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martedì 27 gennaio 2026

IL COMPAGNO INVISIBILE


 

Mirko cammina piano lungo il corridoio della scuola, stringendo lo zainetto contro il petto. I suoi capelli rossi brillano sotto le luci al neon, e la sua figura un po’ rotonda attira gli sguardi di chi lo incrocia. Alcuni ridacchiano, altri lo ignorano. Lui abbassa gli occhi, come sempre.

È timido, Mirko. Molto sensibile. Non parla mai troppo, non alza la voce, non si difende. Da quando ha iniziato la scuola, è diventato il bersaglio preferito di chi ha bisogno di sentirsi forte. Gli insegnanti non sanno nulla. I genitori neppure. Mirko preferisce subire in silenzio. Non vuole disturbare. Non vuole pesare sugli altri.

Per sentirsi meno solo, ha inventato Enea. Un amico immaginario. Forte, coraggioso, leale. Gli confida tutto: le paure, le umiliazioni, i sogni. Scrive a lui nel diario, con frasi brevi, intime. "Oggi Massimo mi ha insultato. Enea, aiutami tu". Oppure: "Vorrei essere invisibile. Soltanto tu mi dovresti vedere."

Quel pomeriggio, all’uscita da scuola, succede di nuovo. Mirko è appena fuori dal cancello quando Massimo e gli altri lo circondano.

"Ehi, testa rossa!" grida uno.

"Perché non ci hai consegnato il tuo panino? Lo sai che lo devi fare. Tu sei grasso come un maiale, non hai bisogno di mangiare".

Qualcuno lo spintona. Un altro gli strappa lo zainetto. Mirko cerca di riprenderlo, ma non ci riesce. Dopo qualche minuto, glielo restituiscono. Lui lo afferra e scappa a casa, il cuore in gola. Non si accorge che manca qualcosa. Il diario.

Quella sera, tutti i bulli lo leggono. Ridono. Si divertono. Le frasi rivolte a Enea diventano battute. "Aiutami, Enea!" imitano, tra schiamazzi. Ma Alessandro, uno di loro, non ride. Non sempre ha condiviso ciò che facevano, ma ha sempre partecipato. Ora, però, qualcosa lo colpisce. Quelle parole non sono ridicole. Sono vere. Esprimono vero dolore, autentica sofferenza.

Il giorno dopo, Alessandro si avvicina a Mirko prima dell’ingresso.

"Ieri avevi perso questo" dice, porgendogli il diario.

Mirko lo prende a occhi bassi. Sa che lo hanno letto. Sa che hanno riso di lui. Vorrebbe scomparire. Vorrebbe non esistere. Si sente piccolo, sporco, esposto.

La campanella suona. È l’intervallo. Come spesso accade, Mirko viene affrontato di nuovo dai bulli.

"Perché durante la lezione di italiano mi guardavi?» dice Massimo, provocandolo.

"Hai qualcosa da dirmi?" aggiunge.

Poi lo schiaffeggia. Lo spintona appoggiandogli le mani sul petto. Mirko è accerchiato. Sta per mettersi a piangere.

Ma, all’improvviso, Alessandro interviene.

Con passo deciso, si sistema tra Mirko e gli altri. Allontana Massimo con forza. Gli altri si bloccano. Alessandro è il più robusto tra tutti loro. Pratica arti marziali. Nessuno osa reagire.

"Da oggi in poi guai a chi molesterà Mirko!" grida, con voce ferma.

I prepotenti si guardano tra loro, confusi, spaventati. Poi se ne vanno, uno dopo l’altro. In fondo, sono dei codardi.

Mirko rimane solo con Alessandro. Lo guarda. Non sa cosa dire. Nessuno lo aveva mai difeso.

"Grazie, Alessandro" mormora infine, con voce tremante.

Alessandro sorride. "Alessandro? No. Da oggi in poi chiamami Enea".

Mirko lo guarda, gli occhi lucidi. Non è più solo.

venerdì 23 gennaio 2026

VETRINA (2) - CINQUE CERCHI MAGICI (STORIE BIZZARRE DI ATLETI OLIMPICI)


 

Ripropongo i miei ultimi quattro libri, raggruppando i commenti critici di alcuni lettori.

L'opera Cinque cerchi magici (Storie bizzarre di atleti olimpici) pubblicato nel 2017, è un'antologia narrativa che esplora il lato più umano, insolito e talvolta grottesco dei Giochi Olimpici. Attraverso una serie di racconti, l'autore si allontana dalla cronaca sportiva tradizionale per focalizzarsi sull'epica degli "ultimi", dei visionari o di chi ha vissuto l'Olimpiade in modo del tutto fuori dagli schemi.

Il libro è introdotto da citazioni celebri (Aristotele, De Coubertin) che pongono l'accento sul valore intrinseco del partecipare rispetto a quello del vincere. L'autore sposa questa filosofia celebrando non tanto i record mondiali, quanto la "bizzarria" del gesto atletico e l'anima che risiede dietro lo sforzo fisico. Il titolo stesso, "Cerchi magici", suggerisce una visione quasi esoterica o fiabesca dello sport, dove l'evento olimpico diventa un palcoscenico di destini eccezionali.

Nei racconti (come si evince dai frammenti su Gordin e il maratoneta Bekele), lo sport è un mezzo per indagare la psicologia dell'individuo. Il dialogo finale tra Gordin e Bedozzi sul "non pensare a niente" durante la corsa rivela una ricerca di assoluto e di vuoto mentale che eleva la prestazione atletica a una forma di meditazione o di fuga dalla realtà.

 Lo stile dell'autore è narrativo e colloquiale, capace di mescolare il gergo sportivo con riflessioni esistenziali. La struttura a episodi permette di spaziare tra epoche e discipline diverse, mantenendo però un filo conduttore: l'unicità dell'esperienza olimpica. L'uso di termini informali, nei dialoghi, ("non me ne importa un cazzo") serve a umanizzare gli atleti, spogliandoli della divisa da eroi per restituirli alla loro dimensione di uomini comuni.

Cinque cerchi magici è un omaggio sentito e originale al mito delle Olimpiadi. L'autore riesce a guardare "dietro le quinte" della gloria, andando a scovare storie che spesso sfuggono agli annali ufficiali ma che incarnano il vero spirito dei giochi.

Invece di concentrarsi sui soliti trionfi, l'autore cerca il lato "bizzarro" e poetico dello sport, rendendo la lettura sempre interessante.

Gli atleti protagonisti sono fragili ma determinati, testardi e profondamente umani. La loro lotta non è solo contro il cronometro, ma contro i propri limiti e le proprie ossessioni.

La brevità dei racconti e l'efficacia dei dialoghi rendono il libro scorrevole e avvincente, quasi come una serie di istantanee scattate a bordo pista.

L'opera è utile per riscoprire il senso dello sport oltre il business e il successo a ogni costo. È un libro che parla di sogni, di fallimenti gloriosi e di quella strana magia che accade quando il mondo intero si ferma a guardare un uomo correre, saltare o nuotare.

Una lettura piacevole e illuminante che trasforma la storia dello sport in letteratura. L'autore ci ricorda che, sebbene le medaglie siano fatte di metallo, le storie olimpiche sono fatte della stessa sostanza dei sogni.

No, non era come negli sport di squadra. Quando saltava, tutti gli sguardi erano concentrati su di lei, soltanto sul suo corpo. Gli occhi attenti degli spettatori presenti allo stadio, ma anche l'occhio freddo della telecamera, e soprattutto gli sguardi di milioni di persone davanti ai teleschermi.

Il libro è disponibile, in versione digitale e cartacea, su Amazon o principali librerie online.

MOMENTI DI GRANDE STORIA NELLA VITA DI UNA PERSONA QUALUNQUE

Sono le ultime settimane di vacanza, quel tempo sospeso e dorato prima di iniziare la terza media. Sei appena tornato da un giro in bicicletta con gli amici, hai ancora il fiato corto e la pelle scaldata dal sole. Hai una fame da lupi. Quando oltrepassi il cancello di casa, compi il solito gesto automatico: recuperi il giornale dalla cassetta delle lettere.

Oltrepassi la porta della cucina mentre tua mamma sta terminando di preparare il pranzo; senti il rumore dei piatti e il profumo del sugo che riempie l'ambiente. Ti sdrai a terra, sei abituato così, è il tuo angolo di mondo, e ti appresti a sfogliare il giornale partendo dal fondo. Cerchi le pagine dello sport, le uniche che di solito catturano la tua attenzione di ragazzino.

Tuttavia, questa volta, le dita si fermano prima. Rimani colpito dai grossi titoli neri in prima pagina. Allora inizi a leggere. Leggi di quel presidente socialista morto in Cile, di quell'ometto con gli occhiali che, vedendo il palazzo presidenziale assaltato dai militari, ha scelto di non fuggire. Ha imbracciato un mitra, ha indossato un elmetto e ha cercato di difendere se stesso e la democrazia del suo Paese fino all'ultimo respiro, prima di togliersi la vita. Prosegui nella lettura e ne sei sempre più scosso. Non senti neppure tua madre che ti chiama, che ti dice che è pronto, che il cibo si raffredda. Da quel giorno, qualcosa in te si rompe e si ricompone: non smetterai più di informarti e i giornali, d'ora in poi, inizierai a leggerli sempre dalla prima pagina.

Non sono trascorsi molti anni da quell'undici settembre cileno, ma tu sei cresciuto. Frequenti il quarto anno delle superiori e la tua coscienza politica ormai si è formata, forgiata tra i banchi e le piazze. Partecipi alle discussioni con i compagni, alle assemblee, leggi libri carichi di ideali in anni che senti pesanti, difficili, elettrici.

È primavera, e il risveglio della natura sembra contrastare con il grigiore della cronaca. È una giornata scolastica sonnolenta: niente interrogazioni, niente compiti in classe. Il professore di matematica sta tentando di spiegare qualche astrusa formula alla lavagna quando, all'improvviso, un gruppo di studenti irrompe nell'aula senza bussare.

"Hanno rapito Moro!" gridano. "Tutti fuori!".

Il professore, un uomo severo che mai avrebbe tollerato un'interruzione simile, rimane invece muto, la mano col gesso a mezz'aria, immobile. Nessuno bada più a lui. Vi alzate tutti in piedi ed uscite in corridoio. Alla fine, quasi con mestizia, si accoda pure lui. Scendete, l'atrio è già gremito; qualcuno imbraccia un megafono e la voce gracchia riflessioni rabbiose. Vedi altri professori con le facce stranite, seduti per terra insieme agli studenti.

Vorresti non aver sentito alcune frasi troppo violente pronunciate quel giorno in quell'improvvisata assemblea. Non ci sono scuse per certe affermazioni, ma siete ragazzi giovani, sotto shock, ancora non sapete che cinque uomini della scorta di Moro sono stati trucidati. Non vedi l'ora di tornare a casa. Sei confuso, hai bisogno di silenzio per dare una risposta alla domanda che ti tormenta: e adesso, cosa succederà al Paese? È difficile nascondere a te stesso che, per la prima volta, provi una paura vera, adulta.

Adesso di anni ne sono trascorsi tanti, anche se sul calendario è di nuovo l'undici settembre. Il tempo della scuola è un ricordo lontano e piacevole, sostituito dalla "vita vera", fatta di scadenze, ufficio e obblighi familiari. È un pomeriggio caldo. Sei uscito per un servizio esterno e, quando rientri nel grande open-space, noti qualcosa di insolito.

Tutti i tuoi colleghi sono ammassati intorno a un unico computer. Il silenzio è irreale. Ti avvicini, ma nessuno di loro si volta. Domandi cosa stia succedendo, ma nessuno risponde. Allora ti fai largo, spingendo con delicatezza, finché non arrivi vicino al piccolo schermo.

Scorgi un grattacielo. Stati Uniti d'America, la città è New York. Un'alta torre di vetro è avvolta dalle fiamme e dal fumo nero. Poi vedi dei minuscoli puntini scuri che cadono dalla sommità. Ti ci vuole qualche secondo perché il cervello accetti l'orrore: sono persone che si lanciano nel vuoto. Poco alla volta, mentre le immagini si susseguono e anche la seconda torre viene colpita, capisci che il mondo è cambiato di nuovo. E ancora una volta, come quel giorno a terra in cucina o in quell'atrio di scuola, l'angosciosa domanda ritorna a farti visita: che cosa accadrà adesso? E ancora una volta hai paura.

 

 

martedì 20 gennaio 2026

CACCIA

 

"Mancano soltanto tre giorni". La voce roca di Riccardo riecheggiò nel bunker umido, un miscuglio di eccitazione e cinismo. "Tre giorni all'apertura della caccia".

Eleonora annuì, e un brivido le corse lungo la schiena.

Ogni anno era la stessa storia. La caccia ai buoni. Un’aberrazione nata decenni prima, quando la crudeltà aveva divorato l'anima dell'umanità. Essere buoni era diventato un crimine, un'anomalia da estirpare. I pochi rimasti vivevano nell'ombra, compiendo atti di gentilezza e di bontà di nascosto, sempre con il fiato sospeso. Chi veniva scoperto, entrava nella lista.

Due giorni dopo, la lista fu affissa nella piazza. Una folla silenziosa si accalcava, i volti illuminati da una curiosità morbosa. Eleonora si fece strada, il cuore che le martellava nel petto. I suoi occhi scorsero i nomi, uno dopo l'altro, fino a che un'onda di gelo la investì.

Eleonora Rossi.

Il suo nome era lì, nero su bianco. Era stata scoperta. Forse quella volta che aveva lasciato cibo per il bambino affamato nel vicolo, o quando aveva curato di nascosto le ferite di un anziano. Ogni piccolo gesto, ogni sussurro di compassione, era stato un rischio calcolato, e ora il conto era arrivato.

Andò a cercare Riccardo. Lo trovò intento a lucidare il suo fucile, gli occhi brillanti di eccitazione.

"Hanno affisso la lista" disse Eleonora, la voce ridotta a un sussurro.

Lui alzò lo sguardo, un sorriso soddisfatto. "C'è qualcuno che conosciamo?"

Eleonora esitò, la verità che le bruciava in gola. "Ci sono io, Riccardo".

Il silenzio piombò nell'ambiente, denso e pesante. Il sorriso di Riccardo svanì, sostituito da una maschera di incredulità e poi, lentamente, di orrore. Il fucile gli scivolò di mano, cadendo a terra con un tonfo sordo.

"Cosa... cosa stai dicendo?" La sua voce era strozzata.

Eleonora alzò le spalle, un gesto di rassegnazione. "Ho... ho provato a fare del bene, Riccardo. Non ce la facevo a vivere così, a vedere tutta questa crudeltà e non fare nulla".

Gli occhi del compagno si riempirono di un tormento che non gli aveva mai visto. La mente schematica di Riccardo, abituata a categorie nette  - buoni da cacciare, cattivi da sopravvivere -  era in frantumi. La donna che amava, la sua compagna, era una di loro, una "buona".

"Non è possibile. Tu non puoi essere..." disse Riccardo, incredulo.

"Invece sì," disse Eleonora. "E tu sai che cosa significa".

Il volto di Riccardo si scurì. La caccia non era solo un rituale, era la linfa vitale del loro mondo. Non ci si poteva sottrarre

"Eleonora..." La sua voce divenne un lamento.

Lei si avvicinò.

"Non c'è scelta, Riccardo. Se non lo farai tu, lo farà qualcun altro. E preferirei che fossi tu".

Lui la guardò, i suoi occhi che supplicavano una via d'uscita, una speranza. Ma non poteva esserci alcuna aspettativa in quel mondo. Non per i buoni, e forse, nemmeno per i cacciatori.

Il giorno dell'apertura della caccia, il cielo era grigio. Riccardo, con il fucile in spalla, si unì agli altri cacciatori. Il suo cuore era addolorato, ma il suo volto era determinato.

La caccia iniziò. Le urla si levarono, seguite da spari secchi.

Poi finalmente la vide. Eleonora era nascosta dietro un muro crollato. Il suo sguardo si posava su di lui. Non c'era paura nei suoi occhi, soltanto una profonda tristezza.

Marco alzò il fucile, le mani che tremavano. L'immagine di Eleonora, il suo sorriso, le loro notti nel bunker, tutto gli balenò nella mente. Ma non esitò e premette il grilletto.

Il rumore dello sparo echeggiò nel silenzio cupo. Riccardo rimase immobile, il fumo che usciva dalla canna del fucile si confondeva con le lacrime che gli rigavano il viso. Aveva ucciso la sua compagna. Ma, in un modo ancora più crudele, aveva ucciso anche l'ultima scintilla di umanità che resisteva in lui.


sabato 17 gennaio 2026

LETTURE DELLA GIOVINEZZA (12) - "CITY" DI CLIFFORD D. SIMAK


 (Dodici letture dell'adolescenza che hanno fatto nascere l'amore per i libri). 

Clifford Donald Simak (1904 - 1988), è stato un giornalista e autore di fantascienza statunitense (di origine boema). Il suo romanzo più celebre, considerato come una pietra miliare della fantascienza contemporanea, è City (pubblicato nel 1952 e noto anche con il titolo di Anni senza fine). L’opera si compone di otto racconti strettamente collegati tra loro, scritti nell’arco di quasi un decennio, tra il 1944 e il 1952, ai quali si aggiunge un Epilogo pubblicato nel 1973, presente solo nelle edizioni successive.

City, che ha ricevuto numerosi premi, si presenta come una saga visionaria che segue le vicende della famiglia Webster, attraversando epoche e trasformazioni radicali. Il racconto si apre in un futuro prossimo e si estende nel tempo, accompagnando il lettore attraverso secoli di cambiamenti, dove le forme di vita sulla Terra si evolvono, si estinguono o si trasformano, e nuove civiltà emergono ciclicamente, come se il pianeta fosse soggetto a continue rinascite.

Il filo conduttore dell’intera narrazione, presentato dall'autore come frammenti di un ciclo di leggende che i Cani si tramandano oralmente da tempo immemorabile,  è Jenkins, un automa dalle sembianze di maggiordomo, fedele servitore della famiglia Webster. Con il passare del tempo, Jenkins assume un ruolo sempre più importante: da semplice assistente diventa il custode della memoria collettiva dell’umanità, testimone silenzioso dei suoi cambiamenti. In un mondo dove gli esseri umani si fanno sempre più rari, Jenkins finisce per rappresentare l’ultimo frammento di umanità rimasto, figura solitaria e malinconica che domina l’Epilogo finale.

L’opera si distingue per il suo tono evocativo, che mescola elementi fiabeschi e suggestioni mitologiche, creando un’atmosfera sospesa tra il sogno e la riflessione filosofica. City non è soltanto un racconto di fantascienza: è una meditazione profonda sulle aspirazioni, le paure e le contraddizioni dell’essere umano, immerso in un mondo che cambia, si reinventa e talvolta dimentica sé stesso.

La lettura dell'opera può lasciare in un adolescente una profonda impressione sul destino dell’umanità e sul rapporto tra progresso e identità. Attraverso la figura di Jenkins, l’automa che diventa custode della memoria collettiva, ci si confronta con domande essenziali: cosa significa essere umano? Che valore ha la memoria in un mondo che cambia? Il romanzo stimola la riflessione sul tempo, sull’evoluzione delle civiltà e sulla solitudine che può derivare dalla perdita di legami autentici. È un viaggio che invita a pensare oltre il presente, immaginando futuri possibili e interrogandosi sul ruolo della coscienza in un mondo sempre più tecnologico.


giovedì 15 gennaio 2026

VETRINA (1) - LE STORIE DI MAGNÌN

Ripropongo i miei ultimi quattro libri, raggruppando i commenti critici di alcuni lettori.

L'opera Le storie di Magnìn (2017) rappresenta un qualcosa di diverso rispetto ai romanzi di impegno civile o pedagogico dell'autore (Un anno diverso, Oltre il ponte, Sangue del nostro sangue), immergendosi in un realismo magico-popolare che celebra la vita di borgata, le tradizioni rurali e l'umanità più autentica (e spesso ai margini).

Nel libro troviamo innanzitutto la poetica del "Piccolo Mondo". Il fulcro dell'opera è la borgata, un luogo che l'autore ritrova "profondamente cambiato", abbellito e ristrutturato, ma che ha perso parte della sua anima originale rispetto ai tempi di cui si racconta. La casa di Magnìn, "minuscola e impaurita" tra le nuove ville, diventa il simbolo di una resistenza culturale: la testimonianza di un passato povero ma dignitoso che rifiuta di scomparire sotto la vernice della modernità.

Il personaggio principale è Magnìn, l'eroe dell'ozio e del vino, il cui nome richiama il termine piemontese per lo stagnino itinerante. Magnìn è un protagonista d'altri tempi. È l'incarnazione di una filosofia di vita legata alla terra e al "buon bicchiere", vista non come vizio distruttivo ma come filtro per sopportare la realtà o renderla più accettabile. Le citazioni in apertura (Baudelaire, Simpson) chiariscono subito il tono: l'alcol è qui un elemento conviviale e quasi speculativo che lega gli uomini e scioglie le lingue per il racconto.

Il libro si articola come una raccolta di racconti (Magnìn al cimitero, Magnìn al matrimonio, ecc.), una scelta che ricalca la tradizione orale delle storie raccontate davanti al fuoco o in osteria. Lo stile dell'autore è qui più caloroso e ironico, rispetto ad altre sue opere, ricco di sfumature dialettali e descrizioni vivide che rendono omaggio a un'umanità verace (si pensi alla figura del Moro o al camionista Dolfo).

Un libro che profuma di vino buono, di terra bagnata e di ricordi. Con questa raccolta, l'autore compie un atto d'amore verso le proprie radici, dando voce a un mondo che sta scomparendo sotto i colpi del progresso e dell'imborghesimento rurale.

I personaggi sono tratteggiati con una tenerezza che conquista immediatamente il lettore. Magnìn non è un santo, ma la sua autenticità lo rende un eroe moderno della semplicità.

L'autore riesce a far sorridere delle sventure quotidiane e delle sbronze colossali, mantenendo però sempre un fondo di nostalgia per un tempo in cui "un buon bicchiere non faceva mai male".

L'integrazione del dialetto e dei modi di dire locali non è mai un ostacolo, ma un valore aggiunto che immerge il lettore nell'atmosfera della borgata.

Opera ideale per chi cerca una lettura che riconnetta con i valori essenziali, per chi ama le storie di paese e per chi crede che la saggezza si trovi più spesso in un'osteria che in un ufficio. È un libro "di compagnia", capace di scaldare il cuore come un bicchiere di vino rosso in una serata d'inverno.

Una lettura deliziosa e ritemprante. L'autore dimostra che per scrivere grandi storie non servono scenari epici, ma basta saper guardare con "vivace curiosità" il volto increspato dalle rughe di un vecchio amico di borgata.

Albino si allontanò di corsa, con il grosso corpo che barcollava, sostenuto a fatica dai piccoli piedi che mulinavano frenetici. Fu subito di ritorno, portando con sé due bottiglie di vino bianco secco gelato, alle quali fu immediatamente torto il collo. Gli amici brindarono alla gita in Francia. L'unico a non bere quel liquido chiaro, del quale diffidava perché troppo simile all'acqua, temuto veleno, fu Luigino. Comandò l'ennesimo cicchetto di liquore alla prugna. Meglio andare sul sicuro.

Il libro è disponibile, in versione digitale e cartacea, su Amazon o principali librerie online.



 

martedì 13 gennaio 2026

LA TANA

Ero un tipo abitudinario. Lo ero in tutto, sul lavoro, a casa, nel mio tempo libero. Per me non si trattava di una questione di noia, e neppure di maniacalità, ma di sopravvivenza. La mia mente era un campo di battaglia, una terra inquieta dove non c'era mai pace. La consuetudine era il mio scudo, il mio modo per mantenere un minimo controllo su quel caos interiore che mi tormentava senza sosta. Non stavo bene da nessuna parte, ma almeno nella routine trovavo un rifugio, una certezza in un mondo che sentivo sempre precario.

Tre volte alla settimana andavo a correre, un rito che non potevo saltare. Il luogo era sempre lo stesso: un parco cittadino. Percorrevo sempre l'identico tragitto, seguendo il medesimo sentiero. Quel giorno, poco prima di terminare, il mio sguardo, come sempre fisso a terra, notò qualcosa. Una piccola buca, scavata in maniera obliqua accanto al sentiero. Sembrava il lavoretto di un cane, forse per nascondere un osso, o la tana di qualche piccolo animale. La notai, ma non mi ci soffermai più di tanto. Avevo problemi ben più grandi per la testa.

Due giorni dopo, rifacendo il mio solito percorso, la vidi di nuovo. Questa volta era impossibile ignorarla. Era tre o quattro volte più grande, anche se la forma era la stessa. Ebbi un attimo di sorpresa, ma subito dopo la mia mente tornò a galoppare sulle consuete preoccupazioni, quelle che ero abile a crearmi anche quando non esistevano.

La volta successiva, quando tornai al parco, provai una curiosità strana, quasi morbosa. Volevo vedere se la buca c'era ancora, o se era stata riempita. Poteva essere pericolosa per chi andava in bicicletta, pensavo. Quando arrivai, rimasi sconvolto. La buca era ancora lì, ma adesso aveva quasi un metro di circonferenza. Era enorme. Per un attimo pensai di segnalarlo a qualcuno, ma non sapevo a chi. Scacciai l'idea e continuai la mia corsa. Non volevo rompermi la testa anche con quello.

Per qualche giorno non ci pensai, ma quando tornai a correre feci una cosa che per me era quasi un atto di ribellione: cambiai percorso. Non passai nel punto in cui c'era la buca. Non compresi subito il motivo, forse avevo paura di vederla ancora più grande, di scoprire qualcosa che mi avrebbe turbato ancora di più.

Trascorsero un paio di settimane, o forse addirittura tre. Alla fine, la curiosità prevalse sul timore. Decisi di tornare sul vecchio percorso. Per tutta la corsa, non riuscii a pensare ad altro che a quella buca. Ero quasi sicuro che non ci sarebbe più stata, che fosse stata finalmente colmata. Eppure, un'ansia profonda e inspiegabile mi attanagliava. La mia apprensione era più che giustificata.

Quando arrivai nel solito punto, la buca era ancora lì. Era immensa, trasformata in una gigantesca tana. Ci si poteva entrare in tutta comodità. Non so perché, ma mi fermai. Tutte le altre volte avevo soltanto rallentato, ma mai mi ero arrestato del tutto. Questa volta, invece, lo feci. La buca mi attirava in un modo che non riuscivo a comprendere.

Scesi senza indugio, notando che si inoltrava in profondità, in leggera discesa. L'interno si restringeva man mano che avanzavo. Per un po' camminai a quattro zampe, spingendomi nel ventre della terra. Poi giunsi alla fine del tunnel. L'aria era rarefatta, odorava di terra e radici, ma per la prima volta nella mia vita mi sentivo calmo. Tranquillo. Rilassato. Lì sotto, mi sentivo protetto da tutto e da tutti. Persino da me stesso.

Decisi che non sarei più uscito.