La routine del carcere non era epica, non era una sfida di resistenza da
film. Era semplicemente grigia, ripetitiva e umiliante. Alberto aveva sempre
creduto che la sofferenza, come il lusso, fosse una questione di scelta. Lì, la
sofferenza era l’aria stessa che respirava.
I suoi tentativi iniziali di "integrarsi" fallirono miseramente.
Provò a intavolare discussioni filosofiche sull'etica della reclusione; Ciro
gli rispose solo: "Se hai i soldi, te la cavi. Se non li hai, sei fottuto." Per lui, quel pensiero
semplice suonava beffardo. Perché i soldi li aveva...
Cercò di fare amicizia con altri detenuti, offrendo consigli legali
gratuiti; gli chiesero solo sigarette e rispetto.
La perdita del controllo era l’aspetto più destabilizzante. Alberto non
poteva decidere l'ora di spegnere la luce, la temperatura dell'acqua, o
l'angolo del suo sguardo. La sua identità di "avvocato agiato, ricercatore
di autenticità" si sfilacciava giorno dopo giorno, sostituita da un numero
e da un’etichetta: detenuto.
Una sera, Alberto vide Ciro piangere. Non erano lacrime rumorose o da film,
ma gocce lente e silenziose che scendevano lungo la barba ispida. Ciro era lì
per un piccolo crimine, un furto dettato dalla povertà, e il suo vero trauma
era la separazione dalla figlia adolescente, non il "concetto" di
reclusione.
Alberto, cercando di applicare le sue teorie, tentò di consolarlo.
"Ciro, la devi vedere come un'esperienza che ti rafforzerà..."
Ciro si voltò e lo guardò con occhi spenti, un'espressione di pietà mescolata
a orrore. "Tu non capisci niente," mormorò. "Questa non è
un'esperienza da mettere in un curriculum, Alberto. Questa è tempo rubato. Tempo che non recuperi
più. Tempo che la mia bambina ha perso di me. E tu te lo sei comprato, se è
vero ciò che mi hai detto. Sei un pazzo, o sei solo un ricco che gioca con la
sfiga degli altri".
La cruda verità di Ciro lo colpì molto. La sua esperienza era una farsa, un
insulto alla vera miseria. La claustrofobia non era solo fisica; era
un'oppressione dell'anima.
Alberto smise di mangiare. L'odore del cibo del carcere, che prima aveva
catalogato come un "dettaglio sensoriale autentico", ora gli
provocava conati di vomito. Le urla notturne si moltiplicarono nella sua testa.
Il rumore del cucchiaio che batteva sul lavandino divenne la colonna sonora
della sua disintegrazione. Si ritrovò a contare le piastrelle del pavimento,
poi i fili della tela del suo materasso. Ogni dettaglio era un confine che lo
soffocava.
Iniziò a manifestare attacchi di panico notturni. Il suo avvocato, avvisato
del crollo psicologico e della perdita di peso dell'assistito, iniziò a muovere
le sue carte. Non era il piano originale, ma a quel punto, l'unica cosa che
Alberto desiderava non era l'autenticità, ma l'oblio. Voleva che i dieci mesi finissero subito, e che la sua
esperienza fosse cancellata dalla sua lista e dalla sua mente.
Dopo solo quattro mesi e mezzo, grazie all'intervento del suo legale che
sfruttò ogni cavillo (compresa una diagnosi di grave disturbo d'ansia), Alberto
fu rilasciato con la libertà vigilata. L'uscita dal carcere fu deludente. Lo
attendevano un taxi e un'aria settembrina frizzante. Non provò gioia, ma solo
un senso di vertigine e disgusto per lo spazio aperto.
Qualche giorno dopo, appena si fu un po' ripreso, Alberto si presentò al Rubino
all'ora dell'aperitivo per "celebrare" il suo ritorno.. Indossava un
abito sartoriale, costoso e leggero, ma lo portava come se fosse un'armatura
pesante. I suoi amici, Giacomo e Marco, lo accolsero con l'entusiasmo atteso.
"Alberto! Sei un mito! Ce l'hai fatta davvero!" esclamò Giacomo,
battendogli amichevolmente la spalla.
"Allora? Raccontaci tutto. Com'è stato? Hai capito la 'dialettica
della reclusione'?" lo incalzò Marco, con un sorriso impaziente. Si
aspettavano l'ennesima storia esagerata, un nuovo capitolo esotico da
aggiungere alla leggenda di Alberto Rossi.
Alberto si sedette, ordinò il suo solito whisky costoso, ma lasciò il bicchiere intatto. Guardò i
volti dei suoi amici, curiosi, ben nutriti, ignari, e la vista dei loro occhi
luccicanti di aspettativa lo riempì di una nausea profonda. Erano spettatori
affamati, pronti a consumare il suo trauma come una tapas.
Non riusciva a parlare. Non c'era un aneddoto divertente, nessuna massima
filosofica da dispensare. C'era solo l'odore di disinfettante e sudore che gli
era rimasto conficcato nelle narici, e il rumore incessante del cucchiaio che
batteva sul lavandino. Se avesse raccontato la verità, la disperazione
silenziosa di Ciro, il terrore di non poter controllare nemmeno il proprio
respiro, avrebbe rovinato il loro gioco, trasformando la sua esperienza in un
orrore autentico che non volevano davvero affrontare.
"Dunque, Alberto?" insistette Marco, notando il suo silenzio.
Alberto prese il bicchiere, lo fece roteare lentamente, ma non bevve.
"L'esperienza," disse, la voce sorprendentemente piatta, priva della
solita enfasi teatrale. "Diciamo che è stata... non negoziabile".
Giacomo e Marco si guardarono, confusi dal tono.
"Non negoziabile?" ripeté Giacomo.
"Sì," rispose Alberto, chiudendo gli occhi per un istante.
"Non è qualcosa che puoi mettere su una lista. Non è qualcosa che puoi provare
e poi archiviare. Non c'è controllo. E non c'è ritorno". Dopo aver
pronunciato quelle enigmatiche parole, tacque, lo sguardo nel vuoto.
Il suo silenzio divenne pesante, opprimente, in netto contrasto con
l'atmosfera vivace del bar. Dopo pochi minuti, Marco e Giacomo cambiarono
argomento, parlando di yacht e affari. Non fecero più domande sulla prigione.
Capirono che, per la prima volta nella sua vita, Alberto aveva provato qualcosa
che non poteva trasformare in vanteria.
Quella sera, a casa, Alberto prese la sua "Lista di Esperienze
Umane," un elegante taccuino in pelle, e lo fissò. La voce
"Carcerazione/Detenzione" era spuntata. Ma sotto, sentiva il bisogno
di scrivere un'unica, nuova voce, che non avrebbe mai potuto spuntare:
"Dimenticare."
Alberto non cercò più nuove esperienze. Il mondo intero gli sembrava ora
troppo rumoroso, troppo esposto. Aveva finalmente raggiunto l'autenticità che
cercava, ma l'aveva pagata con l'unica cosa che non era disposto a perdere: la
pace.
(Fine)


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