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martedì 30 dicembre 2025

LA DIETA DELL' ANIMA

Claudia Moretti aveva quarantadue anni ed era manager di una grande multinazionale. Alta, elegante, sempre impeccabile nei tailleur scuri e nei tacchi sottili, portava con sé un’atmosfera di potere e determinazione. Ma dietro quell’immagine di successo si nascondevano in lei un turbine di pensieri inutili e negativi: ansia costante, insonnia, relazioni tossiche con falsi amici e partner che la usavano per convenienza. Ogni giorno era una corsa senza tregua, e la sua mente non trovava mai pace.

Il lavoro le lasciava pochissimo tempo per sé. Tornava a casa tardi, stanca, con la testa ancora piena di riunioni e scadenze. Sentiva che doveva fare qualcosa per non soccombere. Così decise di affidarsi a un guru che operava online.

L’uomo si faceva chiamare Armand, e appariva sullo schermo come un incrocio tra uno psicologo e un santone orientale: barba lunga e curata, voce calma e ipnotica, occhi che sembravano leggere dentro l’anima. Parlava di equilibrio, di purificazione, di liberarsi dai pesi invisibili che opprimono lo spirito.

Ogni sera, appena rientrata, Claudia si collegava con lui. Non cenava neppure, non si concedeva altre distrazioni: restava incollata alle sue parole, alle sue "lezioni". Poco a poco smise di frequentare altre persone. Le serate con amici, le chiamate, persino i messaggi dei colleghi fuori dall’orario di lavoro venivano ignorati. La sua vita si ridusse a due momenti: il lavoro e le sessioni con Armand.

La situazione andò avanti per mesi. Claudia si lasciava guidare, come se fosse ipnotizzata. Eppure, lentamente, cominciò a sentirsi meglio. I pensieri negativi si diradarono. L’ansia si attenuò. Dormiva di più e con un sonno più profondo. Non si sentiva più oppressa dalle relazioni malsane: era come se le avesse cancellate dalla mente. Provava una calma nuova, un grande senso di leggerezza.

Una sera, Armand le disse con voce ferma: "Le nostre lezioni sono giunte al termine. Non hai più bisogno di me. Ora stai bene, e puoi cavartela da sola".

Claudia rimase sorpresa. Una parte di lei temeva di non farcela senza quella guida, ma subito dopo provò sollievo. Era contenta: il suo percorso psicologico e spirituale aveva dato ottimi risultati.

Dal giorno dopo, Claudia tornò a frequentare persone, a uscire con colleghi e amici. Ma presto si accorse con sgomento che qualcosa non andava.

La "dieta dell’anima" che aveva praticato aveva avuto persino troppo successo. Era come se fosse dimagrita dentro, svuotata. Non provava più emozioni. Non riusciva a piangere, a ridere, a commuoversi. Non sentiva pietà, né amore. Non sentiva più niente.

Le conversazioni le sembravano vuote, i volti delle persone indistinguibili. Persino i ricordi delle relazioni passate non le suscitavano nulla. Era diventata una macchina perfetta: efficiente, calma, imperturbabile. Ma priva di cuore.

Claudia Moretti, la manager di successo, aveva finalmente trovato la pace. Ma era una pace sterile, senza lacrime né gioie. Guardandosi allo specchio, vide un volto bellissimo e imperturbabile, come quello di una statua. E capì che Armand aveva davvero mantenuto la promessa: l’aveva liberata dai pesi dell’anima. Lo aveva fatto molto bene. Troppo.

Adesso non era più schiava delle emozioni. Ma non era più umana.

 

sabato 27 dicembre 2025

LETTURE DELLA GIOVINEZZA (9) - "PAPILLON" DI HENRI CHARRIÈRE

(Dodici letture dell'adolescenza che hanno fatto nascere l'amore per i libri).

Henri Charrière (1906 - 1973) è stato uno scrittore francese noto soprattutto per il suo celebre romanzo autobiografico Papillon, pubblicato nel 1969.

Accusato ingiustamente di omicidio nella Francia degli anni ’30, Charrière viene condannato all’ergastolo e deportato nella Guyana francese, in uno dei sistemi carcerari più brutali del mondo: il famigerato complesso penitenziario delle Isole della Salvezza, e in particolare l’Isola del Diavolo.

Inizia così un lungo calvario fatto di lavori forzati, isolamento, fame, malattie e violenze, ma anche di amicizie inattese, solidarietà tra reclusi e una volontà incrollabile a non lasciarsi spezzare.

Il soprannome "Papillon" (farfalla), che dà il titolo al libro, diventa simbolo di leggerezza e libertà, in contrasto con la pesantezza della prigionia. Charrière tenta la fuga più volte, affrontando l’oceano su zattere improvvisate, attraversando giungle e territori ostili, vivendo tra popolazioni indigene e conoscendo culture lontane. Ogni tentativo fallito lo riporta indietro, ma mai sconfitto: la sua volontà di libertà è più forte delle catene.

Il romanzo è scritto con uno stile diretto, vivido, spesso crudo, ma sempre coinvolgente. L’autore alterna momenti di tensione estrema a riflessioni profonde sulla giustizia, sull’identità e sul senso della vita. Papillon è anche un atto d’accusa contro un sistema penale disumano, che punisce senza possibilità di riscatto, e al tempo stesso un inno alla resilienza dell’individuo.

Per un lettore adolescente, Papillon può essere un’esperienza formativa e travolgente. È una storia che insegna a non arrendersi, a lottare per ciò in cui si crede, anche quando tutto sembra perduto. È un viaggio attraverso l’ingiustizia, ma anche attraverso la speranza, la lealtà e la forza dello spirito umano. Un racconto che, pur ambientato in un contesto estremo, parla a chiunque abbia mai desiderato essere libero. La storia di un uomo che lotta con coraggio per riconquistare la propria vita. Con la forza interiore, la determinazione e la speranza si possono superare le prove più dure, anche le più estreme.

 

 

 

mercoledì 24 dicembre 2025

LA CANDELA DEL SIGNOR GINO

Il signor Gino era un uomo anziano, alto e ossuto, con la schiena leggermente curva e un volto segnato da rughe profonde. I suoi occhi grigi, sempre socchiusi, sembravano scrutare con diffidenza chiunque gli si avvicinasse. Portava sempre un cappotto logoro e un cappello calato sugli occhi, e il suo passo lento e pesante faceva pensare a un uomo che portava sulle spalle un fardello invisibile.

Viveva in una piccola casa proprio al centro del paese ma, nonostante la posizione favorevole, nessuno lo frequentava. Da quando era arrivato, anni prima, lo avevano sempre visto solo. Non aveva amici né parenti, non andava mai in chiesa, non si fermava al bar, e quando entrava nei negozi si esprimeva soltanto con monosillabi bruschi e sbrigativi. Era una persona strana, e tutti lo evitavano.

I bambini, addirittura, ne avevano paura. Quando giocavano per la strada, giravano al largo dalla sua casa, convinti che quell’uomo burbero potesse scacciarli con uno sguardo.

Eppure, ogni anno a Natale, il signor Gino faceva una cosa insolita. Invece di preparare un albero addobbato come tutti gli altri, accendeva una sola candela alla finestra. Nessuno ne capiva il motivo, e quella luce solitaria era diventata un enigma che alimentava la curiosità dei più piccoli.

Quell’anno, un gruppo di bambini, in vacanza da scuola, si ritrovò a giocare proprio davanti alla casa del signor Gino, anche se a debita distanza. La candela era accesa, come sempre. I bambini la notarono, ma, come al solito, non si avvicinarono. Avevano paura di quell’uomo.

Tra loro, però, c’era Antonio, un ragazzino vivace e curioso. "Voglio andare a fare gli auguri al signor Gino. Venite anche voi?" propose.

Uno dopo l’altro, gli amici si tirarono indietro. Nessuno aveva voglia di suscitare l'ira del vecchio. Ma Antonio non si lasciò scoraggiare. "Vuol dire che ci andrò da solo" disse con decisione.

Si avvicinò alla casa e suonò il campanello. Gli amici lo guardarono da lontano, un po' preoccupati.

Il signor Gino apparve sulla soglia, con il volto severo e un fare minaccioso. Antonio, però, non si lasciò intimorire. Indicò la candela accesa e gli domandò qualcosa con voce chiara. L’anziano lo fissò a lungo, poi il suo volto si addolcì. Parlò con Antonio, e alla fine lo salutò persino con un tono gioviale, quasi paterno.

Gli amici di Antonio rimasero sbalorditi. "Che cosa gli hai detto?" chiesero curiosi.

"Domani vi spiegherò" rispose Antonio. "Però dovete fare un favore: dite a tutti quelli che conoscete e spargete la voce. Tutto il paese deve accendere una candela alla finestra".

La mattina di Natale, quando il signor Gino uscì di casa per pulire il vialetto dalla neve, alzò lo sguardo e rimase immobile. In tutte le case del paese brillava una candela accesa alla finestra. Per la prima volta dopo tantissimo tempo, sorrise.

Quell’anno non soltanto lui aveva ricordato Natalia, la sua povera moglie morta tanto giovane, ma lo avevano fatto tutti quelli che lo circondavano. E il paese, illuminato da centinaia di piccole fiamme, sembrava più caldo e più unito che mai.

 

lunedì 22 dicembre 2025

IL GIOCATTOLO ROTTO


 

In un piccolo villaggio di montagna, tutto innevato e silenzioso, le case di pietra parevano stringersi l’una all’altra per difendersi dal gelo. I tetti erano coperti da uno spesso manto bianco, e dalle finestre filtrava appena la luce delle candele. Era un luogo povero, dove la vita scorreva dura e semplice, eppure il Natale portava sempre con sé un brivido di attesa.

Quel dicembre, però, la neve sembrava più pesante del solito, e la povertà ancora più crudele. Molti bambini del villaggio non avrebbero ricevuto alcun dono: le famiglie non avevano denaro, e persino Babbo Natale, che tutti speravano passasse tra quei monti, pareva aver smarrito la strada.

In una casetta ai margini del paese viveva la famiglia di Giovanni. Anche loro erano poveri, ma grazie a un’associazione di carità erano riusciti a procurare un regalo per il figlio. Si trattava di un trenino di latta, dipinto con colori vivaci: il rosso della locomotiva brillava come una fiamma, i vagoni verdi e blu erano ornati da piccoli dettagli dorati. Era un giocattolo bello, ma purtroppo rotto: le ruote non giravano più, e il meccanismo che avrebbe dovuto farlo correre era rovinato.

I genitori, dispiaciuti, si scambiarono uno sguardo malinconico. Alla fine comunque pensarono che, dopotutto, sarebbe stato meglio di niente. Il loro Giovanni, almeno, avrebbe avuto qualcosa da stringere tra le mani.

La mattina di Natale, quando il bambino scartò il pacchetto e vide il trenino, i suoi occhi si illuminarono. Non si lamentò, non chiese spiegazioni: lo accarezzò con delicatezza e sorrise, come se quel piccolo dono fosse il più prezioso del mondo.

Nel pomeriggio, Giovanni si avvicinò ai genitori e chiese: "Posso andare da Aldo a giocare con il trenino? Lui non ha ricevuto nulla. Persino Babbo Natale si è dimenticato di lui. I suoi genitori dicono che, vivendo più lontani dal paese, Babbo Natale non ha trovato la strada".

Aldo era un suo amichetto, la cui famiglia era ancora più povera della sua.

I genitori si guardarono, colpiti dalla bontà del figlio. Gli accordarono il permesso, ma gli ricordarono, con un po’ di tristezza: "Giovanni, il trenino non funziona, come farete a giocare?"

Il bambino sorrise, stringendo il giocattolo tra le mani. "Non importa" rispose con voce serena. "Immagineremo insieme che funziona".

E così, con il cuore leggero e la neve che cadeva lenta intorno a lui, Giovanni uscì di casa. Il suo passo lasciava impronte piccole e decise sul sentiero bianco, mentre portava con sé non soltanto un trenino rotto, ma la magia della generosità e della fantasia, che nessuna povertà avrebbe mai potuto spegnere.

sabato 20 dicembre 2025

LETTURE DELLA GIOVINEZZA (8) - "MARTIN EDEN" DI JACK LONDON

(Dodici letture dell'adolescenza che hanno fatto nascere l'amore per i libri).

Martin Eden è un'opera del celebre scrittore statunitense Jack London (1876 - 1916) pubblicato nel settembre 1909.

Il romanzo narra le vicende tormentate di Martin Eden, un giovane marinaio proveniente dai quartieri popolari. Martin è un autodidatta, un ragazzo semplice ma animato da un’intelligenza vivace e da un ardente desiderio di riscatto. Dopo un incontro casuale con Ruth, una ragazza colta e raffinata appartenente all’alta borghesia di San Francisco, Martin viene travolto da un duplice amore: quello per la giovane donna e quello per il mondo della cultura e della bellezza che lei rappresenta.

Spinto dalla passione per Ruth e dal bisogno di elevarsi al suo livello sociale e intellettuale, Martin intraprende un percorso faticoso e solitario per diventare scrittore. Studia con accanimento, scrive instancabilmente, affronta il rifiuto degli editori e la derisione di chi lo circonda. Ma la differenza di classe tra lui e Ruth si rivela un ostacolo insormontabile: la famiglia di lei non lo considera un partito adeguato, e persino Ruth, pur affascinata dalla sua determinazione, fatica ad accettare la sua visione del mondo.

Attraverso la storia di Martin, Jack London dà voce alle sue idee sociali e politiche, denunciando le ingiustizie del sistema capitalistico e le barriere invisibili che separano le persone in base alla loro origine. Il romanzo diventa così anche una critica feroce alla società borghese, alla superficialità dei suoi valori e alla difficoltà di conciliare l’individualismo con l’impegno sociale.

La parabola di Martin Eden riflette in parte la vita dello stesso London, che da giovane ha dovuto affrontare la povertà e il disprezzo prima di affermarsi come scrittore. Il romanzo è quindi anche una riflessione autobiografica sul prezzo del successo, sulla solitudine dell’artista e sul conflitto tra aspirazioni personali e realtà sociale.

Martin Eden è una grande storia americana, nello stesso tempo romanzo di formazione e dolorosa e toccante storia d'amore. Una storia che parla al cuore di chi sta cercando il proprio posto nel mondo, che incoraggia a pensare, a scegliere, a non arrendersi.

La lettura di Martin Eden può lasciare in un adolescente un impatto profondo e duraturo, perché affronta temi universali legati alla crescita personale, all’identità e alla lotta per affermarsi.

Martin si educa da solo, affrontando grandi sacrifici. Ciò può ispirare un giovane a credere nella forza di volontà e nello studio come strumenti di emancipazione. Il protagonista, inoltre, si interroga di continuo su chi è e su chi vuole diventare. Un percorso che rispecchia le domande tipiche dell'adolescenza.

 

 

giovedì 18 dicembre 2025

IL PARADOSSO DELLE FESTE

Da molto tempo, per non dire da sempre, ho considerato il Carnevale una festa triste. Nonostante la sua fama di allegria e spensieratezza, mi è sempre sembrato gravato da un obbligo: divertirsi a tutti i costi. Il travestimento, la maschera, non erano per me un gioco innocente, ma quasi un rinnegare la propria identità. Come se per ridere fosse necessario diventare qualcun altro, nascondere ciò che si è davvero. In quella forzatura ho sempre avvertito una nota malinconica, un vuoto che nessuna risata poteva colmare.

Con il passare del tempo, la stessa sensazione ha cominciato a insinuarsi anche nel Capodanno. Lì l’obbligo non è la maschera, ma la festa stessa: la necessità di trovare qualcosa da fare, di organizzare una serata memorabile, di scambiarsi auguri inflazionati e ripetuti, spesso privi di sincerità. È un divertimento imposto, che stride con la realtà di un anno trascorso senza gioia e con la consapevolezza che il successivo sarà uguale, se non peggiore. La tristezza del Capodanno non sta nel tempo che passa, ma nell’illusione che basti una notte per cambiare ciò che non si è riusciti a trasformare in dodici mesi.

Tra tutte le feste, è rimasto soltanto il Natale a suscitare in me qualche emozione. Emozioni che guardano più indietro che avanti, certo, ma che resistono. Nonostante il consumismo che ha invaso ogni angolo, il Natale conserva ancora un nucleo autentico. Non parlo dell’aspetto religioso, che non riguarda tutti, ma di quel senso di raccoglimento che la festa porta con sé. È un momento in cui ci si guarda dentro, ci si chiede chi si è davvero, quale livello etico si è raggiunto nei rapporti con gli altri. È come se, almeno un giorno l’anno, ciascuno di noi decidesse se merita o no l’assoluzione.

E poi c’è il pranzo. Non un dettaglio marginale, ma il simbolo di un calore che resiste: la tavola imbandita, la famiglia riunita, il gesto semplice del condividere. In quel pranzo c’è la vera sostanza del Natale: non l’obbligo di divertirsi, ma la possibilità di ritrovare, anche solo per poche ore, un senso di comunità e di umanità.

Così, se Carnevale e Capodanno mi appaiono come feste dell’obbligo, il Natale rimane la festa del raccoglimento. Non perché prometta un futuro migliore, ma perché ci ricorda chi siamo stati, e ci invita a chiederci chi vogliamo essere.

 

martedì 16 dicembre 2025

SONO TRA NOI


Il signor Rossi del terzo piano annaffia le sue begonie con grande meticolosità. Lo fa ogni mattina, alle sette in punto. Lui è un uomo metodico e tranquillo, sempre con il sorriso sul volto. Nessuno nel condominio ha mai un problema con lui. Anzi, l'uomo è sempre pronto a dare una mano, a offrire un consiglio, a portare un po’ di spesa alla signora anziana del primo piano.

Elena, la giovane infermiera che abita di fronte, lo considera una persona rara in un mondo sempre più frenetico e indifferente. A volte lo osserva dalla finestra mentre aiuta il signor Bianchi, il vicino invalido, a scendere le scale con una pazienza infinita. Ne è ammirata. Se Elena potesse avere accesso a una verità nascosta, cosa che invece non può fare, vedrebbe il signor Rossi sotto una luce diversa. Avvertirebbe in quell'uomo (quell'essere?) il peso di millenni sulle sue spalle, la stanchezza di tanti tentativi, la frustrazione di fronte a una specie che si ostina a essere autodistruttiva.

Il signor Rossi non è soltanto un uomo gentile. È un custode, una barriera contro il dilagare dell’egoismo umano. Lui è uno dei pochi, sparsi un po' ovunque nel pianeta, che in silenzio lavorano per contenere la violenza e per ispirare un barlume di altruismo, per richiamare alla ragione.

Non si sa da dove provengano gli esseri come lui, né quando siano arrivati. Si tratta forse di un’antica civiltà galattica, mossa da una specie di compassione cosmica. Oppure sono viaggiatori interstellari, che hanno assistito a troppe estinzioni, che hanno scelto di non restare a guardare un’altra specie che si inabissa nell’odio e nell’oblio.

Loro sono tra noi, ma non c’è modo di riconoscerli. Il fornaio con le mani infarinate, la maestra d’asilo dei nostri figli, il meccanico burbero ma onesto: ognuno di loro può essere uno dei guardiani invisibili.

Unico indizio che li potrebbe smascherare è la loro innata bontà. Una benevolenza mai ostentata o calcolata, ma spontanea. Un’empatia profonda, accompagnata dal desiderio sincero di alleviare la sofferenza altrui. Qualità rare in un mondo che premia l’arrivismo e la sopraffazione.

Qualche volta il signor Rossi si ritrova a guardare il notiziario, vede scandali di corruzione, guerre e violenze, e un’ombra di tristezza vela i suoi occhi azzurri. Sa che le sue forze e quelle dei suoi compagni sono limitate, che potrebbero non bastare.

Pensa a un altro tempo, ad altri pianeti, a tutte quelle specie, pur promettenti, che hanno imboccato una deriva autolesionista senza possibilità di ritorno.

Una mattina, mentre esce per andare al lavoro, Elena si confida con il signor Rossi. La ragazza è stanca della cattiveria che vede ogni giorno in ospedale, dell’indifferenza di molti, della mancanza di umanità. Il signor Rossi l’ascolta con la sua solita pazienza, poi le dice che la vera forza risiede nella gentilezza. Non bisogna lasciarsi scoraggiare dall’oscurità. Anche una piccola luce può essere importante.

La giovane infermiera non comprende del tutto il significato di quelle parole, ma prova comunque un grande conforto.

Il signor Rossi torna alle sue begonie, il sole del mattino illumina i suoi capelli bianchi. Sa che la partita è quasi persa. Le ondate di egoismo e di violenza sono ormai troppo potenti per essere arginate. Il fragile equilibrio che il suo popolo ha cercato di mantenere per millenni sta per spezzarsi.

E voi, che leggete queste parole, guardatevi intorno. Osservate con attenzione i vostri vicini di casa, i vostri amici, gli sconosciuti che incrociate per strada. Chi sono davvero? Sono tra quelli che combattono la silenziosa battaglia? Oppure sono quelli che, come voi, partecipano alla devastazione?

Riflettete, e poi pensate e fate ciò che vi pare. Ognuno è artefice del proprio destino. Voi, con la vostra immensa fragilità, non siete nulla. E non conoscete nulla. Non sapete neppure se io sono uno di loro oppure no...


venerdì 12 dicembre 2025

LETTURE DELLA GIOVINEZZA (7) - "COSE SAGGE E MERAVIGLIOSE" DI JAMES HERRIOT


(Dodici letture dell'adolescenza che hanno fatto nascere l'amore per i libri).
 

James Herriot, pseudonimo di James Alfred Wight (1916 - 1995), è stato un veterinario e scrittore britannico celebre per i suoi racconti ambientati nella campagna dello Yorkshire, dove ha esercitato la sua professione per tutta la sua vita.

Cose sagge e meravigliose, pubblicato nel 1978, è un romanzo autobiografico (così come tutte le sue altre opere) che intreccia la vita del veterinario con il suo servizio militare durante la Seconda guerra mondiale, e che offre un ritratto affettuoso e ironico della campagna inglese e dei suoi abitanti.

Il libro si apre con Herriot che lascia temporaneamente la sua amata professione veterinaria per arruolarsi nell’aeronautica militare britannica. Tuttavia, la vita al campo militare si rivela monotona e distante dalla vivacità e dalla varietà della sua routine tra animali e contadini dello Yorkshire. Ogni episodio della vita militare diventa occasione per ricordare le esperienze passate: interventi su mucche e cavalli, dialoghi con allevatori eccentrici, paesaggi rurali e piccoli drammi quotidiani.

Il romanzo alterna momenti di nostalgia e comicità, con racconti teneri e divertenti che celebrano la semplicità della vita di campagna. Herriot descrive con grande umanità i suoi pazienti a quattro zampe e i loro proprietari, riuscendo a cogliere il lato buffo, commovente e profondamente umano di ogni situazione.

I temi principali di tutte le opere di Herriot sono l’amore per gli animali e la natura, il contrasto tra la vita militare e quella rurale, la bellezza delle relazioni semplici e autentiche e il valore della memoria e dell'esperienza.

Cose sagge e meravigliose è una lettura che scalda il cuore, perfetta per chi ama le storie vere, i paesaggi di campagna e le emozioni genuine.

La lettura di questo libro può lasciare in un adolescente un senso di serenità, curiosità e profonda umanità. È un'opera che, pur non affrontando temi drammatici o conflitti interiori tipici dell’adolescenza, offre valori solidi e universali attraverso storie semplici e autentiche. Herriot infatti racconta con affetto e rispetto il mondo rurale e i suoi protagonisti a quattro zampe, stimolando empatia e sensibilità verso tutti gli esseri viventi. Le sue storie mostrano che anche nelle piccole cose quotidiane si nascondono saggezza, emozione e meraviglia. Questo può aiutare un adolescente a rallentare, osservare e apprezzare ciò che lo circonda. L'autore è un veterinario che lavora con passione, pazienza e che non disdegna l'umorismo. Il suo esempio può ispirare a coltivare impegno, rispetto e attenzione verso gli altri.

Cose sagge e meravigliose non è un romanzo di formazione nel senso classico, ma può accompagnare un adolescente con delicatezza, offrendo uno sguardo gentile e profondo sulla vita, sul lavoro, sulle relazioni e sull’importanza di restare umani.

martedì 9 dicembre 2025

I GUANTI DI LANA

Era una giornata fredda e ventosa, e Marta camminava a passo svelto lungo il viale alberato. Quando, al mattino, aveva percorso al contrario lo stesso tragitto, si era seduta un attimo su una panchina per fare una telefonata. Aveva sfilato i guanti e li aveva appoggiati al suo fianco. Poi, assalita dalla fretta, quando si era alzata aveva dimenticato di riprenderli. Chissà, forse i suoi guanti erano ancora sulla panchina, pensava Marta mentre procedeva, anche se in realtà non nutriva alcuna speranza di ritrovarli. Era ormai trascorso troppo tempo. Aveva appena finito il turno in ospedale, era stanca, e sentiva il bisogno di tornare a casa. Mentre era quasi giunta al termine del viale, notò un uomo seduto proprio su quella panchina. Marta si avvicinò. Lui, quasi di sicuro un senzatetto, aveva il capo chino e le mani arrossate dal gelo. Indossava un giaccone logoro e scarpe consumate. Accanto, sul sedile, c'erano un paio di guanti di lana, avvolti con cura in un fazzoletto di carta. Erano quelli di Marta.

"Sono suoi? " domandò con tatto la ragazza, indicando i guanti. L’uomo alzò lo sguardo, sorpreso. "No, li ho trovati lì stamattina. Qualcuno li ha lasciati. Non li ho voluti usare perché sembrano troppo belli per me" disse. Marta sorrise. "Non esistono guanti troppo belli per mani che ne hanno bisogno. Li metta, sono sicura che chi li ha perduti avrà ormai rinunciato a ritrovarli. E non li starà più cercando".

Poi raccolse i guanti e glieli porse. L’uomo esitò  un istante, poi li infilò lentamente. "Sono davvero caldi" disse con un filo di voce. "Mi chiamo Giorgio" aggiunse.

Nei giorni seguenti, Marta rifece spesso la stessa strada. Giorgio era sempre lì, le mani ben protette dai guanti di lana. Cominciarono a parlare. Lei a volte gli portava caffè caldo, lui le raccontava della sua vita: un lavoro perso, una casa svanita, una figlia che non vedeva da anni. Marta ascoltava, senza giudicare, lo esortava a riappacificarsi con la figlia, e gli parlava del suo lavoro in ospedale.

Una mattina, Giorgio non c’era. Neppure il giorno dopo. Né quello dopo ancora. Marta si preoccupò, chiese in giro, ma nessuno sapeva nulla. Finché, una settimana dopo, al suo ingresso in ospedale, fu fermata da una collega dell'accoglienza. In mano aveva un pezzo di carta.

"Qualcuno l'ha lasciato per te" le disse, porgendole un biglietto scritto a mano su carta ruvida.

"Cara Marta, quei guanti mi hanno scaldato le mani, ma tu mi hai scaldato il cuore. Ho trovato il coraggio di cercare mia figlia. Mi ha accolto. Ora ho un tetto, un letto, e una seconda possibilità. Grazie per avermi visto, quando nessuno lo faceva. E grazie per i guanti. Con affetto, Giorgio".

Marta lesse il biglietto più volte, con le lacrime agli occhi. Giorgio aveva capito che i guanti erano suoi. E aveva compreso che dietro quel piccolo dono c'era la forza di un incontro, la potenza dell'ascolto, la bellezza dell'umanità. Aveva ricambiato sforzandosi di fare proprio ciò che lei aveva suggerito. 

 

domenica 7 dicembre 2025

NUOVO LIBRO - ESTRATTI (4)


Dal racconto: Pugni e schiaffi

(...) Quando le luci si erano abbassate e le prime note di un pezzo lento avevano riempito la sala, Giorgia si era stretta forte a me, appoggiando la testa sulla mia spalla. All'inizio ero rimasto un po' rigido, sorpreso da quella vicinanza inaspettata. Poi, quasi in automatico, avevo ricambiato l'abbraccio, posando le mani sui suoi fianchi morbidi e, subito dopo, con un'audacia repentina, spinto da un'improvvisa attrazione, le avevo stretto il sedere. Lei non aveva fatto una piega, anzi, avevo percepito un leggero rilassarsi del suo corpo, quasi un assenso silenzioso.

Eravamo avvinghiati nel lento ondeggiare della musica, la canzone stava per finire, quando Giorgia si era leggermente scostata, alzando il viso verso il mio. Poi, con un movimento rapido e imprevedibile, si era allungata e mi aveva baciato sulla gola, proprio sotto l'orecchio. Il suo tocco era stato leggero, quasi un soffio caldo. Poi si era ritratta, ma prima di farlo aveva passato velocemente la lingua sulla pelle, lasciando una scia umida e un brivido che mi era corso lungo la schiena. Ero rimasto interdetto, turbato da quel gesto audace.

C'eravamo spostati su un divanetto un po' defilato, un'oasi di relativa tranquillità nel frastuono della festa, dopo avere preso due bibite. Il silenzio tra noi era denso di una tensione appena percepibile. All'improvviso, lei aveva rotto il ghiaccio con una domanda diretta.

"Hai una ragazza?"

Avevo risposto di no. La verità era che nella mia vita non c'era mai stata una relazione seria, avevo sempre preferito la compagnia dei miei dischi e dei miei allenamenti. Poi le avevo fatto la stessa domanda, sicuro di ricevere la medesima risposta, data la sua solitudine sulla pista da ballo. Invece, Giorgia aveva detto di essere fidanzata da quasi un anno con un certo Flavio. Lo conoscevo di vista, frequentava la mia stessa scuola, anche se un altro corso di studi. Era un tipo alto e magro, con un'aria sicura di sé che a volte sfociava nell'arroganza, e una sigaretta sempre appesa al labbro inferiore.

Un senso di delusione, molto amaro, mi aveva invaso. Avevo ritratto subito la mano che, con coraggio crescente, avevo osato appoggiare sulla sua coscia, sentendola calda e morbida sotto il vestito. Ma lei aveva ripreso la mia mano e l'aveva riportata sulla sua gamba, stavolta infilandola di proposito sotto l'orlo del vestito. Ero arrossito, sentendo il sangue affluire al viso, quasi paralizzato da quel contatto non previsto. Gli occhi di Giorgia, però, avevano uno strano luccichio, quasi una sfida silenziosa. Allora avevo azzardato di più, stimolato da una curiosità irrefrenabile, e avevo spostato la mano sempre più in su. Avevo percepito la consistenza liscia e setosa delle sue calze, erano delle autoreggenti, una scoperta che mi aveva sconvolto, risvegliando in me sensazioni nuove e forti. E mi ero turbato ancora di più quando le mie dita avevano sfiorato la pelle nuda della sua coscia, calda e vellutata. Lei aveva annuito leggermente, un piccolo incoraggiamento silenzioso che mi aveva spinto a proseguire ancora...

(Il libro è disponibile in versione cartacea ed e-book su Amazon e sulle principali librerie online)


venerdì 5 dicembre 2025

LETTURE DELLA GIOVINEZZA (6) - "LA FATTORIA DEGLI ANIMALI" DI GEORGE ORWELL

 


(Dodici letture dell'adolescenza che hanno fatto nascere l'amore per i libri).

George Orwell, pseudonimo di Eric Arthur Blair (1903–1950) è stato uno scrittore, giornalista e saggista britannico noto per la sua lucidità critica e il suo impegno politico contro i totalitarismi e le manipolazioni del potere.

Orwell ha combattuto nella guerra civile spagnola e ha sempre difeso la libertà di pensiero, denunciando le ingiustizie sociali e i pericoli della propaganda. Il suo stile chiaro e diretto, unito a una profonda coscienza etica, lo ha reso uno degli autori più importanti del Novecento.

La fattoria degli animali  è una delle sue opere più celebri. Si tratta di una potente allegoria politica che, sotto forma di favola, racconta la nascita, l’evoluzione e il fallimento di una rivoluzione. Ambientato in una fattoria inglese, il romanzo vede gli animali ribellarsi contro il padrone umano, il signor Jones, per liberarsi dalla sua tirannia e costruire una società più giusta, fondata sull’uguaglianza e sull’autogestione.

Dopo la rivolta, i maiali, considerati i più intelligenti, assumono la guida della fattoria. All'inizio, i principi della rivoluzione sono chiari: tutti gli animali sono uguali, nessuno deve comandare sugli altri. Ma ben presto, Napoleon, un maiale ambizioso e autoritario, prende il potere e trasforma la fattoria in un regime oppressivo, dove la propaganda, la paura e la manipolazione diventano strumenti di controllo.

Il motto "Tutti gli animali sono uguali" si trasforma un po' alla volta in "Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri", rivelando il tradimento degli ideali iniziali. Gli animali lavorano più di prima, ma sono sempre più affamati e sfruttati, mentre i maiali vivono nel lusso e si comportano come il padrone che avevano rovesciato.

Il romanzo è una critica feroce ai regimi assolutisti, in particolare allo stalinismo, ma il suo messaggio è universale: mostra come il potere possa corrompere, come le rivoluzioni possano essere stravolte, e come la manipolazione del linguaggio e della verità possa servire a mantenere il controllo sociale.

Per un adolescente, La fattoria degli animali di George Orwell è molto più di una favola con protagonisti animali parlanti: è un racconto che accende la mente e invita a guardare il mondo con occhi più attenti. Anche se non sempre si colgono subito i riferimenti storici e politici, come l’allegoria della Rivoluzione Russa e la critica al regime stalinista, il romanzo riesce comunque a trasmettere messaggi universali e profondi.

Il lettore si trova di fronte a una società che nasce con ideali di uguaglianza e giustizia, ma che viene lentamente corrotta dal potere. Questo processo, narrato in modo semplice e diretto, spinge a riflettere su come le buone intenzioni possano essere manipolate, e su quanto sia importante vigilare su chi detiene il governo.

È un romanzo che può accompagnare un giovane nel suo percorso di formazione, offrendo non solo una storia coinvolgente, ma anche strumenti per comprendere meglio il mondo e il proprio posto in esso.


martedì 2 dicembre 2025

LE AMICHE

Francesca e Patrizia si sono trasferite da poco in un piccolo paese di campagna. Erano stufe della vita frenetica della città, del traffico e del rumore. Ora lavorano da casa. Hanno poco più di trent’anni, ma stanno insieme già da un bel po’. Il loro è un rapporto solido, fatto di abitudini consolidate, di sguardi complici. Hanno preso in affitto una casetta all’inizio dell’abitato, con un piccolo giardino e un glicine che si arrampica sulla grondaia. La mattina si sente il canto dei galli, e la sera il profumo della legna bruciata entra dalle finestre.

In paese, in apparenza, sono state accolte bene. Tutti si dimostrano gentili con loro. Un sorriso, un "buongiorno", un "serve una mano?" Francesca si rilassa. Patrizia sorride più spesso. Fanno la spesa al mercato, prendono il pane fresco dal fornaio, salutano il postino per nome. La vita sembra più semplice, più umana.

Ma nelle piccole realtà, si sa, i sorrisi sono spesso maschere. Dietro le tende, dietro le persiane, si celano pettegolezzi e ipocrisie. La loro situazione sentimentale non è passata inosservata. Fa parlare. Fa discutere. Ma sempre dietro le spalle.

Come accade spesso sul sagrato della chiesa.

"Quelle due..." bisbiglia Mariuccia, stringendo il rosario tra le dita, mentre Francesca e Patrizia passano a pochi metri da lei. 

"Eh?" dice Teresina, che era un po’ distratta, intenta a sistemarsi il foulard.

"Dicono a tutti che vivono insieme per dividere le spese, ma secondo me dividono anche il letto" insiste Mariuccia, con un sorrisetto tagliente. Mariuccia è la responsabile delle Figlie di Maria, la più potente associazione religiosa del paese. Provvede a tutto: fiori per l’altare, candele, raccolte fondi, e naturalmente, al benessere del parroco...

Teresina fa finta di scandalizzarsi, si porta una mano alla bocca. "Vivono nel peccato!" esclama, con tono teatrale.

"Sono belle, sono giovani, e qui in paese ci sono tanti ragazzi scapoli che vorrebbero prendere moglie e non trovano" aggiunge Mariuccia, con tono di rimprovero.

"Eh? Quali?"chiede Teresina.

"Quali? Tommasino, per esempio, il figlio di Giovanna. È un bravo ragazzo, sta sempre con i genitori e…

"Ma è ritardato! esclama Teresina. Mariuccia solleva le spalle. "Allora Pietrino" propone. Teresina scuote le mani, fa segno di no. "Anche quello sta sempre con i genitori, ma li picchia! È mezzo matto! "E Michelino? Il figlio di Leonilda, non va bene neanche lui?" "Ma quello beve!" esclama Teresina.

"È un grande lavoratore. È vero, a volte esagera con il vino, ma lo fa soltanto il sabato e la domenica" dice Mariuccia. "E durante le feste comandate e il giorno della fiera" aggiunge Teresina.

"Sarà così, ma per quelle come loro sarebbe già un lusso" ribadisce Mariuccia, con tono definitivo.

Al bar del paese, i discorsi non sono tanto diversi. Le due donne che stanno insieme fanno parlare anche lì.

"Non sono brutte" dice Giorgione, che ha già scolato un paio di bicchieri.

"E chi ha detto che sono brutte? ribatte Livio, che invece si è bevuto quasi un litro. "Anzi" aggiunge. "La bionda non è niente male. Però è uno spreco. Si vede che non hanno mai provato un uomo vero".

"E chi sarebbe l’uomo vero? Tu?" lo provoca Giorgione. "Certamente!" biascica Livio. "Se provassero con me cambierebbero subito parrocchia! Garantito! Provare per credere! "

"Sarebbero le prime, a provare con te" lo prende in giro Giorgione. Tutti si mettono a ridere.

"Quando ero più giovane c’era la fila!"  ribatte Livio, e poi si versa ancora da bere. "Comprese quelle dell’altra sponda!" Altre risate, ancora più sguaiate.

Proprio in quel momento, entrano nel bar Francesca e Patrizia. Si dirigono al banco.

"Due caffè, grazie" comanda Patrizia. Il barista annuisce. Tutti zittiscono. Qualcuno abbassa lo sguardo. Qualcun altro accenna un sorriso, un cenno di saluto, come se nulla fosse. Come se non avessero appena riso di loro.

Francesca sorride. Guarda fuori dalla finestra, dove il sole filtra tra i rami spogli del platano.  Come si sta bene in questo paese, pensa. Com’è piacevole vivere in questa piccola realtà. Sono tutti così carini e gentili! Poi appoggia la mano sul braccio di Patrizia.