Sono qui, da solo, dietro la finestra, proprio come quella volta di
tanti anni fa. Guardo fuori, ma non riesco a scorgere nulla. La pallida luce
del sole stenta a penetrare la fitta nebbia. Ma ciò che vedo, in realtà, non è
veramente nebbia. Si tratta di un insieme di fumo, polvere, vapori, di
venefiche esalazioni, di miasmi maleodoranti. È così ormai da tanto tempo, e
ogni giorno che passa la situazione peggiora. Il pianeta sta morendo ed io
assisto impotente alla sua agonia.
Sono qui, da solo, in questa casa vuota. Mia moglie, la mia cara
Miriam è morta. Ho assistito, tempo fa, colmo di pena e d’angoscia ai suoi
ultimi rantoli, alla sua disperata e vana ricerca di un ultimo refolo d’aria
pura da ingabbiare nei polmoni ormai avvelenati. E anch’io sono malato, molto
malato, ma cerco di resistere. È quasi impossibile uscire da casa. A volte sono
costretto a farlo, per procurarmi quel poco cibo che è ancora disponibile, ma è
necessario – in quel caso - adottare enormi precauzioni. Lo scafandro, la
maschera per la respirazione, gli occhiali a tenuta stagna e tutto il resto. Ed
è inutile invocare la pioggia, quella pioggia che potrebbe, almeno in parte,
ripulire l’atmosfera tossica. Quando l’acqua finalmente scende, da quel cielo
che riusciamo solo più a intravedere, è calda e acida. Guai se viene a contatto
con la pelle, con gli occhi: corrode e acceca, senza riguardo, senza alcuna pietà.
Sono qui, da solo, privo di speranza, ma non mi arrendo. Sono
stanco, ho bisogno di sedermi spesso, di riposarmi. Il mio respiro è ridotto a
un orrendo sibilo. Non ho più la forza per muovermi. I miei gesti sono lenti e
deboli. Sono ben consapevole che non ci sia più nulla da fare. Purtroppo abbiamo
esitato troppo, abbiamo sempre rinviato, e alla fine ci siamo resi conto che
non c’era più modo di intervenire. Troppo tardi. È doloroso ammetterlo, ma la
Terra morirà: questo è il suo prossimo destino. Per qualche tempo abbiamo
sperato nelle nostre risorse tecnologiche - l’unico strumento cui ci siamo
affidati - alle quali abbiamo concesso senza riserve tutta la nostra fiducia.
Invece, anche in quella circostanza, una volta di più, siamo stati ottusi e
ciechi. Proprio quella scienza – che credevamo portatrice di grandi benefici e
in grado di risolvere tutti i nostri problemi - si è rivoltata contro di noi e
ha decretato la nostra fine. Senza appello. Ora non siamo rimasti in molti.
D’altra parte, che senso ha vivere, anzi sopravvivere, in un mondo simile? Per
una sorta di tacito accordo, nessuno ha più fatto figli. Non è più prevalso –
ed è stata una fortuna, credo - il desiderio egoistico dell’immortalità da
ricercare attraverso la perpetuazione della specie. Così la popolazione è
invecchiata sempre di più. Poi sono cominciati i decessi. A milioni, da un
giorno all’altro, per le più svariate cause, non ultima ma ugualmente drammatica
il suicidio di massa. E, a quel punto, quasi tutto si è fermato. La produzione
di beni è diminuita fin quasi ad annullarsi, gli scambi commerciali hanno
cominciato a rallentare e infine sono cessati. In seguito si sono svuotate le
città ed è cambiato il modo di vivere dei sopravvissuti. È iniziata la corsa
verso le campagne, la fuga verso quei luoghi ritenuti meno contaminati. Ma non
c’era più nulla da fare. Il processo che, con la nostra stoltezza, avevamo
attivato, era ormai inarrestabile e irreversibile.
Sono qui, da solo, in preda a pensieri funesti. Come abbiamo potuto
fare questo, mi domando? Ed è un pensiero che tormenta di continuo la mia
misera esistenza. E al quale non riesco a dare una risposta sensata. Eppure tutto
ciò è avvenuto, e ciascuno ne è responsabile in uguale misura, nessuno può
essere assolto. Ho passato molto tempo a piangere. Ho versato, copiose e
incontenibili, lacrime di rabbia e di sconforto. Ora non ci riesco più. Perché
adesso, per me, è giunto il tempo di aspettare. E so che non dovrò farlo ancora
a lungo; il tempo in cui finalmente si avvererà quel lontano vaticinio è ormai
arrivato. Lo sento, nel corpo e nella mente.
Quel giorno mi ero alzato presto. Ricordo che era la vigilia di
Natale. Di solito amavo svegliarmi all’alba, ma quello era un giorno speciale.
Avevo la residenza degli studenti a mia completa disposizione. O quasi. Oltre a
me, erano rimasti un altro ragazzo – Aldo, il mio compagno di stanza – e una
ragazza, Miriam. Proprio quella che ritenevo, a torto o a ragione, la mia
ragazza, anche se purtroppo era la stessa cosa che credeva pure Aldo, il mio
migliore amico. Lei, d’altra parte, sembrava non avesse ancora scelto, e si
divertiva un mondo a tenere entrambi nell’incertezza. Tra il personale del collegio
era presente solo il portiere, ma il vecchio Anselmo non abbandonava mai la sua
guardiola situata al piano terra. L’edificio era dunque tutto per me; i miei
due compagni preferivano poltrire fino a tardi e di sicuro non sarebbero
comparsi prima di mezzogiorno. Per prima cosa mi feci una lunga doccia. Fu
delizioso e, con mia grande sorpresa, l’acqua rimase calda fino alla fine, a differenza
di quanto accadeva di solito. Rinvigorito, scesi nel locale cucina; la mia
intenzione era quella di saccheggiare la dispensa, comprese le scorte dei
compagni che erano rientrati alle loro abitazioni in occasione delle feste,
lasciando in tal modo incustoditi i loro preziosi tesori alimentari. Iniziai,
con metodo, dalla marmellata di more. Ne ero molto ghiotto. La mangiai
direttamente dal barattolo, servendomi di un grosso cucchiaio: un autentico
godimento per il palato. Passai subito dopo alle tavolette di cioccolata
dell’odiato Samuele che, al suo ritorno, non avrebbe trovato più nulla. Alla
fine, ma soltanto alla fine, sbocconcellai una fetta di pane e bevvi del succo
di frutta. Ero sazio, e leggermente nauseato. Faceva troppo freddo per uscire
quindi, per smaltire il lauto pasto, cominciai a percorrere i lunghi corridoi,
senza meta, assaporando il silenzio. Ogni tanto entravo in qualche locale, in
qualche stanza, rimanevo un po’ a curiosare, poi riprendevo il mio peregrinare.
Infine scesi di un piano e mi diressi verso la biblioteca. Si trattava di un
vasto ambiente di forma rettangolare. Su tre pareti erano disposti - su alti
scaffali - i volumi. Sull’ultima c’era un’ampia finestra, rivolta verso il
giardino. La quiete che mi avvolgeva trasmetteva ai miei sensi una strana
eccitazione. Per calmarmi, decisi di fermarmi a leggere qualcosa. Scelsi, a
caso, ‘Pollution and total destruction’
di Samuel G. Jackson, un ecologo americano di indubbia fama. L’argomento
trattato sembrava interessante e, inoltre, avevo bisogno di fare un po’ di
pratica di lingua inglese. Mi accoccolai su una comoda poltrona, proprio
accanto alla finestra. Prima di iniziare a leggere diedi un’occhiata fuori. Il
cielo era plumbeo, le nuvole erano gonfie di neve. E fu proprio in
quell’istante, un momento che non scorderò mai, che li vidi. Sembravano appesi
in cielo. Non so dire quanti fossero, ma erano tanti, disposti in più file
sovrapposte. Apparivano ai miei occhi come immagini piatte, a due sole
dimensioni, ma mi accorsi ben presto che non era così. Si trattava di corpi.
Erano corpi di strani esseri. La loro tozza figura ricordava quella di un pinguino,
anche se le zampe erano più grandi e dotate di robusti artigli. La loro testa invece
era simile a quella di un avvoltoio. Rammento che rimasi molto impressionato da
quei becchi ricurvi, di color giallo sporco, e da quegli occhi dalle pupille
rosse. A quella vista provai stupore e disorientamento, ma non vera paura,
perché il loro sguardo non sembrava malvagio. Era più che altro triste. Tuttavia,
d’istinto, indietreggiai. Urtai la poltrona e caddi a terra. Mi rialzai e
subito rivolsi lo sguardo all’esterno, e loro erano ancora là, immobili, nel
cielo grigio. Pensai di scappare, di andare a svegliare Aldo e Miriam, ma non
mi mossi. Ero come ipnotizzato da quell’incredibile visione, che mi attirava.
Provai un fremito all’interno della testa. Vibrazioni. Avevo l’impressione che
il mio cervello andasse a sbattere contro le pareti del cranio, prima da una
parte e poi dall’altra. Alla fine udii la voce, nitida. Sobbalzai, impaurito.
Era la mia voce.
“Ti abbiamo forse spaventato? Stai tranquillo, non ti faremo del
male, le nostre intenzioni sono pacifiche. E non essere troppo turbato per ciò
che ti sta accadendo. Siamo spiacenti, ma questo è il modo più semplice che
abbiamo trovato per poter comunicare con te.”
In quel momento ero confuso e sgomento, incapace di formulare
pensieri compiuti, e nemmeno in grado di articolare alcun suono. La mia mente,
per un attimo, vacillò.
“Devi sapere che noi siamo semplici esploratori e che veniamo da
molto lontano. Stiamo osservando, per poi riferire alla nostra gente. Abbiamo
ricevuto un incarico delicato. Tra un po’ di tempo, anche se non sappiamo
ancora quando, noi prenderemo possesso di questo pianeta. Questo ci è stato
comandato di fare, e noi eseguiremo. È bene che tu sappia che la nostra non
sarà un’invasione; noi, semplicemente, rimpiazzeremo voi esseri umani. Siamo
desolati, ma purtroppo la vostra specie si è dimostrata incapace di prendersi
cura di questo mondo, un mondo che vi era stato affidato affinché ne aveste
riguardo e che invece state distruggendo. Noi cercheremo di salvarlo. Lo
ripuliremo e lo renderemo di nuovo un luogo in cui sarà piacevole vivere.
Rimedieremo così ai vostri errori, alla vostra irresponsabilità e alla vostra
negligenza. In seguito, appena avremo ultimato la nostra opera, potrà esserci
finalmente un nuovo inizio, ma voi non ne farete più parte, perché non ci
sarete più. Avete fallito e non meritate un’altra possibilità. Siamo molto
addolorati per questo.”
Seppure a fatica, compresi ciò che mi era stato comunicato. Provai
rabbia e un profondo senso di ribellione, anche se ero cosciente del fatto che
quelle strane creature avevano ragione. Tra le mani stringevo ancora il libro.
Con uno scatto improvviso lo gettai alle mie spalle.
“Adesso noi ce ne andremo, ma torneremo. Ma non prima che il vostro
infelice destino sia giunto al suo pieno compimento. Vi attendono enormi
sofferenze. Sappiamo bene come l’estinzione di una specie sia un processo
terribile e straziante. I vostri patimenti saranno anche i nostri. Avete
fallito, ma non vi faremo mancare la nostra pietà.”
Ero ancora stordito da quelle potenti onde sonore che a lungo mi
avevano tormentato il cervello, però notai con sorpresa che le mie corde vocali
avevano ripreso a funzionare. Allora spalancai la finestra, mi affacciai e
iniziai a gridare.
“Chi siete? Che cosa volete? Cosa state dicendo? Via, andate via!
Maledetti profeti di sventure! Andate via, dannati uccelli del malaugurio!”
Non li vidi più.
E adesso sono qui, da solo, e li sto aspettando. So che torneranno,
ne sono sicuro perché tutto ciò che avevano previsto si è avverato. Verranno
perché questo pianeta sta davvero morendo e c’è bisogno della loro saggezza.
Io quella volta li ho visti, e loro hanno parlato con me.
Cerco di alzarmi, ma il mio torace è scosso da una tosse secca,
cattiva. Con indifferenza sputo a terra un grumo di sangue. Le forze mi stanno
abbandonando sempre di più. Mi aggrappo al davanzale della finestra e incollo
gli occhi al vetro.
Tornate, vi prego…
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