Tuttavia non manifesta la sua contrarietà. Non osa.
“Sei pallido” dice.  
“Può essere, negli ultimi tempi non ho fatto molti bagni di sole.”
Scuote il capo. Disapprova il mio comportamento, ma non osa esprimere rimproveri. Nonostante la nostra sia una solida e antica amicizia, lui ha sempre avuto un po’ soggezione di me.
“A che punto è il libro?” domanda infine.
“Procede.” Stefano annuisce, senza domandare altro.
Come sempre, la mia eccessiva laconicità gli provoca imbarazzo. Si schiarisce la voce. Una, due volte.
“Perché ti sei recluso qui dentro? Per quale motivo non esci mai?” domanda. “È come se tu non vivessi più!” aggiunge, con una schiettezza per lui insolita.
“Ti sbagli, Stefano. La mia vita è piena. Io vivo per raccontare. Tutto il resto, tutto ciò che ho fatto in passato, non mi interessa più. O meglio, quelle esperienze mi sono utili perché le rielaboro di continuo, le trasformo in scrittura. Senza di esse sarei di sicuro più povero, tuttavia le considero sufficienti, e non ne desidero altre.”
“Non ti offendere, però lascia che ti dica che tu non sei mai stato un grande affabulatore. Nel corso della tua esistenza non hai mai raccontato neppure una barzelletta!”
“Hai ragione, ma le parole scritte sono un’altra cosa. Quelle soltanto pronunciate sono leggere e finiscono per risultare vuote, sono come neve al sole.”
Stefano appare nervoso, cambia più volte posizione sulla poltrona. Questi discorsi lo turbano, lo capisco. Ma lui è l’unica persona con il quale possa farli.
“Quindi tu scrivi solo per te stesso? Per raggiungere un appagamento personale?” chiede.
Sorrido.
“Con te non posso mentire, devo dire per forza la verità. No, non scrivo per me stesso, non avrebbe senso. Molti scrittori preferiscono nascondersi dietro a tale affermazione. In realtà, non sono sinceri. Vedi, io conosco perfettamente quali siano i miei pensieri. Potrei limitarmi a elaborarli, ad attingervi, come fanno tutte le persone che non scrivono, poiché non esiste una ineludibile necessità di trasformarli in parole scritte. No, il fatto è che io, come tutti, sento il bisogno di condividerli, di spartirli con altri esseri umani. E cerco di farlo nel migliore dei modi, dando loro una formulazione definitiva…”
“Immutabile…” mi interrompe Stefano.
“Esatto, vedo che hai capito.”
“Sì, ma allo stesso modo non comprendo questo tuo disogno di isolamento…”
“Devi sapere che il processo di distillazione dei pensieri richiede quiete e tranquillità. Soprattutto, obbliga a un’assenza temporanea dal mondo. L’immersione nella creatività deve essere totale e sfibrante. Non sempre si riesce a raggiungere lo scopo finale.”
“Sono sbalordito. E preoccupato. Non pensavo che…”
Sorrido di nuovo. La sincera angustia di Stefano mi intenerisce.
“Sai che ti dico? Parlare con te mi ha fatto bene. È servito a ricaricarmi. Mi sento riposato.”
Stefano mi osserva, guardingo.
“E quindi…”
“Non vedo l’ora di riprendere a scrivere!”
Il mio amico si porta le mani al volto.

domenica 25 novembre 2018

L'ORCO



Mi guardo allo specchio e cerco di capire se sono cambiato.
Osservo con estrema attenzione il mio viso riflesso. Noto la pelle smorta, gli occhi arrossati, i capelli arruffati e un impercettibile tic nervoso che mi deforma, a intermittenza, l’angolo sinistro della bocca, dove le labbra si congiungono. Sempre stando immobile, mi sforzo di percepire segnali insoliti che possano provenire da dentro il mio corpo, perché qualcosa in me deve essere di sicuro mutato. Allora mi rendo conto che il mio respiro è strano, corto e affannoso. E il cuore picchia con forza. Gli echi delle secche contrazioni mi rimbalzano alle tempie e mi stordiscono. Ho l’impressione che a volte, nella sua corsa sfrenata, il muscolo che porto racchiuso nel petto inciampi e salti un passo.
Contemplo le mie mani, grandi e scarne e dalle dita affusolate, come quelle di un pianista. Sono pulite. Le ho sfregate a lungo, sotto l’acqua, in maniera ossessiva, senza che ve ne fosse la reale necessità.
Tra poco più di un’ora torneranno i miei genitori. Rincasano sempre tardi perché i loro pensieri sono unicamente rivolti al lavoro. Per quel momento dovrò essere pronto, il profondo turbamento che ancora provo non dovrà trasparire e sarò il figlio modello di sempre.
Quella ragazzina mi piace. Mi piaceva.
Domani andrò all’università. Ho una lezione importante, che non posso perdere, e l’esame si avvicina. Nel fine settimana invece mi unirò a quelli che la staranno cercando, mi renderò utile e fornirò il mio contributo, doveroso, alla comunità.
Io la guardo ogni volta, quando esce, e lei ricambia il mio sguardo. Ricambiava.
Mi siedo perché sono molto stanco.
Non so bene che cosa volessi fare, e non capisco perché ho portato con me il coltello. Adesso l’ho gettato, in un posto dove nessuno lo troverà mai. E questo mi dispiace, ero molto affezionato a quel coltello. L’avevo comprato alcuni anni fa, quando ero poco più di un bambino, e per tutto questo tempo è rimasto chiuso nel mio comodino, infilato nel suo fodero di cuoio grezzo. Ogni tanto lo estraevo e lo ammiravo. Perché l’ho preso? Per quale ragione me lo sono messo in tasca? Queste domande mi assillano e mi tormentano, ma non riesco a dar loro una risposta. Penso che io sono una persona adulta mentre lei è ancora piccola. Era piccola. Che bisogno avevo di usare quell’arma? Sarebbe stato sufficiente parlare, se voglio so essere molto convincente e persuasivo.
Forse sono stati i suoi occhi. Sono molto belli i suoi occhi, di color blu cobalto, vivaci e brillanti. Erano belli ma pieni di paura, e questo non l’ho potuto sopportare. La paura è contagiosa e, poco alla volta, ha iniziato a invadere anche il mio corpo, si è trasformata in terrore.  
Non ricordo che cosa ho detto, non ricordo che cosa ho sentito. Le urla, le mie e le sue, si sono unite, si sono fuse, come provenienti da un’unica bocca.
Mi alzo dalla sedia in preda all’ansia. Sudo e tremo. No, non posso fare così, devo calmarmi.
Non ho più di fronte a me un corpo che desidero, che desideravo, ma un essere dalla forma indefinita, che si dibatte e strepita. Che grida. Che gridava. E allora colpisco, con forza, con il pugno, e quasi non mi avvedo che il mio pugno stringe il coltello. Mi pare impossibile che una lama tanto affilata possa produrre, su quell’esile figura, dei suoni così sordi. Una lama dovrebbe affondare, penetrare e lacerare in assoluto silenzio. Invece non è così, e inorridisco.
Mi scosto, mi sono scostato, in tutta fretta e i miei vestiti non si sono sporcati. Sono sorpreso.
E poi… poi non ricordo altro. All’improvviso mi sono ritrovato qui, a casa. Soltanto una parte dei miei ricordi è stata rimossa, e questo mi angoscia.
Perché prima o poi mi chiameranno mostro.
Prima o dopo diventerò l’orco, mentre io non volevo uccidere. Credo proprio di no...

martedì 18 settembre 2018

LA CAVIA



“Prepara la cavia” ordinò l’anziano medico affacciandosi alla porta del laboratorio.
Il suo assistente chiuse il giornale. Si alzò. Controllò che il tavolo da dissezione fosse in ordine, verificò che tutti gli strumenti fossero al loro posto e poi si diresse verso le celle. Si fece accompagnare da una guardia in divisa. Il giovane assistente la riteneva una precauzione del tutto inutile, tuttavia era quanto previsto dal protocollo e lui risolse di attenersi alle regole.
La guardia inserì una tessera magnetica in una fessura e la pesante porta si aprì. All’interno del piccolo locale c’era odore di chiuso. E di sudore stantio. Fu accesa la luce.
La ragazza si destò all’improvviso. Seduta sulla misera branda, sbatté più volte gli occhi, abbagliata dal violento chiarore.
“In piedi! Sbrigati!” intimò la guardia.
“Che succede?” domandò lei, con aria smarrita. Ma ubbidì. L’uomo la guardò e rinunciò ad ammanettarle i polsi.
A quel punto si fece avanti il giovane che indossava il camice bianco.
“Devi venire con noi, subito. È arrivato il tuo turno” disse, con tono impersonale. Poi si voltò.
“Perché non sono stata avvisata?” domandò la ragazza. Faticava a trattenere le lacrime.
Il ragazzo girò su se stesso e fece un passo.
“Il dottor Pain preferisce che le cavie siano rilassate e non intossicate dalla paura. Spogliati.”
Sotto gli occhi indifferenti dei due uomini, la giovane si sfilò il camicione grigio e poi si fermò.
“Tutto” ribadì l’assistente. In lui si percepiva impazienza.
“È proprio necessario? Perché volete umiliarmi?” gridò la donna.
La guardia sogghignò mentre il giovane emise un sospiro.
“Non ricordo di avere mai visto dei topi con le mutande…” disse quest’ultimo. L’altro scoppiò a ridere.
“Bastardi!” urlò la ragazza. Piangendo si tolse gli slip e li gettò a terra. Erano logori e sporchi.
La robusta guardia l’afferrò per un braccio e la trascinò attraverso un lungo corridoio. Giunsero infine al laboratorio. La giovane fu sistemata sul lettino. Le mani furono bloccate con delle robuste cinghie. E anche i piedi.
Il giovane assistente fece un cenno alla guardia.
“Posso andare?” L’altro annuì.
Rimasto solo con la ragazza, l'assistente iniziò la preparazione. Nessuno dei due disse una parola. La giovane aveva lo sguardo spento, rassegnato. L’uomo procedette rapido, con grande professionalità. La vista del corpo nudo della ragazza non suscitava in lui alcuna reazione. Era abituato. Notò soltanto che il soggetto appariva alquanto debilitato. Braccia e gambe erano molto esili, e il tronco di una magrezza spaventosa. Scosse il capo.
“È da tempo che non mangiò più” disse lei con un filo di voce, intuendo i pensieri dell'uomo.
“Avevo suggerito al dottor Pain l’alimentazione forzata. Non mi ha dato ascolto.”
L’assistente sistemò con cura alcuni elettrodi, verificò un’ultima volta tutti gli strumenti poi, soddisfatto, si scostò dal tavolo operatorio.
“Perché?” disse la ragazza. Sembrava ormai rassegnata alla sua triste sorte. L’altro non rispose.
“Tu non sai che cosa ho fatto, immagino. Lascia che ti spieghi e forse avrai un po’ di pietà” aggiunse lei.
“Non mi interessa, non lo  voglio sapere” disse il giovane medico. “Se sei stata condannata alla vivisezione un motivo ci sarà. Qualcuno lo ha deciso, e non tocca certamente a me mettere in discussione tale scelta. Mi limito a fare il mio lavoro.”
“Che cosa mi farete?” domandò lei. Lui fece una smorfia, poi la osservò con attenzione.
“Che importanza ha saperlo? Tanto lo vedrai. Eseguiremo soltanto delle anestesie parziali. Non proverai dolore, non tanto, credo…”
“Dimmelo, ti prego!”
L’uomo prima sbuffò, poi rispose.
“D’accordo. Ti estrarremo i polmoni, proveremo a farli vivere in ambiente esterno. È questo il campo di specializzazione del dottor Pain, la respirazione.”
“E poi?” chiese la ragazza. Il suo volto, un tempo grazioso, si era trasformato in una maschera di terrore.
“Vuoi che sia sincero? Non credo molto negli esperimenti del mio capo. A volte ho l’impressione che creda di essere la reincarnazione del dottor Mengele!” Il ragazzo sorrise compiaciuto per la battuta. Poi tornò serio.
“Come finirà? Non lo so come finirà. Temo che alla fine ci tocchi buttare via tutto, come è successo tante altre volte.”
“Buttare via tutto?” soffiò la ragazza. Era trasfigurata, non sembrava più un essere umano.
“Lasciamo stare.”
La giovane iniziò ad urlare. Un urlo che si trasformò presto in un gemito sommesso. Poi, di colpo, si calmò. Cercò lo sguardo del giovane assistente.
“Guardami” disse. “Davvero non vedi in me una persona ma soltanto una cavia da laboratorio? Lo voglio sapere…”
Lui la squadrò a lungo. Notò, chissà perché soltanto in quel momento, che la ragazza aveva un piccolo tatuaggio ormai sbiadito sul seno sinistro. Poi scrollò le spalle.
“Vedo un organismo vivente. Per il momento.”
Si voltò di schiena e allineò alcuni strumenti chirurgici su un piano.

domenica 5 agosto 2018

CHE SI FA?



"Che si fa?" dice Saverio, l'aria annoiata.
"Boh" risponde Giovanni, lanciando la cartella sotto la scalinata.
Il bus, come tutti i giorni, ci ha depositato alla stessa ora di fronte al cancello della scuola. Ma il mercoledì la prima ora è buca.
"Facciamo due tiri" propongo. Non lontano c'è uno spiazzo erboso soffocato tra le case. Il pallone sappiamo dove trovarlo.
"No, non ho nessuna intenzione di sporcarmi le braghe" dice Saverio.
"Mica devi stare in porta per forza" dico.
"Mi sporco lo stesso. Ti ricordi l'ultima volta?" dice lui.
"Pioveva, l'erba era era scivolosa".
"E tu mi hai steso".
"Affatto. Non era fallo, sono entrato sulla palla e tu ti sei sbilanciato e sei caduto".
"Ma vaffanculo. Ero ridotto da far schifo. Persino la Giorgi non sapeva se cazziarmi o mettersi a ridere.
"Alla fine però ti ha cazziato" dice Giovanni.
Un'ombra scorre accanto a noi. Mi volto di scatto e intravedo la figura slanciata di Simonetta, la nostra compagna, che cammina a passo spedito. Soffermo lo sguardo sui suoi capelli neri e boccoluti, gli stessi che, seduto al banco, mi trovo davanti agli occhi tutto il tempo. Gli stessi dove sogno e fantastico di tuffare il viso, per assaporarne il profumo. Faccio ancora in tempo ad ammirare le gambe lunghe e magre, dai polpacci pronunciati, poi Simonetta scompare dietro l'angolo.
Saverio ha notato la mia intensa attività d'occhi.
"Dove sta andando?" domanda, poi rimane a bocca aperta come un idiota.
"E che ne so?" rispondo, un po' seccato.
"Andiamole dietro" propone Giovanni.
"Che cosa?"
"La seguiamo, così vediamo dove va. E passiamo il tempo".
Ad andatura apparentemente svogliata imbocchiamo anche noi i portici, come ha fatto un attimo prima Simonetta, e iniziamo il pedinamento.
"Dobbiamo fare attenzione" dico. "Se ci scorge facciamo la figura dei cretini".
"Tu in particolare" mi punzecchia Saverio.
"Io cosa?" rispondo, aggressivo.
"È a te che piace" dice il coglione.
"Ma smettila" lo liquido, poi sputo per terra.
"A me piace per davvero" dice Giovanni, quasi in un sussurro.
"Sono contento per te" lo liquido acido, in piena crisi di gelosia. Perché non ho ammesso davanti ai miei amici che Simonetta mi piace? Mi sembra quasi di averla rinnegata. Ma poi penso che lei non mi degna mai del minimo sguardo, quindi chi se ne frega. O forse no.
"È entrata dentro" dice Saverio.
"Dove?"
"Nel bar".
"E adesso?"
"Adesso torniamo indietro" dice Saverio.
"Oppure entriamo anche noi nel bar" propone Giovanni.
"Assolutamente no" dico, e proprio in quell'istante Simonetta esce e prosegue il cammino.
"Occhio, è uscita" dico.
"Che cosa avrà fatto?" chiede Saverio, curioso come una biscia.
"Ha bevuto un cicchetto" dico.
"Avrà comprato le caramelle" dice Giovanni.
"Vedrai, poi se stai buono te le regala" lo canzona Saverio.
"Vaffanculo".
"Attenti, se si volta ci vede" dico.
"Si sta allontanando parecchio" dice Saverio.
"Che c'è? Sei stanco?" lo rintuzza Giovanni.
"Smettila, coglione".
"Merda! Si è fermata" dice Saverio arrestandosi all'improvviso. Quasi lo tampono.
Simonetta è ferma all'incrocio, scruta a destra poi a sinistra poi guarda l'orologio.
"Nascondiamoci dietro quel muretto" dico.
"Sta aspettando qualcuno" dice Saverio.
"Ma guarda!" dico, fingendo spavalderia che non ho.
"Chi sarà?" domanda Giovanni, la voce tremolante.
"Di sicuro non sei tu" dice Saverio.
"Fottiti".
All'improvviso sentiamo un rombo in lontananza. Pochi secondi e si materializza un bolide di moto. Il centauro è un ragazzo con barba e capelli lunghi. Spegne il motore e, sempre restando a cavallo, si sporge e bacia Simonetta sulla bocca.
"Cristo, avrà almeno trent'anni!" esclama Saverio.
"No, la barba inganna. Secondo me non supera i venticinque".
"Che cosa vi importa quanti anni ha?" dico, con voce stridula.
"Cazzo gridi? Vuoi che ci sentano?" dice Saverio.
Il capellone barbuto riaccende la moto, subito dopo Simonetta balza in sella e si aggrappa stretta al suo giubbotto di pelle. Un'accelerata e i due spariscono in un istante. Ho appena il tempo di scorgere la coscia scoperta della mia compagna. È bella.
"E adesso che si fa?" dice Saverio, l'aria stranita.
"Uh?" bofonchia Giovanni, che sta pensando a chissà che. Forse i suoi sono gli stessi pensieri che tormentano anche me.
"Adesso torniamo" dico, e sono davvero triste, per quanto si può essere tristi a quattordici anni.

martedì 10 luglio 2018

SENZA CASA

Homeless. Mi è sempre piaciuto il suono di questa parola perché, tutto sommato, possiede una certa soavità, una specifica leggiadria. Non è come pronunciare termini quali barbone, emarginato oppure clochard. No, è tutta un’altra cosa, completamente diversa. Ricordo con piacere quando, appena ragazzo, mi immergevo nella lettura di quei romanzi americani dove spesso i protagonisti erano proprio loro, gli homeless. Fantasticavo a occhi aperti su quei simpatici vagabondi, sempre pieni di risorse, che si spostavano da un capo all’altro di quello sconfinato paese accucciandosi nello spazio tra le ruote dei treni, interminabili convogli trainati da sbuffanti locomotive a carbone. E quei tipi me li immaginavo scanzonati, sempre sorridenti, intenti a sgranocchiare con autentico gusto tozzi di pane nero e raffermo, nonché di continuo avvolti da spesse nubi di vapore. Figure romantiche, per me quasi leggendarie, intrise di una peculiare dolcezza, e alle quali non mancavano di certo sia il coraggio che un selvaggio spirito di avventura. L’unica loro brama, la sola aspirazione, era la libertà. L’affrancarsi, attraverso una scelta audace, tale da sfiorare l’insolenza, da legami, obblighi e limitazioni di tutti i generi, da imposizioni e costrizioni in grado di annientare la voglia di vivere di un essere umano. E allora partiva per loro la rincorsa verso una differente condizione, quella di uomo libero, un’ambizione che permetteva di rimuovere o almeno di attenuare la sofferenza e i patimenti, e quei treni che sfrecciavano attraverso le sconfinate pianure, che superavano i fragili ponti gettati con ardimento tra le rocce, che sostavano nelle vivaci e pittoresche cittadine, ne rappresentavano l’eloquente rappresentazione. Rapide fermate, con appena il tempo di sgranchire le gambe indolenzite dalla lunga immobilità, di stirare le braccia intorpidite, e di immergere il viso impolverato e annerito in un secchio d’acqua fresca. Oppure, a preferenza, ma sempre in nome dell’assoluta libertà, una pausa più lunga, forse un lavoro avventizio in qualche fattoria, per racimolare alcuni spiccioli da sperperare subito in una colossale bevuta, in un lauto e occasionale pasto, prima di riprendere quella folle e spensierata corsa senza lacci. Su un altro lungo treno, per scoprire altri posti, per conoscere nuova gente, e per rinnovare la meravigliosa emozione di essere completamente padroni di se stessi, di poter assumere qualsiasi decisione, immuni da influenze e dipendenze di ogni sorta.
Da allora, da quando mi smarrivo in quelle affascinanti visioni, provenienti direttamente dalle pagine ingiallite di quei libri imbevuti di intensa fragranza, di un aroma di antico, è trascorso molto tempo. È passata una vita intera. Un’esistenza che ho facilmente scordato, che ho rimosso quasi del tutto. Tuttavia, per cercare di rinnovare quei lontani e gradevoli ricordi, tutto ciò che è stato prima del nulla che è seguito, e che non desidero invece rammentare, qualche giorno fa sono andato alla stazione. La stazione di questa immensa e crudele città. Sono entrato, con un po’ di timore, benché noncurante degli sguardi curiosi e insensibili delle persone, dei frettolosi viaggiatori, ai quali sono avvezzo, e ho camminato a lungo sulla banchina, lentamente.
Adesso i treni non sono più come quelli di una volta, sono del tutto differenti. È quasi impossibile distinguere la locomotiva dai vagoni, perché tra loro sono uguali. Ed è inutile cercare il fumaiolo, poiché non c’é. I treni sono affusolati, quasi altezzosi, e sono verniciati con colori brillanti. Le loro lamiere sono fredde, ne sono quasi certo, anche se non ho osato toccarle.
A un certo punto mi sono accostato a un vagone, uno qualsiasi dei tanti, e mi sono disteso a terra, per vedere meglio. Tutti guardavano me, ma io ho seguitato a osservare ciò che realmente mi interessava. L’ho fatto con attenzione, per lungo tempo, finché un ferroviere non mi ha costretto a rialzarmi e ad andarmene. Ma ormai avevo visto tutto, ed è stata enorme la mia delusione, doloroso il mio disappunto. Mi ero reso conto che lo spazio non c’è più! È diventato impossibile, per un uomo, seppure intrepido, riuscire a sistemarsi sotto ai vagoni per farsi trasportare sulle ali di una libertà senza confini. Alla fine, pieno di amarezza, sono uscito dalla stazione, che stava diventando sempre più rumorosa e affollata. Fuori era già quasi buio, il freddo iniziava a mordere la mia carne stanca, ed io dovevo ancora trovare una sistemazione adatta per trascorrere la notte. Chissà se il mattino dopo mi sarei risvegliato?   

domenica 10 giugno 2018

SI SALVINI CHI PUO'



La prima settimana di Matteo Salvini, nel ruolo di Ministro dell'Interno, si è svolta nel segno della frustrazione. Chiamatela come volete: sfortuna, malasorte, iattura o semplicemente sfiga nera, in ogni caso i migranti/persone/clandestini/profughi invece di diminuire continuano ad aumentare. E, nonostante la presenza di Salvini, continuano a sbarcare sulle coste italiane, desiderosi di dare inizio alla loro pacchia.
E poi ci si mette anche Malta. Ed è proprio Salvini a scoprire che Malta, se può, evita di soccorrere gli immigrati (ma guarda!) e preferisce dirottarli sui porti italiani. Salvini ha ragione, l'atteggiamento di Malta (quattrocentomila abitanti contro i sessanta milioni dell'Italia) è proprio questo, e lo è da tanti anni ormai. Dov'è stato in tutto questo tempo l'ineffabile neo ministro? In televisione? Ai comizi? I giornali non li ha mai letti?
A tutto, però, c'è rimedio. E infatti Salvini, per superare il problema, si rivolge direttamente alla Nato. Sì, pensa, finché paghiamo per rimanere nel blocco atlantico (prima di passare dalla parte della Russia) tanto vale utilizzarne i servizi. E la Nato deve intervenire, perché quella dei migranti/persone/clandestini/profughi è una vera e propria invasione. Il fatto è che quei disgraziati non indossano alcuna divisa, indossano spesso vestiti stracciati e sono disarmati e stremati, il loro è un esercito arcobaleno.
In questa settimana, in ogni caso, una cosa l'abbiamo imparata. Matteo Salvini non è il macho che credevamo (e che lui stesso pensa di essere), non è l'erede post-ideologico populista e sovranista della tradizione politica italiana, ma un bambinone ingenuo che, come tutti i pargoli, e soltanto loro, non ha ancora perso la capacità si meravigliarsi.