Pioveva ormai da giorni
e giorni. Nessuno, in paese, ricordava una simile primavera. Così umida, così
triste e malinconica. Così tediosa. Tutto era umido e impregnato d’acqua, ogni
cosa sapeva di muffa: gli ambienti delle case, gli oggetti, gli abiti delle persone.
Un clima del genere non poteva che avere inevitabili ripercussioni sull’umore
della gente, aumentandone a dismisura il grado di irritabilità.
Di conseguenza, anche
l’atmosfera all’interno dei locali della Società Cooperativa, di solito
piuttosto vivace, era invece cupa e pesante.
Quattro uomini erano
seduti intorno a un tavolino. Tutti sospiravano, tirando profonde boccate dalle
sigarette senza filtro e rendendo così l’aria irrespirabile. Di fronte a loro
c’erano tre bottiglie di denso vino rosso e un bicchierino di liquore alla
prugna.
Ferruccio, l’oste, si
avvicinò al gruppo di amici. Tra le mani teneva uno strofinaccio lurido.
“Dicono che pioverà
ancora per qualche giorno” li informò, sconsolato.
Dolfo, il corpulento
camionista, picchiò un violento pugno sul tavolo. Bottiglie e bicchieri fecero
un balzo e poi ricaddero, per miracolo, in piedi. Poi staccò una tremenda
raffica di imprecazioni chiamando in causa madonne, santi, madri e sorelle.
“Oggi non lavori?”
domandò Ferruccio. “Fai bene, le strade sono scivolose e pericolose” aggiunse,
nel tentativo di calmarlo.
L’altro lo guardò,
stupito.
“Il mio camion non
sopporta l’acqua” disse, serio.
Nel sentire quella
parola, acqua, tutti inorridirono disgustati. Quel termine immondo era
proibito, nessuno doveva mai pronunciarlo.
Dolfo, imbarazzato,
chiese scusa.
“E fa pure freddo”
proseguì l’oste, con indifferenza, posando lo sguardo sul gruppo di amici.
Magnìn, il figlio dello stagnino, nonché il capobanda, diede un’occhiata ai
suoi abiti. Lui vestiva sempre allo stesso modo, tutto l’anno. Pantaloni di
velluto a coste larghe, camicia e gilet. Al collo portava un foulard di seta
rossa, utile per ripararlo dall’aria quando andava in moto. Luigino, seduto
accanto, indossava invece un pesante maglione fatto da sua madre all’uncinetto.
L’ometto, tutto pelle e ossa, aveva sempre freddo. Riusciva a scaldarsi
soltanto dopo innumerevoli cicchetti del suo amato liquore alla prugna. Dolfo
portava l’immancabile canottiera blu e pantaloni da lavoro. Ed era tutto
sudato. Sergio era abbigliato in maniera normale: calzoni grigi ben stirati,
camicia azzurra e pullover rosso fuoco.
“Se continuerà a
piovere tutta la roba marcirà” disse quest’ultimo.
“Quale roba?” chiese
Luigino.
“Ma come! La frutta e
la verdura, e i prezzi aumenteranno” disse il socio.
Luigino scrollò le
esili spalle. Erano almeno vent’anni che non mangiava né frutta né verdura. In
verità lui non mangiava quasi nulla. Qualche acciuga in salsa verde, un po’ di
formaggio grasso, pane e rafano, e nulla di più. Viveva grazie all’alcol che
ingurgitava da mattino a sera. Gli era sufficiente.
“Ho sentito in
televisione che gli albergatori si stanno lamentando. Con questo maltempo i
turisti se ne stanno a casa” intervenne Sergio.
Magnìn lo guardò,
torvo.
“E dov’è che dovrebbero
andare questi turisti, come li chiami tu?” disse.
Sergio distolse lo
sguardo poi, prima di rispondere, ingollò una robusta sorsata di vino.
“Al mare, per esempio…”
A queste parole tutti
scoppiarono a ridere, compreso lo stesso Sergio. Nulla poteva essere considerato
più comico dal gruppo di amici che pensare a gente nuda, con la pelle
abbrustolita, alle prese con sdraio, ombrelloni, paletta e secchiello.
Dolfo, terminato di
sghignazzare, rivolse gli occhi al soffitto, beato.
“Pensate se piovesse
vino!” esclamò all’improvviso, abbandonandosi all’estasi.
Tutti, a tale pensiero,
trattennero il fiato e furono percorsi da un piacevole brivido. Gli occhi di
Dolfo si inumidirono. A dispetto dell’apparenza era un tipo molto sentimentale.
“Però la pioggia così
intensa può provocare alluvioni” intervenne Ferruccio, cercando di riportare
tutti alla realtà.
“Basta prendere le
barche” sentenziò Luigino, porgendo all’oste il cicchetto da riempire. Gli
amici assentirono. La lucida saggezza di quell'uomo era proverbiale.
Seguì un altro giro di
bottiglie che, nel giro di poco tempo, furono scientificamente prosciugate.
Dolfo sentiva sempre più caldo, non vedeva l’ora di uscire a fare qualcosa.
“Allora, oggi non si fa
nulla?” domandò con finta indifferenza.
“Si potrebbe andare a lumache!”
propose Sergio con entusiasmo.
Magnìn scosse il capo.
Lui preferiva andare in cerca di funghi o, al più, a caccia di vipere.
“E poi che te ne fai
delle lumache?” chiese all’amico.
“Per prima cosa le
metto a spurgare…” iniziò l’altro, quindi non seppe come proseguire.
“E poi che fai, te le
mangi?”
Sergio fece una
smorfia. “Sei matto? Le lumache mi fanno schifo!”
Proposta bocciata,
dunque. Magnìn divenne pensieroso, e subito il suo pessimo umore contagiò tutti
gli altri. I quattro compari continuarono a bere, per cercare di stemperare il
morale basso. Ferruccio, l’oste, passò sul tavolo lo straccio lercio e si
diresse verso il bancone, richiamato dal suono della campanella della porta. Un
giovane contadino era appena entrato nel bar-osteria, dopo aver parcheggiato il
vecchio trattore. Indossava un cappello di paglia, una enorme mantella intrisa d’acqua e, ai piedi, portava degli stivaloni di gomma incrostati di letame. Ordinò
una cedrata.
Sempre seduti al loro
tavolo, Magnìn e la sua banda lo avevano notato.
“Avete visto Pietrino?
Da quando ha avuto l’eredità ogni volta che viene qui sembra un pavone!” disse
Sergio, sempre ben informato riguardo tutto ciò che accadeva in paese.
Luigino non reagì. Era
come in trance, continuava a tenere gli occhi arrossati fissi sul bicchiere di
bibita che era comparso sul bancone. Si sentì rivoltare le viscere. Quel giovane
stolto si accingeva a bere pioggia, nient’altro che pioggia colorata e gassata.
Un autentico sacrilegio!
“Quale ereditità?”
domandò invece Dolfo, curioso.
“Non vi ricordate? Il
mese scorso è mancato il padre.”
Magnìn annuì.
“Il padre però era una
persona per bene. Beveva” affermò con aria solenne.
“Ha preso tanta roba?
Soldi? Case?” incalzò Dolfo, notoriamente alquanto pettegolo.
“Impossibile che abbia
preso qualcosa” intervenne Magnìn. “Il buon Carluccio, prima di tirare le
cuoia, aveva fatto in pieno il suo dovere e si era bevuto tutto.”
Tutti alzarono i
bicchieri in segno di rispetto.
“Magnìn ha ragione”
confermò Sergio. “Pietrino però ha ereditato l’unico bene prezioso che ancora
possedeva il vecchio Carluccio, pace all’anima sua!”
“Sarebbe?” chiese Dolfo.
“Ha preso il posto di
suo padre come socio della Cooperativa. Purtroppo ciò è previsto dallo
statuto.”
Seguirono commenti
costernati. Indignati. Si trattava di un fatto incredibile, inaccettabile.
Pietrino era un giovane per bene, ma il fatto che non bevesse lo rendeva, agli
occhi dei quattro amici, una persona indegna, e non era possibile che ora occupasse
un ruolo così delicato.
“Che tempi!” sbottò
Dolfo.
“Già! Dove andremo a
finire?” rincarò Sergio.
Magnìn, per scacciare
quei foschi pensieri, decise di prendere l’iniziativa. Di scatto si alzò in
piedi e inforcò gli occhiali dalle lenti affumicate. Si strinse il foulard al
collo.
“Andiamo a giocare a
bocce!” ordinò. Tutti lo imitarono, anche se si reggevano a stento in piedi.
Era impossibile contraddire Magnìn, nessuno c’era mai riuscito. Tuttavia era
doveroso provarci, e lo fece Dolfo con voce strascicata.
“Piove!” Si lamentò.
“Ci bagneremo.”
Magnìn lo squadrò dal
basso verso l’alto. Il camionista era grosso il doppio di lui, ma non possedeva
neppure la minima parte del suo carisma.
“Ho detto che andiamo a
giocare a bocce e così faremo” ribadì. “Tanto c’è la tettoia” Discussione
conclusa, come sempre. I quattro si diressero verso uno stanzino nel quale
riponevano l’attrezzatura da gioco. Si armarono e uscirono sotto la pioggia
battente. L’unico ad attardarsi fu Luigino. Anche se pioveva, anche se faceva
freddo, lui non aveva alcuna intenzione di rinunciare alla sua abituale ed
elegante tenuta da gioco. Dopo essersi tolto gli scarponi da bagnato si sfilò i
pantaloni di vigogna e ne indossò un paio di tela leggera. Poi calzò delle
scarpe di corda. Infine, a fatica, riuscì a infilarsi sopra il maglione, che
gli arrivava alle ginocchia, il suo famoso camiciotto a righe. Completò
l’operazione sistemando in un taschino posteriore dei calzoni la bacchetta
telescopica per misurare i punti e nell’altro un panno giallo per strofinare le
bocce. In una tasca anteriore trovò invece posto un pallino di riserva. Infine
afferrò e soppesò la borsa contenente le sue sfere da competizione di bronzo
luccicante e dal diametro ridotto, pesanti esattamente ottocentonovantacinque
grammi. Luigino aveva le mani piccole. Finalmente pronto, uscì a sua volta nel
cortile della Società Cooperativa, dove gli amici lo stavano aspettando già
completamente inzuppati. Tra le pietre del selciato spuntavano qua e là ciuffi
di muschio dal colore verde brillante. I quattro compari puntarono decisi verso
il campo da bocce, dove trovarono altri giocatori già impegnati in una partita,
e che all’istante smisero di giocare. Sgombrarono in fretta il campo, uno di
loro passò il rullo e un altro spazzò il terreno con una grossa scopa di rami
di melo intrecciati. Poi si sistemarono attorno al campo di gioco, incuranti del
diluvio. Non volevano perdersi neppure un attimo dello spettacolo.
“Giochiamo io e Luigino
contro voi due” stabilì Magnìn.
Dolfo protestò
piagnucolando.
“Non vale! Il
bocciatore e il puntatore più forti contro i più deboli. Non c’è storia!”
Magnìn osservò l’amico
per un istante. Il figlio dello stagnino era un tipo testardo ma era pure un
grande sportivo. Decise di concedere al camionista una possibilità. Luigino,
dal canto suo, rimase imperturbabile. Era già concentrato sulla partita.
“Tiriamo a sorte?”
suggerì Sergio, speranzoso.
Magnìn scosse il capo,
fece schioccare le labbra, poi azionò la macchinetta a benzina e si accese una
delle sue sigarette senza filtro. Notò con disapprovazione che la cicca era un
po’ umida. Dedusse che il tabacco assorbe l’umidità, e di quella ce n’era
davvero tanta.
“Facciamo così” disse
dopo aver aspirato alcune boccate. “Chi tira la boccia più lontano può
scegliere il socio.”
Nessuno ebbe qualcosa
da ridire. Erano tutti entusiasti. Le idee di Magnìn erano sempre geniali.
Soltanto Sergio manifestò un piccolo dubbio.
“Ma dove le tiriamo le
bocce?” domandò.
Magnìn buttò il
mozzicone, che toccò terra sfrigolando.
“Tiro libero” disse a
bassa voce. E l’approvazione fu ancora una volta totale.
Tornarono nel cortile.
“Andate a chiamare
Ferruccio” aggiunse il figlio dello stagnino. “A turno ci riparerà con
l’ombrello.”
E l’oste arrivò
reggendo un gigantesco parapioggia nero a due piazze. Ognuno dei quattro
compari aveva in mano una boccia da allenamento, di quelle che Ferruccio
metteva a disposizione dei clienti non abituali. Le preziose sfere da gara,
truccate con il mercurio, erano state lasciate all’asciutto. Guai se si fossero
bagnate! Avrebbero perso la loro sfolgorante lucentezza.
“Comincio io!” disse
Sergio, deciso. Poi sporse la lingua, impugnò ben stretta la boccia e fece
oscillare il braccio a pendolo. A un certo punto lanciò. La sfera, resa
scivolosa dalla pioggia che continuava a cadere torrenziale, gli scappò di mano
e andò a infrangere il vetro di una finestra del Salone della Musica.
“Come facciamo a
misurare?” chiese Dolfo. Sergio si strinse nelle spalle.
“Sabato sera, quando i
musici faranno le prove, la andrò a recuperare” disse infine il maldestro
lanciatore, un po’ imbarazzato, rivolgendosi allo sbalordito Ferruccio.
“Dolfo, tocca a te!”
disse Magnìn.
La boccia quasi sparì,
affondata nell’enorme mano del camionista. Dolfo ruotò più volte il braccio,
aumentando sempre di più la velocità, e alla fine mollò. La sfera assunse una
traiettoria perfettamente verticale, si confuse con il grigio delle nuvole e
tutti la persero di vista. Dopo alcuni lunghi istanti carichi di tensione la
palla di metallo ricadde perforando l’ombrello di Ferruccio, sfiorando il
grosso naso dell’oste e andando a conficcarsi nel terreno impregnato d’acqua. Tutti
rimasero ammutoliti, tranne Magnìn e Luigino. Il primo si accese l’ennesima
sigaretta, dopo averla prima leccata con estrema cura. L’altro, impassibile, estrasse
la bacchetta telescopica e, stando in ginocchio, misurò il lancio di Dolfo.
“Due centimetri in
lunghezza, sette in profondità” fu il suo preciso responso. Dolfo scosse il
capoccione, insoddisfatto. Ferruccio, ancora pallido come un cadavere per il pericolo
corso, non disse nulla. Si limitò a gettare a terra l’ombrello, ormai
inservibile, e a rifugiarsi sotto il porticato. Proprio quando arrivò il turno
di Luigino la pioggia aumentò ancora d’intensità. Un autentico diluvio, ma l’ometto
con il camiciotto a righe non si lasciò intimidire dalla furia degli elementi.
Sputò a terra, asciugò la boccia con il suo panno giallo, poi la impugnò di
sottomano. Luigino era il migliore puntatore del paese, e non solo. In ogni suo
lancio riusciva ad accostare la boccia a non più di un centimetro dal pallino. Spesso
lo baciava. Era in grado di imprimere alle bocce direzioni impossibili, di
farle saltare e curvare. Tuttavia adesso si trattava di usare la forza, e quella
proprio non la possedeva, perché era di costituzione minuta. Allora scelse l’astuzia.
Lanciò la boccia direttamente sulla strada, che in quel punto era in leggera
pendenza. La palla di ferro prese un buon abbrivio, all’improvviso curvò, come
per prodigio, e imboccò una ripida china, quella che conduceva verso la chiesa.
E scomparve alla vista. Un volenteroso giovane, incurante del nubifragio,
inforcò la bicicletta e si recò a verificare l’esito del tiro. Fu di ritorno
dopo qualche minuto, tutto trafelato e completamente zuppo d’acqua.
“Ha preso in pieno il
sacrestano che stava uscendo dalla chiesa!” gridò. “Sulla caviglia!” precisò.
Luigino annuì, infilò
le mani in tasca e andò a mettersi al riparo. Aveva la gola secca, e ordinò a
Ferruccio un bicchierino di liquore alla prugna. L’oste lo servì subito.
Magnìn prese posizione
proprio in mezzo al cortile della Società Cooperativa. Naturalmente avrebbe
potuto rinunciare alla sua prova. Luigino aveva vinto, e avrebbe sicuramente
scelto lui come compagno per la partita. Tuttavia il figlio dello stagnino non
era un tipo che rinunciava facilmente alle sfide. Era in gioco la sua
reputazione. Che cosa avrebbero detto in paese se si fosse arreso senza
lottare?
Magnìn era immobile,
con la boccia in mano, un occhio socchiuso per prendere meglio la mira.
Sembrava una statua. Nessuno osava parlare. Trascorse mezz’ora, poi un’ora, e
lui non si muoveva. Gli portarono del vino, per riscaldarlo. Tentarono persino
di accendergli una sigaretta, ma non ci riuscirono, poiché pioveva sempre più
forte. e tirava vento. D’un tratto sopraggiunse un camion. Magnìn ne sbirciò la targa, e vide
che era quella di un’altra provincia. Con un abile movimento del polso riuscì a
gettare la boccia sul cassone del veicolo in corsa. Quella palla di ferro,
prima di fermarsi, avrebbe percorso chissà quanti chilometri! Aveva vinto! I
presenti applaudirono. Qualcuno si inchinò in segno di rispetto. Dolfo,
esaltato per l’impresa dell’amico, ordinò da bere per tutti. Quindi il
camionista lanciò un'occhiata alle nubi che si addensavano sempre di più, gonfie d'acqua a dismisura, si strizzò la canottiera e poi andò di corsa verso il campo da bocce. In fondo, che importava se non c’era il sole?