Il 22 e 23 marzo, i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per
una consultazione referendaria che, pur apparendo tecnica nei contenuti, tocca
le corde più profonde del nostro impianto democratico. Tuttavia, la confusione
che regna attorno a questo appuntamento rende necessaria una premessa di
metodo, prima ancora che di merito.
È bene ricordare un dettaglio
tecnico che molti ignorano, ma che cambia radicalmente il peso della nostra
scheda elettorale. Quello di marzo non
è un referendum abrogativo, ma un referendum costituzionale (o confermativo).
La differenza è sostanziale.
Il referendum
abrogativo serve a
eliminare o cancellare in parte una legge già esistente. Per essere valido
richiede il quorum (deve votare
il 50% + 1 degli aventi diritto).
Nel referendum
costituzionale, invece, si vota su
una modifica della Costituzione approvata dal Parlamento ma senza una
maggioranza qualificata. Qui non esiste
quorum: la modifica passa (o viene respinta) a prescindere da quanti
cittadini si rechino alle urne.
Con questo referendum non stiamo
cancellando qualcosa di vigente, ma decidendo se far entrare in vigore una
norma "in sospeso".
Negli ultimi tempi, il clima attorno
a questa data si è fatto incandescente. La conflittualità tra i sostenitori del
"Sì" e del "No" ha superato il confine del confronto
giuridico per sfociare in una vera e propria battaglia politica.
Il referendum ha assunto i connotati
di un plebiscito sul governo in carica. Questa è una deriva pericolosa: quando
una consultazione sulla legge fondamentale dello Stato diventa un test di
gradimento per un leader o un partito, si perde di vista l'oggetto del
contendere e si trasforma la Costituzione in un terreno di scontro elettorale.
La questione posta dal quesito è
complessa, tecnica e riguarda principalmente l'ordinamento della Magistratura e
non la giustizia. Per il cittadino comune le ricadute dirette sarebbero
comunque nulle. Ma il punto non è se la riforma sia "buona" o
"cattiva" in senso tecnico. Il punto è come si arriva a
modificare la Costituzione.
La nostra Carta non è una legge
qualunque; è il perimetro dentro cui tutti dobbiamo riconoscerci. Per questo,
ritengo che la Costituzione debba essere variata esclusivamente all'interno del Parlamento, attraverso le
maggioranze qualificate (i due terzi dei componenti) previste dall'Articolo
138. Quando si raggiunge quella soglia, significa che la modifica è frutto di
un consenso trasversale, di un accordo tra forze diverse che riconoscono un
bene comune.
Quando invece il consenso
parlamentare non raggiunge i due terzi e la parola passa al corpo elettorale,
siamo di fronte a una patologia del sistema. Una proposta di modifica che
arriva al referendum confermativo è, per definizione, una proposta di parte, nata da una
maggioranza relativa e non da una condivisione larga.
In quest'ottica, il corpo elettorale
ha un compito quasi "conservativo" nel senso più nobile del termine.
Se la Costituzione rappresenta le regole
del gioco, queste non possono essere scritte solo da chi, in quel
momento, sta vincendo la partita.
Le regole del gioco devono essere
concordate e accettate da tutti i giocatori. Se una parte tenta di cambiarle da
sola, la risposta dei cittadini non può che essere una bocciatura. Occorre
votare No.
Bocciare una riforma nata senza un
consenso parlamentare unanime non significa necessariamente essere contrari al
contenuto specifico della norma, ma significa difendere il principio che la Costituzione non si modifica a colpi di
maggioranza. La sua forza risiede nella sua stabilità e nella sua
capacità di rappresentare l'intera nazione, non soltanto una frazione di essa.

