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martedì 1 luglio 2025

L'INSEGNANTE DI PIANOFORTE

Diego, un uomo di mezza età, un giorno provò un desiderio inaspettato: quello di imparare a suonare il pianoforte. Si trattava, in realtà, di un'aspirazione giovanile che pensava ormai sopita, che invece riemergeva con la quiete dei suoi anni maturi. Cercò con attenzione tra gli annunci di un quotidiano locale, individuando infine una scuola di musica che sembrava adatta.

Quando si presentò all'indirizzo indicato, fu accolto da una giovane donna. Era la sua insegnante designata. Una ragazza sulla trentina, con lunghi capelli neri e lisci e un fisico slanciato ed elegante.

Le settimane successive videro Diego impegnato, con grande regolarità, nello studio della teoria musicale e nelle lezioni pratiche. I progressi al pianoforte erano tuttavia piuttosto modesti. Le sue dita si muovevano con una certa goffaggine sulla tastiera, anche se la perseveranza non gli mancava. C'era un'altra ragione, più profonda, che lo spingeva comunque a continuare: la presenza dell'insegnante. Una sottile infatuazione, un'attrazione silenziosa, si era fatta strada nel suo animo.

Un pomeriggio, l'insegnante, con un tono che univa professionalità e un velo di rammarico, lo informò che il suo rapporto con la scuola sarebbe terminato. Tuttavia, gli offrì una prosecuzione delle lezioni, se Diego avesse desiderato, presso la sua abitazione.

Lui accettò, spinto da un misto di curiosità e speranza. La volta dopo, si recò all'indirizzo che gli era stato fornito. L'insegnante lo ricevette sulla soglia, e lo condusse senza esitazione nella stanza da letto. Lì, in un angolo, c'era un pianoforte verticale.

"L'appartamento è piccolo, non c'era spazio altrove" si giustificò lei, con un sorriso appena accennato.

Diego si sentì per un attimo disorientato, quasi turbato. L'atmosfera intima, imprevista, lo colse di sorpresa. Non poteva ignorare l'impressione che l'insegnante non fosse del tutto insensibile alla sua presenza. Il suo abbigliamento, un vestito corto che metteva in risalto le gambe ben tornite, rafforzava quella sensazione. Eppure, la lezione si svolse con la consueta dedizione, tra scale e arpeggi, come se nulla fosse mutato.

La lezione successiva accese ancora di più l'eccitazione di Diego. L'insegnante, anche in quell'occasione, aveva scelto un abbigliamento seducente: una camicetta leggera, con una scollatura generosa, e senza reggiseno. Si sedette accanto a lui sullo sgabello, per mostrargli una particolare diteggiatura. Il contatto fu inevitabile. Diego percepì il calore della coscia di lei contro la sua, le spalle che si sfioravano, e il profumo delicato della ragazza. In quel momento, una chiara intuizione si fece strada: era tutta una manovra, un invito silenzioso, un segnale che lei gli lanciava.

Diego comprese. Era lui, l'uomo, a dover fare la prima mossa, quella che lei sembrava attendere con smania crescente.

Con decisione, ritirò una mano dalla tastiera e la posò sulla coscia nuda della ragazza. Lei non reagì, non disse nulla. Si voltò, i suoi occhi incontrarono quelli di Diego per un istante, un lampo indecifrabile. Poi, con un movimento fulmineo e violento, chiuse il coperchio della tastiera. L'altra mano di Diego rimase intrappolata con un tonfo sordo e uno scrocchio sinistro.

Prima che il dolore lancinante gli facesse perdere i sensi, un ultimo, amaro pensiero gli attraversò la mente: non era mai stato particolarmente bravo a interpretare i segnali lanciati dalle donne.


martedì 24 giugno 2025

CINQUANT'ANNI DOPO

Il tempo, si sa, non fa sconti. Maria se n’era accorta più che mai da quando era andata in pensione. Le giornate, prima scandite dal ritmo frenetico del lavoro, si erano fatte lunghe, vuote. E in quel vuoto lei, poco alla volta, si era persa. I capelli, prima castani e lucidi, adesso erano un groviglio informe di ciocche grigie e arruffate. La pelle del viso, segnata da rughe profonde come solchi, raccontava una storia di anni senza trucco, senza creme, senza la minima cura. Gli abiti, poi, erano un capitolo a sé: sempre gli stessi da anni, logori e stazzonati, appesi al suo corpo come sacchi vuoti.

Un pomeriggio, mentre scorreva la bacheca di Facebook, uno dei suoi pochi passatempi, un nome le balzò agli occhi, un ricordo lontano di un passato mai del tutto sopito: Andrea Rossi. Proprio lui, il ragazzo che le piaceva ai tempi della terza media. Il cuore le fece un balzo. Il suo profilo era lì, a portata di click. Scorse le foto, i post, fino a quando i suoi occhi non si posarono sull’indirizzo del negozio di elettrodomestici che Andrea gestiva. Non era lontano da lei. Una decisione improvvisa, quasi un impulso irrefrenabile, la spinse a non contattarlo online. Lo avrebbe incontrato di persona.

Cinquanta lunghi anni erano passati, ma quell’episodio continuava a tormentarla, a riaffiorare nella sua mente. Un pomeriggio, dopo la scuola, Andrea e un altro compagno avevano invitato lei e la sua amica Albertina a visitare una casa abbandonata. L’eccitazione e la paura si erano mescolate in un cocktail inebriante. Quando erano stati sul posto, i ragazzi erano saliti ad esplorare il piano superiore, lasciando Maria e Albertina sole in una stanza polverosa.

"Quando scendono gli facciamo uno scherzetto" aveva detto Albertina, ridacchiando, con quella sua aria sfrontata e disinibita che tanto la caratterizzava.

"Che cosa?" aveva domandato Maria, la cui timidezza era un fardello pesante. L'amica le aveva sussurrato ciò che avrebbero dovuto fare. Il viso di Maria si era incendiato, un rossore violento le aveva invaso le guance. Un imbarazzo così profondo da farle male, un misto di vergogna e di ribellione. Non poteva, non ce la faceva. Non era come Albertina, lei era così timorata!

Un’improvvisa ondata di panico l’aveva travolta. Aveva afferrato la stupefatta Albertina per un braccio, quasi strattonandola.

"Andiamo, dobbiamo andare via!" aveva detto con voce strozzata. E così erano fuggite, senza nemmeno avvisare i ragazzi che, una volta tornati, le avevano cercate invano. Quella fuga improvvisa, quella paura di osare, di lasciarsi andare, l’aveva perseguitata per mezzo secolo.

Ora era lì, a pochi passi dal negozio di Andrea. Il cuore le batteva forte, l’attesa era snervante. Poi, le saracinesche si abbassarono. Un uomo uscì dal negozio e si incamminò proprio verso di lei: Andrea. Non c’era alcun dubbio. Il tempo l’aveva cambiato, ma in un modo benevolo. Era un uomo attraente, nonostante l’età, con un portamento elegante e uno sguardo che conservava ancora un guizzo giovanile.

Andrea la vide. I suoi occhi si posarono su di lei, ma non c’era traccia di riconoscimento. Anzi, un’espressione di imbarazzo, quasi una smorfia, gli attraversò il viso. Poi, con un gesto inaspettato, l’uomo mise la mano in tasca, tirò fuori alcune monete e gliele porse, prima di allontanarsi di fretta.

 

martedì 17 giugno 2025

L'UOMO DI PAGLIA

Un affollato bar di paese, odore di vino e birra e tante chiacchiere che riempiono l'aria. È una serata come tante altre, con amici che si ritrovano per condividere storie e risate, per ubriacarsi e scordare le tribolazioni quotidiane. Tra loro ci sono Giorgio, Tonio e Saturnino, seduti con altri attorno a un tavolo di legno consumato dal tempo. Gli sghignazzi si mescolano al rumore dei bicchieri che si scontrano, mentre l'oste si affanna a servire i clienti. Dopo avere bevuto parecchio, l'atmosfera si fa più intima e i tre amici decidono di rivelare i loro timori più profondi. Giorgio, con un sorriso nervoso, è il primo a cominciare.

"La mia paura più grande? Che mia moglie scopra che vado a puttane. Quella mi porta in tribunale!"

Tonio scoppia a ridere, lo prende in giro.

"Ma dai, Giorgio! Altro che puttane! Lo sappiamo che vai sempre dalla stessa, da vent'anni! Secondo me tua moglie lo sa eccome, ma sta ben zitta! Almeno se ne può stare tranquilla!"

Il divertimento contagioso si diffonde tra i presenti, anche se non sembra toccare più di tanto Tonio che, con un'espressione seria, interviene.

"La mia paura? Volete sapere qual è la mia paura? Quella di essere seppellito vivo! Ho già dato istruzioni per essere cremato e per spargere le ceneri in cento posti diversi. Non si sa mai..." Saturnino, fino a quel momento silenzioso, interviene con tono grave. Tutti tacciono di colpo.

"Il mio terrore è quello di finire impagliato" dice in fretta.

Un silenzio un po' imbarazzato scende sul tavolo, subito seguito da una risata collettiva.

"Ehi, Saturnino, hai paura di diventare uno spaventapasseri?" dice qualcuno, ma lui non ride affatto e continua a bere, lo sguardo fisso nel vuoto. Poi si cambia discorso, si comincia a parlare di sport, e la serata prosegue.

Qualche giorno dopo, Saturnino esce di casa con la sua doppietta accompagnato dal fedele segugio Flok. Il bosco lo accoglie con il suo silenzio, e lui si sente a casa. Mentre cammina tra gli alberi, incontra una figura strana: un uomo robusto, che indossa una specie di mantello e con il viso in parte coperto. Saturnino quasi si spaventa. Quel tizio sembra un brigante! Anche Flok è guardingo, emette un ringhio sommesso. L'uomo si avvicina, alza un braccio, sembra amichevole.

"Buongiorno, anch'io sono un cacciatore," dice con voce bassa e roca, ma Saturnino nota che non ha con sé né fucile né cane. All'improvviso l'uomo estrae dalla tasca un corto tubo luccicante e glielo punta contro . Un calore intenso pervade il corpo di Saturnino, l'abbaiare di Flok si trasforma in uggiolio lamentoso. Poi tutto diventa buio.

Un lontano pianeta, un ambiente cavernoso ma raffinato ed elegante. Un maschio alieno termina il suo pasto, mentre la femmina lo invita a spostarsi in un'altra stanza.

"Devo pulire" dice, con tono autoritario. "Guarda che sono stufa di togliere la polvere a quei due animali impagliati. Sembra addirittura che diffondano cattivo odore, forse sono stati imbottiti male".

Il maschio alieno sbuffa, non ne può più di quella storia, ma non può fare a meno di difendere i suoi trofei.

"Non è vero! Il lavoro è stato fatto a regola d'arte!"

La femmina tuttavia insiste, e alla fine lui, esasperato, accetta di liberarsene, ma chiede di poter almeno tenere, tra i due, l'animale più piccolo. Quello più grazioso, con il pelo lungo, quello che gli è sempre piaciuto di più. Dopo un momento di riflessione lei acconsente, a patto che lui prometta di non andare mai più a caccia in quel remoto e schifoso pianeta.

 

martedì 10 giugno 2025

INCONTRI

Il crepuscolo si insinuava lento tra le case della grande città. Yuki aspettava sotto il porticato di un vecchio palazzo, il colletto del soprabito alzato per ripararsi dalla brezza umida che saliva dal fiume. La temperatura non era rigida, ma quel venticello portava con sé una indistinta percezione di foglie morte e di qualcosa di non espresso, una sensazione che Yuki conosceva bene.

La ragazza arrivò silenziosa come un gatto, la figura esile avvolta in un cappotto scuro che le nascondeva il viso. Si chiamava Akari. I due si incontravano in quel posto, in un tempo sospeso tra il giorno e la notte, due volte alla settimana. Non si erano mai chiesti perché proprio quel luogo, né perché quel preciso momento. Era come se un filo invisibile, intrecciato di malinconia condivisa e silenzi significativi, li avesse condotti lì.

Si erano conosciuti alcuni mesi prima, in aeroporto. Due anime sperse che provenivano dallo stesso Paese, il Giappone. Un impegno comune: lo studio. Avevano deciso di rivedersi e lo avevano fatto. A una prima volta ne erano seguite tante altre.

"Ciao" disse lei, la voce un sussurro leggero.

"Ciao, Akari," rispose il ragazzo.

Non si baciarono, non si abbracciarono, né si presero per mano. Stavano lì, l'uno di fronte all'altra, come due personaggi usciti da un racconto incompiuto. Poi, senza bisogno di altre parole, iniziarono a camminare.

Le strade della grande città a quell'ora avevano un qualcosa di surreale. Le vetrine dei negozi riflettevano luci debole e figure indistinte, creando un paesaggio da sogno in cui il tempo sembrava rallentare. I due ragazzi camminavano fianco a fianco, mantenendo una distanza rispettosa, come se avessero paura anche soltanto di sfiorarsi.

A tratti si fermavano davanti a una vetrina illuminata, osservando in silenzio un oggetto qualsiasi: un manichino con un vestito di seta color violetto, una pila di libri con copertine sbiadite. In quei momenti, Yuki sentiva un legame particolare con Akari, un'intesa che andava oltre le parole.

Una sera, mentre passeggiavano lungo il fiume, con l'acqua che scorreva scura e silenziosa, riflettendo le luci tremolanti dei lampioni, Akari all'improvviso si arrestò. Si appoggiò alla ringhiera di ferro battuto.

"Yuki" disse, la voce appena percepibile sopra il leggero rumore dell'acqua. "A volte ho l'impressione che le nostre vite siano come dischi rotti che continuano a suonare la stessa vecchia canzone".

Il ragazzo la guardò. I suoi occhi scuri brillavano nella semioscurità, pieni di una tristezza antica. Lui condivideva quella sensazione. Anche la sua vita, a volte, gli sembrava un ripetersi infinito di gesti e di sogni sbiaditi.

"Forse hai ragione" disse Yuki. "Incontrarci è come trovare per un istante una nuova traccia da ascoltare".

Akari accennò un sorriso appena percettibile. Poi si voltò e riprese a camminare, i suoi passi leggeri sull'acciottolato un po' umido. Yuki la seguì, sentendo per la prima volta da molto tempo una fragile speranza fiorire dentro di sé.

Non sapevano che cosa sarebbe accaduto in futuro, né dove li avrebbe portati quel loro strano rituale. Tuttavia, in quei momenti, i due ragazzi trovavano un rifugio sicuro. Un luogo in bilico nel tempo dove le loro solitudini si incontravano. E forse potevano comprendersi.

 

martedì 3 giugno 2025

QUANTE PAROLE!

Il pranzo domenicale era stato un po' troppo abbondante. E forse avevo pure esagerato con il vino. Avevo bisogno di un pisolino ristoratore e quindi andai in camera. Il sole picchiava impietoso contro le persiane chiuse.

Mi stesi sul letto, il corpo finalmente disteso dopo la libagione, e chiusi gli occhi, pronto a lasciarmi cullare dal silenzio di quel pomeriggio festivo. Tutta apparenza. Un vocio insistente, monotono, che proveniva dalla strada, si insinuava con fastidio dalla finestra. Un brusio continuo che mi  impediva di incontrare il sonno.

Incuriosito ma soprattutto irritato, mi alzai a malincuore, scostai la tenda e sbirciai dalla finestra. Sotto, nel piccolo bar all'angolo, un ragazzo e una ragazza sedevano a un tavolino all'aperto. Era lui a parlare, sempre e solo lui, un fiume di parole senza interruzione, un torrente verbale che non accennava a placarsi. La sua voce sgradevole, dal timbro metallico, riempiva l'aria con un borbottio costante. Lei lo ascoltava, o almeno così sembrava, con un'espressione che oscillava tra la rassegnazione e la vaga perplessità.

Sospirai, irritato, quindi mi ritirai di nuovo sul letto, cercando di ignorare quel fastidioso sottofondo sonoro. Nonostante il disturbo, dopo un po' il sonno finì per avvolgermi.

Quando mi svegliai, quasi un'ora dopo, la situazione non era cambiata. La stessa voce, identica nel tono e nell'intensità, proseguiva il suo incessante monologo. La mia irritazione, a quel punto, crebbe a dismisura. Non ne potevo proprio più.

Senza pensarci troppo, infilai le scarpe, ancora con i capelli arruffati e la maglietta stropicciata, scossi la testa per cercare di scacciare la sonnolenza residua e scesi in strada.

Mi avvicinai al loro tavolino, il sangue che mi pulsava nelle tempie. Mi rivolsi alla ragazza e, con un tono che nemmeno io sapevo di possedere, sbottai.

"Signorina, se questo è il suo fidanzato, le consiglierei di lasciare perdere. Troppe parole".

Calò un silenzio improvviso. La ragazza, con mia sorpresa, non si scompose. Mi guardò con un'espressione seria, quasi pensierosa, prima di parlare.

"Grazie, signore. In effetti qualche dubbio ce l'avevo, lei me li ha chiariti del tutto" disse con calma, poi accennò un piccolo sorriso, come se un grosso peso le fosse stato tolto dalle spalle.

Il ragazzo invece continuava a fissarmi, a bocca aperta. Una bocca spalancata dalla quale, finalmente, non usciva più alcun suono. 

 

martedì 27 maggio 2025

ASTROCALCIO

Il cristallo traslucido posto sulla plancia di osservazione vibra leggermente, e diffonde una luce soffusa nell'ambiente.  Xynax inclina la sua appendice cefalica, con i suoi occhi multipli che scintillano di una curiosità liquida. Accanto a lui, Zylix emette una serie di delicati schiocchi, un suono che esprime la sua perplessità.

"Guarda, Zylix" dice Xynax, le cui modulazioni vocali risuonano armoniose. "Gli umanoidi impegnati in quel loro strano rituale".

Sullo schermo cristallino, un prato verde si estende sotto un cielo azzurro. Ventitre figure con rivestimenti esterni dai colori vivaci corrono in modo in apparenza caotico, con gli arti inferiori che si muovono con frenesia. Al centro del loro agitarsi c'è un oggetto sferico, di un bianco abbagliante e che rimbalza in modo imprevedibile.

"La sfera" dice Zylix, e un leggero tremolio percorre i suoi arti sottili. "La sua traiettoria non sembra logica. E osserva con quanto slancio gli umanoidi la inseguono".

Xynax annuisce. "Ho analizzato altri rituali dello stesso tipo. Sembra che il loro obiettivo sia quello di spingere la sfera all'interno di quella struttura rettangolare, quella che i dati indicano come porta".

"Si tratta di una porta temporale?" domanda Zylix.

"No" risponde Xynax.

All'improvviso uno degli umanoidi rossi colpisce con violenza la sfera con un arto inferiore. Questa sfreccia attraverso l'aria e si infila nella porta. Un rumore assordante viene emesso da una moltitudine di figure più piccole sistemate in maniera disordinata tutto attorno al campo.

Zylix sussulta. "Il suono! È un'esplosione di entusiasmo o di paura? La mia analisi acustica non mi aiuta a comprendere".

"È sempre così quando la sfera entra nella porta" spiega Xynax, mentre consulta i dati archiviati. "A mio parere indica un aumento del loro stato emotivo positivo".

"Non di tutti gli umanoidi di contorno, però" dice Zilyx.

"Già" conferma Xynax, pensieroso.

L'attività riprende. Un umanoide in nero, l'unico di quel colore, emette un fischio penetrante con un oggetto che porta alla bocca e tutti gli altri si fermano all'istante.

"Questo umanoide in nero..." osserva Zylix, riflessivo. "Pare esercitare una qualche autorità. I suoi gesti tuttavia non sono molto chiari. Indica e gesticola ma non sembra partecipare in maniera attiva".

"I dati in mio possesso  lo identificano come giudice, arbitro o padrone" risponde Xynax. "La sua funzione precisa però rimane oscura. Sembra intervenire quando le interazioni tra gli altri umanoidi deviano da schemi che non abbiamo ancora ben compreso".

Un umanoide in maglia blu cade a terra dopo un contatto con un avversario. L'umanoide nero fischia di nuovo e indica un punto specifico sul prato. La figura a terra si contorce, si porta gli arti superiori al volto.

"È in difficoltà" dice Zylix. "Forse la sfera è esplosa e lo ha ferito?"

"I sensori non rilevano alcuna esplosione" la rassicura Xynax. "Credo sia una reazione al contatto fisico. Non penso sia letale".

Un altro umanoide in blu si avvicina al punto indicato dall'arbitro-giudice e si prepara a colpire la sfera, che è stata sistemata con cura. Una figura si posiziona tra la sfera e la porta, poi compie movimenti agitati con gli arti superiori.

"Un altro bizzarro sottogruppo" commenta Zylix, riferendosi alle due figure che stazionano sempre tra i pali. "Il loro unico scopo deve essere quello di impedire alla sfera di entrare nella porta. Una contraddizione logica all'obiettivo generale, a quanto pare."

Xynax conferma.

L'umanoide in blu colpisce la sfera. Questa schizza verso la porta, ma il guardiano la intercetta compiendo un balzo sorprendente. Un altro boato, che anche questa volta proviene da un solo gruppo dei presunti osservatori.

"Le loro reazioni emotive sono molto intense" dice Xynax, consultando alcuni dati. "È difficile comprendere la vera finalità di questa attività. Qual è il vantaggio materiale?"

Il tempo scorre sul quel pianeta remoto. Gli alieni continuano la loro paziente osservazione, cercano di decifrare le regole e il significato dello strano rituale umano. Ogni fischio, ogni gesto, ogni contatto, ogni finalizzazione è un nuovo enigma da risolvere. La sfera continua a rimbalzare, gli umanoidi si agitano, ma il mistero, ben lontano dallo svelarsi, si infittisce sempre di più.

 

martedì 20 maggio 2025

IL GRANDE GIORNO


Il grande giorno è finalmente arrivato. Dopo settimane di preparativi e di incertezze, sono riuscito a invitare Sara a cena. Naturalmente mi auguro che alla cena possa seguire qualcos'altro di altrettanto appagante, ma è opportuno fare un passo alla volta e non illudersi troppo. La mia mente, in ogni caso, é un concentrato di emozioni mentre l'accompagno al tavolo di quel ristorante raffinato e costoso, un posto dove ho sempre sognato di portarla. Le luci soffuse e l'atmosfera ricercata rendono il tutto perfetto, anche se il mio cuore seguita a battere all'impazzata per l'emozione. Ci accomodiamo e iniziamo a parlare del più e del meno. Le parole fluiscono, ma c'é un certo imbarazzo nell'aria. Non riesco a smettere di pensare a quanto sia incredibile avere Sara lì con me. Ogni tanto i nostri sguardi si incrociano e il mio stomaco si contorce.

"Una cosa che proprio non sopporto è fare brutte figure di fronte agli altri" dice lei a un certo punto dei nostri discorsi vuoti, ridendo. La sua risata è contagiosa, tuttavia mi sento un po' in ansia. Una preoccupazione che mi pare del tutto non motivata. Tutto sta andando per il meglio.

"È lo stesso per me" rispondo, cercando di mantenere la calma. "Una volta, durante una cerimonia a scuola, sono scivolato e sono caduto proprio davanti a tutti. È stato davvero imbarazzante!"

Lei scoppia di nuovo a ridere, e quel suono vivace e cristallino mi fa sentire un po' più a mio agio. Mentre la cena prosegue, però, un pensiero inquietante si fa strada nella mia mente: il portafoglio. Cercando di non farmi notare da Sara, lo cerco con frenesia nella mia giacca, nelle tasche dei pantaloni, ma non lo trovo. Il panico mi assale. Come ho potuto scordarlo? Non lo posso dire a Sara, non intendo rovinare la serata. Mi alzo, con la scusa di andare ai servizi, anche se in realtà mi dirigo verso il proprietario del ristorante, seduto dietro la cassa.

"Mi scusi" dico, cercando di mantenere la voce ferma. "Ho un problema. Ho dimenticato il portafoglio e non posso pagare".

Il suo sguardo diventa serio. Il tizio comunque non si scompone.

"Mi dispiace, ma se non paga mi dovrò rivolgere alle forze dell'ordine" risponde, senza alcuna pietà. "In alternativa potrebbe chiedere di saldare il conto alla sua accompagnatrice" suggerisce.

Quella proposta mi fa gelare il sangue. Non posso fare una cosa simile a Sara! Che cosa penserà di me? Eppure non c'è scelta. Torno al tavolo, sempre più agitato. Prima che possa dire qualcosa, Sara, sorridendo, dice: "Avrei voluto farti una sorpresa e pagare io, ma ho dimenticato la carta di credito a casa. Puoi provvedere tu, per favore?”

Il mondo sembra fermarsi. La mia mente si blocca. Non posso credere a quello che sta succedendo. La mia serata da sogno si è ormai trasformata in un incubo. Con un sorriso forzato, annuisco. "Certo, non c'è problema" dico, cercando di mascherare il mio sconcerto. Poco dopo, mentre il cameriere si avvicina con il conto, mi rendo conto che la mia serata perfetta sta per prendere una piega che proprio non avevo previsto.

Mia carissima Sara, adesso inizia il divertimento...