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domenica 28 novembre 2021

LA SANZIONE (seconda e ultima parte)

 


La macchina procedeva lentamente. Rusconi si sforzava di mettere a fuoco quelle figure che, all’improvviso, apparivano di fronte a lui per poi scomparire inghiottite dalla nebbia spessa e lurida.
“Ehi! Che ci fanno tutte quelle persone sedute sui marciapiedi?”
“È gente senza lavoro che chiede l’elemosina, credo.”
“Dici? A me sembrano tanti sfaccendati. Possibile che non riescano a trovare un’occupazione? Ti pare dignitoso per un essere umano trascorrere la giornata in strada?”
L’autista diede un’occhiata nello specchietto retrovisore. Intendeva capire se il suo principale stesse celiando oppure parlando seriamente. Decise per la seconda ipotesi.
“Pare che lavoro per tutti non ci sia…” rispose infine.
“Eppure le mie aziende stanno continuando ad assumere…” obiettò l’ingegnere.
“Già, le vostre…”
“In ogni caso si tratta di uno spettacolo indecoroso! Quella gente non potrebbe almeno starsene a casa?” sbottò Rusconi.
“Non credo abbiano una casa” disse l’autista.
“Com’è possibile non avere una casa? Tutti hanno una casa!”
“Forse non proprio tutti…”
L’ingegner Rusconi, con stizza, spense l’interfono.
Dopo pochi minuti la vettura si arrestò di fronte all’ingresso principale dell’Ufficio Centrale del Fisco, un palazzo grigio e fatiscente. In paziente coda, in prossimità di un ingresso laterale, c’era una moltitudine di persone. L’ingegner Rusconi rivolse loro uno sguardo distratto, poi entrò nel portone dove trovò ad attenderlo un impiegato dell’amministrazione del fisco.
“Di qua, ingegnere” disse l’uomo. “Dov’è la vostra scorta?” aggiunse.
Rusconi si bloccò.
“Non ho bisogno di nessuna scorta” disse. “Che cosa dovrei temere?”
“All’interno del palazzo… nulla. Mi scusi, ingegnere. Prego, venga con me.”
“Chi è quella gente in fila? Fuori, dico…” domandò Rusconi.
“Quelli? Si tratta di contribuenti comuni che devono regolare pendenze con il fisco” rispose il solerte impiegato.
“Ma li ha visti? Sono vestiti di stracci!”
L’altro non rispose, si limitò a stringersi nelle spalle. Poi guidò l’ingegnere attraverso una selva di corridoi. Ovunque c’era umidità e odore di muffa. Alla fine i due giunsero di fronte alla porta di un ufficio, priva di maniglia e con il vetro incrinato.
“Prego, il direttore la sta aspettando…” disse l’impiegato, prima di socchiudere l’uscio e introdurre il visitatore.
L’interno dell’ufficio era freddo e buio. Seduto dietro a una minuscola scrivania c’era un uomo intento a esaminare un fascio di carte sotto la luce gialla di una vecchia lampada da tavolo. Indossava un pesante giaccone sgualcito in più punti. Sollevò lo sguardo verso l’ingegner Rusconi.
“Si accomodi” disse in tono stanco e piatto.
Rusconi emise un lieve grugnito di disapprovazione prima di sedersi su una scricchiolante sedia di legno posta di fronte alla scrivania.
“Buongiorno, ingegnere. Non mi aspettavo venisse proprio lei…”
“È un problema?” disse Rusconi, aggressivo.
“No, assolutamente. Il fatto è che - come può ben vedere - le nostre stanze non sono molto accoglienti. Sarebbe stato nostro desiderio riceverla in un ambiente più…”
“Non perdiamo tempo!” lo interruppe Rusconi. “Mi rendo conto di quanto questo posto sia schifoso. Mi chiedo come possiate svolgere il vostro lavoro in tali condizioni!”
Il direttore approvò.
“Lo Stato è sempre più povero, tuttavia noi cerchiamo di compiere ugualmente il nostro dovere con i pochi mezzi a nostra disposizione.”  
L’ingegner Rusconi scosse il capo, incredulo.
“Ma è pazzesco! La nostra nazione è tra le più ricche al mondo!” sbraitò.
“È vero” approvò l’altro. “Nel nostro territorio è concentrata una notevole fetta di ricchezza planetaria.”
“Quindi?” lo incalzò Rusconi.
“Lasciamo stare, ingegnere. Piuttosto, pensiamo a noi. Stavo appunto esaminando la questione delle sue aziende…”
“Allora? È possibile concordare subito la sanzione?”
Il direttore lo guardò, poi fece una smorfia.
“Non è prevista alcuna sanzione” disse.
Rusconi sorrise.
“Vuol dire che ci perdonate?” chiese, divertito.
“Non proprio. In casi del genere le nuove norme appena approvate non prevedono più pene pecuniarie.”
“Quali nuove norme?” domandò l’ingegnere.
“Mi scusi, ma non ha parlato con il suo avvocato prima di farci visita?” indagò il direttore, guardingo.
“Al diavolo l’avvocato! Sono in grado di occuparmi personalmente di qualsiasi questione che riguardi le mie aziende senza dover ricorrere a quei succhiasangue! Sono o non sono il più grande imprenditore di questo Paese?”
“Non lo metto in dubbio. In ogni caso dovremo applicare la nuova legge, nella sua universalità.”
“Eh?”
“Intendevo dire che la legge è uguale per tutti” precisò il direttore.
“Ah! Certamente. Vede, negli ultimi tempi non ho seguito molto le varie vicende politiche. Ovviamente ho saputo della vittoria di quello strano partito progressista alle ultime elezioni, ma ormai gli affari pubblici non mi appassionano più…”
“Capisco la sua posizione, tuttavia finché la politica eserciterà un’influenza nella vita di tutti noi ne dovremo tenere conto.”
“Sono d’accordo, mi piace essere considerato un cittadino consapevole e responsabile” disse Rusconi, che non riusciva più a celare una certa impazienza. Spesso sbirciava il lussuoso orologio d’oro che portava al polso.
Il direttore fu scosso da un brivido di freddo. Annuì, poi riprese le carte tra le mani. Le esaminò per qualche istante, quindi sollevò lo sguardo verso il suo inquieto interlocutore.
“Non le voglio far perdere ulteriore tempo, ingegnere. In caso di lievi violazioni del codice tributario, e mi riferisco a quanto rilevato dagli ispettori nelle sue aziende, è prevista una punizione alternativa.”
“Venga al sodo, direttore!”
“D’accordo. Lei, in qualità di presidente della holding che porta il suo nome, dovrà ospitare per un anno dieci senzatetto e provvedere a tutte le loro necessità. La legge tra l’altro prevede che gli ospiti soggiornino nell’abitazione del sanzionato o in locali immediatamente attigui. Quest’ultimo rappresenta l’aspetto… rieducativo della norma. Almeno, così ha lasciato intendere il legislatore.”
“Sta scherzando?” domandò l’ingegner Rusconi, il cui viso era diventato paonazzo.
“Assolutamente no.”
“Mi ritroverò un branco di puzzolenti straccioni per casa per un intero anno?” strepitò Rusconi.
“Mi perdoni, ingegnere. Credo che lei disponga di stanze da bagno e che sia in grado di fornire abiti dignitosi ai suoi futuri ospiti…”
“E se decidessi di non accettare questa… sanzione?” chiese Rusconi.
Il direttore scosse il capo.
“L’alternativa è il carcere. Un anno di reclusione, senza la concessione di alcuna attenuante.”
Rusconi, nonostante il freddo, stava sudando.
“Qual è lo scopo di tutto ciò?” domandò, soprattutto a se stesso. “Perché tormentare in questo modo la parte sana del Paese, l’unica produttiva, la sola che può garantire prosperità alla nazione?”
“E lo chiede a me?” disse il direttore. Si accorse di avere le mani ghiacciate. (FINE)

domenica 21 novembre 2021

LA SANZIONE (parte prima)


Stava con il naso incollato al vetro della grande finestra, al trentaduesimo piano dell’imponente e lussuoso palazzo. La spessa cappa di smog si diradò per un attimo e lui riuscì a scorgere, in basso, l’ampio viale brulicante di automobili e di persone, queste ultime affaccendate e frenetiche come tante formiche. Nell’ufficio non penetrava alcun rumore, neppure smorzato, e l’atmosfera era di quiete assoluta.
L’uomo si sedette alla sontuosa scrivania, ne osservò compiaciuto il piano del tutto sgombro di carte. Sospirò, poi accese un sigaro. Ne aspirò soddisfatto alcune boccate e inondò l’ambiente di fumo. Proprio in quel momento squillò l’interfono. Premette un tasto.
“Sì? Dimmi Melody…”
“Ingegnere, ma io mi chiamo Franca…”
“Preferisco chiamarti Melody. Allora?”
“Come vuole lei, ingegnere. C’è il dottor Boschi, vorrebbe parlare con lei.”
“Riccardo? Il mio amico Riccardo? E c’è bisogno di farsi annunciare? Accompagnalo subito da me!”
“D’accordo, ingegnere.”
Dopo qualche istante il dottor Boschi, scortato da una vistosa ragazza, fece il suo ingresso nell’ufficio dell’ingegner Rusconi. Il nuovo venuto, un ometto stempiato infagottato in un abito grigio, appariva un po’ timoroso. Si guardò intorno, circospetto, poi si accomodò su una comoda poltrona, tenendo le mani raccolte in grembo. Era il responsabile della contabilità di tutte le aziende dell’ingegnere ma, al cospetto del potente principale, si sentiva sempre come uno scolaretto al suo primo giorno di scuola.
Rusconi lo squadrò a lungo, poi annuì.
“Un sigaro?” domandò.
“No, grazie. Sai che non fumo…”
“Davvero? Me n’ero scordato. Qualcosa da bere? Melody, vai a preparare due caffè!”
“Certo ingegnere. Però il mio nome…”
“Ancora? Abbiamo già affrontato la questione, no? Sbrigati!”
La ragazza chinò il capo e uscì, ancheggiando suo malgrado.
“Bella ragazza” disse il dottor Boschi, per rompere il ghiaccio. “E deve essere pure brava” aggiunse.
Rusconi scoppiò a ridere.
“Brava? Non sa fare nulla!”
“Ma allora…”
“L’ho assunta perché è ornamentale.”
“Ah!”
Poi l’ingegnere assunse un’espressione seria.
“Novità?” domandò in modo brusco.
Boschi, prima di rispondere, inghiottì un po’ di saliva.
“C’è stata l’ispezione degli uomini del fisco.”
“Bene. Com’è andata?”
“Hanno scoperto quella parte di contabilità in nero. Solo quella, ovviamente.”
“Ottimo, proprio ciò che volevo.”
Il dottor Boschi approvò senza capire.
“Se non fossimo stati avvertiti sarebbe stato un vero guaio” disse.
“Prima o dopo doveva capitare. Adesso per un po’ ci lasceranno in pace.”
“Posso fare una domanda un po’ delicata?”
“Riccardo! Non lo devi neppure chiedere. Tra di noi non ci sono segreti!”
“Non era facile scoprire quelle operazioni illegali, e loro sapevano esattamente che cosa cercare. Chi è stato a fornire quei particolari?”
L’ingegner Rusconi ammiccò, sornione. Poi soffiò una enorme nube di fumo puzzolente in direzione del contabile, che non riuscì a trattenere un accesso di tosse.
“Semplice! Lo stesso che li ha mandati, vale a dire io!”
“Tu?”
“Certo! Non potevamo continuare ad apparire sempre virtuosi. Ciò, alla lunga, avrebbe alimentato troppi sospetti. In una azienda come la mia è normale che ci possa essere qualche irregolarità. Ci dimostreremo pentiti di fronte alle istituzioni, onoreremo il nostro debito, e tutto il resto potrà continuare come prima. Era questo, in realtà, il vero obiettivo.”
“Già, hai ragione. Tuttavia ci sarà una sanzione da pagare.”
“Naturale. E lo faremo, da buoni cittadini. Chi sbaglia paga, no?”
“Abbiamo ricevuto una convocazione dall’Ufficio Centrale del Fisco per discutere la faccenda e definirla. Che faccio? Dico all’avvocato Sbrogli che se ne occupi lui?”
“No!”
“No?”
“Ci andrò di persona, in quel cazzo di Ufficio…”
“Tu? Stai parlando sul serio?” domandò Boschi, piuttosto meravigliato.
L’ingegnere, prima di rispondere, spense il sigaro.
“Certamente, mio caro Riccardo. Sai, a volte mi annoio terribilmente, perché non ho mai nulla da fare. Guarda la mia scrivania, è del tutto vuota! Da anni ormai…”
Proprio allora la segretaria portò i caffè. Il contabile osservò con vivo interesse il posteriore della ragazza, fasciato in un abito aderente.
“Posa qui, Melody” disse brusco Rusconi. “E poi sgomma in fretta che ci stai disturbando. Sciò!”
“Subito, ingegnere…” disse lei, umiliata.
“Ah! Melody! Chiama Aurelio e digli di venire a prendermi tra mezz’ora. Questo lo sai fare, vero?”
La ragazza, sempre più mortificata, annuì e uscì.
“Perché la tratti così male?” chiese il dottor Boschi al suo principale.
L’altro sbuffò, infastidito.
“Ha parlato il paladino delle povere fanciulle indifese! Riccardo, se ti piace così tanto questo modello di donna, perché non te ne compri una? Con tutti i soldi che ti becchi! Taccagno! Vergogna!”
Il viso di Boschi diventò color porpora. L’uomo si rannicchiò nell’enorme poltrona, spaventato.
“Forse è il caso che io vada…” sussurrò.
“Eh? Come dici? Guarda che sono io che ti congedo.”
“Certo, certo…”
Boschi si alzò e, quasi strisciando, raggiunse l’uscita. Rusconi scosse il capo, sconsolato. La maggior parte dei suoi dipendenti erano dei veri buoni a nulla, uomini senza spina dorsale, considerò.
Dopo meno di mezz’ora l’ingegnere stava con il naso incollato al finestrino della lussuosa berlina blindata. Aurelio, il suo autista, cercava di farsi largo in mezzo a un traffico infernale di mezzi, di pedoni e di ombre. Il mantello di smog si era abbassato ed era molto fitto. Anche se era ancora giorno, la vettura procedeva con tutti i fari accesi, nel faticoso tentativo di aprirsi una strada di luce attraverso quell’ambiente da incubo, al quale tutti sembravano comunque assuefatti.
L’ingegner Rusconi azionò l’interfono dell’automobile.
“Aurelio, è così tutti i giorni? In queste strade, dico…” domandò all’autista.
“Uh? Da quanto tempo non esce dal suo quartiere, ingegnere?”
“Non lo so, non ricordo più. Lo sai, quando occorre mi sposto con l’aereo, o con l’elicottero.”
“Già.”
(fine prima parte)

domenica 7 novembre 2021

IL MAESTRO

 

Quando lo vedemmo la prima volta, ne fummo tutti intimoriti. Non che fossimo dei novellini, quello era già il nostro quinto anno di scuola e, negli anni trascorsi, avevamo avuto quattro diversi insegnanti. Cambiare maestro era divenuta di conseguenza per noi faccenda assai consueta. Al di fuori di qualche piccolo contrattempo nel corso del primo anno (la maestra assegnata per il nostro esordio scolastico era persona con evidenti e manifesti problemi di equilibrio psichico), gli anni successivi erano filati lisci, allietati da maestre serene e pacifiche e con spiccate doti materne. Adesso, invece, ci trovavamo di fronte quell'uomo dall'aria severa e provvisto di minacciosa barba nera. In realtà il Maestro era un ragazzo di poco più di venticinque anni, impegnato in una delle sue prime esperienze di insegnamento; ma noi lo percepimmo, da subito, come persona molto adulta. In fondo noi non eravamo che bambini.
La nostra era una piccola scuola di campagna, frequentata per lo più da figli di contadini e operai. Cinque classi e cinque aule in un grazioso edificio di inizio secolo. Non c'era la palestra, naturalmente, ma soltanto un minuscolo cortile ricoperto di ghiaia, utilizzato per la ricreazione.
Il Maestro vestiva maglie dolcevita, pantaloni dal taglio antico, grosse scarpe, e sfoggiava una inusitata risolutezza, rara in una persona così giovane. La sua voce, dal timbro grave e sicuro, riusciva nello stesso tempo a mettere soggezione e a calamitare all'estremo la nostra attenzione. Era ipnotica. Il suo metodo di insegnamento era moderno e innovativo. Rispettava i programmi scolastici desueti del tempo, insistendo molto sull'apprendimento dell'aritmetica e della buona e corretta scrittura, tuttavia dedicava quantità rilevanti di tempo anche ad altri aspetti della nostra educazione didattica. Il suo scopo principale era quello di allargare la nostra conoscenza del mondo. A tale proposito ogni giorno si presentava in classe con almeno due quotidiani, uno dei quali era sempre la sua prediletta Unità. Intendiamoci, all'epoca il giornale fondato da Antonio Gramsci era un quotidiano con i fiocchi, che dedicava ampio spazio, oltre che alla politica interna, agli avvenimenti internazionali. D'accordo, era pure un foglio di partito, ma a noi quell'aspetto interessava poco. Non così fu per alcuni dei nostri genitori. Ci furono delle rimostranze.. Non si riteneva giusto che tali letture venissero sottoposte a ragazzini. Il Maestro, di fronte a tali proteste, non batté ciglio. Non si scompose neppure quando qualcuno minacciò di rivolgersi alle autorità scolastiche. Alla fine non se ne fece nulla e fu una fortuna. Continuammo a sfogliare e leggere i giornali che ci proponeva il Maestro, compresa la discussa Unità, e tale attività rivestì un ruolo di rilievo nella nostra preparazione, che ci consentì poi di frequentare le scuole medie senza il minimo affanno. Era pure interessante e sorprendente, ai nostri occhi di bamboccetti, l'atteggiamento del Maestro nei confronti dell'insegnamento della religione. Quando, una volta la settimana, veniva in classe il vecchio don Felice per la sua lezione di religione, il Maestro lo salutava con gentilezza e rispetto e poi usciva dall'aula, per tornare soltanto quando il prevosto aveva terminato.
Quelli erano gli anni della guerra del Vietnam, e in quel bellissimo e appagante anno scolastico noi, attraverso le notizie dei giornali, ne avevamo seguito il tragico svolgimento in maniera attenta. Un giorno di primavera il Maestro richiamò la nostra attenzione. Disse che aveva per noi una sorpresa: l'indomani avrebbe portato in classe una sua amica, una famosa giornalista che era stata inviata di guerra per un giornale milanese che ben conoscevamo. Poi, serissimo come sapeva essere lui, aggiunse che avremmo dovuto preparare delle domande da rivolgere alla giornalista, e il tema era proprio il Vietnam, perché quella donna la guerra l'aveva seguita proprio sul campo, e sarebbe stata in grado di soddisfare tutte le nostre curiosità. Ma che le domande fossero precise, interessanti e ben pertinenti, disse ancora, altrimenti gli avremmo fatto fare brutta figura. Concluse dicendo che aveva parlato molto bene di noi alla sua amica. Il giorno successivo tutti noi eravamo molto emozionati. Il Maestro arrivò in classe accompagnato da una donna molto bella, che dimostrava meno dei suoi quarant'anni, vestita in maniera sportiva, con la fronte spaziosa e capelli lunghi e lisci. La giornalista ci donò, per la biblioteca di classe, alcune copie di due suoi libri. Uno parlava del periodo di tempo che lei aveva trascorso alla base americana di Cape Canaveral, insieme agli astronauti che in quel periodo si preparavano per dare l'assalto alla Luna. L'altro era il resoconto della sua esperienza in Vietnam. E fu di questo che ci parlò, sollecitata dalle nostre domande e dai puntuali interventi del Maestro. In conclusione ci raccontò anche di quando era stata ferita, un paio di anni prima, in una sparatoria avvenuta a Città del Messico, (e non in Vietnam!) quando la polizia aveva aperto il fuoco contro gli studenti che manifestavano. Insomma, quella fu per noi una giornata memorabile. Quella giornalista, a noi allora sconosciuta, era Oriana Fallaci.
Il Maestro, nel seguito della sua vita, ha fatto una meritata carriera. Già l'anno successivo all'esperienza con la nostra classe ottenne una cattedra alla scuola media. Nel corso degli anni è diventato docente universitario, importante filologo e critico letterario, nonché apprezzabile storico della lingua italiana, collaboratore di diverse riviste e quotidiani, curatore di rilevanti progetti editoriali.
Qualche anno fa gli ho scritto una mail, alla quale lui ha prontamente risposto. Si ricordava perfettamente l'esperienza giovanile nella piccola scuola di campagna. Rammentava ancora i nomi di alcuni miei compagni di classe, in particolare quelli dei ragazzi più problematici, dei quali mi ha chiesto notizie.
È raro che un semplice insegnante elementare rivesta un ruolo così fondamentale nella formazione educativa e culturale di una persona, di un ragazzino. Per me è stato così e ancora oggi ringrazio il mio Maestro dalla barba nera.

venerdì 17 settembre 2021

TIRI IN PORTA

 


E arriva il momento in cui tutti, uno dopo l'altro, se ne vanno. Perché la serata di svago è giunta al termine, perché fa freddo, perché ci sono degli impegni familiari inderogabili, perché la vita è complicata. E tu rischi di rimanere lì da solo, in mezzo a quel campetto di periferia, coperto di sudore, se non fosse per il tuo amico Giorgio, che ha compreso la tua difficoltà e decide di tenerti compagnia ancora un po'.
"Facciamo ancora qualche tiro in porta" propone, e tu acconsenti con gioia. Poi lui si piazza tra i pali.
Tu cominci a tirare, a destra, a sinistra, sotto e oltre la traversa, rasoterra, al volo, e di esterno e di interno e di collo pieno, cercando di sorprendere Giorgio che a volte si butta e altre rimane impassibile a guardare il pallone che gonfia la rete.
E mentre calci con forza e sfoghi così tutta la tua apprensione, tutta la tua rabbia, pensi.
Pensi a quando la prossima estate tornerai in quella fattoria, quella dei genitori di tua moglie, da dove manchi da un paio d'anni, da quando tu e lei vi siete lasciati. Ma adesso ci ritornerai perché, dopo tutti quei dissapori e quelle incomprensioni, quegli sfoghi e quelle parole dure scagliate, sussurrate e gridate, adesso state di nuovo insieme, vi siete riappacificati e vivete di nuovo sotto lo stesso tetto. E allora ti tocca tornare in quel posto che non ti è mai piaciuto molto, dove ti sei sentito sempre un po' un estraneo, una impalpabile presenza, un sopportato. E magari incontrerai il fratello di tua moglie, quello più anziano e molto serio, che ti accoglierà con un ironico sorriso di circostanza, e ti dirà di fare attenzione, ti dirà di non appoggiare la giacca sulla panchina, ti dirà di non farlo perché la panchina è stata appena verniciata, e nei punti in cui la vernice non è stata stesa con la necessaria cura può essere ancora fresca, e ti potrebbe macchiare la giacca. Non vorrai mica macchiare la giacca, caro cognato? E di nuovo quel sorriso da faina, colmo di scherno e di derisione. E poi ti imbatterai in Nicola, l'altro fratello, quello giovane e simpatico che, nonostante tutto, ti accoglierà con un sorriso, circondato dai soliti amici e che ti inviterà a fare una passeggiata con loro. Ma tu rifiuterai, perché non sei pronto, perché non ne hai voglia, perché non vedi l'ora che tutto ciò finisca. E infine tua suocera, la tua anziana suocera, che ti squadrerà con severità dalla soglia di casa, che ti domanderà se stai bene, che non farà alcun cenno a ciò che è accaduto tra te e sua figlia, ma che ti ha già giudicato e condannato. Tu le chiederai di suo marito, perché non l'hai ancora visto e temi quell'incontro, temi l'imbarazzo, paventi il suo sguardo arcigno e intransigente, il suo silenzio.
"Adesso mettiti tu in porta" dice Giorgio, e ti riscuote dalle tue amare riflessioni.
"D'accordo, ma soltanto se tiri piano" rispondi. Ti accomodi tra i pali. E ricominci a pensare.
Pensi a Graziella. Pensi che non l'hai lasciata e che stai ancora con lei. E che tua moglie lo sa, anche se finge di non sapere. Ti ha ripreso con sé nonostante tutto, perché non voleva perdere, perché ti considera sua proprietà, e per questo è disposta a condividerti, l'importante è che tutto ciò avvenga nell'ombra. Ma Graziella soffre, è titubante, è piena di dubbi. Ogni giorno mette in discussione il vostro rapporto, quel rapporto così strano, e ti accusa di essere debole, di non essere in grado di decidere, minaccia di piantarti ma poi non lo fa mai. E tu sai che invece vuoi stare con lei, avevi già scelto di farlo ma poi sei ritornato sulla tua decisione anche se non ne conosci il vero motivo. Forse è perché sei davvero fragile, come afferma tua moglie, oppure perché non vuoi scontentare nessuno e invece scontenti tutti, e alla fine rendi la tua vita, e quella degli altri, un inferno.
E quando ti distrai un attimo e la pallonata scagliata con la consueta violenza da Giorgio, nonostante le raccomandazioni, ti colpisce in piena faccia dai tuoi occhi escono lacrime di dolore, un dolore che non è soltanto fisico, ma che esprime anche tutta la sofferenza dell'anima.

sabato 19 giugno 2021

QUEL CHE NON SARO'


 

Preferisco andare a sbattere contro il palo piuttosto che essere assorbito da quel didietro, due glutei duri come il marmo. Preferisco volare in cielo piuttosto che cozzare su quel grosso stinco rivestito di plastica. La mia vita è breve, e al termine non c'è mai gloria. Nessuno si ricorda di me e della mia esistenza. Che non dura attimi, ma centimetri. Posso essere sontuoso, perfetto, impeccabile, ma sempre senza esito. Posso illudere, perché prometto molto e non mantengo mai. Vorrei ma non riesco. Mi spengo con un tonfo secco, soffocato, subito esaurito e consumato. Non sempre, però, la superficie che impatto è consistente. A volte incontro cedevoli sofficità nelle quali affondo con piacere, o solide protuberanze che mi diverto a frantumare, o ancora zone estremamente delicate che metto a serio rischio di sopravvivenza. Spesso costringo all'emissione incontrollata di urla grida gemiti lamenti. Si tratta tuttavia di ben misere soddisfazioni. Il mio appagamento, si sa, sarebbe un altro. Un compimento che però non giunge mai, una contentezza che è soltanto nei miei sogni. Chi sono? Vi state chiedendo chi sono? Non lo avete ancora capito? Ma sono io! Io, il Tiro ribattuto respinto ricacciato. Sono quello che appena nasce muore.

lunedì 31 maggio 2021

NON ERA BELLA


 

Non era bella. No, non era per niente bella. Sarà stato per via del naso che spiccava troppo in quel piccolo ovale, come un timone che sporge dalla poppa di una barchetta. Oppure quei capelli castano chiaro - nulla a che vedere con una pur vaga rassomiglianza al biondo - e così sottili, sottili come le labbra esangui. Gli occhi, al contrario, erano molto belli. Grandi, blu, e contornati da ciglia di lunghezza smisurata.

Lei non si vestiva, si infagottava. Non tanto alta di statura, sarebbe stato più appropriato indossare abiti corti, invece si imbacuccava dentro a vestiti senza forma che celavano le curve del suo corpo, vestiti dalle tonalità scure, lunghi fin sotto le ginocchia, stampati con fiorellini dal sapore triste e autunnale. E poi ai piedi portava sempre gli stessi scarponcini, e quelle calze spesse di colore nero oppure grigio o ancora rosso scuro.

Eppure non fu per quel suo aspetto dimesso e tutt'altro che attraente (l'ho detto che non usava trucco?). E neanche perché non aveva gusto e si vestiva da schifo.

Fu per quel che le chiesi e per quello che mi rispose. E fu perché la mia fidanzata mi aveva appena mollato. Lei sì che era davvero bella, alta e bionda. E sempre perfetta ed elegante.

Fu soprattutto perché mi sentivo solo.

E allora mi feci coraggio e glielo chiesi. Le domandai di salire da me.

Per fare che cosa, disse lei, imbarazzata.

Non lo so, sali e poi, se vuoi, puoi rimanere.

Sempre? disse lei.

Per adesso sì, poi si vedrà, dissi.

Subito non posso, ma più tardi verrò.

Sul serio?

Sì.

E poi se ne andò a fare delle commissioni. Almeno, fu ciò che disse.

E da allora non l'ho più rivista. Anche se era brutta, non è più tornata e non l'ho più incontrata.

Come sono strane le donne.

sabato 17 aprile 2021

WILD HONEY


 

Due amici. Una serata come tante.

"Centoventi anni in due!" esclama Giorgio all'improvviso. "Chi lo direbbe?" Poi beve.

"Tutti, lo direbbero!" risponde Ennio. "Guarda, siamo due catorci!" Poi beve pure lui.

"Su una cosa però siamo d'accordo, vero?"

"Certo!"

"Basta donne!" intonano quasi all'unisono i due. Poi risate.

"A proposito di donne... Ennio, raccontami quella della partita..."

"È roba vecchia e preferisco non farlo..."

"Ciò che riguarda noi è tutta roba vecchia! Però quella volta sei stato davvero forte: una donna, una bellissima donna, ti telefona e ti dice che ti sta aspettando, già a letto e con indosso una sottoveste trasparente. E tu che fai? Tu le dici che stai guardando la partita, non una partita qualunque, ma la finale della Coppa dei Campioni, e che sarai da lei appena l'arbitro avrà fischiato la fine. Lei riattacca. Sfiga vuole che la partita va ai supplementari e poi ai rigori, allora ti rassegni e non provi neppure a richiamarla. Nessun rimpianto? Lo rifaresti?"

"La cosa che mi fece davvero incazzare è che la mia squadra perse. Ai rigori".

"Invece non mi ricordo più quella della canzone... Com'era?" incalza Giorgio.

Ennio sospira. Beve due sorsi di grappa e poi inizia a raccontare.

"L'avevo conosciuta sul lavoro. Era uno schianto. Forse non era un'intellettuale, tuttavia era una brava ragazza e, soprattutto, aveva un corpo magnifico. Tra noi era nata una simpatia, era evidente, ma nessuno dei due aveva il coraggio di fare il primo passo. All'epoca io ero sposato, mentre lei era reduce da una brutta storia con un fidanzato manesco. Un giorno mi disse che aveva comprato un disco. Mi stupii. Lei non era una grande appassionata di musica. Aggiunse che era un disco di un gruppo che le avevo detto di amare molto, gli U2. Mi fece piacere e le dissi, mentendo, che quello era un bell'album, che era appena uscito e che lo avrebbe di sicuro apprezzato. Appena uscito dall'ufficio andai a comprarlo anch'io. Corsi a casa e lo ascoltai un paio di volte. Non mi piacque molto, era di livello inferiore a molti altri dischi di quella band, tuttavia una canzone, una soltanto, mi colpì. Sono passati tanti anni, non mi ricordo più il titolo del disco, mentre mi ricordo molto bene il titolo di quella canzone: Wild Honey. Quella sera cenammo presto, perché mia moglie doveva uscire con un'amica, andavano a teatro. Appena lei se ne fu andata rimisi il disco nel lettore, e cercai quell'unica canzone che mi era piaciuta. La ascoltai un paio di volte, poi mi versai da bere. Poi la rimisi, e inserii la funzione di ripetizione del brano. Ripresi a bere. Ascoltavo la canzone e bevevo. Ogni tanto uscivo sul balcone, era estate, faceva caldo, poi mi riempivo di nuovo il bicchiere. Wid Honey! Era lei, era lei Wild Honey! La mia mente era sempre più ottenebrata dall'alcol. In uno scorcio di lucidità afferrai il telefono e mandai un messaggio. A lei! A quella che, di minuto in minuto, era sempre più la mia Wild Honey! La canzone, nel frattempo, si ripeteva all'infinito. Ebbi un ultimo barlume di coscienza. Guardai sul telefono se lei mi avesse risposto. Niente. Deluso, con le lacrime agli occhi, approfittai per cancellare il mio messaggio. Mia moglie aveva la tendenza a essere curiosa, e ciò che avevo scritto, sotto dettatura dell'alcol, avrebbe potuto essere molto compromettente.

Poi crollai di botto, e mi appisolai sul divano. Dopo un po' sentii qualcuno che mi scrollava con violenza. Si trattava di mia moglie, che era tornata. Disse con tono concitato che aveva trovato lo stereo acceso a tutto volume, mentre io ero addormentato sul sofà con il telefono ancora in mano. Disse soprattutto, con voce sempre più esagitata, che mi dava un'ora di tempo per fare i bagagli e sparire per sempre dalla sua vista e dalla sua vita. Ero ancora un po' ubriaco, quindi credo fu per quella ragione che mi misi a ridere, anche se c'era ben poco da ridere, la situazione era tragica. Mi ero messo a ridere perché avevo pensato che se mia moglie si stava comportando in quel modo era perché alla fine la mia adorata Wild Honey aveva finalmente risposto, e il suo messaggio, che naturalmente mia moglie aveva letto, era stato di sicuro una vera bomba!

"Su, facciamoci ancora un giro" propone Giorgio.

"Alla salute" dice Ennio alzando il bicchiere. "E basta donne!"